di Giovanni Godio
Immagina di avere un figlio o un fratello che vive a migliaia di chilometri di
distanza, nella periferia di Rio de Janeiro o in Guatemala, in Messico o in Burundi.
Immagina che possa studiare e imparare un mestiere solo se tu gli dai questa possibilità.
E, a dispetto della lontananza, immagina di poter allacciare con lui un legame di amicizia
e solidarietà. Magari con un viaggio, o, mezzo più semplice, con una lettera, con una
fotografia, una cartolina; oppure, perché no, con un'audiocassetta su cui hai inciso la
tua voce e i brani dell'ultima hit parade.
E quanto propone il progetto di sostegno a distanza per minori in difficoltà
("Progetto famiglia multietnica") lanciato nel 1997 da un gruppo di famiglie e
amici del Cisv di Torino. Quindici famiglie si sono già lanciate nell'esperienza
autotassandosi ogni mese per una cifra che va dalle venti alle cento mila lire inviate
alla Casa do Menor, in Brasile, per sostenere gli studi e il lavoro degli adolescenti. E
hanno cominciato a dialogare con loro.
Maria Teresa Ambrosi e Diego Finelli, una coppia del gruppo, nello scorso luglio sono
stati ospiti della Casa do Menor e raccontano: "Abbiamo conosciuto i ragazzi e siamo
rimasti impressionati, alcuni a 12 anni sono già passati dall'assassinio alla droga e
altri sono ridotti allo stato di bestie, che mangiano come cani perché per anni sono
stati incatenati in una stanza. Ma ci siamo resi conto che in questa realtà la Casa,
oltre che un segno di speranza, è un ponte verso di noi che abitiamo in un altro pianeta,
per non sentirci troppo lontani, per trovare il coraggio di credere che qualcosa possa
cambiare".
Oggi, sono in corso scambi epistolari tra le famiglie e i ragazzi della Casa. E lo scorso
ottobre, il gruppo ha inciso su cassetta una breve presentazione della vita in Italia con
traduzione in portoghese e alcuni brani musicali. Ai meninos la cassetta è piaciuta, dice
Margherita Sabia, una delle prime ad impegnarsi nel progetto: "non sono più bambini
ma se gli doni qualcosa si aprono subito". E tuttavia è solo il primo passo.
"Adesso ci piacerebbe ricevere da loro qualche segnale diretto, conoscere la Casa do
Menor attraverso le loro parole. Ma dobbiamo imparare a rispettare i loro ritmi e i loro
tempi. Anche questo è un modo per crescere".
Altre famiglie sono interessate all'esperienza e il gruppo sta allacciando contatti
anche in Messico, con il "Servizio di promozione integrale e comunitaria giovanile di
Puebla per aiutare gli studi di altri 15 adolescenti; con le "Comunità di
popolazione in resistenza" della Sierra del Quiché, in Guatemala, per il sostegno a
maestri-educatori; e, in Burundi, con gli scout del Paese, con la Maison Shalom e con una
diocesi locale a favore di bambini orfani.
"Non ci interessa la classica formula con la quale il donatore manda soldi quasi
fosse "lo zio d'America", riceve la letterina e tutto finisce lì" - dice
ancora Margherita - "stiamo facendo l'esperienza di coinvolgere in profondità le
famiglie, che cercano vie di dialogo oltre al semplice dare una mano".
Volontari per lo sviluppo -
Febbraio 1998
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