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Genitori adottivi raccontano ...

I miei figli indiani

"Sarà perché sono figlia unica, ma fin da ragazzina pensavo che avrei avuto una famiglia numerosa. Così, quando a 27 anni ho sposato Gianpaolo, sapevo già che la decisione di un'adozione internazionale era connaturata alla nostra unione, pur non escludendo a priori l'eventualità di avere figli nostri. La nostra storia di genitori adottivi cominciò comunque con molti sacrifici e richiese molta, troppa pazienza. Le procedure, i colloqui mi sembravano, allora, interminabili. Inoltre, a quel tempo, parlo di vent'anni fa, la mentalità era diversa e i pregiudizi nei confronti dell'adozione internazionale erano ancora forti. Ma noi volevamo evitare di restare invischiati in situazioni poco chiare. Così, decidemmo di rivolgerci al Ciai (Centro Italiano Aiuti all'Infanzia, ndr). Dopo tre anni arrivò Oliver e dopo due Suda. L'attesa, lunghissima, fu però terribilmente emozionante. Avevamo poche indicazioni sul bambino, ma dal momento in cui mi vennero dati il nome e la foto provai la stessa sensazione che se lo avessi portato in grembo. Sapevo di non poter avere contatti con lui perché era il Ciai il nostro intermediario e io non potevo intervenire. Seguivo quindi, con enorme apprensione, tutti i disastri, le epidemie, le guerre, qualunque catastrofe si abbattesse nella zona in cui viveva quello che sarebbe stato mio figlio. Ho difficoltà a descrivere la gioia che provai quando Oliver arrivò a casa. In quel momento, ad ogni modo, cominciò la mia difficile storia di genitore. Difficile perché? In primo luogo perché tirar su un figlio è complicato comunque, anche se si tratta di un figlio tuo. In questo caso si aggiungeva il problema della differenza culturale, delle difficoltà che inevitabilmente avrebbero incontrato i ragazzi, problemi di integrazione, e così via. Per quanto riguarda il primo aspetto posso dire di aver cercato di educarli come meglio sapevamo, io e mio marito, e cioè secondo la tradizione occidentale, facendo, come tutti, molti errori.. Nello stesso tempo ho cercato di approfondire con loro, continuamente, aspetti della cultura e della vita nel loro paese. Qualche volta era la favola indiana raccontata insieme a quella italiana, ma poteva anche essere un canto o una storia qualunque. La conseguenza è che oggi Oliver, del tutto autonomamente, si interessa di ciò che succede in India, e ci ha detto che vorrebbe addirittura studiare l'hindi. L'altro aspetto, quello dell'integrazione, è stato più difficile. Perché problemi ce ne sono stati, e molti, soprattutto all'asilo e a scuola. Non tanto nei rapporti con gli altri bambini, che sono sempre stati splendidi. A essere diffidenti erano piuttosto i genitori e qualche maestra, terrorizzati, credo, dalla paura del diverso. Eppure, i miei figli erano proprio bambini come tutti. Quando ho detto a Oliver che avrebbe avuto una sorella mi ha chiesto, esattamente come avrebbe fatto qualunque bambino italiano: "Non potremmo darla indietro e prendere due maschi, così posso giocare con loro?". Oggi hanno un ottimo rapporto e si alleano per farla franca con noi, né più né meno come due fratelli. Se rifarei quello che ho fatto? Certo, non ho alcun dubbio. Perché si è trattato di un'esperienza unica, che mi ha dato tanta ricchezza e anche uno stimolo continuo a confrontarmi con un mondo - culturale e altro - che mi era ignoto. Nell'indole dei miei figli ci sono caratteristiche tipicamente orientali come la pazienza, la capacità di riflettere, la mancanza quasi totale di senso di antagonismo. Grazie a loro sono diventata più riflessiva anch'io, ho imparato a mettermi in discussione seriamente. Tanto che, sei anni fa, io e mio marito abbiamo adottato un bambino a distanza. Un altro indiano. Ma la sua situazione è diversa: ha un padre, una madre, un fratello, e nelle due lettere che ci invia ogni anno racconta di come è, laggiù, la sua vita di ogni giorno: del rito della semina, delle feste e dei suoi studi. Mi piace pensare che se un giorno Oliver e Suda volessero andare in India, quest'amicizia potrebbe essere per loro un grosso punto di riferimento. Qualche perplessità nei confronti dell'adozione internazionale, però, ce l'ho ancora. Per esempio mi sconvolge il potere di scelta offerto da alcune associazioni riguardo alla razza, al colore della pelle. È come dire: "lo voglio nero ma non troppo, con gli occhi chiari ma non di ghiaccio". Mi sembra assurdo visto che si tratta di un bambino, non di una merce. Quando mi rivolsi al Ciai la condizione che mi fu posta era di non esprimere preferenze sul sesso né sul paese, perché si partiva dal presupposto che tutti i bambini adottabili fossero uguali. Credo che sia giusto. Quando si adotta un bambino si sa che potranno sorgere situazioni problematiche. Se già la coppia ha difficoltà di accettazione, come sarà in grado di aiutare il figlio a superare le difficoltà che si troverà ad affrontare?".

