di Marco Aime
La strada asfaltata che attraversa il Mali da ovest a est, corre verso Mopti
attraversando villaggi polverosi che le piogge, al loro arrivo, trasformano in paludi, ma
che il sole prosciuga di nuovo in poche ore. Pullman ed auto talvolta si devono fermare,
avvolti da nubi di sabbia sospinte da un vento violento che ferisce gli occhi e penetra in
ogni cosa. Poi la nuvola passa e il viaggio riprende.
È a Mopti che si incontra il Niger. Al porto arrivano lente le pinasses, le imbarcazioni
da trasporto, che scaricano e caricano gente, pesce e legna. Ci imbarchiamo su di una
grande piroga diretti a est, verso Timbuctu, la mitica "regina del deserto". La
barca lascia lentamente il porto di Mopti, avvolto nell'odore del pesce a seccare al sole,
e si adagia sulle acque giallastre del fiume.
Se la celebre risalita del fiume Congo, magistralmente narrata da Joseph Conrad,
significava addentrarsi nel "cuore di tenebra" dell'Africa, percorrere le acque
collose del Niger verso nord è come andare verso un nulla sempre più pallido, dove tutto
si dissolve lentamente. Queste rive non lasciano spazio a mondi misteriosi, non nascondono
nulla agli occhi del viaggiatore. Tutto attorno svanisce. Il Congo di Conrad creava paura,
il Niger di oggi angoscia per il vuoto che lo circonda.
Dopo aver lasciato i verdi monti della Guinea, il fiume attraversa la crosta arida del
Sahel. Superato il vastissimo Lac Debo, il paesaggio diventa via via più arido. Le rive
si fanno crostose e si vedono i segni dei campi coltivati ormai coperti dalla sabbia che
avanza. Solo alcuni accampamenti di nomadi spezzano la monotonia dell'orizzonte. Gli
alberi diventano più radi, fino a lasciare il posto ad arbusti solitari. Il terzo giorno
di navigazione arriviamo a Korioume, dove attraccano le imbarcazioni che si recano a
Timbuctu.
Ha ragione Bruce Chatwin, famoso scrittore e viaggiatore inglese, esistono due
Timbuctu: una mentale e una reale. La prima vive in uno dei tanti miti di cui si nutre la
nostra carenza di immaginazione. Non importa nulla se già nel 1828 René Caillé, per
inseguire un mito non solo suo, dopo avere sofferto le arsure del Sahara, le fatiche del
viaggiare a piedi su spine e sabbia e i sospetti delle popolazioni locali, rimase deluso
da una città sbriciolata.
La storia ha tempi più rapidi della mitologia. Così, mentre Timbuctu andava inaridendosi
sotto le frustate del sole, i suoi campi si ammantavano di sabbia e le sue carovane di
cammelli venivano superate in corsa dai camion, in Europa si continuava a idealizzare un
mito creato in epoca medievale, quando l'atlante catalano redatto per Carlo V riportava
ben chiara una pista che attraversava il Sahara per raggiungere il paese del "Rex
Melli" e Mahmud al-Kati, autore del celebre Tarikh al-Fattash scriveva: "Abbiamo
sentito dalla maggior parte dei nostri contemporanei che al mondo vi sono quattro sultani,
a parte il sultano supremo (imperatore di Costantinopoli), e cioè i sultani di Baghdad,
del Cairo, del Bornu e del Mali".
Nel 1324 il sovrano Kanka Musa lasciò la città, diretto alla Mecca, con la sua carovana di 8.000 o forse più portatori e centinaia di cammelli schiacciati da due tonnellate e mezzo di oro. Al-Omari, cronista arabo dell'epoca, racconta che non vi fu né funzionario di corte né titolare di una carica sultanica qualsiasi che non ricevette dal sovrano una somma in oro. Tanto fu l'oro immesso sul mercato, che il suo valore in Egitto scese del 12%. Ma Timbuctu non era solo una miniera luccicante, meta di avidi mercanti. Timbuctu era un centro culturale da fare invidia all'Europa dell'epoca.
Racconta Leone Africano che: "In Tombutto sono molti giudici, dottori e sacerdoti,
tutti ben dal Re salariati: e il Re grandemente honora i letterati huomini". I
privilegi accordati ai saggi che insegnavano all'università di Sankoré e nelle 180
scuole coraniche della città, erano immensi e ciò spiega perché numerosi intellettuali
attraversassero le sabbie del Sahara per raggiungere le scuole di Timbuctu. Narrano le
cronache che Abd ar-Rahman, celebre saggio del Hegiaz, raggiunta Timbuctu al tempo di
Kanka Musa, la trovò piena di giureconsulti provenienti da tutto il mondo islamico e,
accortosi che costoro erano assai più eruditi di lui nel campo del diritto, ripartì per
Fez. Anche un viaggiatore colto e smaliziato come Ibn Battuta rese omaggio alla regina
delle sabbie e all'intero regno del Mali dove, secondo l'autore, in ogni villaggio si
trovava un alloggio sicuro, si poteva viaggiare confortevolmente senza la necessità di
portarsi dietro né grosse quantità di viveri, né una scorta armata.
