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Che cosa compro?
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Cosè il prodotto che sto per acquistare? Spaghetti, linguine
o vermicelli? Tonno, salmone o trota in scatola? Tè, camomilla
o tisana derbe?
Per rispondere a questa domanda, letichetta riporta la denominazione
del prodotto, che consente di distinguerlo da altri simili.
La denominazione di vendita non va confusa con il marchio di
fabbrica o con altri nomi di fantasia attribuiti al prodotto,
che in ogni caso non possono sostituire la denominazione.
E può essere solo quella prevista dalle norme che disciplinano
il prodotto, o quella consacrata da usi e consuetudini. Se manca
un nome riconosciuto, ci può essere la descrizione del prodotto
accompagnata, se necessario, da informazioni sulla sua natura
e utilizzazione (ad esempio: crema dolciaria da spalmare).
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La "libera immagine"
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Moltissime confezioni sono illustrate da foto o disegni raffiguranti
il prodotto finito. Si vede il piatto già pronto in tavola,
con contorni e condimenti che non vi sono affatto compresi. Su
una scatola di preparato per pizza potreste ammirare una pizza
già cotta con tanto di olive e mozzarella. Ma non vi fate illusioni:
le olive e il formaggio dovrete comprarle a parte. Se osservate
con attenzione, scoprirete una scritta a caratteri microscopici
che vi avverte: è solo una libera immagine.
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Il prezzo
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Compare sulla confezione o su un cartello sullo scaffale di vendita.
In ogni caso il venditore deve attenersi al prezzo esposto, non
può chiedere di più dicendo che il prezzo è cambiato.
Lideale è che oltre al prezzo unitario della confezione sia riportato
anche il prezzo al chilo o al litro: in questo modo è più facile
confrontare prodotti simili e valutarne la convenienza. E accorgersi che la confezione apparentemente più economica in
realtà costa di più perché contiene una minore quantità di prodotto.
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La qualità
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Due polli nel bancone frigorifero di un supermercato in apparenza
uguali: qual è migliore? Risposta: quello di classe A, meglio
ancora se A/1, che deve avere belle cosce e petto carnoso. È
come nel gioco del calcio: i polli di serie A sono di qualità
superiore.
Scelgo la camomilla setacciata o quella corrente? A sorpresa,
la varietà corrente è la migliore, perché, essendo ricavata
da tutte le parti del fiore, contiene più olio essenziale di camomilla,
e quindi fa dormire prima. Naturalmente, controllate anche il
termine massimo di conservazione, perché nel tempo la camomilla
perde le sue proprietà.
Questi esempi ci fanno capire che letichetta ci aiuta anche a
valutare la qualità di un prodotto.
A volte bisogna saper interpretare i valori numerici che letichetta
riporta. Non tutti sanno che un aceto con il 7 per cento di acido
acetico è di qualità migliore rispetto a uno con acidità del 6
per cento.
Altro esempio: è da preferire una salsiccia che in etichetta dichiara
un rapporto collagene/proteine del 18 per cento o una che dichiara
il 30 per cento? Senza dubbio la prima, perché il collagene corrisponde
alle parti di scarto del suino (come i tendini), ed è bene che
la sua percentuale sia bassa.
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Super, extra, puro,
purissimo, sublime
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Letichetta non deve mai ingannare il consumatore. Non solo non
può dichiarare ingredienti o caratteristiche non corrispondenti
al vero, ma è anche vietato usare espressioni vaghe che in realtà
non significano un bel nulla. Ad esempio, letichetta di un prosciutto
crudo non può utilizzare termini come classico, autentico,
extra, super, di qualità superiore, puro, purissimo,
sublime, di alta qualità, e via dicendo, che in realtà non
hanno un preciso significato. Il prosciutto crudo può soltanto
fregiarsi delleventuale denominazione dorigine, e letichetta
può al limite specificare se si tratta di prosciutto disossato
o affettato.
In generale, il fabbricante non può attribuire a un prodotto alimentare proprietà
particolari quando anche altri prodotti analoghi hanno le stesse
caratteristiche.
Le etichette degli alimenti non possono neanche vantare proprietà
curative, visto che non sono farmaci.
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Gli Ingredienti
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Le etichette devono riportare la lista di tutti gli ingredienti,
compresi gli additivi, in ordine decrescente di peso: il primo
della lista è quindi quello principale.
Se sul retro di una confezione di merendine leggiamo: ingredienti:
zucchero, olio vegetale, farina di grano tenero tipo 0, uova
vuol dire che lo zucchero è lingrediente più abbondante.
Su un minestrone in busta o su purè in polvere, che ritornano
allo stato normale aggiungendo acqua o latte, gli ingredienti
possono essere elencati secondo lordine delle proporzioni del
prodotto ricostituito, purché sia specificato ingredienti del
prodotto pronto per il consumo.
Anche lacqua può figurare nellelenco degli ingredienti, ma secondo
regole particolari: il suo impiego deve essere dichiarato soltanto
se supera il 5 per cento in peso nel prodotto finito. Ci si riferisce
però solo allacqua aggiunta, senza calcolare quella già presente
negli ingredienti originari, o che serve a ricostituire un alimento
disidratato o concentrato.
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Ingredienti composti
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Uno degli ingredienti può a sua volta essere composto da più sostanze.
Ad esempio, sulla confezione di una crostata possiamo leggere
tra gli ingredienti confettura di prugne (24%). Ma non leggiamo
gli ingredienti della confettura. La legge, infatti, consente
di non indicare i sub-ingredienti quando lingrediente composto
rappresenta meno del 25% dellintero prodotto.
Se invece la confettura fosse stata il 25 o il 26%, sarebbe stata
obbligatoria lenumerazione dei suoi componenti.
