di Brunetto Salvarani
| Un re, un giorno, rese visita al grande mistico sufi Farid. Si
inchinò davanti a lui e gli offrì in dono un paio di forbici di paia bellezza,
tempestate di diamanti. Farid prese le forbici tra le mani, le ammirò e le restituì al
suo visitatore dicendo: "Grazie sire, per questo dono prezioso, ma io non ne faccio
uso. Mi dia piuttosto un ago!". "Non capisco" disse il re. "Se voi
avete bisogno di un ago, vi saranno utili anche le forbici". "No", spiegò
Farid. "Le forbici tagliano e separano. Io non voglio servirmene. Un ago, al
contrario, cuce e unisce ciò che era diviso. Il mio insegnamento è fondato sull'amore,
l'unione, la comunione. Mi occorre un ago per restaurare l'unità e non le forbici per
tagliare e dividere". (da Jean Vernette, "Parabole d'Oriente e d'Occidente") |
Qualche tempo fa, circolava una battuta del regista ebreo newyorkese Woody Allen: "Dio è morto, Marx è morto e neanch'io mi sento troppo bene". Oggi, per quanto riguarda il primo dei tre illustri pazienti citati, le cose sembrano andare diversamente. Appaiono assai distanti le stagioni dei "teologi della morte di Dio", dell'eclissi del sacro nella società industriale, della fine della religione a causa della secolarizzazione e della modernizzazione, che imperavano in un mondo sempre più dominato da scienza e tecnologia. E le religioni, per così dire, hanno recuperato la prima pagina dei mass media, fanno sempre più audience e riempiono le piazze (quelle affascinate dal carisma di Giovanni Paolo II o dalla memoria miracolistica di Padre Pio di Pietrelcina, ma anche quelle del risveglio islamico, del nazionalismo induista, del fondamentalismo ebraico degli "haredim", e così via). C'è chi parla addirittura di una "rivincita di Dio" (Gilies Kepel), evidenziando il carattere integralista di questo processo, e chi paventa, per il prossimo millennio del cristianesimo, una sorta di "scontro di civiltà" che somiglierebbe alle antiche guerre di religione (Samuel Hungtinton).
Non sono da. sottovalutare, nel panorama dell'attuale "diaspora dei sacro", né l'incidenza di fenomeni complessi e di difficile decifrazione quali la New Age e la Next Age né i prevedibili "colpi di coda" delle religioni monoteistiche. Anche nel nostro paese - abituato ad autocomprendersi alla luce di una consolidata identità cristiana - si assiste a un risveglio multireligioso, con l'Islam che è ormai la seconda religione d'Italia per numero di aderenti oltre che per visibilità sociale, col protagonismo crescente di presenze minoritarie solo sul piano delle cifre (dagli ebrei ai valdesi agli ortodossi), con l'aumento, infine, del fascino delle fedi orientali e di sette particolarmente ramificate (per esempio, i Testimoni di Geova). Per capire la realtà nella quale siamo immersi non possiamo dunque fare a meno dell'alfabeto delle religioni. È indispensabile da un lato conoscere più e meglio le religioni "altre", evitando i pregiudizi e i pressappochismi; e dall'altro educarci pazientemente al confronto e al dialogo interreligiosi. Non si tratta, certo, di un'operazione facile: occorre un cambiamento di mentalità, un'apertura alle ragioni altrui, una conoscenza diretta a partire non solo da un'informazione e documentazione maggiori ma anche dall'incontro nella quotidianità, nello scambio interpersonale. Occorre tempo, coraggio, disponibilità: è normale che la diversità, e dunque anche la diversità religiosa, ci faccia paura, ci crei disagio, perché la percepiamo come un'oscura minaccia alla nostra identità e non possediamo gli strumenti per rielaborarla positivamente in vista di quella che un vescovo del nostro Sud, "don" Tonino Bello, chiamava felicemente la "convivialità delle differenze".
Un documento di qualche anno fa del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, intitolato "Dialogo e annuncio", recitava: "Il dialogo richiede un atteggiamento equilibrato sia da parte dei cristiani sia da parte dei seguaci delle altre tradizioni. Essi non dovrebbero essere né troppo ingenui né ipercritici, bensì aperti e accoglienti" (n. 47). Fra le disposizioni richieste per una discussione corretta e fruttuosa, si ricordano qui il disinteresse e l'imparzialità, l'accettazione delle differenze e delle eventuali contraddizioni, la volontà di impegnarsi insieme al servizio della verità e la prontezza a lasciarsi trasformare dall'incontro: "ciò non significa che, nell'entrare in dialogo, si debba mettere da parte le proprie convinzioni religiose. È vero il contrario: la sincerità del dialogo interreligioso esige che vi si entri con l'integrità della propria fede" (n. 48). L'altro è colui che mi permette di comprendere chi sono, che mi plasma (per opposizione) e che mi rammenta continuamente come la verità - persino la verità religiosa -, costituisca un itinerario più che un possesso assoluto e definitivo. Si può prendere le mosse da un film, un romanzo, un fumetto, un cd musicale, un cd rom di soggetto religioso: ce ne sono parecchi disponibili sul mercato (un solo esempio: la saga a fumetti su "Buddha" del grande Osamu Tezuka, pubblicata a puntate presso le Edizioni Hazard), e possono risultare un utile punto di partenza per avvicinarci "dolcemente" all'alterità religiosa. Interessante, in questo senso, è il "Calendario della pace" intitolato al villaggio israeliano di "Nevè Shalom - Waahat as-Salaam" fondato da Bruno Hussar, edito ogni anno dal Cem Mondialità, che riporta le date delle principali ricorrenze delle più importanti religioni planetarie. A Nevè Shalom - Waahat as-Salaam (un doppio nome che significa "Oasi della pace"), convivono pacificamente donne e uomini di popoli e religioni da gran tempo in aperto conflitto, ebrei, musulmani e cristiani, e nella scuola del villaggio i bambini vengono educati a un rapporto positivo con il "nemico" a partire dai primi anni di età, preparando assieme - ma senza alcun sincretismo -, i materiali relativi alle rispettive celebrazioni, il Seder di Pesach, la Pasqua cristiana o la festa per la fine del digiuno di Rama-dan...
