di Paola Barsottelli
"Bleah, che schifo! Io non lo mangio". È il mio primo ricordo di
multiculturalità a tavola: una bambina di otto anni (mia sorella) che storce il naso
davanti a un fumante arrosto in salsa, servito dai nostri amici tedeschi insieme a un bel
riso scondito. Oggi, la figlia della stessa bambina si entusiasma quando cucino i
falaffel, polpettine vegetali mediorientali, accompagnate da un soffice pane arabo.
Il cibo è una parte fondamentale della cultura, tanto da diventare quasi una componente
"genetica" per ciascuno di noi. Quando andiamo a vivere fuori dal nostro paese,
uno dei primi elementi di nostalgia sono i cibi che ci mancano, il primo motivo di choc
sono i sapori e gli odori diversi. Un piatto di pasta, un sugo di pomodoro, una pizza, un
bignè o un cannoncino per i golosi, a volte diventano motivo di rimpianti struggenti.
Siamo così tanto quello che mangiamo che, anni fa, emerse da uno studio medico che
persino le malattie cui le persone di etnie diverse sono soggette si modificano quando
queste cambiano paese: i giapponesi, che tradizionalmente non soffrono di colesterolo,
quando vanno a vivere negli Stati Uniti hanno valori alti di questa sostanza, e dati
analoghi sono emersi a proposito della diffusione di alcune forme tumorali.
A scuola i nostri bambini hanno compagni che arrivano da Cina, Sri Lanka, Senegal, Perù,
Filippine. Che cosa ci raccontano sulle loro tradizioni culinarie?
Non solo questi bambini parlano lingue diverse, ma mangiano cose diverse e danno valori
diversi agli alimenti di tutti i giorni: un bambino asiatico non resiste a lungo senza
mangiare riso; per un bambino africano la polenta gialla è orribile (come sarebbe per noi
un ipotetico risotto blu), perché è abituato a quella bianca; per un bambino indiano
mangiare cibi senza spezie è impensabile.
In definitiva, che cos'è un piatto di pasta? Un'abitudine simile a tante altre. Pasta,
riso, polenta, patate sono quello che fino a 40, 50 anni fa si chiamava in Europa
"alimento di base": di solito un cibo contenente carboidrati, che costituiva
buona parte dell'alimentazione quotidiana, accompagnato a frutta, verdura, grassi
vegetali.
In ogni paese questo "alimento di base" era diverso, a seconda del clima e delle
coltivazioni possibili. In Italia, fino a 40 anni fa, al nord si mangiavano soprattutto
riso o polenta, al sud pasta. Per i nostri genitori spostarsi dal sud al nord o anche solo
dal centro al nord costituiva una sorta di rivoluzione alimentare: riso al posto della
pasta, burro invece di olio, piatti dai sapori indefiniti invece di pepe e peperoncino nei
sughi.
Oggi, nei paesi del Sud del mondo il cibo base è ancora quasi l'unico nutrimento: milioni
di bambini mangiano soprattutto polenta (di mais in Africa, di manioca in America Latina),
riso in Asia, semolino o cereali variamente manipolati (il cuscus) in Medio Oriente o Nord
Africa. Ad accompagnarli, come piatto unico, verdure, carne in umido o pesce.
Il compagno di banco filippino o indiano mangia probabilmente così ogni giorno a casa, e
persino con le mani.
Ma la storia della tavola è già di per sé multiculturale.
Proviamo ad apparecchiare con una cartina geografica muta, e giochiamo a vuotare
frigorifero e dispensa. Per un giorno tralasciamo merendine e, per dirla alla Linus, le
"buone porcherie da mangiare".
Mettiamo ogni cosa al suo posto: pomodori, patate e mais in America, zafferano in Oriente,
yogurt in Medio Oriente, spezie in India e Cina, caffè e tè in Africa, Cina, America
Latina e India, tacchino in Nord America, cacao in Sud America. Per ogni alimento si
possono cercare la storia e il percorso geografico, gli usi, il valore nei vari paesi,
come le spezie che erano così rare o importanti da diventare "moneta di
scambio" tra Oriente e Occidente.