Questa norma può rappresentare un grave rischio per chi è affetto
da allergie: per scatenarle basta anche una piccolissima percentuale
della sostanza scatenante, ben inferiore al 25%, e pertanto non
indicata in etichetta se allinterno di un altro ingrediente.
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Di, con, al...
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Che differenza cè tra una scatola di tonno con piselli e una
di piselli al tonno?
Lingrediente citato per primo, dice la legge, deve essere il
principale. Quindi nel tonno con piselli non possono esserci
più piselli che tonno.
Attenzione, però, alle preposizioni. Se letichetta parla di gnocchi
di patate, allora le patate sono lingrediente preponderante.
Se invece si tratta di gnocchi con patate, probabilmente al
primo posto cè la farina di grano tenero.
Di norma, se un ingrediente entra a far parte del nome del prodotto
la sua percentuale dovrebbe essere dichiarata, ma scappatoie legislative
in alcuni casi consentono di non farlo. Proprio nel caso degli
gnocchi, per esempio, non sempre la percentuale delle patate è
indicata.
Sembra uno scherzo, ma il fatto che si scriva con o al comporta
o meno lobbligo per il produttore di segnalare, in percentuale,
la quantità dellingrediente evidenziato.
Così, dove si legge con tonno si troverà, per esempio, tonno
7 per cento; se invece è scritto al tonno, la quantità potrebbe
essere minima. Ma non è una regola rigida. In una crostata alla
confettura di prugne può esserci il 24 per cento di confettura.
In un gelato alla banana, secondo il codice di autodisciplina
delle principali aziende del settore, deve esserci almeno il 15
per cento di banana. In un gelato al gusto di banana, invece,
potreste non trovare neanche un grammo di questo frutto, ma laroma.
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Ricchi e poveri
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Succo di pompelmo senza zucchero, biscotti senza sale aggiunto,
fette biscottate prive di grassi animali, cereali ricchi di
fibre. Cosa indicano esattamente le preposizioni ricco di e
senza in etichetta?
Un alimento può essere detto ricco di fibre solo se ne ha almeno
7 grammi ogni 100 grammi di prodotto.
Ricco di proteine, significa che ce ne sono almeno 13 grammi.
Lalto tenore di una certa vitamina, invece, può essere sottolineato
solo se supera il 30 per cento dellapporto giornaliero raccomandato. Lo prevede una proposta di direttiva Ce a cui già la maggior
parte dei produttori si attiene.
Povero di calorie significa che il prodotto ha meno di 40 calorie
per etto. Senza colesterolo indica che ce nè meno di 5 milligrammi
per 100 grammi.
Per il senza zucchero, il limite è lo 0,5 per cento sul peso
totale. Senza grassi, se sono meno dello 0,15 per cento.
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Categorie di ingredienti
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Per certi ingredienti è consentito riportare solo il nome della
categoria di appartenenza: se tra gli ingredienti figurano grassi
vegetali o animali raffinati, non è obbligatorio specificarne
lorigine.
Allo stesso modo, se tra gli ingredienti ci sono spezie o piante
aromatiche che non superano il 2% in termini di peso, non è necessario
indicarne il tipo. Se è presente frutta candita (non superiore
al 10% del peso) non è obbligatorio specificare qual è esattamente
la frutta. Stesso discorso per gli ortaggi misti presenti in misura
non superiore al 10%: è sufficiente lindicazione generica.
Se invece è utilizzata della carne, è possibile leggere di che
specie (ad esempio, carne bovina). Ma le carni di pollo o di tacchino,
possono essere genericamente indicate come carni di volatili,
se la confezione non fa riferimento a una specie precisa.
Stesso discorso per il pesce: dalletichetta non è dato sapere
di che razza e tipo, a meno che non figuri nello stesso nome del
prodotto.
È sufficiente lindicazione della categoria senza altre specificazioni
anche per i seguenti alimenti quando sono utilizzati come ingredienti:
formaggi: possono non essere citati in etichetta a meno che
il nome o la presentazione del prodotto che li contiene non facciano
riferimento a un particolare tipo;
succo di agrumi aggiunto a una bevanda analcolica: non si può
sapere quali sono gli agrumi;
gomma base (qualsiasi preparazione di gomma base utilizzata
per le gomme da masticare);
aromi e aromi naturali: letichetta può anche non indicare quali
sono gli aromi;
proteine vegetali;
oli raffinati animali o vegetali diversi dallolio di oliva
(da indicare solo se si tratta di oli idrogenati).
Per gli additivi chimici, invece, oltre alla categoria si può
leggere il nome specifico o in alternativa il codice Cee (lettera
E seguita da un numero di tre cifre). Questo vale per:
coloranti;
antiossidanti;
emulsionanti;
addensanti;
gelificanti;
stabilizzanti;
esaltatori di sapidità;
acidificanti;
correttori di acidità;
antiagglomeranti;
edulcoranti artificiali (cioè i dolcificanti);
polveri lievitanti;
antischiumogeni;
agenti di rivestimento (cere, gomme, resine ecc.);
agenti di trattamento della farina;
sali di fusione dei formaggi fusi.
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La tabella nutrizionale
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Farà ingrassare? Sarà pesante? Ha un buon valore nutritivo? Il
consumatore può avere una risposta su queste domande consultando
la tabella nutrizionale del prodotto, dove in bellordine sono
riportati i valori di proteine, grassi, calorie e così via.
Non vi fidate troppo, però. Secondo uninchiesta della rivista
dei consumatori inglesi Which?, le tabelline peccano spesso
di imprecisione: non sempre i principi nutritivi dichiarati in
etichetta corrispondono a quelli effettivi rilevati nel test.
A volte lo scarto è notevole.
