L'Egitto è un Paese povero (con un reddito medio pro capite nel 1994 di 710 dollari annui, si colloca in una fascia assai bassa nell'area del Terzo Mondo ed è in assoluto il più povero tra gli Stati arabi), con un tasso molto alto di disoccupazione e di analfabetismo e con un'economia basata, oggi come nel più lontano passato, su un'agricoltura che vive sullo sfruttamento delle acque del Nilo. Le potenze coloniali, rappresentate soprattutto, ma non solo, dalla Gran Bretagna e conniventi con la monarchia, protrattasi sino al 1952, avevano sì avviato un non trascurabile processo di modernizzazione del Paese (p. es. con la costruzione delle ferrovie e l'apertura del Canale di Suez, il potenziamento della cotonicoltura e in genere dell'agricoltura in senso commerciale, la realizzazione delle prime industrie, ecc.), ma avevano operato nell'esclusivo vantaggio di pochi gruppi al potere, mentre erano rimaste invariate, se non peggiorate, le condizioni dei fellahin, cioè della gran massa degli Egiziani. Caduta la monarchia, l'Egitto ha conosciuto orientamenti economici praticamente opposti, senza peraltro trovare il rimedio al gravissimo sottosviluppo nazionale.
Con Nasser infatti fu sperimentata una politica economica nettamente socialista e dirigista e le strutture produttive del Paese cominciarono a operare nell'ambito dei piani quinquennali di sviluppo. Furono nazionalizzate le grandi imprese, le banche, le compagnie di assicurazione, mentre lo Stato si faceva imprenditore, incorporando non solo le industrie di base ma talvolta anche varie aziende minori e assumeva la gestione dei circuiti commerciali con l'estero; in campo finanziario era operata una rigida chiusura nei confronti dei capitali occidentali. Parallelamente veniva attuata la riforma fondiaria e furono ridistribuite le terre confiscate ai latifondisti (prima del 1952 meno del 3% della popolazione era proprietaria di oltre il 55% dell'arativo, mentre si calcola che l'87% dei contadini fosse totalmente privo di terre); tuttavia ciò diede origine a una miriade di microfondi, in grande maggioranza inferiori a 2 ha, che rimanevano (e rimangono) ancorati a tecniche produttive assai arcaiche. La mancata realizzazione di ulteriori interventi governativi, come p. es. la creazione di cooperative, non ha quindi consentito una reale riconversione dell'agricoltura, che è tutt'oggi in massima parte di mera sussistenza, a eccezione delle piantagioni di cotone; anzi il Paese è costretto a gravose importazioni di generi alimentari.
A partire dagli anni Settanta l'Egitto dava l'avvio a una svolta economica in senso apertamente liberista che hanno portanto a un radicale mutamento dell'assetto produttivo, ma il cui esito è stato ancora una volta incerto. Se da un lato sono affluiti i dollari del Canale di Suez (chiuso nel 1967 nel corso della guerra con Israele e riaperto nel 1975) e cospicui aiuti finanziari sono stati elargiti dagli Stati Uniti e dai Paesi arabi conservatori (Arabia Saudita in primo luogo), dall'altro lo smantellamento delle barriere doganali e quindi il libero accesso delle merci occidentali hanno gravemente danneggiato talune produzioni locali, che per l'inefficienza o la scarsa specializzazione degli impianti non hanno retto alla concorrenza straniera. Del pari l'afflusso del capitale estero (tedesco, francese, italiano, ecc. ma soprattutto statunitense), attirato al solito dall'enorme abbondanza di manodopera a costi estremamente bassi e dalle favorevolissime agevolazioni fiscali, viene indirizzato a forme d'industrializzazione volte al pressoché assoluto interesse delle multinazionali stesse, senza tradursi in un reale impulso alla crescita economica del Paese, sicché il tasso d'aumento del prodotto nazionale è appena pari se non inferiore all'altissimo incremento demografico.
