Precedente

USA - Quello che (forse) non sapete sulle esecuzioni capitali

A chi conviene la pena di morte?

Dura pochi secondi ma costa quanto mantenere tre ergastolani per tutta la vita. Non solo: la pena capitale richiede, negli USA, un processo sei volte più oneroso di quelli ordinari. Ma se per le finanze pubbliche i condannati a morte sono un peso, diventano un affare per le "industrie correzionali", che sfruttano il loro lavoro gratuito per produrre capi d'abbigliamento o bambole. Ecco il bilancio della sedia elettrica. Al di là dell'etica.

di Chiara Adamo

"No, non ho rispetto per la pena di morte. Non è solo un affare sporco (...) ma anche è degradante per la comunità che la tollera, che la vota e che paga le tasse per mantenerla". Così scriveva Jack London nel suo romanzo 'Il viaggiatore delle stelle". E dopo tanti anni c'è ancora chi la pena di morte non solo la tollera, ma addirittura ne fa il proprio cavallo di battaglia elettorale. Gli Stati Uniti nel 1997 hanno registrato un anno record per le esecuzioni. Nel Texas il governatore George Bush jr., figlio dell'ex-Presidente americano, ha fatto giustiziare 37 persone. E oltre 400 attendono la loro ora nel braccio della morte. Ma perché la pena di morte continua a riscuotere tanto successo?
Purtroppo c'è un argomento che fa presa sull'opinione pubblica più di ogni altro e di cui i giornali parlano pochissimo: il portafoglio. Il contribuente americano rifiuta il pensiero di dover mantenere con i propri soldi i carcerati a vita. Iniezioni letali e sedia elettrica sono metodi risolutivi. Sembrano più economici. Ma è vero? Suor Helen Prejean, autrice del libro Dead man walking dove racconta il calvario di un condannato, spiega che non è così.

Il prezzo della morte

Calcoli alla mano, la suora illustra che se si considerano i costi di un processo che prevede la pena di morte, per cui sono necessari un maggior numero di appelli, l'audizione di esperti e complesse procedure pre-processuali, si arriva ad una cifra che è 6 volte superiore a quella degli altri processi per omicidio. La stessa proporzione è confermata dall'Istituto di statistica americano Death Penalty Information Center, che nel 1994 ha stimato a 116.700 dollari (210 milioni di lire) il sovrapprezzo del processo capitale rispetto ad un ordinario processo nello Stato del Kansas.
In Texas un caso di pena capitale costa ai contribuenti una media di 2,3 milioni di dollari, più di 4 miliardi di lire, circa tre volte quanto costerebbe tenere in prigione un detenuto in una cella singola di massima sicurezza per quarant'anni. Lo Stato della California, notoriamente in crisi finanziaria, potrebbe risparmiare 90 milioni di dollari (circa 153 miliardi di lire) l'anno con l'abolizione della pena capitale.
Il New York Department Of Correctional Services, Istituto pubblico di ricerca sulle condizioni carcerarie, ha stimato che l'applicazione della pena di morte costerà allo Stato di New York circa 118 milioni di dollari (oltre 200 miliardi di lire) l'anno. "Sono soldi - osserva Suor Helen - che potrebbero essere investiti per combattere la criminalità." E in effetti i professori Richard Moran e Joseph Ellis hanno stimato che il costo della reintroduzione della pena dì morte nello Stato di New York per soli cinque anni sarebbe sufficiente a pagare 250 nuovi agenti di polizia e a costruire prigioni per 6.000 detenuti, Una situazione paradossale se si guarda al New Jersey, dove nel 1991 sono stati licenziati 500 agenti di polizia e allo stesso tempo si sono spesi 16 milioni di dollari, oltre 25 miliardi di lire, per mantenere la macchina della morte. Una somma più che sufficiente per assumere lo stesso numero di agenti ad un salario di 30.000 dollari l'anno.
Anche Amnesty International conferma questi dati e ne aggiunge di nuovi. "I costi di un detenuto nel braccio della morte, ad esempio in Georgia, sono quasi doppi rispetto ad uno in cella di massima sicurezza (circa 30.000 dollari all'anno invece che 18.000) - sostiene Daniele Scaglione, presidente italiano di Amnesty - la sorveglianza a vista, il numero dei secondini impiegati, le strutture per l'esecuzione capitale sono costosissime.

Meno garanzie per risparmiare

Le cifre vanno, però, in parte ridimensionate alla luce dell'"Anti-Terrorism and Effective Death Penalty Act", legge firmata dal Presidente Clinton nel 1996 per ridurre i costi della pena di morte. Con questa nuova legge il tempo che intercorre tra le sentenze e le esecuzioni si riduce mediamente dagli otto ai quattro anni. In realtà è un dato molto allarmante; infatti nei 66 casi di condannati a morte in seguito scagionati ci sono voluti in media 6 anni per raccogliere le prove della loro innocenza. Così, in nome del risparmio, sempre più innocenti potranno essere uccisi.

