Noi non sapremo mai nulla

di Raffaella Ramondetti

La conoscenza impossibile: sguardo alla Weltanschaung pirandelliana

Nel caos informatico attuale l’uomo è circondato da una mole infinitamente vasta di informazioni in continuo aumento, tanto difficile da gestire, quanto da conoscere: la sete di conoscenza è ancor più profonda e paradossalmente più insoddisfacibile, ed è accompagnata dall’angoscia reale di non riuscire ad imposses- sarci di tutto ciò che vorremmo leggere. Internet stessa è un po' il simbolo paradossale di questa situazio-ne, perché senza un predeterminato autocontrollo diventa una rete con cui non solo non si pescano le informazioni cercate, ma anche si naufraga in realtà che ci deviano dalla nostra ricerca iniziale (magari come chi si trova ora a leggere quest’articolo !).

Ho pensato di lanciare uno sguardo ad un autore che rende più preoccupanti queste considerazioni, perché ci fa riflettere su come sia arduo conoscere non solo ciò che ci circonda, ma anche noi stessi: Pirandello.

Egli infatti ribalta il “Nosci te ipse” socratico: quasi sembra inventare e creare i suoi personaggi per prendersi gioco di loro: li deride, li mette in crisi, come realmente fa la società con colui che se ne distac-ca per riflettere. Quest’enorme pupazzata infatti affibbia ad ognuno una maschera che nasconde il flusso (la nostra vera identità), una forma con cui si è conosciuti dall’altro secondo il “come tu mi vuoi”, e in questo gioco delle parti che risulta essere l’interazione sociale, la comunicazione stessa perde di coerenza perché la sincerity rule è quasi inutile, dal momento che ognuno dà un proprio significato alle parole. Il motto di Protagora “Di tutte le cose è misura l’uomo”, è ormai diventato “Così è se vi pare”, sintomo di un profondo relativismo cognitivo che investe tutte le cose.

Tra il fenomeno-forma e il noumeno-flusso, si cade in una crisi d’identità: è questo è il percorso di Mattia Pascal - Serafino Gubbio - Vitangelo Moscarda, i protagonisti di tre suoi romanzi.

Da Mattia che tenta di scrollarsi di dosso la sua maschera, passando da una forma ad un’altra (il mutare nome ne è la dimostrazione tangibile), a Serafino, operatore cinematografico che “gira la manovella” guardando la vita dal di fuori, come osservatore distaccato, eroe ormai estraniato dalla vita, a Moscarda.

Quest’ultimo, l’”Uno, nessuno, centomila””, è fuori da ogni schema, lontano dalla società ma anche dagli altri uomini; in lui la comunicazione è possibile solo come immersione nella natura, il flusso puro, e basta, come una sensazione, un sentire che non si sofferma molto sulle cose per non fissarle in forme ingannevoli. Ha rinunciato alla conoscenza, normalmente intesa, di sé e del resto: questa non è più possibile, “io non potevo vedermi vivere” e cercare di farlo è fatale perché “conoscersi è morire”. Moscarda rappresenta il testamento pirandelliano, la sintesi in positivo dei suoi personaggi, colui che si salva ma... a caro prezzo, alienandosi: la salvezza infatti è prospettata nella fuga nell’irrazionale, che è immaginazione o follia.