È da dire che, al di là delle linee di politica economica via via adottate, l'estremamente critica situazione del Paese è in gran parte il risultato di una serie di fattori umani e naturali, che finiscono col rendere pressoché vano qualsiasi sforzo per sottrarre l'Egitto alla morsa del sottosviluppo. Elemento negativamente prioritario è la sovrappopolazione; tenuto conto della vastità della superficie desertica (ca. il 96% del totale), il carico demografico sulle zone coltivate è probabilmente il più alto del mondo. La mancanza di foreste e di aree a pascolo e a prato impedisce attività economiche altrove anche fondamentali; le risorse minerarie non sono certo straordinarie; lo stesso petrolio, che pure è una delle basi economiche del Paese, ha una produzione che appare molto modesta se paragonata a quelle della maggior parte dei Paesi arabi. Le industrie manifatturiere, che impegnano il 13% della popolazione attiva, risentono ancora di bassi livelli di efficienza. Ciò crea un grave deficit nella bilancia commerciale e una disoccupazione altissima, ormai assolutamente radicalizzata. Paese di emigrazione, durante gli anni Ottanta l'Egitto ha notevolmente risentito della cospicua riduzione dell'apporto economico fornito dalle rimesse dei lavoratori all'estero, in buona parte rimpatriati a seguito delle difficoltà degli Stati arabi produttori di petrolio che li ospitavano. Inoltre, negli ultimi anni sono sempre più aumentati, nonostante la ferma opposizione del governo, gli episodi di intolleranza religiosa.
Il settore primario non permette di soddisfare neppure la metà del fabbisogno alimentare, rivelando, nel complesso, ancora una forte arretratezza e precarietà. La maggior parte dei terreni coltivati (complessivamente 2,6 milioni di ha, pari al 2,6% della superficie territoriale, in corrispondenza del delta e della valle del Nilo) è irrigata: proprio tale necessità, largamente imposta dalle condizioni climatiche, ne limita del resto insieme alla crescita urbana l'ulteriore allargamento. Solo 400.000 ha sono soggetti ancora all'inondazione periodica del Nilo, mentre ben superiore estensione hanno le terre irrigate in permanenza, grazie ai grandi sbarramenti di Aswân, Isna, Nag Hammâdi, ecc. L'irrigazione permanente e controllata consente di praticare in rotazione sino a tre colture annue (ne consegue che la superficie seminata è molto più ampia di quella classificata come "coltivata"), ma presenta il risvolto negativo di non poter più contare sul fertile limo nilotico e di richiedere elevati quantitativi di fertilizzanti chimici. Le colture invernali ( scitui) comprendono soprattutto frumento, cipolle e legumi, le estive ( sefi) riguardano in prevalenza cotone, canna da zucchero, riso e piante oleaginose, le autunnali ( nili) sono massimamente rappresentate da mais e altri cereali a breve ciclo vegetativo, come il miglio. Tra i cereali prevale il mais , seguito dal frumento e dal riso, corrispondenti a meno della metà del fabbisogno, coltivati soprattutto nel delta e nel più recente periodo soggetto per effetto della diminuzione delle acque del Nilo a contrazione della superficie coltivata. Il miglio è proprio invece dell'Alto Egitto. Patate, fagioli, fave, cavoli, cipolle e pomodori sono prodotti di largo consumo, ma sono in parte anche esportati. Nel quadro delle colture industriali, è largamente diffusa la canna da zucchero; seguono sesamo, arachidi, lino, olivo. Notevole incremento ha avuto l'agrumicoltura, mentre per i datteri l'Egitto si colloca al primo posto nel mondo.