(Maria Clara Caliari, casalinga, 47 anni)

Un "moretto" nel portafoglio

Era un'idea di vecchia data, quella di adottare un bambino africano. Una passione che onestamente non sono in grado di spiegare. Forse all'origine c'era qualche lettura, qualche film su quel continente. Quello che so è che, fin da ragazzina, andavo in giro con la fotografia di un "morettino" nel portafoglio. Così, quando io e mio marito decidemmo, cinque anni fa, di attivarci seriamente per quella famosa adozione, non si trattò che dell'epilogo, della conclusione naturale di un processo che era in atto da parecchio.
La nostra trafila è durata in tutto tre anni, che sono stati pieni di ansie ma anche di emozioni fortissime, e che adesso non rimpiango. A differenza di altri, decidemmo di rivolgerci a un'associazione, la Gma, il Gruppo Missionari Asmara, specializzata nell'adozione di bambini etiopi. Dissi loro che volevo un bambino piccolo, ma fui subito scoraggiata: bambini piccoli non ce n'erano, o meglio quelli piccoli non erano adottabili, un po' come succede da noi. Mi dissero quindi che avrei dovuto optare per un bambino di cinque anni e mezzo, accettai ugualmente e a quel punto mi mandarono la foto. Il mio sentimento materno nei confronti di quel bambino nacque da lì. Un sentimento fortissimo, un legame che potrei paragonare a quello dell'attesa di una madre naturale. Benché si trattasse di un legame ancora virtuale. Per nove mesi fui dissuasa dal vederlo, una scelta che allora mi costò molto ma che ora condivido. Capisco adesso quanto sarebbe stato terribile, per me, incontrare quel bambino così indifeso, dal faccino triste, passare qualche settimana con lui e poi lasciarlo lì, sapendo che non l'avrei più visto per molti mesi.
In ogni caso, si trattò di un'attesa lunghissima. Tanto che quando, dopo nove mesi, arrivo la telefonata in cui ci veniva annunciato che saremmo dovuti partire, provai un'emozione terribile, entrai in un vero e proprio stato di fibrillazione. Più emozionante ancora fu, naturalmente, l'incontro con quello che sarebbe diventato mio figlio. Quando lo vidi non lo riconobbi. Era ancora più piccolo e smunto che in fotografia, faceva una tenerezza incredibile. Sapevo che era figlio di una ragazza madre che era morta lasciando il bambino alla nonna, e che questa, che non aveva la possibilità di mantenerlo, lo aveva affidato a una casa famiglia. Fu lì che lo incontrai: un luogo povero, ma dignitoso, di cui il bambino conserva ancora un buon ricordo. L'incontro fu strano. Il piccolo buttò le braccia al collo di mio marito, ma con me fu piuttosto freddo. Lo attribuii al fatto che una madre l'aveva già avuta, e che non gli era così naturale accettarne un'altra. Trascorremmo in un albergo del posto i primi giorni, durante i quali il bambino ebbe comportamenti contrastanti. La prima notte, per esempio, lo sentimmo singhiozzare silenziosamente, così lo prendemmo a dormire con noi, e lui mi si avvinghiò con una tenerezza commovente. Per la prima volta sentii il contatto fisico con mio figlio, e provai una sensazione come se davvero lo avessi partorito. Quei giorni, comunque, furono innegabilmente difficili: a tratti sorrideva, altre volte si chiudeva come un riccio. Al momento della partenza, poi, cominciò a piangere disperatamente. Era comprensibile. Quello era il suo paese, lì c'erano i suoi amici, le sue radici. Bastarono poche settimane a Roma, nella nostra casa, però, perché acquistasse la tranquillità. Oggi è un bambino sereno e socievole, pieno di amici. In pochi mesi ha imparato l'italiano, e ha addirittura dimenticato completamente l'amarico, la sua lingua. È un peccato, mi sarebbe piaciuto che coltivasse un certo bilinguismo. Invece, ha sviluppato una specie di rifiuto. Problemi di ambientazione, non ce ne sono stati. Solo una volta, tornando da scuola, mi raccontò che un amico gli aveva detto: "Se ti lavi bene diventi bianco". Ho liquidato la cosa senza darle importanza, ho risposto: "Non diciamo fesserie". Un'altra volta mi ha detto una frase strana: "Se fossi bianco mi divertirei un sacco". Non so a cosa si riferisse. Anche in quel caso ho lasciato cadere il discorso, ho pensato che fosse una di quelle uscite, così, senza spiegazioni, che hanno ogni tanto i bambini. Se gli racconto del suo paese? Certo, diciamo che approfitto di ogni occasione. Vediamo insieme i film che parlano dell'Etiopia, e lui sembra molto curioso, molto interessato. Sui cibi, poi, mantiene una predilezione per quelli, piccanti, della sua terra. È voluto andare al ristorante etiope più volte, ha costretto i miei ad accompagnarlo, a mangiare quei cibi piccantissimi.
Un'impronta forte della sua cultura è l'atteggiamento verso la religione. Nel suo paese l'islamismo ha una parte molto importante nella formazione e nella vita delle persone, ed è un aspetto che, in qualche modo, gli è rimasto, anche se si manifesta, nel suo caso, con un interesse molto generale nei confronti di tutte le religioni, dell'aspetto religioso della vita. Tanto che ho deciso di fargli seguire l'ora di religione.
Se rifarei la stessa scelta? La rifarei al punto che ho già inoltrato domanda per adottare un altro bambino, sempre etiope. Mio figlio è entusiasta della decisione. Vorrebbe però che scegliessimo il nuovo fratellino tra quelli del suo vecchio istituto, della casa famiglia in cui lo trovammo.
Certo, anche questa volta mi aspetta una lunga, lunghissima attesa.

