TORINO E OLTRE

Itinerario 2005

"MOMENTI DI SPIRITUALITA' A CORTE"

18 giugno e 8 ottobre
ore 10/12

Un inedito percorso all'interno del Palazzo Reale di Torino alla scoperta della profonda spiritualità che caratterizzò la vita di corte tra il XVII e XIX secolo. Una lettura straordinaria dei diversi ambienti dove porte segrete svelano altari e Pregadio, pregevolissimi esempi di alta ebanisteria.
In un continuo rincorrersi di immagini mitologiche, i quadri dei Principi Sabaudi morti in concetto di santità, quali il Beato Amedeo IX e le Beate Ludovica e Margherita del Gonin, si mostrano nella "Camera dei Santi",ove Carlo Alberto firmò lo Statuto il 4 marzo 1848,e anticipano "La Madonna con il Bambino"opera del 1523 di Defendente Ferrari.
Il Pregadio di Carlo Alberto, già cella per la custodia dei gioielli della corona al tempo di Carlo Emanuele II, opera congiunta di Piffetti e Prinotto, gareggia per bellezza e raffinatezza con il Gabinetto del Pregadio dell'Appartamento della Regina ove è possibile ammirare le meravigliose undici scenette dalla Gerusalemme Liberata del Van Loo, simili, nello splendore e luminosità del colore, a pietre preziose,oltre ad un inginocchiatoio, illuminato da un'incantevole Madonna con bambino del Trevisani.
La Cappella privata della Regina realizzata dal Palagi per Maria Teresa si mostra infine come perfetto esempio di rocaille piemontese mentre la graziosa Cappella Regia racchiude in sé l'essenza della spiritualità fortemente caratterizzante tutto il Palazzo Reale che, sin dalle sue origini sorge in aderenza con il Duomo della Città, da questo unito e diviso dalla Cappella Guariniana che per, volontà sabauda, venne eretta per ospitare la S. Sindone.

 


Itinerario 2004

"ORI, ARGENTI, CRISTALLI E PORCELLANE. ARREDI E "FRAGILI LUSSI" DI PALAZZO REALE"

19 GIUGNO E 25 SETTEMBRE

ORE 10/12

 

