Prefazione di
Michele Mezza*

Diceva Groucho Marx che “la televisione è quanto di meglio ci sia per la cultura, infatti ogni volta che inizia un programma io vado in un altra stanza a leggere un libro”. Una battuta fulminante, che appartiene alla rassicurante archeologia del senso comune.
Non tanto perché oggi, 40 anni dopo la battutaccia del più velenoso dei leggendari fratelli Marx, la televisione si sia riconciliata con la cultura, quanto perché lo spietato Groucho oggi non avrebbe alcun bisogno di alzarsi dalla poltrona e cambiare stanza per abbandonare il flusso di immagini televisive e immergersi nelle pagine del suo libro; gli basterebbe commutare il suo video dalla sintonia con uno dei tanti canali digitali a Internet dove rintracciare e sfogliare il volume prescelto.
A questo punto la televisione, e più in generale la nuova comunicazione multimediale, non può essere più accettata o respinta, va ineludibilmente usata, perché i confini della multimedialità coincidono, ormai inevitabilmente, con i limiti del nostro agire.
Tutto è comunicazione e tutta la comunicazione siamo noi. Si chiude un cerchio che ha cominciato a essere tracciato nella storia dell’umanità con la prima orma animale sulla crosta terrestre. La prima impronta fu infatti probabilmente avvistata e interpretata da un altro essere animato, essere che seguiva e che individuando il segno per terra comprese che qualcuno era davanti a lui.
Da quel momento è stata una corsa tecnologica frenetica, che ha fatto in modo che le impronte degli altri le potessimo leggere sempre da più lontano, e sempre in meno tempo. Cosa altro sono i telefoni cellulari, le video-conferenze, i canali digitali, ecc. se non la possibilità di segnalarsi, di decifrarsi l’un l’altro, in tempo reale?
Non è cambiato nulla allora? È sempre la stessa storia del progresso che cambia le quantità e non le qualità delle cose? Mi pare invece che qui sta cambiando proprio la qualità, anzi la natura delle cose e per questo bisogna sapere e capire se non si rischia davvero di non vedere più le impronte di quelli che ci sono davanti.
“La vigna del testo”, uno splendido libro di Ivan Illich, un grande intellettuale moderno, forse il più attrezzato critico della cultura dell’Occidente, spiega come la storia sia stata fortemente condizionata dall’evoluzione della comunicazione. Oltre che la storia, aggiunge Illich, proprio l’antropologia, il sistema delle relazioni umane, la dinamica delle civiltà risultano strettamente collegate alle varie fasi del comunicare. In particolare nel libro è descritto il passaggio che vi fu nel XII secolo, quando dalla pergamena si passò al libro come lo conosciamo fino a ora. Un passaggio epocale!
La pergamena, che doveva essere letta ad alta voce, in pubblico, infatti era la causa e l’effetto di una società medievale, dove la lettura era ancora un rito collettivo e solenne, strettamente connesso all’autorità suprema, sia politica che religiosa. Il libro invece aprì la strada alla lettura individuale, intimistica, a bassa voce, dove ognuno sceglieva argomento e modalità di uso.
Prendeva corpo ­ così spiega Illich ­ l’egemonia della nascente borghesia mercantile, che si emancipa dai poteri naturali, dando spazio alle prima forme di iniziativa privata del sapere. Quello fu un tornante della civiltà occidentale. Per certi versi siamo nel pieno di un passaggio simile, anche se visto da vicino il nostro tempo ci sembra meno “storico”, più intriso di cronaca banale.
La nuova società dell’informazione, come viene decantata, basata su un linguaggio, quello digitale, ci porta, per la prima volta nella storia dell’umanità, a dover incanalare tutte le forme di comunicazione ­ vocale, scritta e per immagini ­ lungo un unico percorso, attraverso un unico linguaggio, condotto da un’unica rete. Tutto potrà essere ridotto alla coppia di numeri 0 e 1, la base della digitalizzazione, tutto perderà la sua dimensione materiale ­ si perderanno i tomi, come spiega Nicholas Negroponte ­ e acquisterà la dimensione immateriale: quella dei bit.
È una vera e propria trasformazione che avrà conseguenze non meno clamorose di quanto accadde dal XII secolo in avanti, anche se oggi le cose sembrano più lineari. Ma è sempre così quando si usano gli occhiali da presbite. Forse la guida che ha preparato “Il Salvagente”, per la parte che gli compete, ci può aiutare a guardare quanto sta avvenendo con uno sguardo più distaccato e analitico, senza farci prendere né dalla banalizzante logica del “tanto non cambia niente”, né dalla apocalittica rassegnazione del “tanto non c’è niente da fare”.
Le cose sono difficili, qualcuna forse anche troppo, ma sono tutte attorno a noi, e soprattutto, questo è forse il loro punto debole, queste cose nuove, quelle della comunicazione, hanno bisogno di noi. Hanno bisogno di noi come consumatori, capaci di comprare e usare le novità; e come utenti, in grado di esprimere bisogni complessi. Tutti noi siamo dunque protagonisti della nuova era multimediale. Il segreto è esserlo in maniera non passiva, e soprattutto, in maniera non inconsapevole.
Le grandi reti ci stanno avvolgendo, ingoiando la nostra memoria, il nostro presente e il nostro passato. Dobbiamo sapere e capire. Oggi il rischio, a differenza di quanto pensava il buon Groucho Marx, è che se abbandoniamo il video potremmo non trovare una stanza con un buon libro.
E anche se non è così, è bene poter immaginare che possa essere così. Ci da comunque una carica in più.

* Capo progetto Canale satellitare All-News