Cosa succederebbe se per un giorno dovessimo mangiare solo quello che viene da casa
nostra?
Cos'è successo alla nostra pastasciutta? È rimasta senza sugo! E il risotto giallo?
È diventato bianco. E le patatine fritte? Niente da fare, bisogna accontentarsi delle
zucchine.
Per merenda, poi, un vero disastro: di nutella non se ne parla, invece del tè c'è la
camomilla e se proprio si vuole un dolce bisogna accontentarsi del sapore di miele. Per i
più salutisti, niente yogurt, solo latte cagliato - una bella schifezza...
E infine la frutta: banane, ananas, kiwi, noce di cocco, tutto sparito.
Persino il vino che piace al papà non ci sarebbe: le viti furono distrutte in tutta
Europa dalla peronospera duecento anni fa e fu possibile reimpiantarle solo innestandole
sul ceppo della vite americana, che resisteva alla malattia. Ed ecco che il papà berrebbe
solo la birra.
La nostra spesa, dunque, arriva da tutto il mondo. Raccogliamo una ricetta per ogni paese
da cui vengono le cose che mangiamo ogni giorno o che vediamo al supermercato,
attacchiamola sulla nostra tovaglia-mappamondo e facciamoci anche dire "buon
appetito" nella lingua di quel paese. C'è già un filo che ci avvicina a tanti
paesi, anche i più lontani. Mettiamoci ai fornelli e proviamo una ricetta, meglio ancora
se con una mamma di quel paese.
I bambini sono terribilmente curiosi, li affascina vedere come le cose
"nascono", si entusiasmano all'idea di creare qualcosa, di "fare" con
le mani. Prendiamo ad esempio i falaffel, polpettine vegetali che si trovano in tutte le
cucine mediorientali. Sono fatte di ceci e/o fave ammollati, schiacciati in un pestello o
fatti passare al mixer, mischiati con cipolle e spezie. La pastella che si ottiene va
modellata in forma di polpettine, facendo ruotare l'impasto nel palmo della mano per
trasformare l'impasto in palline rotonde, poi va fritta nell'olio. I falaffel si mangiano
insieme a humus, una salsa fatta di ceci e sesamo, pomodori e cetrioli.
I bambini possono usare il pestello per imparare come si lavora, ancora oggi, in tanti
paesi: ci sono pestelli di varie misure, per il mais in Africa sono grandi come tamburi,
mentre per le spezie sono piccoli come tazze e somigliano a quelli che si usavano un tempo
nelle farmacie.
Mettiamo le spezie in mano ai bambini, facciamogliele odorare, poi insegniamo loro a
polverizzarle nel pestello. Un gran divertimento, ma il meglio sarà quando potranno
finalmente mettere le mani in pasta e confezionare le polpettine. Chiediamo loro di
annusarle e vediamo di riconoscere, insieme, gli odori che prima si sprigionavano dal
pestello.
Una volta fritte, le polpette vanno mangiate infilandole, come in una tasca, nel morbido
pane arabo, insieme a pomodori, cetrioli, salsa humus e salsa di peperoncino (normalmente
i bambini si limitano a polpettine e pomodori, gli altri sono ingredienti un po' troppo
forti).
Ma perché il pane arabo o quello indiano è così morbido e ha sempre la forma di
focaccina?
Perché si usa al posto delle posate: dentro il pane si mettono ancora quelle famose
polpettine, carne, verdure e si mangia tutto come un bel panino gustoso. Arrivati a metà
panino, si può aggiungere qualcosa prendendolo dal piatto comune.
In tanti paesi si mangia con le mani, ma sporcandosi molto meno di quanto fanno i nostri
bambini usando le posate. Anche mangiare con le mani è un'arte: si usano solo le punte
delle dita, e di una sola mano, che racchiudono il boccone e lo portano alla bocca senza
sbrodolare su tovaglia e piatti. È uno dei motivi per cui, nei paesi in cui si mangia,
appunto con le mani, tutti i piatti sono preparati con verdure, carne, cereali sminuzzati:
perché non ci sono coltelli in tavola. Lo stesso vale per i piatti cinesi o giapponesi,
fatti di piccoli bocconi perché devono essere "acchiappati" dai bastoncini.