Secondo la legge, la tabella è facoltativa, ma diviene obbligatoria
quando linformazione nutrizionale figura in etichetta o nella
presentazione o nella pubblicità del prodotto. In altre parole,
quando il prodotto vanta o suggerisce particolari caratteristiche
nutrizionali (alto o basso valore energetico, nutrienti ecc.).
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Informazioni Nutrizionali
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| Valore energetico |
kcal 370 |
| Proteine |
g 6,8 |
Carboidrati
di cui zuccheri
amidi |
g 50,3
g 24,3
g 23
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| Grassi |
g 15,8 |
| Fibre alimentari |
g 2,4 |
| Sodio |
g 0,24 |
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valori per 100 g (1 fetta di Vzabc)
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Nella tabella nutrizionale si possono leggere i dati relativi
a:
valore energetico (espresso in calorie, o eventualmente anche
in kiloJoule);
proteine (grammi);
carboidrati (grammi), eventualmente distinguendo tra zuccheri,
amido e polialcoli;
grassi o lipidi (grammi), eventualmente con la distinzione tra
grassi saturi, insaturi e polinsaturi, e contenuto in colesterolo
(in milligrammi);
fibre alimentari (grammi);
sodio (grammi);
vitamine e sali alimentari presenti in quantità significativa.
I valori possono riferirsi a 100 grammi (o 100 millilitri), oppure
a una porzione.
I dati sulle vitamine e i sali minerali possono anche essere espressi
come percentuale della razione giornaliera raccomandata, anche
mediante rappresentazione grafica.
Il valore energetico si calcola così:
carboidrati (a eccezione dei polialcoli): 4 calorie per grammo;
polialcoli: 2,4 calorie per grammo;
proteine: 4 calorie per grammo;
grassi: 9 calorie per grammo;
alcol (etanolo): 7 calorie per grammo;
acidi organici: 3 calorie per grammo.
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Gli additivi
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Se leggete con attenzione la lista degli ingredienti, troverete,
di solito in fondo allelenco, alcune sostanze che non sono alimenti,
ma che agli alimenti vengono aggiunte per dare un determinato
colore, per fare in modo che il prodotto si conservi a lungo o
che abbia una certa consistenza e altro ancora.
Sono gli additivi. Ce ne sono di tanti tipi, diversi sia per impiego
che per provenienza. Alcuni sono ottenuti in laboratorio, per
esempio dal petrolio; altri invece sono di origine naturale.
Spesso sono indicati non con il nome per esteso, ma solo con la
categoria e un codice di 3 cifre, uguale per tutti i Paesi dellUnione
europea, preceduto dalla lettera E.
Ad esempio, letichetta potrà riportare indifferentemente la scritta
Antiossidante: Acido L-ascorbico, oppure lequivalente Antiossidante:
E 300.
Per i coloranti la prima cifra è sempre 1, il 2 è invece il
prefisso dei conservanti antimicrobici, con il 3 iniziano le
sigle di antiossidanti, acidi e regolatori di acidità, il 4
indica addensanti, gelificanti e stabilizzanti.
Tanto per citare i più comuni lE 124 è il rosso cocciniglia che
colora sciroppi, bibite e gelati; dietro la sigla E 201 si nasconde
il sorbato di sodio, un conservante antimuffa; E 322 è la lecitina
di soia, utilizzata sia come antiossidante nei dolci che come
emulsionante in: margarina, budini, gelati, e altro ancora; E
450 sono i polifosfati, impiegati negli insaccati, nel latte in
polvere, nei formaggini e in altri alimenti.
Lindicazione in codice dice ben poco ai non addetti ai lavori:
non si può certo fare la spesa portandosi le tabelle Cee! Eppure,
il consumatore avrebbe il diritto, visto che si tratta di tutelare
la propria salute, di sapere cosa finisce nel piatto.
Un piccolo trucco per saperne di più è quello di leggere anche
le indicazioni in altre lingue, quando ci sono. Su una confezione
di merendine può capitare di leggere, nella versione italiana,
agenti lievitanti E 450, E 500, stabilizzante E 420 e nella
versione in lingua inglese i nomi per esteso: sodium acid pirophosphate,
sodium bicarbonate, sorbitol, cioè il bicarbonato di sodio e
sorbitolo, che è un tipo di zucchero. Certo, anche i nomi per
esteso possono risultare oscuri, ma è già un passo avanti.
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Che cosa fa male?
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Gli additivi destinati ai prodotti alimentari vengono sottoposti
a studi e controlli per verificarne leventuale tossicità per
luomo. A svolgere ricerche e sperimentazioni a livello mondiale
è una commissione congiunta della Fao e dellOrganizzazione mondiale
della sanità (Oms), che determina la Dose giornaliera accettabile
(in sigla Dga) degli additivi, cioè la quantità di sostanza che
luomo può ingerire quotidianamente per un lungo periodo senza
correre rischi per la salute.
I valori di Dga sono espressi in millesimi di grammo e si riferiscono
a un chilogrammo di peso corporeo (se ad esempio la Dga è pari
a 1 milligrammo, per un uomo che pesa 70 chili la soglia del rischio
è di 70 milligrammi).
Ma torniamo alla commissione Fao-Oms. Una volta che ha stabilito
la Dga di un nuovo additivo, lo comunica alle commissioni scientifiche
dei vari Paesi, cui spetta la decisione ultima su quali additivi
possono essere utilizzati e in che quantità.
A conclusione di questo libro troverete i valori della Dga per
gli additivi alimentari di uso più comune. Per ogni sostanza potete
leggere il codice Cee, la Dose giornaliera ammessa per chilo di
peso corporeo, e poi in quali alimenti viene usato di solito e
quali sono i possibili rischi per la salute. Ricordate: Dga più
basse corrispondono a sostanze più tossiche.
Le tabelle parlano chiaro: per molte delle sostanze chimiche aggiunte agli alimenti ci sono
fondati sospetti della comunità scientifica, quando non addirittura
certezze, che possano essere dannose per la salute.
