COMITATO "PER LA SCUOLA DELLA REPUBBLICA"
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Il Comitato "Per la Scuola della Repubblica", trasformato in Associazione onlus, nella sua prima Assemblea, convocata a Bologna il 7 maggio 2000, ha approvato questo documento.
PER LA SCUOLA DELLA REPUBBLICA
Senza dubbio una profonda riforma del sistema scolastico, peraltro avviata con l’istituzione della scuola media unica e con l’istituzione degli Organi collegiali ma rimasta incompiuta, era divenuta indispensabile; la scuola è posta oggi di fronte al problema dell’aumento vertiginoso delle conoscenze che impone, pena una sua arretratezza e separatezza dalla società, successive e sempre più difficili scelte per ridefinire via via un sapere scolastico che sia culturalmente moderno ed efficace sotto il profilo formativo; la società di oggi peraltro è profondamente cambiata in tutti i suoi aspetti; la scuola non può rimanere estranea a questi cambiamenti, ma deve sempre più essere, rispetto ad essi, luogo di formazione culturale, consapevole e critica.
C’era (e c’è) quindi l’esigenza di un profondo cambiamento, ma non di qualsiasi cambiamento; è necessario cioè un cambiamento per rivitalizzare una scuola che ha il compito di formare anzitutto una coscienza democratica nelle nuove generazioni e che pertanto deve essere pubblica, pluralista e nazionale.
Di fronte all’attacco della destra che alla centralità della scuola statale oppone un sistema di scuole pubbliche e private in competizione tra di loro, è quindi necessario riaffermare, senza ambiguità, il ruolo istituzionale assegnato dalla Costituzione alla scuola statale come luogo di formazione culturale e democratica.
Le innovazioni recentemente introdotte senza dubbio hanno profondamente trasformato il sistema scolastico, ma senza un progetto chiaro e coerente e con molte ambiguità e scelte non condivisibili; l’autonomia scolastica, l’elevamento dell’obbligo scolastico senza dubbio sono obiettivi importanti; ma i provvedimenti adottati sono contraddittori e, per molti aspetti, introducono scelte subalterne ad una cultura del mercato, incompatibile con la funzione istituzionale della scuola pubblica. L’ampio decentramento di funzioni agli Enti Locali e quindi alle Regioni, se non inserito in nuovo quadro di regole che disciplinino i rapporti fra tale Enti e il governo centrale e locale del sistema scolastico, da una parte crea una situazione di incertezza e di ingovernabilità nelle scuole, dall’altra rischia di favorire la frammentazione e le spinte regionalistiche in senso separatista.
Sul terreno dell’autonomia scolastica, ad esempio, senza dubbio è opportuna l’affermazione della centralità del curricolo - cioè della riflessione su contenuti e forme del fare scuola (al di là delle proposte aggiuntive di "progetti" ed educazioni varie) - rispetto ad approcci organizzativistici e di pura ingegneria istituzionale. Tuttavia resta una profonda ambiguità sulla natura e sulla definizione dei processi decisionali e dei modelli organizzativi adeguati ad una istituzione particolare quale la scuola. Dirigenza e regolamento contabile, staff, funzioni-obiettivo e organi collegiali (ancora indefiniti) sembrano piuttosto lontani dal riconoscere chiaramente che libertà di insegnamento e pluralismo della scuola pubblica richiedono un’organizzazione del lavoro e della gestione improntata a partecipazione collegiale e condivisione di obiettivi: modelli istituzionali di tipo "verticale" e aziendalistico sono difatti incompatibili con i processi di ricerca collettiva e di professionalità diffusa necessari nella scuola. Pratiche magari deboli oggi - ma forse non quanto si ritiene solitamente - e tuttavia da sostenere e diffondere. D’altra parte soluzioni organizzative che separassero progettazione, esecuzione e valutazione dal fare scuola, oltre a indurre ulteriore disaffezione sui "terminali" del processi (di cui non pare ci sia bisogno), sarebbero molto probabilmente condannate all’inefficacia in un ambiente di lavoro che non può prescindere dalla condivisione degli obiettivi.