(Alessandra Ferranti, avvocato, 41 anni).

La piccola ungherese che mi ha salvato la vita

La mia meravigliosa esperienza di madre adottiva è nata dalla tragedia più grande che può colpire un genitore: la morte del mio unico figlio, diciottenne, in un incidente d'auto, avvenuta 21 anni fa. Credo non sia difficile immaginare in quale abisso di disperazione mi buttò questa disgrazia. Per molto tempo mi sentii come morta. Ma sapevo anche che se non avessi reagito, se non avessi trovato un altro affetto che desse un senso alla mia vita, sarei morta davvero. Mi sarei buttata dalla finestra, suppongo, o qualcosa di simile. Così, una sera dissi a mio marito che avevo pensato di adottare un bambino. In realtà pensavo a una bambina, perché non ci fossero accavallamenti. "Cosa ci può essere di più importante di un bambino, per due persone che ne hanno perso uno?" gli disse. Mio marito mi guardò come se fossi pazza, mi chiese qualche giorno per pensarci, poi, dopo una settimana, mi disse: "Fai pure quello che vuoi". E così cominciò la mia trafila. Prima andai in un orfanotrofio, ma lì mi dissero che eravamo troppo anziani, io e mio marito (all'epoca lui aveva cinquant'anni) e che avrebbero potuto darmi solo una bambina grande, un'eventualità che non mi interessava. Decisi quindi di optare per l'adozione di un bambino straniero. A quei tempi non era come adesso. Non c'erano molte informazioni. Così, andavo un po' a caso, ascoltando quello che mi dicevano questo e quell'altro amico. Un'amica peruviana mi aveva convinto per esempio ad adottare un bambino del suo paese, un'operazione che sarebbe stata facilitata dal fratello avvocato. Quando stavo per partire, però, dopo avere ottenuto la licenza di idoneità ad adottare da parte del Tribunale dei Minori, incontrai un'altra amica che mi chiese: "Ma non ti piacerebbe di più adottare una bambina ungherese, che è più vicino a te come cultura e tratti somatici, e avrebbe quindi meno problemi di integrazione?". Ci pensai un po' su, e non so come sentii che quella sarebbe stata la decisione giusta. L'amica era ungherese, nel suo paese aveva buone conoscenze che mi avrebbero potuto aiutare. Certo, adottare un bambino dell'Est europeo era allora difficilissimo. C'era il problema del Muro di Berlino, le adozioni erano praticamente off limits. Ma la mia amica mi rassicurò: era sposata con un senatore comunista del nostro governo, mi avrebbe presentato all'ambasciatore ungherese in Italia. Insomma, che avessi fiducia, le cose si sarebbero risolte, bastava avere pazienza.