Come difendersi? La prima arma è linformazione: sullo stesso
scaffale del supermercato possiamo trovare due prodotti apparentemente
uguali, ma leggendo con attenzione letichetta possiamo scegliere
quello con meno aggiunte chimiche.
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I coloranti
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Berreste unaranciata che non sia di un bel colore arancione?
Mangereste un gelato alla fragola che non sia rosso ma grigiastro?
La risposta, probabilmente, è no. Quando si mangia e si beve,
anche locchio vuole la sua parte. I fabbricanti di prodotti alimentari
lo sanno, e per questo usano i coloranti, che spesso servono a
ripristinare il colore che lalimento ha perduto durante la lavorazione.
Un esempio? Lessenza di menta senza aggiunta di coloranti sarebbe
incolore.
Nellaranciata, che contiene solo il 12% di succo darancia, si
aggiunge un colore che ricorda lalimento fresco, ma di questo
ce nè ben poco.
I coloranti possono essere estratti da vegetali o da animali (come
il rosso ottenuto per essiccazione di un insetto, la cocciniglia),
oppure prodotti di sintesi (che a volte riproducono esattamente
le molecole naturali).
Dal codice Cee si può capire il colore. Lo identifica, dopo la
lettera E, la seconda cifra (per i coloranti la prima cifra è
sempre 1):
0 = giallo;
1 = arancione;
2 = rosso (il rosso cocciniglia è lE 124);
3 = blu;
4 = verde;
5 = bruno/nero (il caramello, ad esempio, è lE 150).
Da E 160 a E 200 si tratta di coloranti misti o con sfumature
diverse, raramente usati.
I coloranti si trovano soprattutto nei prodotti dolciari, in particolare
quelli destinati ai bambini, o comunque che i bambini preferiscono.
Caramelle, gomme da masticare, pastiglie varie, gelati e ghiaccioli
ne sono pieni.
Leggete sempre le etichette delle caramelle: vi accorgerete che
tra i diversi prodotti in commercio ve ne sono alcuni che contengono
meno coloranti.
E se volete acquistare un ghiacciolo, cercate quelli colorati
con succo di frutta: anche dal punto di vista nutrizionale sono
migliori dei gelati fatti soltanto di acqua e zucchero, con laggiunta
magari dellEritrossina (E 127), un colorante con una Dga molto
bassa (0,6 mg per kg di peso corporeo), ritenuto sospetto per
aver provocato nei ratti di laboratorio alcuni casi di tumore
alla tiroide.
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Gli aromi
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Alcune sostanze aggiunte agli alimenti non hanno un numero di
codice Cee. Sono gli aromi, gli agenti per prodotti da forno,
gli intensificatori di sapore, i disperdenti, i ricoprenti, gli
zuccheri, su cui il consumatore non riceve molte informazioni,
perché il produttore può limitarsi a indicare la categoria e non
la specifica sostanza usata.
Solo per gli aromi va specificato se sono naturali (e in tal caso
letichetta dice aromi naturali) o se non lo sono (e allora
si leggerà semplicemente aromi).
Solo in Europa se ne utilizzano circa 3.500 tra quelli naturali
(come gli oli essenziali, dal limone allarancia, ricavati da
parti della frutta), e quelli di sintesi che spesso riproducono
perfettamente le molecole presenti in natura ma risultano più
convenienti per lindustria (come nel caso di mentolo, eucaliptolo
e vanillina)
Gli aromi, naturali e sintetici, vengono abbondantemente utilizzati
in bibite, prodotti da forno, gelati, caramelle e dolciumi. Secondo
una statistica americana, dei circa 3.000 diversi aromi aggiunti
ai cibi, circa 2.000 servono a rimpiazzare i sapori perduti durante
la lavorazione.
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I conservanti
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A cosa servono lo dice la parola stessa: a conservare in buono
stato gli alimenti. I conservanti, infatti, hanno la capacità
di bloccare i processi di deterioramento degli alimenti.
Sono sostanze di origine diversa, ma i più usati sono quelli sintetici.
Come i coloranti, anche i conservanti devono essere indicati in
etichetta con il nome specifico oppure con il codice E.
Vediamo più da vicino alcuni conservanti più comunemente usati.
Anidride solforosa: da E 220 a E 227, è utilizzata per la sua azione antimicrobica
e fungicida. Si trova soprattutto nel vino, per il quale però
non è obbligatorio segnalarne la presenza in etichetta.
Basta dare unocchiata alla tabella che riporta i contenuti massimi
ammessi dalla legge per questadditivo per capire come possa essere
facile superare il limite, soprattutto nel caso di bevitori di
vino. Il valore della Dga è di 0,35 milligrammi per ogni chilo
di peso della persona. Un uomo di 70 chili non dovrebbe assumerne
più di 24,5 milligrammi in un giorno (0,35x70). Se in un vino
bianco ladditivo fosse anche pari alla metà del limite di legge
(cioè 100 mg anziché 200) è evidente che già un quartino apporta
tutta la dose di additivo che mediamente è possibile sopportare
senza danni. Senza contare che questo conservante è diffuso in
moltissimi altri alimenti.
Oltre che come conservante, lanidride solforosa è impiegata per
usi più estetici, come anti-imbrunente per far apparire freschi
prodotti che non lo sono. Vale a dire, impedisce che carne macinata,
frutta (fresca ed essiccata), verdura fresca, patate e insalate
con il passare del tempo acquisiscano un naturale colore scuro.
È facile, quindi, trovare frutta essiccata con lo stesso colore
brillante che aveva quando era ancora appesa allalbero, carne
macinata che si mantiene rosa anche dopo qualche giorno, insalate
o verdure che sembrano appena colte.