L'itinerario ha inizio con l'incontro sotto i Dioscuri, Castore e Polluce, punto magico per eccellenza di Torino, dove la splendida cancellata palagiana separa la Piazzetta Reale da Piazza Castello.
Da qui si sviluppa il percorso alla riscoperta di una delle più belle regge d'Europa, il Palazzo Reale di Torino.
La sua storia ha inizio nel 1563 quando, con il trasferimento della capitale del ducato sabaudo da Chambery a Torino voluta da Emanuele Filiberto, si incomincia a pensare ad una nuova residenza per il sovrano. Dal Palazzo del vescovo si passa nel 1584 al progetto di un nuovo palazzo commissionato da Carlo Emanuele I ad Ascanio Vitozzi per giungere all'intervento di Carlo di Castellamonte chiamato a corte dalla reggente Cristina di Francia. Nel primo Seicento si definisce la sistemazione del cortile di affaccio sulla piazza e Carlo Morello stabilisce lo "sbianchimento" della facciata.
Sono gli anni in cui si procede all'arredo delle sale da parata del primo piano con i loro ricchissimi soffitti intagliati ed indorati, opera della famiglia Botto, che costituiranno il tema dominante delle decorazioni successive di quasi tutte le sale, ove sempre si esalteranno le virtù dei sovrani e delle loro consorti.
Jan Miel, Charles Dauphin, e i fratelli Dufour, portano a Palazzo, nelle rappresentazioni delle loro tele, il linguaggio classicheggiante della pittura barocca europea, mentre sul finire del XVII secolo, Daniel Saiter giunge da Roma per decorare molte delle volte delle sale, segnando un momento importante per la pittura del Settecento piemontese.
Con Vittorio Amedeo II e l'acquisizione del titolo regio nel 1713, viene risistemato anche il Giardino ad opera del francese Le Notre -architetto di Versailles-, e la stessa struttura del Palazzo, viene ampliata per ospitare le nuove funzioni amministrative: si realizza la zona di comando con l'edificazione delle Segreterie e dell'Archivio di Stato oltre al Teatro Regio. A questi incarichi è addetto il messinese Filippo Juvarra, il cui arrivo a Torino coincide con una svolta importante: dota la città, il territorio e lo stesso Palazzo Reale di capolavori assoluti; egli coordina l'aspetto architettonico dei sui progetti con l'ornamentazione, riempie di gusto ogni suo intervento, inventa le rampe sdoppiate della Scala delle Forbici, porta l'esotismo nel Gabinetto Cinese, arreda con consolles sapientemente intagliate i salotti del sovrano, progetta e realizza le tre camere dell'Appartamento d'angolo della Regina che dal 1731 saranno ammobiliati da Pietro Piffetti, il protagonista della più alta stagione dell'ebanisteria piemontese. Attivi in questi anni sono anche gli intagliatori Francesco e Giuseppe Marocco, Pietro Carlo Tamietti e Giovanni Bolgiè. Tutto questo accade mentre dall'estero e dalla lontana Cina giungono porcellane e vasi dai colori vivaci che vanno ad arricchire le collezioni del Palazzo.
Dopo Juvarra saranno Benedetto Alfieri e Claudio Francesco Beaumont, architetto e pittore ufficiali di Carlo Emanuele III ad intervenire in molti ambienti di corte, soprattutto al secondo piano e nell'Appartamento dei Quadri Moderni, con soggetti mitologi, allegorici e con un nuove decorazioni e boiseries intagliate e dorate; a Beaumont si devono in oltre gran parte dei soggetti degli arazzi tessuti alla manifattura piemontese che proprio in quegli anni vede il suo massimo splendore al pari delle manifatture d'oltralpe.
Il finire del Settecento è segnato dall'arrivo di Napoleone che non lascia traccia nella compagine del Palazzo benché lo spogli dei molti arredi trasferiti a Parigi.
Sarà infine il Regno di Carlo Alberto l'ultimo momento di trasformazione delle Sale che, con l'architetto bolognese Pelagio Palagi, subiranno notevoli reinterpretazioni. Con spunti tratti dall'antichità classica e dal mondo egizio o con ardite riprese neogotiche, vengono rimodellati il Salone degli Svizzeri, la Camera da Studio del Re, il Gabinetto delle Medaglie e la Sala del Consiglio oltre a numerose sale del secondo piano; viene realizzata ex-novo la Sala da Ballo adornata da danzatrici simili a quelle pompeiane, tra alte lesene intagliate e dorate su fondo avorio, tra specchiere neoclassiche e immensi lampadari di cristallo dalle mille gocce scintillanti.
In un rinnovato spirito celebrativo, con Vittorio Emanuele II, il Palazzo Reale di Torino si avvia dunque a diventare, seppur per pochissimi anni, la capitale del Regno d'Italia che Domenico Ferri celebra nella realizzazione del grandioso Scalone d'Onore.

Oggi, cessata la funzione di residenza, in una ritrovata veste museale, il Palazzo si apre ai suoi visitatori con continue novità: esposizioni temporanee di argenti e cristalli si alternano alle numerose tavole imbandite che fanno mostra delle decine di servizi di porcellane sapientemente custoditi tra le collezioni della dimora.
Gli ambienti sui quali si sta intervenendo con un attento restauro conservativo, si mostrano in tutto il loro splendore e stupiscono per tanta ricchezza di decorazioni e lavorazioni diverse che nei secoli si sono avvicendate, compenetrate, reinterpretate.
Lampadari in cristallo di Boemia o in pregiato cristallo di Rocca tornano a splendere tra immense specchiere d'epoca sapientemente lavorate o dipinte, mentre grandi piramidi di vetro ospitano intere collezioni di porcellane cinesi del XVII e XVIII secolo -famiglia verde, famiglia blu, famiglia rosa, blanc de Chine etc.- dal valore inestimabile.
Sulle tavole sono in mostra servizi di Meissen e Sevres tra pezzi in biscuit, portaliquori e tazzine da caffè, affiancati da candelabri e bicchieri ottocenteschi recanti l'iscrizione "FERT" mentre in alcune sale è possibile incontrare dei veri e propri manichini vestiti da Guardaportone Svizzero in uniforme da Gala originale, in panno scarlatto adornato da galloni d'argento e simboli sabaudi, con la tipica feluca nera, la spada e la mazza con pomo puntale e fiocchi in argento.
Ori, argenti, cristalli, porcellane e arredi, questi i "fragili lussi" che ci serviranno da fili conduttori di un percorso inedito tra le sale di Palazzo Reale, dove il tempo e la storia sembrano essersi fermati per consentirci di narrare le vicende costruttive e decorative di una residenza che conserva, nei suoi Appartamenti, la traccia di un passato splendente.