L'allevamento è complessivamente poco sviluppato, se si eccettuano i volatili da cortile; ovini e caprini sfruttano i terreni marginali e poveri della valle del Nilo; per i bovini si ricorre in gran parte alla coltivazione di foraggere; non molto elevato è del pari il numero dei bufali , i tradizionali animali da lavoro del fellah. Scarso rilievo economico ha egualmente la pesca, che viene anche praticata negli stagni e nei laghi del delta; spugne, coralli e madreperla si aggiungono ai prodotti ittici. Come si è detto, le risorse minerarie non sono eccezionalmente importanti, anche se nel 1975 sono stati restituiti all'Egitto i ricchi giacimenti petroliferi del Sinai, passati in mano israeliana nel 1967. Oltre al petrolio (complessivamente ca. 45 milioni di t; l'estrazione, la raffinazione e la vendita sono controllate da un apposito ente di Stato, l'Egyptian General Petroleum Corporation) e al gas naturale abbondano solo i fosfati e il salmarino, cui si aggiungono meno rilevanti quantitativi di zolfo, manganese e minerali di ferro. Il petrolio è in parte utilizzato per la produzione di energia elettrica, che tuttavia è per oltre un terzo d'origine idrica; ciò è soprattutto dovuto ai grandiosi impianti della cosiddetta "diga alta" di Aswân, grazie alla quale la produzione è pressoché quintuplicata rispetto al 1970, (40.460 milioni di kWh nel 1991); negli anni più recenti è stata avviata la costruzione di numerose centrali termiche (dal 1989 sono in funzione quelle di Asyût, Abukir, Suez e Damanhur). L'industria, pur essendosi sviluppata negli ultimi decenni, ha strutture tuttora piuttosto fragili, mostrando carenze particolarmente gravi nei settori di base; tuttavia sono stati creati, in specie all'epoca di Nasser, alcuni complessi siderurgici e meccanici, rappresentati però essenzialmente da stabilimenti di montaggio di autoveicoli, mentre un notevole impulso è stato dato all'industria chimica, specie dei fertilizzanti, ma che altresì produce acido solforico, nitrico e cloridrico, soda caustica, ecc. La maggiore industria è tuttora quella cotoniera , attivo è anche il setificio e in espansione la produzione delle fibre artificiali. Gli altri principali settori riguardano la lavorazione dei prodotti agricoli locali, annoverando perciò zuccherifici, complessi molitori, pastifici, oleifici, birrifici, conservifici, distillerie di alcol; importante, benché si avvalga solo di merce di importazione, essendone in Egitto proibita la coltura, è la manifattura di tabacchi. Il settore industriale comprende altresì cementifici, cartiere, fabbriche di pneumatici e di apparecchiature elettriche (radio, televisori, ecc.), oltre naturalmente alle raffinerie di petrolio e ai complessi petrolchimici.
La varia distribuzione delle attività nel delta e nella valle del Nilo è all'origine di cospicui scambi, che trovano ancor oggi nella navigazione fluviale una via di comunicazione largamente utilizzata. Il fiume è però affiancato dalla strada e dalla ferrovia che verso S, con la navigazione sul lago Nasser, consentono i collegamenti con il Sudan. Da questa dorsale principale, la Alessandria-Tanta-Il Cairo-Aswân, si dipartono diverse ramificazioni che servono soprattutto il delta e la zona del Canale; alcune strade raggiungono il Mar Rosso e le oasi del Deserto Occidentale, mentre una linea ferroviaria si sviluppa lungo la costa mediterranea, sino al confine con la Libia. Alessandria, che è anche collegata al Nilo per mezzo del canale Mahmudiya, è il principale sbocco del Paese sul mare, mentre Il Cairo è al vertice di tutte le comunicazioni interne, nonché attivissimo scalo aereo internazionale (compagnia di bandiera è la Egyptair). Fondamentale via di comunicazione è naturalmente il Canale di Suez, sottopassato dal 1980 da un tunnel. Notevoli, comunque, sono gli investimenti recenti nel sistema delle comunicazioni, in particolare stradali (oltre 1000 km di autostrade realizzati in pochi anni), nel quadro di un processo di integrazione territoriale che spinge ad aprire le frontiere, soprattutto in direzione dell'Arabia Saudita, collegando la sezione meridionale della valle del Nilo alle coste del Mar Rosso. Il settore turistico rappresenta un elemento significativo della politica economica liberista scelta ormai dall'Egitto, per le evidenti implicazioni finanziarie (investimenti esteri) e sociali. Per questo si è cercato di operare una diversificazione dei flussi turistici valorizzando soprattutto i litorali: a partire dalla fine degli anni Ottanta, infatti, sono stati realizzati centri specializzati per il turismo balneare e sportivo di massa, sia lungo la costa del Mar Rosso (p. es., Hurghada), verso cui si vorrebbe indirizzare soprattutto la clientela internazionale, sia lungo quella del Mediterraneo (p. es., Marsa Matrûh), su cui si orienterebbero, invece, i flussi interni. Quanto agli scambi con l'estero, la bilancia commerciale denuncia un passivo allarmante: le esportazioni, rappresentate essenzialmente da cotone grezzo e lavorato , petrolio e prodotti petroliferi, non coprono nemmeno metà delle importazioni, consistenti soprattutto in generi alimentari, macchinari e mezzi di trasporto. L'interscambio si svolge eminentemente con gli Stati Uniti e la Francia per le importazioni, con la Russia e l'Italia per le esportazioni.