Nitrati e nitriti: sono conservanti antimicrobici largamente utilizzati (da E 249
a E 252). Hanno una Dga molto bassa (vedi tabella), che è facile
superare proprio perché presenti in un grandissimo numero di alimenti.
Oltre che per la loro funzione di cane da guardia contro i microbi,
vengono utilizzati anche per la loro capacità di fissare il colore
nelle carni conservate, in quelle in scatola e nei salumi, che
altrimenti a contatto con laria diventerebbero grigie.
Superare la Dga è facile e pericoloso per la salute soprattutto
dei bambini, perché può indurre un minor trasporto di ossigeno
nel sangue. In realtà, per molti alimenti se ne potrebbe tranquillamente
fare a meno.
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I dolcificanti
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Lo zucchero e altri dolcificanti non sono utilizzati solo nei
prodotti dolci, ma anche in tantissimi altri. Persino nel salame,
dove serve ad accelerare la stagionatura.
I dolcificanti sintetici sono gli zuccheri ottenuti in laboratorio.
Sono spesso aggiunti ai prodotti light perché a parità di potere
dolcificante, hanno meno calorie dello zucchero. Per alcune di queste sostanze, come la saccarina, ci sono dubbi
di cancerogenità, ma è certa la nocività dellaspartame nei soggetti
affetti da una sindrome ereditaria detta fenilchetonuria (Pku),
che non curata tempestivamente scatena gravi disturbi mentali.
Per questo, le etichette dovrebbero mettere in rilievo la presenza
di aspartame, ma su molte caramelle e bibite light lavvertenza
è scritta negli stessi caratteri piccoli degli altri ingredienti,
e per giunta citata solo con il nome scientifico (fenalanalina)
e non con quello comunemente conosciuto (aspartame).
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Altri additivi
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Antiossidanti: ritardano lirrancidimento dei grassi contenuti negli alimenti
e, in generale, impediscono lalterazione dovuta allazione dellossigeno.
Un esempio è limbrunimento della frutta o della verdura dopo
che vengono tagliate. Se in cucina si evita questo effetto con
limone, aceto o olio, a livello industriale luso degli additivi
antiossidanti è generalizzato.
Ci sono antiossidanti naturali come la vitamina E (tocoferoli)
e lacido L-ascorbico (vitamina C di sintesi). Lantiossidante
più innocuo è proprio lacido L-ascorbico. Il più diffuso è, invece,
lanidride solforosa (codice E 220), additivo tossico, che non
deve superare il limite di 50 mg/kg come residuo dei trattamenti
sui vegetali.
Acidificanti: regolano il pH (che si legge pi-acca e misura il grado di acidità
di una sostanza) dellalimento.
Il grado di acidità esercita unazione determinante sullo sviluppo
dei microrganismi. Infatti, ogni specie di microbi si sviluppa
in modo ottimale a seconda del pH. Per esempio, il pH che i batteri
preferiscono è vicino a 7 (ambienti neutri), quello delle muffe
è invece superiore a 7 (ambienti basici), quello dei lieviti è
intorno a 4-4,5 (acidi).
I regolatori di acidità vengono utilizzati anche per modificare
la consistenza di certi alimenti, per esempio i dolci, ed esaltarne
il colore e laroma.
Addensanti: insieme a gelificanti e stabilizzanti, servono a dare consistenza
e stabilità allalimento. Trattengono grandi quantità di liquido
e creano quindi una consistenza a metà fra il liquido e il solido.
Sono aggiunti a creme in scatola, budini, maionese, gelati. La
consistenza del gelato, per esempio, dipende dalle dimensioni
dei cristalli dei ghiacci contenuti: aggiungendo agar-agar, gelatina
o gomma di cellulosa, si rende stabile la dimensione dei cristalli.
Altri additivi servono a far sciogliere il caffè in polvere senza
che formi grumi.
Polifosfati: rientrano nella categoria degli stabilizzanti. Sono usati nella
produzione di formaggini e del prosciutto cotto. Nei formaggini
consentono di ottenere un prodotto omogeneo, trattenendo lacqua
che altrimenti si separerebbe dagli ingredienti solidi. Per questa
stessa ragione gli alimenti pesano anche di più.
Sono sconsigliati soprattutto nellalimentazione dellinfanzia,
perché assunti in quantità eccessiva sottraggono calcio allorganismo.
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Peso netto
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Per ogni prodotto alimentare deve essere indicato il peso netto,
escluso cioè il peso della scatola, dellimballaggio o altre tare.
Deve essere espresso in chili o in grammi. Per i liquidi, si misura
in litri, centilitri (1 cl = 1/100 di litro) o millilitri (1 ml
= 1/1000 di litro).
A volte si legge peso nominale. Che vuol dire? Tra confezione
e confezione può determinarsi una leggera differenza di peso.
Per questo, si indica un valore nominale medio, dal quale ciascuna
confezione può scostarsi solo di una minima percentuale.
I prodotti soggetti a notevoli cali di peso o di volume dovrebbero
essere pesati alla presenza dellacquirente. In alternativa, il
venditore può marcare la quantità netta prima di esporre il prodotto
per la vendita.
Il peso non è indicato sulle confezioni ultraleggere che pesano
meno di 5 grammi o contengono meno di 5 millilitri. Il limite
è invece di 30 grammi per i prodotti dolciari. Per spezie ed erbe
aromatiche il peso netto va indicato anche per piccolissime quantità.
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Peso sgocciolato
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Se il prodotto alimentare solido è immerso in un liquido di governo,
oltre al peso netto totale deve essere indicata anche la quantità
di prodotto sgocciolato.
Per liquidi di governo si intendono:
acqua, soluzioni saline e salamoie;
aceto e altre soluzioni acquose acide;
soluzioni di acqua e zucchero o altre sostanze zuccherine;
succhi di frutta e di ortaggi complementari a conserve di frutta
o di ortaggi.
