SOMMARIO
La ripresa dell’anno scolastico
Laicità alla prova
Con la ripresa dell’anno scolastico l’offensiva per il finanziamento delle scuole private è ripresa su tutti i fronti. La pressione degli integralisti cattolici, sul Partito Popolare e sul Parlamento, ha ricevuto dopo l’avallo del Ministro Livia Turco, un contributo diretto dall’intervento con cui il Papa a Brescia il 20 settembre ha invitato formalmente il Governo a violare la Costituzione. Non sembra invece in arrivo il milione e mezzo di firme minacciate a primavera dalle organizzazioni cattoliche.
Al tempo stesso è in atto in molti Consigli regionali l’iniziativa di trasformare l'applicazione del decreto legislativo 112/98, che regola il passaggio alle Regioni di competenze governative anche in campo di istruzione e di formazione professionale, in occasione per introdurre forme di finanziamento alle scuole private nella prospettiva di un sistema integrato pubblico/privato.
È pertanto indispensabile sensibilizzare la pubblica opinione e il mondo della scuola sulla gravità di questi nuovi tentativi di aggirare la norma costituzionale contro il finanziamento delle scuole private, proprio mentre in Parlamento il dibattito sull’argomento segna il passo. Tanto più perché essi vanno ad aggiungersi alle precedenti iniziative di Regioni e Comuni che sotto diverse forme distribuiscono soldi pubblici ai privati.
Per questo il Comitato nazionale Per la Scuola della Repubblica ha creduto opportuno riprendere l’iniziativa elaborando un appello per il rilancio della scuola pubblica con l’invito a personalità, rappresentative di diversi settori, a sostenere con la loro firma l’azione dei parlamentari della maggioranza che, specie nella VII Commissione del Senato dov’è in discussione il disegno di legge governativo sulla parità, cercano di ricondurlo nell’ambito della legalità costituzionale. Dovrebbero servire anche a sostenere la denuncia, che il Comitato intende lanciare, sul nuovo contesto creato da queste manovre in corso a livello regionale. A tal proposito i Comitati locali sono stati sollecitati a divulgarle, dove si stanno sviluppando, e a far pervenire al Comitato nazionale gli eventuali progetti di legge in discussione nei Consigli regionali, come ha tempestivamente fatto il Comitato bolognese.
Urgente è diventata anche la questione dell’autonomia. Con la progressiva approvazione dei decreti e delle circolari in applicazione dell’articolo 21 della legge Bassanini, si è definitivamente aperta la fase di transizione nel governo e nella gestione della scuola i cui esiti non sono ancora prevedibili. Non è ancora certo se essa renderà il sistema scolastico adeguato alla nuova domanda formativa o si confermerà strumento per l’aziendalizzazione delle scuole di stato in una prospettiva privatistica. Per promuovere la prima alternativa è necessario, pertanto, da un lato diffondere la conoscenza dei successivi interventi ministeriali che ne avviano l’attuazione e dall’altro documentare la prassi che si va instaurando, ancor prima che il quadro normativo sia completato, sia nelle scuole autorizzate a sperimentare il nuovo regime sia nelle altre. La battaglia dell’autonomia impegna infatti gli insegnanti da un lato a denunciare incongruenze e autoritarismi, dall’altro a divulgare esperienze positive da generalizzare. Il suo intreccio con le elezioni delle Rappresentanze sindacali unitarie, che dovrebbero rinnovare radicalmente il sistema di rappresentanza della categoria, indubbiamente offre un’occasione per rilanciare la voglia di partecipazione degli insegnanti non contagiati dai processi in atto di incentivazione e di gerarchizzazione.
Marcello Vigli
GLI EBREI E LA "RIFLESSIONE" CATTOLICA SULLA SHOAH
Alla notizia che il Vaticano, rompendo gli indugi e i silenzi che perduravano da molti decenni sulla tragedia del genocidio ebraico per mano nazista e fascista, aveva pubblicato il 16 marzo 1998 il documento "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah", non pochi sono stati i commenti soddisfatti di chi riteneva fosse stato finalmente compiuto, se non un atto riparatore, certamente un gesto importante che doveva lasciare il segno nel travagliato rapporto tra ebrei e cristiani.