Itinerario 2003

 


GRANDI VIALI, UN BOSCO OMBROSO E FRESCO,
SPECCHI D'ACQUA OVE FERMARSI,
VASI, STATUE E, TUTTO INTORNO,

IL GIARDINO DEL RE

DATE ITINERARI

1°: sabato 14 giugno 2003 h. 10/12
2°: sabato 27 settembre 2003 h. 10/12

LUOGO DI PARTENZA ITINERARIO
Cortile d'onore di Palazzo Reale

Quasi cinque secoli di storia, interrogati attraverso lunghi percorsi d'archivio, ci stanno restituendo, a poco a poco, l'immagine originaria dei giardini di Palazzo Reale: un luogo di loisir ornato di siepi di bosso, giardini a fiori, parterres en broderie, strade in terra battuta sapientemente inghiaiate, fughe prospettiche accuratamente ricercate nell'assialità dei viali, specchi d'acqua utilizzati per moltiplicare l'immagine del Palazzo e del verde, un belvedere, un boschetto piantumato a quinconce, in un'alternanza di stili diversi che hanno caratterizzato, riplasmato e trasformato il Giardino Reale o parti di esso.
Ecco allora svelate le motivazioni di questo itinerario che ha lo scopo di percorrere quei luoghi per ritrovare le tracce di un racconto affascinante che, affievolitosi sul finire del secolo scorso, sta nuovamente invitando all'ascolto, disposto a raccontare le sue vicende di "luogo magnifico".
Il percorso ha inizio nella corte d'onore di Palazzo Reale, luogo dal quale, attraverso un cancello, si accede ai Giardini Reali, o meglio al Giardino Ducale che Emanuele Filiberto, secondo il riferimento colto dei giardini tardo-manieristici medicei, volle realizzare entro lo spazio costretto delle mura per consolidare la funzione rappresentativa della nuova capitale del Ducato sabaudo.
Perse le tracce della grotta-fontana di Domenico Poncello, con le pareti punteggiate di conchiglie, coralli e "pietre mischie" e della fontana della peschiera con al centro la statua di Venere in marmo bianco opera del Moschino, è oggi ancora presente quello che fu il punto nodale del giardino: il "Casino del Bastion Verde", costruito dopo il 1584 dall'architetto Ascanio Vitozzi, un belvedere proteso verso il paesaggio oltre le mura, che legava, attraverso il ponte sulla Dora, il giardino chiuso con il vasto spazio della residenza extraurbana del Regio Parco.
Nei primi decenni del Seicento, con il rimodellamento dei bastioni e la demolizione del muro trasversale del 1633, si ebbe la prima definizione secondo i principi del giardino "formale", giocata sul modulo quadrato delle grandi aiuole spartite dai due viali ortogonali al cui fulcro compositivo venne costruito un tempietto votivo circolare periptero detto "Cappella di marmo". Era l'epoca di Carlo Emanuele I e Vittorio Amedeo I e il giardino profumava di lavanda, sistemata tra le siepi di bosso, oltre che di "naranzi e citroni" collocati in grandi casse lungo quel muro di cortina dove prosegue il nostro itinerario.
Con la reggenza di Cristina di Francia il giardino venne ripensato in adesione al gusto francese che dominava la cultura di corte; giunsero da Parigi illustri giardinieri quali Alessandro Bélier e il nipote Henri Duparc che con il disegno dei parterres en broderie irruppero nella semplice geometria delle aiuole quadrate. Nel 1649 la Cappella di marmo venne demolita e rimase il bacino d'acqua che dal 1663 venne trasformato, su disegno di Michelangelo Morello, nella fontana del Rondò, con un alto getto d'acqua al centro e ventiquattro statue marmoree tutte intorno, opera di sei diversi scultori, tra cui Bernardino Quadri.
La passeggiata prosegue sull'ampliamento del giardino attuato a partire dal 1673 contestualmente all'ampliamento della città verso levante progettato da Amedeo di Castellamonte; fulcro di questo spazio una nuova fontana, disegnata nel 1686 da Carlo Emanuele Lanfranchi e ancora oggi visibile. Qui il nostro itinerario si sofferma per parlare dei giochi d'acqua delle fontane, delle diverse sculture che si sono alternate al centro del miroir d'eau fino alla soluzione attuale opera di Simone Martinez del 1755-58 e delle statue marmoree che formano un'esedra intorno al bacino. Saliamo appena qualche scalino e, alle spalle della fontana ci troviamo in uno di qui luoghi di riposo e frescura disegnati da Monsieur De Marne inviato a Torino nel 1697 per attuare l'idea di André Le Nôtre, il famoso progettista di giardini di Luigi XIV che improntò in maniera forte e decisiva tutta la struttura del giardino. Ci troviamo nello spazio del treillages, una imponente struttura lignea grigliata di cui non è rimasta traccia, che segna uno degli assi compositivi di Le Nôtre e che porta il nostro cammino verso la zona appena recuperata del giardino.