Così è nato il mito di Timbuctu. Lo stesso che animò il maggiore Laing, che la
raggiunse nel 1826, ma non riuscì a narrare la sua prodezza. Venne infatti assassinato
dalla sua stessa scorta sulla via del ritorno. Erano passati cinque secoli dai viaggi di
Ibn Battuta e le condizioni erano diverse. Lo stesso mito che fece scrivere a René
Caillé: "La città di Timbuctu divenne il continuo oggetto dei miei pensieri, lo
scopo di ogni mio sforzo. Presi allora una irrevocabile decisione: riuscire o
morire". Non morì, lui. Camuffato da arabo arrivò a Timbuctu per raccontarla così:
"Non era così grande né così affollata come mi aspettavo... Non una voce, si
respirava dappertutto una grande tristezza". Caillé tornò a casa carico di gloria,
ma con un mito in meno.
La Timbuctu di oggi delude molti visitatori, che si aspettano un Eldorado africano. Alcuni la considerano "morta", ma si tratta di sguardi distratti. La storia non si è fermata. Un monumento alla periferia della città ricorda la pace firmata nel marzo 1996 tra l'esercito e i Tuareg, dopo anni di conflitto. "La guerra è finita, ora c'è lo sviluppo" dicono i Tuareg accampati fuori dalla città. Persa gran parte delle loro mandrie a causa delle. siccità recenti, questi nomadi sono ora costretti a tentare un reinserimento nella società sedentaria, con l'aiuto di alcune Ong locali. Le donne, abituate a gestire i villaggi, stanno apprendendo le tecniche della tessitura e della tintura, mentre per gli uomini, abituati alla vita nomade, la trasformazione è più difficile. Inoltre, in questo nuovo contesto di sedentarizzazione, i rapporti di genere sono mutati. "Prima gli uomini stavano lontani per molti mesi, noi facevamo la vita a modo nostro - racconta una donna - ora sono sempre qui con noi e la convivenza non è facile".
Qualcosa sta cambiando, anche a Timbuctu. Nella biblioteca del Centro Ahmed Baba,
creato nel 1973, sono ospitate opere di valore inestimabile, come alcuni antichissimi
corani miniati in oro, oppure trattati di ottica, fisica e opere di Avicenna. La raccolta,
che conta circa 15.000 manoscritti, conservatisi intatti grazie al clima secco del
deserto, è la più grande dell'Africa. Vi si trovano libri risalenti fino al XIII secolo.
È un'emozione grande quella che si prova nel prendere in mano testi così antichi.
"Il nostro obiettivo attuale è la riscrittura della storia africana a partire da
questi manoscritti - afferma con orgoglio il direttore - anche se si devono fare i conti
con la mancanza di mezzi".
È difficile dire se si tratta di suggestione da mito o meno, ma ancora oggi a Timbuctu si
respira la storia. "Qui la storia è pesante" ci ha detto un anziano insegnante,
passeggiando per le vie invase dalla sabbia. Timbuctu è là, lontana, alla fine del
mondo, dicono in molti, ma si tratta di una deformazione. Timbuctu è lontana da cosa? Da
un centro che abbiamo disegnato noi e che forse, oggi, con un po' d'umiltà, dovremmo
cancellare e trasformarlo in uno dei tanti centri da cui sono nate grandi culture. Se un
tempo erano le miniere d'oro ad attirare a Timbuctu molti avidi mercanti, oggi la sua
ricchezza sta in questo suo scrigno di sabbia che conserva una storia, che non è solo
sua, ma di tutti noi.
![]()
L'intervento del CisvPompe idrauliche per fermare il desertoDietro alle dune sabbiose che orlano le rive del fiume Niger si apre un paesaggio
nuovo, che sfugge agli occhi del viaggiatore distratto. In mezzo alla piana crostosa si
stagliano rettangoli di verde intenso. Grazie all'utilizzo di piccole pompe è stato
possibile creare dei perimetri irrigui, destinati alla coltivazione del riso. In questo
modo i contadini non devono più dipendere dai capricci delle piogge per conoscere le
sorti dei loro raccolti. Inoltre questi perimetri garantiscono una resa per ettaro di 4-5
tonnellate, cifra estremamente superiore di quella dei campi che dipendono dalle piogge
(0,5 tonnellate circa per ettaro). |
![]()
![]()
La regione di Nyafunké, nel nord del Mali ai limiti del deserto del Sahara, vive ormai da diversi anni una situazione drammatica a causa delle periodiche siccità. Le condizioni di vita sono molto dure: scarsità di cibo, alimentazione ridotta e squilibrata, carenza di acqua potabile, situazione sanitaria critica. La pastorizia, attività tradizionale della zona, è compromessa dalla progressiva scomparsa dei pascoli. Il progetto dei Cisv prevede di realizzare nel corso del 1998 dei nuovi perimetri irrigui per la coltivazione dei riso traendo dal fiume Niger, con delle pompe idrauliche, l'acqua necessaria alla coltivazione. Questi appezzamenti di terreno irrigato garantiscono una buona resa per ettaro (4-5 tonnellate circa) a fronte di quelle molto più scarse dei campi che dipendono dalle piogge (0,5 tonnellate circa per ettaro). I perimetri sono ridotti come superficie (7-8 ettari) per favorire la semplicità nell'autogestione da parte delle famiglie assegnatarie.
I COSTI PREVISTI
Totale: 550.000 |
Puoi versare il tuo contributo sul c/c n. 26032102 intestato al CISV, corso Chieri 121/6 - Torino. Indicare nella causale: Mali.
Volontari per lo sviluppo -
Febbraio 1998
© ASPEm - CCM - CISV - CELIM