3.   1999 – 2003: Il Guatemala del presidente Portillo

 

a)   Una  valutazione generale

 

Dopo i quattro anni di governo del presidente Portillo e del FRG nulla è cambiato in Guatemala per quanto riguarda la lotta contro la povertà, le discriminazioni sociali, razziali e contro le donne, i privilegi di gruppi ristretti, l’emarginazione della maggioranza dei cittadini. Ulteriormente collassati risultano i già insufficienti servizi per la salute, istruzione, abitazioni e sicurezza alimentare.

Fra gli aspetti parzialmente positivi generati dalla fine del conflitto interno c’è il clima di maggior distensione politica che si è riflesso nella contesa elettorale e l’inserimento abbastanza soddisfacente degli ex guerriglieri dell’URNG nella vita civile ed una maggiore, anche se ancora insufficiente, partecipazione della componente indigena. Ma degli Accordi di pace nulla di importante è stato convertito in legge. E mentre non sono state risarcite le vittime civili del conflitto armato, sono state destinate ingenti somme per soddisfare gli irriducibili della PAC, la base d’appoggio privilegiata del FRG, che hanno accompagnato le loro pretese con la violenza.

Le politiche economiche basate sull’interpretazione neoliberale del libero mercato non hanno portato la crescita degli investimenti, dell’occupazione, dei salari, dell’accesso al credito per la piccola imprenditoria ed il cooperativismo. Ne è seguito un ulteriore deterioramento delle condizioni economiche del paese, stante l’assenza di un qualsiasi piano di sviluppo rurale e di ricerca di alternative produttive.

La politica fiscale non solo non ha portato all’aumento del gettito, ma, invece di incrementare il bassissimo carico delle imposte dirette, ha rafforzato la struttura basata su quelle indirette, specie sui consumi di prima necessità. Ne consegue che le imposte dirette sono rimaste al  2% del PIL, mentre quelle indirette sono passate dal 6,2 al 7,6% del PIL, aggravando le condizioni di disuguaglianza e povertà. Evasione e frode fiscale non sono state adeguatamente perseguite.

A fronte di questa situazione Portillo non ha fatto che continuare il discorso populista, con le variazioni del tipo “Sono i ricchi che non ci lasciano governare”.

In effetti si è formato un potere occulto con una rete di gruppi politici paralleli che hanno guadagnato spazi e posizioni di potere dentro e fuori del governo. Nuovi affaristi, gruppi paramilitari, criminali organizzati, narcotrafficanti, burocrazia politica hanno fatto da padroni.

Violenza generalizzata, disintegrazione sociale, disordine pubblico sono state le naturali conseguenze della pressoché totale assenza di governabilità e del livello di corruzione negli organi dello stato.

 

b)   L’affossamento di fatto degli Accordi di pace

 

Compiuta la fase della smobilitazione della guerriglia e ristabilite più soddisfacenti relazioni internazionali, si può dire che il processo di pace guatemalteco nell’epoca Portillo si è esaurito. Gli spazi e le strutture politiche (Commissioni paritetiche) previste per la negoziazione e la concertazione su questioni fondamentali hanno operato, ma il loro prodotto non è stato in pratica utilizzato.

Particolarmente disattese le aspettative di cambiamento in punti cruciali come:

·     Situazione economica ed agraria e politiche sociali.

·     Popolazioni indigene e popolazioni sradicate per gli effetti del conflitto armato.

·     Riforma dell’esercito e del sistema di intelligenza militare: i limiti di bilancio prescritti sono stati abbondantemente superati.

·     Riforma del sistema giudiziario e della sicurezza pubblica, con repressioni dei violatori dei diritti umani e della criminalità.

·     Riforma fiscale, per assicurare le risorse da destinare all’applicazione degli Accordi con equo carico sui cittadini.

In definitiva il governo Portillo ha perseguito l’applicazione degli Accordi di pace solo nella misura in cui non toccassero gli interessi delle strutture del potere tradizionale: imprenditori, potere finanziario, esercito, classe politica ristretta, giovandosi del fatto che la società civile, dispersa e frammentata, poco è informata dei termini del processo stesso.

L’insoddisfacente situazione relativa all’applicazione degli Accordi di pace è stata più volte denunciata dalla Commissione permanente delle Nazioni Unite in Guatemala – Minugua – nei suoi periodici rapporti, fino a definire le condizioni in cui continuano a trovarsi i popoli indigeni, sottoposti ad un regime di discriminazione, sfruttamento ed ingiustizia a causa della propria origine, cultura e lingua, una condizione di “apartheid” di fatto”.

