di Francesco Terreri
Prima notizia: "Dal distretto di Sialkot grossi flussi di merce sono diretti al
porto di Karachi per l'esportazione. Ma sui camion, guidati da afgani per pochi soldi, non
viaggiano solo articoli sportivi, strumenti chirurgici o capi di abbigliamento. Su quei
camion viaggiano armi e pasta di oppio. È la via della droga che proviene dall'Asia
centrale e che, dal porto di Karachi, approda in Africa e in Europa meridionale. La
polizia pakistana ferma molti camion per controlli, ma non arresta nessuno. Ufficialmente
non è mai stato trovato niente".
Seconda notizia: "Nel 1997 l'Afghanistan ha ricevuto dagli Stati Uniti 45,6 milioni
di dollari di aiuti, di cui 5,9 milioni di cooperazione allo sviluppo, 39,4 milioni di
interventi post-conflitto (aiuti alimentari, assistenza ai rifugiati ecc.) e 275 mila
dollari di "security assistance", che comprende sostegno economico a paesi
strategici, programmi antidroga, antiterrorismo e antiproliferazione nucleare. Nel caso
dell'Afghanistan i 275 mila dollari facevano parte di programmi contro il
narcotraffico".
La prima denuncia viene dalle suore di San Paolo che operano in Pakistan,
dall'organizzazione non governativa pakistana Geophile e da TransFair, l'organizzazione
del commercio equo impegnata nella lotta al lavoro minorile nel Punjab, ed è stata
raccolta da AltrEconomia, la rivista dell'economia solidale, nell'aprile scorso.
I dati sugli aiuti Usa a Kabul, cioè di fatto al regime dei Talebani, sono invece stati
resi pubblici dal "Progetto sui trasferimenti di armi convenzionali" del Council
for a Livable World Education Fund, un'organizzazione non profit statunitense (e
pubblicati nel rapporto, uscito nel luglio di quest'anno, "Foreign Aid and the Arms
Trade: A Look at the Numbers").
Le due notizie, che cioè il regime afgano in combutta con alte sfere in Pakistan copra
ingenti traffici di droga e che ciò nonostante riceva fondi per la lotta alla droga dagli
Stati Uniti (e recentemente abbia concluso un accordo in tal senso con l'Agenzia Onu per
il controllo degli stupefacenti), sono solo in apparenza in contrasto. Perché la partita
geostrategica che si sta giocando in Asia Centrale attorno al tormentato Afghanistan e
alle repubbliche ex sovietiche prevede questi ed altri colpi bassi. Secondo la suggestiva,
ma equivoca, interpretazione dello "scontro tra civiltà" (dal titolo del libro
di Samuel P. Huntington, il decano dei politologi statunitensi), in Afghanistan e dintorni
ci troveremmo su una "faglia", su una linea di frattura tra diverse
"civilizzazioni" , in particolare tra Islam e civiltà
"cristiano-ortodossa". I conflitti del presente e del futuro sono e sempre più
saranno, secondo questa impostazione, conflitti tra civiltà diverse. La guerra afgana
dell'Armata Rossa, vista di solito come episodio del conflitto Est-Ovest, sarebbe stata
invece in questo quadro un'anticipazione dei conflitti di civiltà. E la sconfitta
dell'Urss, che per gli occidentali fu una vittoria del "mondo libero", per i
musulmani fu una vittoria del mondo islamico.
La guerra lasciò dietro di sé - è ancora Huntington che scrive - "una complessa
coalizione di organizzazioni islamiste votate alla promozione dell'Islam contro tutte le
forze non musulmane. Ha lasciato in eredità anche un'ampia congerie di unità di
guerriglia, accampamenti, campi d'addestramento e strutture logistiche, complesse reti
interislamiche di rapporti e una notevole quantità di apparecchiatura militari, tra cui
dai trecento ai cinquecento missili Stinger (mai pagati)". Secondo un funzionario
Usa, citato dal New York Times Magazine del 13 marzo 1994, i combattenti afgani
"hanno già abbattuto una delle due superpotenze mondiali, e adesso stanno lavorando
sull'altra". Al fondo di questa strada c'è, naturalmente, l'appoggio di Kabul al
terrorismo di matrice islamica, l'ospitalità a Bin Laden, e il bombardamento statunitense
con missili Cruise dell'agosto scorso.