Anche la riforma dei cicli, pur importante perché riorganizza l’intero sistema scolastico, non sembra risolvere il problema di fondo del rapporto fra scuola e lavoro, scuola e società, istruzione e cittadinanza, più in dettaglio scuola e formazione professionale.
Viene anticipata l’uscita dalla scuola, ridotta di un anno, e si anticipano le scelte di canalizzazione fra i diversi percorsi scolastici (ancora imprecisati nei loro contenuti come nel rapporto, centrale e delicato, fra area comune dei saperi essenziali e area di indirizzo); si intreccia sin dall’ultimo anno dell’istruzione obbligatoria scuola e formazione al lavoro con la possibile frequenza di corsi in convenzione con la Formazione professionale ; ma non pare ancora chiaro in quale prospettiva politico-culturale di funzionalità e insieme di autonomia dal mercato del lavoro (sempre più frammentato, mobile, flessibile, precario); e di formazione alla cittadinanza e alla "mondialità" come prerequisito di una democrazia moderna.
Inoltre, i poteri di indirizzo e di controllo culturale attribuiti al Ministero P.I., la figura dei dirigenti scolastici con poteri manageriali e nel contempo controllati dall’Amministrazione scolastica, l’esautoramento degli organi collegiali territoriali, trasformati da organi di partecipazione democratica in organi di supporto tecnico dell’Amministrazione, la indeterminatezza delle funzioni degli organi collegiali delle scuole sono tutti aspetti che non solo trasformano l’autonomia scolastica in una forma di decentramento, ma mortificano il ruolo primario che deve essere riconosciuto alle diverse componenti del mondo della scuola.
Il passaggio di competenze alle Regioni e agli Enti locali sul terreno scolastico, senza modifiche costituzionali, ha prodotto una serie di conflitti di competenze fra le Regioni e il Governo centrale, che ha visto le prime tendere ad accreditarsi capacità di legiferare sulla materia istruzione e il secondo intervenire con una legge sul terreno del diritto allo studio.
Hanno fatto scalpore nei mesi scorsi i rinvii ai rispettivi Consigli regionali delle leggi dell’Emilia e della Lombardia sui buoni scuola alle famiglie che frequentano le scuole private.
Il fatto che la Corte Costituzionale discuterà prossimamente la legittimità della Legge dell’Emilia Romagna, che istituisce il sistema integrato pubblico-privato nelle scuole dell’infanzia, in seguito al ricorso al TAR del Comitato bolognese Scuola e Costituzione, e che la Regione Lombardia ha più volte ribadito l’intenzione di sollevare davanti alla Consulta il conflitto di competenza con il Parlamento sulla legittimità della legge nazionale di parità per quanto riguarda la disciplina dell’erogazione delle provvidenze in materia di assistenza scolastica, evidenzia che la questione sta raggiungendo il livello di guardia.
Infine, ed è storia più recente, la scuola è stata quasi sconvolta dal tentativo di introdurre differenziazioni stipendiali sulla base della valutazione del merito individuale degli insegnanti.
Quella valutazione è risultata - com’era abbastanza facile prevedere, ma nessuno aveva previsto - tutt’altro che semplice da definire. E i primi tentativi di ricondurre il riconoscimento del merito ad un qualche esame, pur articolato, in grado di vagliare la qualità della singola prestazione professionale, hanno finito per mandare un’immagine standardizzata e fortemente banalizzata del lavoro docente.