Quello che successe dopo fu a dir poco rocambolesco, una vera, faticosissima avventura. Ricordo ancora le parole del console ungherese, a cui mi rivolsi per avere indicazioni sulle procedure da seguire: "Quello che lei mi chiede non è mai successo, non mi risulta che nessuno l'abbia fatto. Non ci sono leggi che lo permettono, ma siccome non esiste nemmeno una legge che lo vieti, possiamo tentare". Tanto per cominciare mi consigliò di scrivere una lettera a Kadar, l'allora presidente ungherese, per raccontargli la mia storia. Cosa che feci immediatamente, e dopo qualche tempo mi arrivò la lettera della segretaria di Kadar, in cui mi si invitava ad andare in Ungheria. Naturalmente partii subito, portandomi dietro la mia amica, che per prima cosa mi presentò una giornalista che si occupava di orfanotrofi e che si fece subito in quattro. Con lei mi recai in un orfanotrofio-pilota a Dbregen, e anche lì raccontai tutta la mia storia. Dissi che avrei voluto una bambina piccolissima, che mi assorbisse completamente. Furono gentilissimi, mi invitarono a guardarmi in giro, a indicare quale bambina avrei voluto avere come figlia. Guardai i piccoli orfani, ero commossa, intenerita, non riuscivo a scegliere. Chiesi al direttore di scegliere lui per me. Così, alla fine, dopo un po' di vai e vieni dall'Ungheria, mi assegnarono finalmente la bambina. Aveva sette mesi, ed era bellissima, ma naturalmente non la diedero subito. Infatti rientrai in Italia e solo dopo tre mesi ottenni il permesso di tornare in Ungheria per passare un mese con la piccola. In quel mese, la polizia non mi lasciò in pace un momento, facendomi un sacco di difficoltà, perché dicevano che l'adozione era valida solo in Italia, e che quindi non avrebbero rilasciato a mia figlia il visto di uscita. Fu, davvero, una lotta incredibile, ma alla fine la ebbi vinta. Anche se, fino all'uscita all'aeroporto, cercarono di impedirmi di portare mia figlia con me.
Il resto della storia, la mia vita con Marcella a Sassari, è una favola felice. Mia figlia è una ragazza bellissima, fisicamente e interiormente. Non ho avuto difficoltà a educarla. Quando aveva cinque anni le spiegai che era una bambina adottiva, sul momento la prese malissimo, si tappò le orecchie, gridò che non voleva sapere, ma la sera dopo venne da me e mi disse: "Raccontami di nuovo la mia storia", e poi, quando finii, commentò: "È un po' triste". Le risposi: "È un po' triste, ma adesso siamo felici". Non ne abbiamo parlato mai più.
In compenso, le parlo in continuazione dell'Ungheria, un paese per cui lei ha un interesse vago. Una volta soltanto mi disse: "Vorrei andare a vedere il posto in cui sono nata". "Quando vuoi" le risposi, ma non è più tornata sull'argomento. Di ungherese ha poco. È una bella ragazza di 19 anni, con gambe lunghe, lineamenti slavi. Della sua gente ha conservato l'estrema timidezza, e la predisposizione per le lingue, tant'è che l'ho iscritta al liceo linguistico. Le ho impartito un'educazione tradizionale, quella stessa che avrei dato a una figlia naturale, senza viziarla, un errore in cui può incorrere facilmente un genitore adottivo. Quanto all'amore che ho per lei, è esattamente lo stesso che avevo per mio figlio.

(Carlotta Manconi, 62 anni, impiegata in pensione)

Volontari per lo sviluppo - Novembre 1999
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