Attraversiamo l'elegante cavalcavia che, costruito tra il 1921 e il 1923 su progetto dell'Ufficio Tecnico dei Lavori Pubblici del Comune di Torino del dicembre 1914, separa due parti distinte dei Giardini Reali o, meglio, restituisce quel senso di unitarietà ad un luogo per troppo tempo dimenticato della nostra Città: il Giardino Reale del Bastione di San Maurizio, recentemente restaurato e restituito alla sua originaria funzione di luogo di passeggio.
E' qui che, grazie al programma di recupero avviato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte e dal Comune di Torino, è possibile ammirare come la superficie irregolare del giardino sia stata rimodellata nel gioco delle fughe prospettiche dei viali e degli specchi d'acqua voluti da La Nôtre, undici in origine, ma solo sei effettivamente realizzati, uno dei quali riportato alla luce durante i restauri. Oggi, proprio da questo bacino, si irraggia di nuovo il ventaglio di viali del Bastione di S. Maurizio -progettato da Michelangelo Morello- che segnava il passaggio tra la parte aulica del giardino e il "potaggiere" che proseguiva fino al Bastione di S. Carlo del tutto scomparso.
Tornando verso Palazzo Reale, il nostro racconto narra la storia degli arredi e delle sculture ricollocate nel corso degli ultimi anni del Settecento quando il giardino venne dotato di sedici vasi in bronzo, di panche marmoree ove sostare alla frescura delle piante, di un nuovo treillages, di una splendida terrazza opera di Ignazio Birago di Borgaro del 1769-1775, quando il giardino, teatro della vita di corte, si rivolgeva alla campagna circostante attraverso il filtro di alberature potate a formare una parete verde (palissade) ritmata da aperture ad arco.
Gli anni imperiali del Governo Napoleonico, segnarono il tempo delle spoliazioni anche per il giardino, fino a quando nel 1805, venne dichiarato Giardino Imperiale. Tra il 1810 e il 1812 l'architetto Imperiale Giuseppe Battista Piacenza fece restaurare le quattro sculture raffiguranti le Stagioni, scolpite nel 1753 da Simone Martinez e 14 grandi vasi decorativi realizzati da Ignazio e Filippo Collino nel 1773 provenienti dalla Venaria, che trovarono una nuova sistemazione nel giardino del palazzo torinese, conferendogli l'attuale fisionomia.
Con la Restaurazione il giardino restò immutato, solo con Carlo Alberto le permanenze del giardino "formale" vennero interrotte da inserimenti "pittoreschi" di gusto romantico. Pelagio Palagi progettò sentieri che si snodavano in andamenti curvilinei per la risistemazione dei due parterres di levante piantumati con <<Pinus, Cedrus, Taxus, Magnolia, ecc..>> e 300 <<arboscelli parte sempreverdi, parte a foglie caduche, Azalee, Rododendri, Peonia, Andromeda…>>.
Il boschetto di tigli e platani disposti geometricamente a quinconce del 1837 a sostituzione del "giardino a fiori", rappresenta l'ultimo capitolo della nostra narrazione e coincide con l'ultimo grande intervento di trasformazione del giardino.
Nel 1881 i vasi in bronzo vennero sostituiti dalle attuali copie in ghisa mentre i riquadri a verde, cinti dalle siepi, vennero arricchiti con piante ornamentali e fiori.
Sul finire del secolo l'Arch. Stramucci collocò, in occasione di una festa tenutasi durante gli ultimi anni di Regno di Umberto I, le tre statue raffiguranti il Conte Verde, Vittorio Amedeo I e Vittorio Amedeo II realizzate nel 1864 dallo scultore Lanzirotti insieme alla Musa posta in prossimità della rampa di discesa ai Giardini Inferiori.
Erano gli ultimi anni di splendore di un giardino ancora dotato di magnifiche serre dove si coltivavano gli agrumi e si producevano le piante e i fiori ornamentali per gli Appartamenti Reali.
Attraverso la cancellata dalla quale siamo entrati, salutiamo il Giardino Reale, un Giardino Storico, che con questa passeggiata, ha incominciato a narrarci di sé e a mostrarci che recuperare la traccia di quel passato splendente non è poi così impossibile, anzi … la sfida è già incominciata.