Tali scelte e contraddizioni hanno però assunto un significato più inquietante dopo l’approvazione della legge di parità scolastica che, non solo prevede ulteriori finanziamenti illegittimi per le scuole private (ormai è impossibile determinare l’ammontare complessivo dei finanziamenti pubblici alle scuole private, statali e locali, nonostante l’inequivoco divieto costituzionale), ma, stravolgendo i principi costituzionali, prevede che le scuole private paritarie, insieme alle scuole statali e degli Enti Locali, facciano parte di un unico sistema nazionale di istruzione;. La Costituzione prevede la parità delle scuole private per quanto concerne il trattamento scolastico degli alunni, la legge di parità recentemente approvata riconosce invece una uguaglianza tra scuole pubbliche e scuole private, che in realtà muovono da esigenze diverse e rispondono a finalità diverse.
La legge di parità, in quanto viola i principi della Costituzione, deve essere impugnata davanti alla Corte Costituzionale; nel contempo è però necessario vigilare affinché tale legge, che è stata definita "un primo passo", non comporti "passi successivi" e soprattutto non sia applicata nella parte dei benefici per le scuole private e vanificata nella parte concernente gli obblighi.
Nel contempo è necessaria la massima capacità di intervento giuridico e politico contro il proliferare di Leggi regionali che, invadendo le competenze statali sull’istruzione, istituiscono sistemi integrati regionali, finanziano le scuole private, in particolare materne, erogano buoni scuola agli alunni delle scuole private.
L’esperienza straordinariamente positiva della raccolta di firme in Emilia Romagna per proporre il referendum abrogativo della legge regionale, che si terrà nel prossimo Novembre, mostra che l’attenzione dei cittadini e la volontà di impegnarsi sul tema scuola sono ancora alte.
Su tutti questi temi il Comitato Nazionale "Per la Scuola della Repubblica" intende avviare un ampio dibattito; muovendo dal ruolo istituzionale della scuola statale, possiamo però sin da ora riaffermare i seguenti punti fermi:
1. la Repubblica deve garantire a tutti una scuola pubblica e pluralista e tutte le risorse pubbliche devono essere destinate all’istruzione statale.
Nel rispetto dei principi costituzionali, ogni forma di finanziamento diretto o indiretto alle scuole private deve essere abolito e, se previsto, deve essere contestato, anche a livello giudiziario.
2. La scuola della Repubblica deve essere effettivamente la scuola di tutti e per tutti e quindi una scuola pluralista ed organizzata democraticamente; in tale contesto deve essere riaffermata la libertà di insegnamento nella scuola come garanzia di effettiva autonomia della scuola e di pluralismo culturale. La libertà di insegnamento postula però uno status del personale docente incompatibile con una struttura gerarchizzata della scuola e con il ruolo manageriale assegnato ai dirigenti scolastici; è necessario pertanto che nel disegno di legge sugli organi collegiali, attualmente all’esame della Camera, siano definiti con certezza la loro composizione, le modalità di finanziamento e i compiti, il ruolo di governo degli organi collegiali rispetto ai compiti del dirigente scolastico e siano nel contempo previste forme e strumenti di garanzia dell’autonomia dagli esecutivi.
3. Deve essere rapidamente approvata una legge per l’istituzione della scuola per l’infanzia per tutti.. A tale fine si rivolge un appello alle Regioni ed ai parlamentari dell’area laica e democratica affinché, nell’ambito delle rispettive competenze, promuovano proposte di legge analoghe a quella di iniziativa popolare, predisposta dal Forum per la Scuola della Repubblica. Le Regioni, inoltre, nell’ambito della pianificazione delle strutture scolastiche devono prevedere un piano dell’offerta formativa pubblica corrispondente alla effettiva domanda sociale; la scelta della scuola privata deve essere libera e non può essere determinata da carenze delle strutture pubbliche.
4. In conformità alla normativa vigente, le leggi regionali in materia di diritto allo studio non possono prevedere contributi differenziati in relazione alle rette, né tanto meno, contributi diretti alle scuole private ancorché limitate alle scuole dell’infanzia.
Bologna 7 maggio 2000
Da tempo all'interno del Comitato nazionale "Per la Scuola della Repubblica" era sentita l'esigenza di procedere alla costituzione di una struttura che consentisse una più incisiva capacità d'intervento a livello istituzionale e giudiziario.