Ma allora, domanderanno i bambini, se tutti i paesi sono così ricchi di alimenti
diversi, perché c'è la fame nel mondo? Perché tanti bambini sono malnutriti?
Sentiamo la storia della Signora Costa d'Avorio: lei produceva tanto cacao e tanti ananas
e li vendeva alla Signora Svizzera, che con quel cacao confezionava tanti cioccolatini e
torte di ananas e macedonie per la famiglia. La Signora Svizzera, che era un po' più
ricca, ogni anno voleva comprare il cacao e gli ananas a un prezzo un po' più basso e la
Signora Costa d'Avorio, che aveva bisogno di costruire la sua casa, ogni anno doveva
lavorare un po' di più, oppure guadagnare un po' di meno. Allora, per poter mettere da
parte quello che le era necessario, si trovava costretta a piantare più piante di cacao e
di ananas invece del grano e del riso; e così aveva meno riso per i suoi bambini e doveva
comprarlo. Con il passare degli anni, la Signora Svizzera diventava sempre più ricca e la
Signora Costa d'Avorio sempre più povera, tanto che alla fine fu costretta a chiedere un
prestito alla Signora Banca Mondiale. La Signora Banca Mondiale sembrava buona, perché
prestava i soldi alla Signora Costa d'Avorio, ma le chiedeva di fare cose un po' diverse
da prima: costruirsi una casa più piccola, vendere tanto cacao, affittare la sua casa per
poter restituire il prestito. Alla fine, la Signora Costa d'Avorio era proprio messa male:
la sua casa era piccola, non poteva quasi mai usarla e non riusciva a comprare abbastanza
riso per i suoi bambini.
Questi bambini mangiavano solo riso e qualche verdura, perché la carne e il formaggio
erano troppo cari, e così si ammalavano e a volte erano malnutriti. Non avevano medicine
per curarsi e alcuni di loro morivano da piccoli.
Invece, mentre i bambini della Signora Costa d'Avorio non avevano abbastanza da mangiare,
quelli della Signora Svizzera avevano anche i cioccolatini tutti i giorni.
La malnutrizione ha però molte facce: nessuno dei bambini della Signora Svizzera muore di
fame, però hanno i denti cariati perché mangiano troppo cioccolato. Quando diventano
grandi e invecchiano, devono andare ogni settimana dal medico perché soffrono di altre
malattie, quelle che derivano dal mal-mangiare: colesterolo, cuore affaticato, mal di
stomaco, tumori allo stomaco e così via.
Eccoci, siamo tornati a essere tutti "incastrati" gli uni agli altri: il bambino
della Signora Svizzera mangia troppa cioccolata, quello della Signora Costa d'Avorio non
ha abbastanza riso, ma sono legati fra loro da un filo invisibile che, tirando e
strattonando, può far male a entrambi.
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Una ricetta dal sud del mondoFalaffel (polpettine vegetali, ricetta mediorientale)Ingredienti:
Per mangiare i falaffel occorrono pane arabo, salsa humus, salsa di peperoncino, pomodori a dadini, cetrioli, sottaceti a scelta Preparazione: far ammollare le fave per una notte. Pelarle (se non si usano quelle già pelate) e
passarle al mixer fino a ridurle a un pugno di piccoli pezzetti non troppo fini.
Aggiungere la cipolla tagliata a dadini e l'aglio pestato (nel pestello) e far passare
ancora al mixer. Polverizzare nel pestello le altre spezie e aggiungerle all'insieme.
Togliere il composto dal mixer, metterlo in una ciotola e mischiare con un cucchiaio,
aggiungendo il bicarbonato, la farina e il prezzemolo tritato. Si mangiano aprendo a tasca il pane arabo (pita) e aggiungendo salsa humus, pomodori a dadini, cetrioli, salsa di peperoncino, cipolla. |
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