TORINO NON A CASO

Itinerario 2002

Palazzo Reale di Torino

II Piano Nobile

 

Due Quartieri Nuziali nel Palazzo Reale di Torino:

gli Appartamenti dei Duchi di Savoia e dei Duchi d'Aosta

 

DATE ITINERARI:  sabato 1 giugno 2002 h. 10/12, sabato 5 ottobre 2002 h. 10/12

LUOGO DI PARTENZA ITINERARIO: Piazzetta Reale, sotto i Dioscuri

PRENOTAZIONI: a partire dal 4 maggio 2002 presso la Vetrina per Torino, Piazza San Carlo 159, tel. 011 4439040

L’itinerario ha inizio, come sempre, con l’incontro sotto i Dioscuri, punto magico per eccellenza di Piazza Castello, dove la splendida cancellata palagiana separa la Piazzetta Reale da piazza Castello.

Da qui si sviluppa il percorso alla riscoperta di una delle più belle regge d’Europa, il Palazzo Reale di Torino.

Verranno inizialmente illustrati i legami che il Palazzo Ducale prima e Reale poi, nel corso dei secoli ha saputo instaurare con la città nel suo aspetto urbanistico. La sua perfetta assialità con l’antica Via Nuova (attuale via Roma) poneva il Palazzo Reale come una grandiosa quinta di facciata altamente scenografica, che catturava l’attenzione di tutti coloro che si recavano in visita nella capitale sabauda, soprattutto di quei viaggiatori che entravano in città attraverso la Porta Nuova. Per raccontare le vicende storiche-costruttive di questo edificio, la Piazzetta Reale è il posto migliore per cogliere nella totalità la genesi e l’interrelazione che corre tra il Palazzo del Re e la cosiddetta Zona di Comando, comprendente tra gli altri l’ex Palazzo San Giovanni, Palazzo Chiablese, Palazzo Madama, l’attuale Prefettura e la Cavallerizza.

Il passaggio attraverso il cortile interno della reggia permette, invece, di ammirare l’aspetto più sacrale di questo prestigioso edificio: la Cappella della Santa Sindone, inserita strategicamente come punto di raccordo tra il Duomo ed il Palazzo, attualmente coperta dalle impalcature in seguito all’incendio dell’11 aprile 1997.

L’itinerario prosegue, quindi, all’interno della Reggia, alla quale si accede percorrendo lo Scalone d’onore collocato nel Torrione Sud-Ovest di Palazzo Reale, anch’esso compromesso dall’incendio, ma oggi ritornato all’antico splendore.

Quest’aulica struttura, che costituisce l’ultima impresa architettonica e decorativa del Palazzo, venne iniziata nel 1861 e rinnovata, poi, subito dopo la creazione del Regno d’Italia, dagli architetti Domenico e Gaetano Ferri. Alle pareti quattro grandi tele ad olio, di carattere iconografico, legittimano l’aulicità dello scalone monumentale e fanno da cornice alle due grandi statue di Emanuele Filiberto e di Carlo Alberto.

Per raggiungere il secondo piano nobile del Palazzo si attraversa il Salone della Guardia Svizzera, dove si possono ammirare i magnifici affreschi del fregio realizzati, tra il 1658 e il 1661, dai fratelli Fea e le decorazioni della volta portate a compimento alla metà del XIX secolo da Carlo Bellosio e Pelagio Palagi.

La salita agli appartamenti nuziali avverrà dalla settecentesca Scala delle Forbici, ideata e realizzata secondo i progetti di Filippo Juvarra per il matrimonio del principe ereditario Carlo Emanuele con Anna Cristina di Baviera Sultzbach, celebrato il 15 febbraio 1722. Tra il bianco assoluto degli stucchi e l’unicità cromatica che conferisce all’ambiente la massima luminosità, si possono osservare, salendo, ghirlande fiorite, inserti, volute, conchiglie e cornucopie, che sembrano sorreggere virtualmente il pianerottolo del secondo piano, il tutto senza soluzione di continuità nelle superfici curve, flessuose, elastiche.

Si giunge, così, agli appartamenti aperti al pubblico per la prima volta nel 1963 in occasione della Mostra del Barocco ed in seguito solo saltuariamente in occasione di particolari Mostre. Trattandosi di appartamenti che hanno avuto anche in tempi recenti un carattere specificatamente più privato rispetto a quelli del primo piano nobile, la destinazione delle sale è variata a secondo del gusto dei personaggi che vi hanno abitato e quindi è spesso di difficile ricostruzione.