Domenica 7 maggio 2000 a Bologna il coordinamento dei Comitati locali ha dato vita all'Associazione "Comitato per la Scuola della Repubblica" a struttura federativa: un'associazione di associazioni, comitati e gruppi locali formalmente costituiti.
L'assemblea dei loro rappresentanti ne costituisce l'organismo decisionale.
Possono, però, aderire all'Associazione, intervenire nelle sue Assemblee e partecipare alle sue attività singoli o gruppi informali.
Resta inteso, infatti, che questa formalizzazione non impedirà alla associazione di continuare a porsi come punto di riferimento per quanti intendono perseguire per la scuola pubblica una riforma che sia veramente tale e sia coerente con i principi costituzionali. Per perseguire tale obiettivo intende interloquire a diversi livelli con le istanze istituzionali, con le forze politiche e sociali e con i settori del mondo della cultura e della società civile attenti ai problemi della scuola In nessun modo, pertanto, intende sostituirsi alle associazioni professionali esistenti, né interferire con le rappresentanze sindacali, con le quali è impegnata, anzi, a collaborare caratterizzandosi per un impegno politico-culturale sulla base delle idee espresse nel documento "Dalla scuola del Ministero alla scuola della Repubblica" del 1995. Questo, inserito nello Statuto, costituisce il suo atto fondativo.
Da allora la situazione è notevolmente mutata perché profonde innovazioni sono state introdotte nel mondo, ma il programma in esso tracciato mantiene la sua attualità, confermata nel documento programmatico di aggiornamento varato nella prima assemblea dell'associazione.
In esso si legge:
"...è quindi necessario riaffermare, senza ambiguità, il ruolo istituzionale assegnato dalla Costituzione alla scuola statale come luogo di formazione culturale e democratica.
Le innovazioni recentemente introdotte senza dubbio hanno profondamente trasformato il sistema scolastico, ma senza un progetto chiaro e coerente e con molte ambiguità e scelte non condivisibili; l'autonomia scolastica, l'elevamento dell'obbligo scolastico senza dubbio sono obiettivi importanti; ma i provvedimenti adottati sono contraddittori e, per molti aspetti, introducono scelte subalterne ad una cultura mercantilistica, incompatibile con la funzione istituzionale della scuola pubblica. L'ampio decentramento di funzioni agli Enti Locali e quindi alle Regioni, se non inserito in nuovo quadro di regole che disciplinino i rapporti fra tali Enti e il governo centrale e locale del sistema scolastico, da una parte crea una situazione di incertezza e di ingovernabilità nelle scuole, dall'altra rischia di favorire la frammentazione e le spinte regionalistiche in senso separatista.".
Chi ha guidato tali innovazioni non ha tenuto conto che la scuola è un sistema complesso che, mentre impegna quotidianamente oltre ottocentomila addetti e circa nove milioni di allievi coinvolgendo le loro famiglie, investe trasversalmente, a livello nazionale e a livello locale, diversi centri istituzionali e amministrativi. Per questo, in particolare, è stato grave ridurre l'autonomia scolastica al trasferimento di alcune competenze alle singole scuole e ai loro dirigenti senza averle inserite in un sistema di governo nazionale autonomo dal ministero e dai poteri locali. Si rischia di passare dalla scuola del ministero alla scuola degli assessorati (regionali, provinciali e comunali), invece che costruire la scuola della Repubblica.
L'Associazione intende pertanto legare la riflessione sui processi, che stanno investendo le scuole in vista dell'entrata a regime dell'autonomia, con quelli in atto o previsti sul piano istituzionale.
Nel suo programma ci sono tre incontri:
NB Chi desiderasse avere notizie per aderire all'Associazione, come soci collettivi o aderenti individuali, può chiedere copia dell'Atto costitutivo e dello Statuto e il documento programmatico al telefax 06/3337437.