Come si vede, nellelenco non è compreso lolio, che non è considerato
liquido di governo ma un vero e proprio ingrediente. Dunque, una
scatola di tonno al naturale (dove il liquido di governo è lacqua)
deve dichiarare il peso sgocciolato, il tonno sottolio invece
no.
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Quante confezioni?
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Una scatola di purea di patate contiene di solito diverse buste
di polvere. Dentro una confezione di merendine ci possono essere
diverse tortine incartate una per una.
Già, ma quante sono le buste di purea? E quante le merendine?
La risposta si legge in etichetta. Che deve dire se nella confezione
troveremo sei tortine, piuttosto che cinque oppure otto. Oppure
che la polvere di patate è suddivisa in tre buste piuttosto che
in quattro.
Per molte persone, questa informazione è persino più utile dellindicazione
del peso netto, che da sola può non essere particolarmente significativa.
Per certi prodotti, se limballaggio esterno è trasparente e consente
di vedere allinterno, può non figurare il numero delle unità
contenute.
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Numero di lotto
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Qualche anno fa un fabbricante di birra olandese si accorse che
alcune bottiglie avevano un grave difetto: il vetro, di tipo poco
resistente, si frantumava impercettibilmente in corrispondenza
del tappo, disperdendo micro-schegge nella birra.
Il produttore cambiò bottiglie. Ma restava il problema di ritirare
quelle a rischio già in commercio, distinguendole da quelle sane.
Osservate il numero di lotto che compare sulletichetta, comunicò
lazienda, se corrisponde a certi codici, allora la bottiglia
è da buttare.
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Il numero di lotto è presente su quasi tutti i prodotti alimentari,
anche se di solito non ci facciamo caso. Identifica un certo gruppo
di prodotti usciti dalla fabbrica con caratteristiche identiche.
Per lotto, dice la legge, si intende un insieme di unità di vendita di una derrata alimentare,
prodotte, fabbricate o confezionate in circostanze praticamente
identiche.
Il codice che identifica il lotto in genere è preceduto dalla
lettera L.
Alcuni prodotti sono esonerati dallindicazione del numero di
lotto. Ad esempio, quelli che già indicano la data di scadenza
o il termine minimo di conservazione specificando giorno e mese.
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Data di scadenza
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Da consumarsi preferibilmente entro il 1° gennaio 1999. Cosa
vuol dire una scritta del genere? È la data fino alla quale il fabbricante garantisce che quel certo
prodotto conserverà le sue proprietà specifiche, se conservato
come si deve. Trascorso il termine minimo di conservazione (in sigla tmc),
il prodotto non va considerato necessariamente da buttare o addirittura
tossico, ma probabilmente è meno buono e non ha le stesse proprietà
nutritive che aveva allinizio.
Da notare che il termine viene deciso da ciascun fabbricante:
due prodotti di marche diverse confezionati nello stesso giorno
potrebbero avere termini di conservazione differenti.
Se invece sulletichetta cè scritto da consumarsi entro il 1°
gennaio 1999 (senza il preferibilmente), questa è la vera e
propria data di scadenza, entro la quale va assolutamente consumato.
Trascorso quel giorno, lalimento è da considerarsi non più commestibile
e tantomeno commerciabile. La legge infatti vieta la vendita dei
prodotti a partire dal giorno successivo alla data di scadenza
indicata sulla confezione. Ma la data di scadenza riguarda solo
pochi generi alimentari, quelli molto deperibili.
Chiarita la distinzione tra data di scadenza e termine minimo
di conservazione, spieghiamo un altro piccolo mistero: perché
in certi casi è indicato solo lanno, altre volte anche il mese,
e su certi prodotti persino il giorno.
Lindicazione esatta del giorno e del mese è obbligatoria per
i prodotti conservabili per meno di tre mesi, per i quali anche
pochi giorni in più o in meno potrebbero essere decisivi.
Lindicazione del mese e dellanno riguarda i prodotti alimentari
conservabili per più di tre mesi ma per meno di diciotto.
La sola indicazione dellanno è invece sufficiente per i prodotti
alimentari conservabili per 18 mesi o più.
Su alcuni prodotti, però, non compare né il termine minimo di
conservazione né la data di scadenza. È lecito non indicare alcuna
data per:
prodotti della panetteria e della pasticceria, che normalmente
sono consumati entro le 24 ore successive alla fabbricazione;
frutta e verdure fresche (anche se confezionate) purché non
abbiano subito trattamenti e non siano stati sbucciati o tagliati;
vini, liquori, spumanti e simili;
bevande con contenuto alcolico superiore al 10%;
aceto;
sale da cucina;
zucchero;
gomme da masticare;
caramelle, pastiglie e altri prodotti di confetteria consistenti
quasi unicamente in zuccheri, aromi e coloranti;
gelati industriali monodose, cioè in confezione singola.
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La data di produzione
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Per vederci più chiaro sarebbe però opportuno conoscere, oltre
al termine di conservazione, anche la data di produzione o di
confezionamento. Per il caffè, ad esempio, molte aziende fissano
la data limite di conservazione fino a diciotto mesi, mentre gli
esperti del settore affermano che il caffè non può mantenere il
suo aroma e la sua fragranza per così tanto tempo.
Solo su pochi prodotti è riportata la data di produzione. La legge
non la richiede, ormai, neanche per le uova fresche. Eppure conoscerla
sarebbe utile per valutare meglio la freschezza. E non solo: la data di produzione ci fa sapere, ad esempio, se una conserva
di frutta o verdura è stata preparata nella stagione in cui la
frutta o la verdura erano fresche, oppure se è stata fatta con
frutta e verdura conservate.
Tuttavia, anche quando non compare, la si può ricavare a partire
dal numero lotto, conoscendo la chiave per decifrare il codice.