Al contrario si riscontra in alcuni ambienti una permanenza di funzioni: così passeremo nella camera da letto dei tre Re di nome Vittorio Emanuele e nella camera da letto di almeno due Principi di Piemonte - Carlo Emanuele (IV) e Umberto (I) - e in alcuni casi troveremo ancora tracce del "vissuto" di personaggi quali gli ultimi sovrani d’Italia: Umberto II e Maria José. L’arredo non è sempre quello originale, salvo per alcuni mobili squisitamente palagiani nell’appartamento di Maria Adelaide, ma proprio per questo motivo ci sarà modo di riconoscere le sovrapposizioni stilistiche che ciascuno degli architetti, che hanno operato a questi ambienti, ha lasciato di sé.

L’appartamento più importante di questo piano era, infatti, quello denominato "Appartamento nuziale", la cui realizzazione era lasciata al primo architetto di corte.

Il piano ancora oggi si presenta dunque come un insieme di "quartieri nuziali", in parte riconoscibili, in parte radicalmente trasformati

L’appartamento dei Duchi d’Aosta, a partire dal 1788/89, venne ammodernato, con determinante intervento nella decorazione, dall’ebanista ed ornatista Giuseppe Maria Bonzanigo (1745-1820) e dal suo atélier ed è pertanto caratterizzato dallo stile Louis XVI. Nel 1789 si celebrarono le nozze del figlio secondogenito di Vittorio Amedeo III, Vittorio Emanuele (I) Duca d’Aosta e futuro Re di Sardegna, 1802-1824, con Maria Teresa, figlia primogenita dell’Arciduca Ferdinando d’Asburgo-Este (n.b.: il primogenito Carlo Emanuele (IV), 1796 -1819, è Re di Sardegna sino al 1799 anno in cui abdica e si rifugia in Sardegna).

Il matrimonio, che rappresentò un grosso affare dinastico per Casa Savoia, costituì l’occasione di grandi opere di rinnovamento oltre che in Palazzo Reale, nelle residenze di Moncalieri, Rivoli e Venaria, lavori che presero avvio, a quanto risulta, nel 1788.

Le più attente cure furono naturalmente dedicate all’appartamento dei Duchi in Torino. La particolare solennità che circondò le nozze, le ingenti spese sostenute per l’avvenimento, possono trovare una spiegazione nel fatto che in esse venivano riposte le speranze di assicurare alla dinastia un erede, essendo risultato sterile il matrimonio, avvenuto nel 1775, del primogenito Carlo Emanuele con Clotilde di Francia. A dirigere i lavori di ripristino fu chiamato nel 1788 l’architetto Giuseppe Battista Piacenza. Scultori, pittori, miniatori della Corte e dell’Accademia furono impiegati per affreschi, sovrapporte, ritratti entro specchiere di trumeaux, decorazioni marmoree e bronzee di caminetti e altro ancora. Ricordiamo: Giovanni Comandù, Giovenale Bongioanni, Vittorio Amedeo e Michele Rapous, Pietro Visca e Angelo Vacca, Rocco Comaneddi e G.D. Molinari, Giovanni Panealbo, Giovanni Battista Bernero e Simone Dughet.

 

Un altro appartamento nuziale sarà curato da Pelagio Palagi, tra il 1840 e il 1842, per le nozze del Duca di Savoia Vittorio Emanuele (II) con Maria Adelaide d’Asburgo. Si tratta dell’Appartamento che sarà abitato negli anni 1930-31 continuativamente e poi saltuariamente dalla Principessa del Piemonte Maria José del Belgio, sposa al Principe di Piemonte Umberto, che alloggerà, invece, nell’appartamento alfieriano del Duca di Savoia. L’attuale aspetto dell’appartamento è quello tardo neoclassico datogli da Palagi nel 1842 per le nozze di Vittorio Emanuele (II) e Maria Adelaide di Asburgo-Lorena e ricorda molto gli ambienti del Castello di Racconigi.

Le tappezzerie sono state rifatte nel 1930-31, per il matrimonio di Maria Josè con Umberto, su disegni originali. I quadri delle Sale blu e rossa, fanno parte di una serie storico-dinastica, commissionata da Carlo Alberto, per sostituire "al Primo Piano" i dipinti trasferiti alla Regia Pinacoteca (Palazzo Madama, 1832). Mutato il gusto (Umberto I e Margherita) i dipinti furono dispersi fra il secondo piano, gli appartamenti di Superga e il Quirinale.