Un business letale

Così, se da un lato il contribuente, a sua insaputa, perde dei soldi e rischia di partecipare ad un'ingiustizia drammatica, dall'altro c'è chi sulla pena di morte ci guadagna. "Il collegamento fra interessi economici legati al carcere e potere politico è strettissimo - spiega Steve Hawkins, direttore della National Coalition to abolish the Death Penalty, una coalizione di forze sociali che si batte contro la pena di morte - Le prigioni americane sono diventate oggi un sistema industriale che genera profitti". Pochi lo sanno, ma in alcuni Stati americani si stanno intensificando le privatizzazioni dei penitenziari. Le aziende carcerarie, che in Texas vengono chiamate "Industrie Correzionali", producono abbigliamento o altro a costi zero sfruttando i detenuti del braccio della morte. Secondo la legge dello Stato, infatti, i condannati a morte devono restare in isolamento a meno che non accettino di lavorare gratuitamente nelle fabbriche delle prigioni. Divengono così manodopera gratuita che produce profitti miliardari per le, "Industrie correzionali".
Come ha scritto Paul Rougeau dal Braccio della morte di Huntsville, in Texas, "Oggi nel,Texas ci possono essere prigioni private, così, se uno ha soldi abbastanza, può aprirsi la sua prigione. Può diventare più ricco facendo lavorare come schiavi i prigionieri; basta solo che sia dato loro da mangiare e da dormire. Il Giappone sta pensando di aprire una prigione qui. Così adesso è chiaro che questo è un grosso affare di soldi ...".

Il caso: i repubblicani osteggiano l'inchiesta dell'Onu

Se un senegalese indaga nelle carceri americane

Chi ha autorizzato questo clown ad attraversare il nostro paese e ad ispezionare le nostre prigioni? E chi paga le Nazioni Unite per un'inchiesta del genere?". A suscitare questi laconici commenti del New York Post è Waly Bacre Ndiaye, senegalese, avvocato di fama mondiale, specialista di diritto alla vita, nonché investigatore speciale della Commissione dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite, con sede a Ginevra. Il suo compito: verificare le accuse di violazione del diritto alla vita negli Stati Uniti e formulare delle raccomandazioni destinate a migliorare le condizioni dei condannati a morte. Il suo problema: essere nero. Il Sign. Ndiaye, munito di invito ufficiale del governo, sbarca dunque negli USA, ma non riesce a farsi ricevere né dal Ministro della Giustizia Juliet Reno, né da Madeleine Albright e deve accontentarsi di un incontro con i governatori della California e del Texas. Visita le prigioni, ma in Florida, ad esempio, gli viene rifiutata senza ragione la possibilità di accedere al braccio della morte. A sentire i toni di personaggi come il repubblicano Pat Buchanan, il vero problema è uno: "Il Sig. Ndiaye si permette di venire a sindacare in casa nostra quando nel suo paese, il Senegal, i diritti umani sono calpestati quotidianamente". Ma anche gli Stati Uniti pare che non brillino per correttezza. "Per uno stesso crimine - sostiene il Dott. Ndiaye - un nero ha dieci possibilità più di un bianco di essere condannato, sui 3100 ospiti dei braccio della morte il 99,5% è povero e non può permettersi un avvocato. E in questo paese democratico si può giustiziare un minore di 18 anni, a dispetto della Convenzione internazionale del 1992 sui diritti civili e politici, ratificata sotto l'amministrazione Bush.,, E così conclude il suo rapporto: "Quasi tutti i paesi dell'America centrale e del sud hanno abolito la pena di morte. Il meno che si possa dire è che, su questo, gli Stati Uniti sono dalla parte sbagliata della storia".

Un'iniziativa di solidarietà

Scrivi una lettera a un condannato

Sono un afroamericano di 32 anni. Il 15 dicembre 1988 sono stato condannato a morte con l'accusa di aver ucciso un poliziotto durante una rapina a Dallas. Al momento del delitto ero a Houston, insieme a mio fratello e alla mia ragazza. L'avvocato d'ufficio che mi rappresentava non è stato in grado di farli chiamare come testimoni in mia difesa. I connotati dell'omicida non corrispondono ai miei. Dei venti testimoni oculari dell'omicidio solo uno afferma d'avermi riconosciuto.
Dal 1988 sono imprigionato nel carcere di Huntsville e aspetto il risultato del mio appello. Dal 1993 non ho più un avvocato. Nel 1992 la Corte Suprema degli USA ha stabilito che una persona condannata a morte può essere processata anche se innocente, a condizione che la procedura si sia svolta in modo regolare.

Dalla lettera di Vincent Cooks
Huntsville, Texas, gennaio '98

Sono centinaia oggi i detenuti del braccio della morte che, come Vincent Cooks, inviamo lettere e attendono risposta. Per loro è importantissimo comunicare, far conoscere le loro storie, mantenere un rapporto con l'esterno. Marco Cinque, di professione segretario di redazione al Manifesto, ha cominciato qualche anno fa a gestire la corrispondenza con i condannati. Cominciò a corrispondere personalmente con due nativi americani nel braccio della morte. Ne nacque un'amicizia che ha spinto Marco a portare i quadri di Fernando, pittore autodidatta, in giro per l'Europa e ad aiutare Ray, Orso che Corre, Cherokee ultrasessantenne, a promuovere in Italia i suoi libri, ovviamente senza scopo di lucro. Oggi smista la corrispondenza di centinaia di persone. Distribuisce indirizzi, e spiega anche quelle che sono le controindicazioni, indispensabili da conoscere per non ferire la sensibilità dei detenuti o anche per non rischiare di metterli ulteriormente nei guai. Chi ha voglia di comunicare con i detenuti nel braccio della morte può rivolgersi a: Marco Cinque, via Francesco Daverio 14, 00152 Roma, tel. 06/58310026.

Volontari per lo sviluppo - Febbraio 1998
© ASPEm - CCM - CISV - CELIM