Ma questa chiave è nota solo al produttore, a eccezione delle
conserve di origine vegetale (sottolio, sottaceto, pelati, marmellate
ecc.), per le quali è stabilita con decreto ministeriale anno
per anno: la lettera del codice rappresenta lanno, le tre cifre
il giorno di produzione. Ad esempio, R121 identifica il 121esimo
giorno del 1994, cioè il 1° maggio 94.
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Come conservare
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Per particolari prodotti, il termine di scadenza è garantito solo
se si adottano particolari accorgimenti, ricordati sulletichetta.
In particolare, la temperatura ideale di conservazione.
I prodotti freschi, infatti, si deteriorano rapidamente a causa
del calore e della stessa presenza dellaria: lossigeno è in
gran parte responsabile dei fenomeni di ossidazione che alterano
gli alimenti.
Su una confezione di bastoncini di pesce surgelati, ad esempio,
potreste trovare una tabellina di conservazione domestica. Vi
dice quanto tempo potete conservare i bastoncini a seconda delle
stellette che compaiono sul freezer o sul congelatore di casa.
Nel congelatore:
4 stelle o 3 stelle (18 gradi sotto zero): data ultima consigliata
dalla confezione;
2 stelle (-12 gradi) : 1 mese dallacquisto (e comunque non
oltre la data sulla confezione);
1 stella (-6 gradi): 1 settimana.
Nello scomparto del ghiaccio
3 giorni.
Unavvertenza importante che compare su tutte le confezioni di surgelati è che una volta
scongelato il prodotto non deve essere ricongelato.
A volte, le modalità di conservazioni non sono affatto intuitive.
Ad esempio, nei punti di vendita le uova sono tenute a temperatura
ambiente, ma il consumatore deve conservarle in frigorifero se
vuole che si mantengano a lungo fresche.
Le creme a base di tuorlo duovo, di latte o crema di latte sono
terreni di cultura ideale per salmonelle e altri pericolosi batteri
che vi si sviluppano rapidamente. Per questo, i prodotti contenti
creme devono essere isolati da altri alimenti se si conservano
in frigo.
Purtroppo, non sempre i produttori forniscono sufficienti spiegazioni
sulle modalità di conservazione. In molti casi, lunica raccomandazione
che compare sulletichetta è quella di conservare il prodotto
in luogo fresco e asciutto. Ma una volta aperto ci conviene tenerlo
in frigorifero? O va tenuto a temperatura ambiente? E poi entro
quanti giorni deve essere consumato? Sono quesiti che a tuttoggi
non trovano risposta sulle confezioni. Si può far conto solo sulle
buone abitudini igenico-alimentari dei consumatori e sulla loro
voracità.
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Modalità d'uso
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Preparatela così..., suggerisce qualche etichetta. E vi spiega
come preparare o cucinare il prodotto, a volte consigliando delle
ricette.
Le istruzioni per luso sono obbligatorie quando il consumatore
potrebbe confondersi. In ogni caso, si tratta di indicazioni molto
utili: fa sempre comodo sapere quanti minuti deve cuocere un certo
tipo di pasta, per non doverla assaggiare in continuazione.
Sui surgelati, dovrebbe anche essere indicato se è necessario
uno scongelamento graduale o se il prodotto può essere messo in
padella o nel forno appena uscito dal congelatore.
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Trattamenti
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Per prolungare la conservazione i produttori utilizzano trattamenti
fisici o chimici di vario genere. Anche questi si possono, in
genere, scoprire dalletichetta.
I metodi di conservazione chimici si basano sullaggiunta di sostanze
naturali o artificiali, ad esempio:
aggiunta di zucchero;
salatura (lalimento viene messo a contatto diretto con il sale
che agisce per osmosi sottraendo acqua; con questo metodo il gusto
e lodore dei cibi si altera e le proteine si denaturano);
salamoia;
sottaceto;
affumicatura (il fumo contiene sostanze antimicrobiche, tuttavia
si sospetta che il trattamento sviluppi sostanze cancerogene che
si accumulano soprattutto nella crosta nera che si forma sullalimento
affumicato).
aggiunta di conservanti.
I metodi di conservazione fisici sono invece:
il surgelamento: si può ottenere solo a livello industriale.
In meno di quattro ore tutte le parti dellalimento sono portate
a 18 gradi sotto zero. Questa temperatura viene mantenuta fino
alla vendita;
il congelamento: meno rapido, provoca una maggiore perdita di
proprietà nutritive;
la pastorizzazione: si basa sul riscaldamento, per un breve
periodo, al di sotto del punto di bollitura. È un trattamento
delicato, che non deteriora lalimento, ma non ne consente una
lunghissima conservazione;
lUht, cioè Ultra high temperature, e la sterilizzazione, trattamenti
al calore a temperature più elevate: il prodotto perde alcune
caratteristiche nutrizionali e di sapore (il latte Uht sa di cotto),
ma si conserva più a lungo;
la liofilizzazione e lessiccamento: lallontanamento dellacqua
limita lo sviluppo di microrganismi;
irraggiamento con radiazioni ionizzanti: questo metodo di sterilizzazione
deve sempre essere dichiarato in etichetta.
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Lavorazione
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Anche il tipo di lavorazione è importante. Prendiamo lolio di
oliva extravergine: se è ottenuto dalla premitura a freddo,
allora conserva le migliori caratteristiche.
A seconda della lavorazione si distingue tra pasta secca e pasta
fresca. Per questultima laggettivo fresca che accompagna
il sostantivo pasta non sta a indicare lepoca più o meno recente
di produzione, ma solo che non è stata sottoposta a essiccazione.
La pasta fresca, perciò, può anche essere venduta in confezioni
sottovuoto che si conservano per diverse settimane.