Si dovrà lavorare di fantasia ed esercitarsi alle differenze, inventarsi momenti non istituzionali di incontro, riscoprire il dono dell'ospitalità, senza scoraggiarsi di fronte ai primi insuccessi e alle inevitabili difficoltà: pena la colpevole sottovalutazione di quell'autentico "caso serio" che sta divenendo - e che sarà sempre più, in un mondo caratterizzato dalla mondialità e dall'interdipendenza - il dialogo ecumenico e interreligioso. Di quella che è ormai, stando alle parole di Giovanni Paolo II nell'enciclica Ut unum sint (1995), "una necessità dichiarata, una delle priorità della chiesa" (n. 31): il dialogo, appunto. Il dialogo con quegli "altri" che si presentano a noi come un enigma ma che potrebbero essere - al contrario di quanto pensava il filosofo Jean-Paul Sartre, che li immaginava come un inevitabile inferno - la nostra prima beatitudine su questa terra.
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Arriva da una scuola inglese un nuovo metodo per l'insegnamento interreligiosoIl Manuale di Bradforddi Roberto Varone Se ci si abitua fin da bambini a conoscere in profondità le altre religioni, è più
facile che si diventi, da adulti, persone prive di pregiudizi, aperte alla comprensione e
al confronto con gli altri. Da questo principio, tra i più civili, prende le mosse il
manuale di Bradford per l'educazione interreligiosa, un originale sistema di educazione
alle religioni di carattere interculturale praticato per anni nelle scuole inglesi di
Bradford. |
Si può richiedere il Manuale di Bradford in versione italiana al Cem, via Piamarta 9, 25121 Brescia, tel. 030 3772780, http://www.saveriani.bs.it/cem
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La testimonianza di una coppia mistaNostro figlio ebreoSabina Fedeli, giornalista televisiva, è cattolica. Gadi Schonheit, presidente di una società di ricerche di mercato, è ebreo. Per scelta comune hanno deciso di educare il loro bambino di tre mesi all'ebraismo. Ecco come spiegano le ragioni di questa decisione. Gadi: Premetto che non credo affatto che un bambino possa essere educato a due religioni. Ritengo invece che il figlio di una coppia mista debba avere una religione sola, e molte tradizioni, quelle cioè che gli derivano dalla cultura sia della madre sia del padre. Nel nostro caso, quelle che fanno parte delle culture ebraica e cattolica. Dato che per me l'aspetto religioso è più forte che in Sabina, abbiamo ritenuto opportuno educare nostro figlio, Leone, alla religione ebraica. Cosa mi interessa insegnargli, soprattutto dell'ebraismo? Prima di tutto il monoteismo assoluto, la presenza di una sola entità, senza rappresentazioni o disegni, o rappresentanti in terra di quella entità. Vorrei che avesse, con Dio, un rapporto senza mediazioni, un'operazione assai difficile, ma infinitamente più interessante delle relazioni filtrate proposte dal cattolicesimo. Più vado avanti con gli anni, più trovo difficile pensare che non ci sia un credo, che tutto, intorno a noi, sia casuale. Questo credo lo identifico con la religione ebraica. È per questo che ho deciso di far circoncidere mio figlio. Per sancire un'identificazione religiosa molto forte, attraverso un gesto che fa parte della tradizione della mia famiglia. Sabina. Io sono molto meno cattolica di quanto Gadi sia ebreo, ma i miei lo sono, e la mia educazione è stata, come per quasi tutti i ragazzi italiani, cattolica. Ho scelto insieme a Gadi di educare mio figlio all'ebraismo, ma non voglio negare che qualche piccolo problema ci sia stato. Parlo per esempio della storia della circoncisione. È un gesto in qualche modo definitivo, che sancisce un'appartenenza. Ma soprattutto ha evocato strani fantasmi. Mi è capitato di provare sentimenti irrazionali, di pensare con terrore a cosa succederebbe se, per caso, tornasse il nazismo. Ma ho comunque accettato che Leone fosse ebreo. Perché provo un grande rispetto per chi crede, al di là della religione che professa. E perché mi sembra un gesto, come dire, politico. Mi sembra giusto che oltre alla religione si insegni al bambino tutta la storia che c'è dietro. Tanto che abbiamo deciso di mandare Leone, quando sarà più grande, a seguire un corso di cultura e storia ebraica. Al di là dell'aspetto religioso, voglio che conosca gli aspetti più importanti della sua tradizione. |
Volontari per lo sviluppo -
Novembre 1999
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