Numerosi gli appelli internazionali da parte di istituzioni importanti che vanno dall’Unione Europea al Gruppo dei paesi amici che stanno aiutando il Guatemala e che richiamano il governo Portillo al rispetto degli impegni presi nella campagna elettorale.

 

c)   Violazioni dei diritti umani, criminalità dilagante: impunità e débâcle della giustizia

 

I quattro anni di governo Portillo e del FRG hanno visto un ulteriore incremento della criminalità a tutti i livelli e l’intensificazione delle violazioni dei diritti umani. La società vive in un clima di violenza nel quadro della bancarotta del sistema giudiziario e delle forze di sicurezza, che ha determinato una situazione di impunità generalizzata.

Dopo molti anni dalla firma degli Accordi di pace l’intensificazione delle violazioni dei diritti umani, che negli anni del conflitto armato venivano presentate come indispensabili strumenti operativi per combattere la guerriglia, dimostra che il terrore organizzato può avere una radice che va oltre il momento della guerra. E’ invece una costruzione sociale radicata nella storia del paese, usata da chi ha più potere per risolvere a proprio favore le controversie.

Gli avvenimenti che si sono verificati in questi ultimi anni evidenziano tre motivazioni principali:

a)   la disputa sul passato

b)   la regolazione dei conti con gruppi antagonisti, specie ai danni di quelli di opposizione

c)   la volontà di condizionare importanti settori della stampa.

Il carattere sistematico ed organizzato degli atti di terrore fa supporre che siano opera di gruppi molto esperti, che difficilmente possono trovarsi fuori dall’apparato dello stato, anche se non promossi dall’istituzione in quanto tale. Sono squadre che non hanno rapporti tra di loro e pare non conoscano i mandanti e nemmeno le motivazioni  delle loro azioni criminose.

Le numerose denunce giunte da più parti non hanno sortito esito alcuno.

L’esperta del Settore dei diritti umani delle Nazioni Unite Hina Jlani, rappresentante personale del segretario generale Kofi Annan, dopo una visita in Guatemala ha dichiarato che nel paese si è instaurato un clima di intimidazione e di terrore che non trova reale opposizione né da parte della polizia né da parte della magistratura. Hina Jlani ha affermato che operano senza difficoltà gruppi clandestini che agiscono come squadroni della morte e che maggiormente a rischio, e quindi più colpiti, sono coloro che indagano sugli episodi di repressione di massa che si sono  verificati negli anni della guerra interna.

Nei suoi periodici rapporti la Commissione permanente delle Nazioni Unite in Guatemala – Minugua – ha ripetutamente denunciato le gravissime violazioni dei diritti umani che colpiscono, anche con esecuzioni extragiudiziali, dirigenti di organizzazioni popolari, sindacali, contadine, indigene e cittadini che hanno appoggiato azioni giudiziarie contro militari, rimarcando inoltre il dilagare della criminalità nella quasi assoluta latitanza dello stato.

Stesse denunce sono arrivate dal Dipartimento di Stato USA, dove si sottolinea anche la corruzione dilagante ad ogni livello e la connessione  di elementi della polizia e dell’esercito con il narcotraffico. Amnesty International ha chiesto al segretario generale delle Nazioni Unite di creare una Commissione speciale per investigare sui casi di violenza politica in Guatemala.

Un esempio significativo di come stia andando la giustizia in Guatemala è rappresentato dalle vicende legate all’assassinio di monsignor Gerardi.

A seguito di un lunghissimo e contraddittorio periodo di indagini, il 7 giugno 2001, dopo un processo contrastato nel corso del quale hanno dovuto rifugiarsi all’estero per salvaguardarsi la vita un giudice, due pubblici ministeri e sette testimoni, un tribunale penale guatemalteco  ha emesso una sentenza con la quale si condannano a 30 anni di reclusione  per la partecipazione al crimine il colonnello a riposo Byron Lima Estrada, il capitano Byron Lima Oliva ed il sergente Obdulio Villanueva Arevalo, ed a 20 anni per favoreggiamento il sacerdote cattolico Mario Orantes.

A fronte di un impianto probatorio poco solido per la mancata individuazione degli autori materiali del delitto, nulla è stato fatto per accertare le responsabilità dei più alti livelli dei servizi di sicurezza militari, nonostante le evidenze emerse dal dibattito.

Successivamente la Corte d’Appello ha annullato la sentenza rimandando ad un nuovo processo, e poi la Corte Suprema di Giustizia ha sospeso tutto; ora il caso è al giudizio della Corte Costituzionale. Nel frattempo, in circostanze oscure, è stato assassinato in carcere il sergente Obdulio Villanueva.