I pavimenti sono opera dell’ebanista Gabriele Capello, detto il Moncalvo.

Recentemente alcune stanze dell’appartamento dei Principi di Piemonte sono apparse nel film-tv "Maria José: l’ultima Regina".

 


 

TORINO NON A CASO

Itinerario 2001

L’antica Residenza di Beatrice Langosco

IL PALAZZO CHIABLESE

DATE ITINERARI:  sabato 9 giugno 2001 h. 10/12,  sabato 13 ottobre 2001 h. 10/12

LUOGO DI PARTENZA ITINERARIO: Piazzetta Reale, sotto i Dioscuri

PRENOTAZIONI: Vetrina per Torino, Piazza San Carlo 159, tel. 011/4439040

 

L’itinerario ha inizio, come sempre, con l’incontro sotto i Dioscuri, punto magico per eccellenza di Piazza Castello, dove la splendida cancellata palagiana separa la Piazzetta Reale da piazza Castello.

Verranno inizialmente illustrati i legami che il Palazzo Ducale prima e Reale poi nel corso dei secoli ha saputo instaurare con la città nel suo aspetto urbanistico. La sua perfetta assialità con l’antica Via Nuova (attuale Via Roma) poneva il Palazzo Reale come una grandiosa quinta di facciata altamente scenografica che catturava l’attenzione di tutti coloro che si recavano in visita nella capitale sabauda, soprattutto di quei viaggiatori che entravano in città attraverso Porta Nuova. La Piazzetta Reale è il posto migliore per cogliere nella totalità la genesi e l’interrelazione che corre tra Palazzo Reale e la cosiddetta Zona di Comando comprendente Palazzo Madama, l’attuale Prefettura, la Cavallerizza, l’ex Palazzo di San Giovanni e Palazzo Chiablese.

Osservando la facciata del Palazzo Reale di Torino, sulla sinistra di quest’ultimo si nota un severo fabbricato intonacato, a tre piani fuori terra, il cui corpo si protende fino alla guariniana Chiesa di San Lorenzo: è il palazzo Chiablese.

Esso, articolato in più maniche, i cui confini sono la Piazza S. Giovanni, via XX Settembre, via Palazzo di Città fino a piazza Castello, è poco noto al cittadino, pur avendo una notevole valenza architettonica. La discontinuità delle funzioni storiche ha sempre confinato l’edificio ad un ruolo secondario rispetto all’attiguo Palazzo Reale e alla sua manica perpendicolare, che oggi ospita la Biblioteca e l’Armeria Reale, soprattutto perché il Palazzo Chiablese ha acquistato una sua unitarietà architettonica solo nel XVIII secolo ad opera di Benedetto Alfieri. Pur se l’origine non è certa, a seguito di ritrovamenti evidenziatisi durante i recenti lavori di restauro, si può affermare che l’impianto è antecedente al XV secolo o, quanto meno, è nato da una riplasmazione di nuclei abitativi e case-torri; successivamente le vicende storiche sono state subordinate a quelle dell’attiguo Palazzo Reale.

La prima proprietà fu della marchesa Beatrice Langosco di Stroppiana e del secondo consorte, Francesco Martinengo di Malpaga, ai quali, per i servigi resi, il duca di Savoia Emanuele Filiberto donò il "Palazzo", rimodellato ed eretto a fine Cinquecento sulla Piazza Castello, su disegno del Vittozzi.

All’inizio del Seicento l’edificio ospitò il Cardinale Pietro Aldobrandini, invitato a Torino da Carlo Emanuele I per presenziare ai matrimoni delle sue due figlie, Margherita ed Isabella di Savoia e per sopire le discordie tra il Ducato sabaudo e la Francia in ordine al possesso del Marchesato di Saluzzo. In tale occasione, per ordine del Duca e su progetto di Ascanio Vittozzi, la Piazza Castello fu interessata da un vasto progetto di riqualificazione con il preciso scopo di realizzare una unitaria e funzionale zona destinata alle strutture del governo e delle rappresentanze della città e quindi strutturare un impianto urbanistico in funzione del nuovo ruolo di "Capitale".

La costruzione nel 1642 venne abitata dal cardinale Maurizio di Savoia Carignano, che sposò Maria Ludovica, figlia di Vittorio Amedeo I; alla morte di quest’ultima il Palazzo fu abbandonato come residenza per essere trasformato in uffici a servizio della corte reale.