I conti tornano meno, però, se si segue la catena di relazioni che legano le fazioni afgane, e in particolare i Talebani al potere a Kabul dal settembre 1996, ad altri paesi musulmani, e oltre. Tra le poche informazioni disponibili, spiccano quelle fornite da fonti, diciamo così, "insospettabili": le pubblicazioni legate al mondo dei mercanti d'armi e dei mercenari. Come "Raids", che nel settembre 1995 scrive che i Talebani hanno ricevuto armi leggere, mezzi blindati e velivoli dal Pakistan, con il sostegno finanziario dell'Arabia Saudita, e l'approvazione di Washington. Del resto, al di fuori delle Foreign military sales cioè le vendite di armi da governo a governo sotto forma di "vendite commerciali", armi leggere sono arrivate anche direttamente dagli Stati Uniti, almeno per 30 mila dollari nel 1994, come indicano le statistiche Ocse del commercio con l'estero. L'equivoco alimentato dall'interpretazione dello "scontro tra civiltà" è che l'appoggio statunitense all'Arabia Saudita, quindi al Pakistan e infine ai Talebani sia semplicemente un calcolo tattico per dividere il mondo islamico, sostenendo le fazioni sunnite che si oppongono all'Iran sciita, percepito a Washington come la minaccia principale.
E invece sono in ballo anche calcoli strategici: in primo luogo su chi controlla le
risorse, e le vie dell'approvvigionamento energetico. Nelle repubbliche dell'Asia centrale
vi sono nuove, gigantesche riserve di gas e petrolio, soprattutto attorno al Mar Caspio.
Forse già l'intervento sovietico a Kabul aveva a che fare anche con il tentativo di
allargare le disponibilità sovietiche di materie prime energetiche esportabili, il
principale tipo di prodotti con cui l'Urss si procurava valuta pregiata. Sicuramente oggi
sono in corso grandi manovre in questo campo. Il Kazakhstan, la più grande delle
repubbliche ex sovietiche dell'Asia, produce 540 mila barili di petrolio al giorno, e con
la Russia, l'Oman e un consorzio di compagnie petrolifere dominato dagli statunitensi
dovrebbe avviare la costruzione del nuovo oleodotto dai campi di Tengiz, sul Caspio a
Novorossijsk (Russia), sul Mar Nero. Da Baku, Azerbaigian, sempre sulle rive del Mar
Caspio, è in costruzione l'oleodotto per Supsa, sul Mar Nero, ma in Georgia, cosa che ha
fatto infuriare Mosca, tagliata fuori da questo progetto. Il Turkmenistan, grande
produttore di gas naturale, ha invece annunciato la sua intenzione di concedere alla
compagnia iraniana del petrolio lo sfruttamento di tre dei suoi campi sul Caspio.
Viceversa, Pakistan e Stati Uniti corteggiano il regime al potere in Afghanistan per
sviluppare il progetto di nuovi oleodotti dal Caspio all'Oceano Indiano, che forniscano
uno sbocco indipendente dall'Iran (e dalla Russia) al petrolio dell'Asia centrale. Ecco
perché Washington non può abbandonare il Pakistan, nonostante rimbrotti e contrasti sul
riarmo nucleare di Islamabad, e per questa via la connessione con i Talebani. Che sono
già arrivati ai ferri corti con Teheran, sfiorando la guerra aperta un paio di mesi fa.
Nel solo 1997, nonostante i periodici embarghi decisi contro la politica militare del Pakistan, gli Stati Uniti hanno venduto armi al paese asiatico per 4 milioni e mezzo di dollari, quasi tutte "vendite commerciali dirette", e hanno fornito altri 3 milioni di dollari di aiuti militari e per la sicurezza. Ma attorno al Pakistan si giocano gli equilibri dell'area. Il principale fornitore di armi a Islamabad è la Cina, che ormai non vende più solo sistemi d'arma completi, ma anche licenze di produzione e accordi di coproduzione. Ad esempio, l'anno scorso, per l'aereo addestratore "Karakorum-8". La Cina vende anche all'Iran, in concorrenza con la Russia. La Francia, invece, si è fatta avanti con il Pakistan. E l'Italia, violando lo spirito, anche se non la lettera, della legge 185 sul commercio delle anni, nel 1997 ha avuto il Pakistan come terzo cliente in assoluto della propria industria militare: 131 miliardi di lire di nuove autorizzazioni all'export, la metà delle quali per la vendita di radar Grifo della Fiat da installare sui caccia pakistani Mirage IIIE di produzione francese. Aerei che, secondo gli esperti, sono in grado di trasportare anche una bomba nucleare.
Volontari per lo sviluppo -
Novembre 1998
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