Quando il produttore ci tiene a far sapere che il suo prodotto
è stato ottenuto con una lavorazione particolare, lo riporta in
etichetta. Se su una scatola di tonno leggiamo lavorato fresco
sul luogo di pesca questo è un indizio di qualità e lo stesso
vale per lolio doliva extravergine spremuto a freddo o per la
pasta.
Qualche volta si può capire il grado di rispetto dellambiente
naturale: ad esempio, se nelle scatole di tonno è finita o meno
anche carne di delfino (ma lindicazione non è ancora obbligatoria).
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Doc e Dop
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Cosa vogliono dire queste sigle? Doc significa Denominazione di
origine controllata. Dop, invece, sta per Denominazione di origine
protetta.
Questi marchi li troviamo, ad esempio, sulle bottiglie di vino
o di olio doliva extravergine. Il fatto che siano Doc ne garantisce
la provenienza determinata esclusivamente da uve o olive, di una
zona, non mischiate con altre. Allo stesso modo, i prosciutti
Doc possono essere stagionati solo in un determinato territorio
(il comune di San Daniele in Friuli, una parte della provincia
di Parma).
Ogni prodotto Doc deve rispettare le regole di produzione tradizionale,
specificate in dettagliati disciplinari.
La sigla Doc è gradualmente sostituita dal termine Dop, che ha
valenza europea. Anche diversi formaggio tipici del nostro Paese
hanno avuto questo riconoscimento.
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Da dove viene il prodotto
e chi lo ha fatto
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Letichetta vi dice anche:
il nome (o la ragione sociale o il marchio depositato) e la
sede del fabbricante o del confezionatore o di un venditore stabilito
nellUnione europea;
la sede dello stabilimento di produzione o di confezionamento.
Da queste indicazioni il consumatore attento può sapere, tra laltro:
a chi si può rivolgere per ulteriori informazioni sul prodotto
o per inviare reclami o farsi cambiare la merce difettosa o avariata;
se il prodotto proviene da regioni o paesi rinomati per la bontà
di una certa specialità;
se il prodotto proviene da Paesi o produttori che si preferisce
evitare per le ragioni più varie, in particolare per timori di
carattere sanitario (ad esempio, il latte che proveniva dallEst
europeo dopo Chernobyl, o la carne di manzo inglese per via della
mucca pazza: ma anche in casi come questi sono rare le etichette
che parlano chiaro);
se il prodotto proviene da Paesi in via di sviluppo verso i
quali si vuole essere solidali, o viceversa da Paesi o produttori
che si vogliono boicottare.
Avete fatto caso che a volte letichetta indica la località in
cui il prodotto è stato fabbricato e confezionato, altre volte
no?
Lindicazione della sede dello stabilimento può essere omessa
nei seguenti casi:
prodotti provenienti da altri Paesi per la vendita in Italia
(senza alcuna trasformazione);
prodotti destinati allesportazione;
impresa produttrice o confezionatrice che disponga di un unico
stabilimento ubicato allo stesso indirizzo della sede legale o
sociale.
Se limpresa dispone di più stabilimenti, potreste trovare in
etichetta la lista completa, e lo stabilimento di effettiva produzione
evidenziato con un segno, una lettera o un numero.
Se poi il prodotto viene distribuito da un soggetto diverso sia
dal fabbricante che dal confezionatore, per legge la sede dello
stabilimento deve essere indicata specificando oltre alla località
anche lindirizzo completo.
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Numero verde
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Alcuni produttori, di propria iniziativa, mettono a disposizione
un indirizzo postale o un numero verde per segnalare prodotti
difettosi e chiedere informazioni sul prodotto. Chiamandoli, o
scrivendo, si può anche avere qualche ricetta di cucina.
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Codice a barre
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Quelle oscure lineette che compaiono ormai su ogni imballaggio
sono il codice a barre. Il codice viene decifrato dal lettore
ottico delle casse automatiche, che già hanno in memoria il prezzo
corrispondente, senza che la cassiera debba batterlo ogni volta.
Sulletichetta il codice a barre è tradotto anche in normali cifre
(12) comprensibili a tutti: le prime due identificano la nazionalità
del proprietario del marchio che di norma è il produttore. Ad
esempio:
80 = Italia;
57 = Danimarca;
54 = Belgio e Lussemburgo;
50 = Gran Bretagna e Irlanda;
40 = Germania;
30 = Francia.
Le successive cinque cifre identificano la ditta, le ultime cinque
il preciso prodotto.
A volte il codice è ristretto a sole 8 cifre, e allora indica
solo Paese e ditta.
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Lattine, bottiglie e buste
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Sulle bottiglie non di vetro, sulle lattine e sugli altri contenitori
per liquidi compare un esagono o un cerchio con allinterno una
sigla, che identifica il materiale (per la plastica non cè ununica
sigla, ma più di uno a seconda del tipo).
CA = cartone;
AL = alluminio;
ACC = banda stagnata;
PI = poliaccoppiati;
PVC = polivinilcloruro;
PE = polietilene;
PET = polietilentereftalato;
PP = polipropilene;
PS = polistirene;
PT = poliestrusi.
Queste indicazioni servono al consumatore per smaltire nel modo
giusto il contenitore nella raccolta differenziata dei rifiuti.
Altri simboli sulla confezione invitano il consumatore a un corretto
comportamento: cestinare linvolucro dopo luso, magari piegandolo
e compattandolo in modo da non aumentare inutilmente il volume
dei rifiuti.
Oltre al contenitore vero e proprio, anche tutti gli altri materiali
che potrebbero venire in contatto con gli alimenti (sacchetti,
imballaggi esterni ecc.) devono essere sicuri per la salute del
consumatore e devono riportare ben evidente il simbolo stilizzato
del bicchiere e forchetta, oppure la dicitura per alimenti.
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