Nel 1753 il re Carlo Emanuele III affidò all’architetto di corte Benedetto Alfieri il progetto per riplasmare la residenza adeguandola a sede per il figlio Benedetto Maurizio, duca del Chiablese, natogli dalla terza moglie, Elisabetta di Lorena. Il progetto rinnovò completamente la facciata sulla piazzetta Reale, dandogli l’aspetto odierno e realizzando un grandioso intervento unitario con la sopraelevazione di due nuovi piani soprastanti in sostituzione di quanto prima esistente: in tal modo venivano modificate le prospettive della piazzetta Reale, che perdeva così la simmetria delle finestre ivi prospicienti essendo, originariamente, le finestre del Palazzo Chiablese alla stessa quota di quelle del Palazzo Reale, così come appare dalle iconografie settecentesche..

Le sorti del palazzo Chiablese decaddero nuovamente con la morte del duca Benedetto Maurizio nel 1808 e l’occupazione francese, per ritornare ai Savoia nel 1814 nella persona della duchessa del Chiablese, vedova di Benedetto Maurizio.

Nel 1824, alla sua morte, il Palazzo passò in eredità al fratello, il re Carlo Felice e da allora esso venne chiamato "Palazzo Genevese" e più tardi "Palazzo del Re". Il duca volle rimanere nel Palazzo anche quando nel 1821 divenne re, in sostituzione del fratello che aveva abdicato in suo favore. Attraverso la galleria alfieriana si raggiungeva direttamente lo scalone monumentale e il salone delle Guardie Svizzere del Palazzo Reale.

Alla morte di Carlo Felice, avvenuta nel Palazzo, esso fu ereditato da Ferdinando duca di Genova, secondogenito del re Carlo Alberto e rimase quindi al ramo Savoia-Genova per tre generazioni, pur rimanendone l’usufrutto alla regina Maria Cristina fino alla morte.

Nel 1851 vi nacque Margherita, figlia di Ferdinando e Maria Elisabetta di Sassonia, prima regina d’Italia.

Quasi un secolo dopo, durante la seconda guerra mondiale, il Palazzo Chiablese subì notevoli danni: il tetto venne distrutto insieme a gran parte dei solai del piano nobile prospiciente la piazzetta Reale e la via XX Settembre; molti arredi andarono persi insieme alle boiseries e agli stucchi

Dalla piazzetta San Giovanni attraverso un grande portone ubicato sulla sobria e lineare facciata, realizzata con paramento in mattoni a vista, si accede ad un ampio porticato con colonne e pilastri in pietra e volte a crociera, per poi addentrarsi nei due cortili interni, divisi da una manica centrale (1761).     

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Un maestoso Scalone monumentale in marmo (1753/54) conduce al piano nobile, ricco di arredi, stucchi del Sanbartolomeo, pavimenti in legno intarsiati, serramenti e boiseries decorate, camini in marmo, specchiere e sovrapporte attribuite a Michele Rapous, a Francesco De Mura, al romano Gregorio Guglielmi.

Il nostro percorso di visita prosegue nel Salone di Ingresso, ex Biblioteca dei Duchi di Genova, ambiente completamente trasformato negli anni Sessanta, che dà accesso alla Prima Anticamera, ex Sala delle Guardie del Corpo con sovrapporte dell’Antoniani e grande dipinto del Beaumont, con episodio dalle Storie di Alessandro e alla Seconda Anticamera, già Sala dei Valletti a piedi, anch’essa fornita di grandi tele di Beaumont, modello per la tessitura di arazzi; si prosegue con il Salone Verde dove è spirato il re Carlo Felice nel 1831, il Salone Rosso, già Sala della duchessa di Pistoia, con sovrapporte piemontesi di metà Settecento raffiguranti Storie di Enea, il Salone da Ballo con Le quattro parti del mondo, sovrapporte di Francesco De Mura e ritratti di casa Saluzzo alle pareti; la Sala da Pranzo con i dipinti di Gregorio Guglielmi e infine la Sala Rossa, già Salone di San Giovanni con sovrapporte rappresentanti Personificazione delle Scienze.

Gli arredi attuali provengono parte dalle collezioni dei Duchi di Genova e parte dai castelli di Agliè, di Moncalieri e dal Palazzo Reale.

L’itinerario si concluderà con un affaccio sulla corte rustica dagli uffici della Soprintendenza Archeologica del Piemonte con vista sul campanile (colonna astrologica) e cupola di San Lorenzo.

Il palazzo, di proprietà del demanio dello Stato, è attualmente sede di più istituti culturali e di tutela: il piano nobile è attualmente sede della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte.


 

 

 

 

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