Del resto, il clima favorevole al dialogo tra ebrei e cristiani era stato anticipato nell’autunno scorso dalla Dichiarazione di pentimento dei vescovi francesi, che avevano espressamente riconosciuto come l’aver lasciato "che si diffondesse per tanto tempo l’insegnamento del disprezzo" avesse alimentato "nelle comunità cristiane un fondo comune di cultura religiosa che segnò in modo duraturo le mentalità, deformandole", fatto di cui "portano una grave responsabilità". Furono ancora le guide della Chiesa francese a trarre da tali responsabilità una conclusione impietosa e a spiegare perché "le coscienze si trovavano sopite e la loro capacità di resistenza indebolita quando sorse, con tutta la sua violenza criminale, l’antisemitismo nazionalsocialista, forma diabolica e parossistica dell’odio degli ebrei".
È così che anche la dichiarazione "Noi ricordiamo" dello scorso 16 marzo fu salutata, al suo apparire, come una svolta anche dalle comunità ebraiche.
Ma ad una lettura più attenta e distaccata del documento redatto e reso pubblico dalla Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l’ebraismo, le valutazioni e i giudizi non apparivano così unanimi e positivi, ché, anzi, dai consensi della prim’ora si era passati a una delusione più o meno manifesta, quando non a critiche serrate.
L’intenzione del Vaticano era certamente ottima: invitare, alle soglie del terzo millennio, i fedeli cristiani e la Chiesa tutta ad una sorta di purificazione "attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato", nel tentativo di esaminare le "responsabilità che anch’essi hanno per i mali del nostro tempo".
Tuttavia, sin dal primo capitolo del documento si ha l’impressione che, in fondo, la dichiarazione servisse al Vaticano a preparare il terreno per un’assoluzione completa della Chiesa, vuoi da ogni tipo di coinvolgimento nel genocidio, vuoi da qualsiasi accusa di quell’antisemitismo del quale per secoli è stata tacciata. Assoluzione della Chiesa non vuol dire però, nell’intento degli estensori del documento, un’assoluzione dei singoli cristiani, soprattutto di quelli che "nell’arco della storia si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del suo Vangelo, offrendo al mondo, anziché la testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza e di scandalo".
Un approccio dunque quanto mai sbrigativo per provare ad evidenziare eventuali responsabilità o corresponsabilità della Chiesa, che vengono al contrario fermamente negate, a scapito di una lieve critica sollevata unicamente verso quei cristiani che non reagirono alle atrocità dello sterminio nazista, forse perché resi "meno sensibili, o perfino indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei", a causa dei "pregiudizi antigiudaici presenti nelle (loro) menti e nei cuori".
È in realtà solo nei confronti di questi cristiani, a differenza di molti altri di loro, coraggiosi e caritatevoli verso gli ebrei, che il documento viene a muovere degli appunti, quei cristiani cioè che "non furono forti abbastanza per alzare le loro voci di protesta". È dunque essenzialmente per loro, secondo la Santa Sede, che "questo grave peso di coscienza di loro fratelli e sorelle durante l’ultima guerra mondiale deve essere un richiamo al pentimento". Alla Chiesa, invece, nessun appunto, nessuna benché minima ammissione sul fatto che, da sempre, sia esistita un’ostilità antiebraica di matrice cristiana, con alla base motivazioni di tipo religioso: quell’ostilità di recente così ben approfondita e messa in luce, in una meticolosa rassegna su duemila anni di odio antigiudaico, da Francesco Maria Feltri, che nel volume "Per discutere di Auschwitz (Giuntina, Firenze 1998) non si limita ad una descrizione dei pogrom che accompagnarono le Crociate, ma parla anche del "tono violentemente antigiudaico" dei Vangeli di Matteo e Giovanni, dell’avversione agli ebrei presente nel Dialogo con Trifone di Giustino, o nell’omelia Sulla Pasqua composta da Melitone vescovo di Sardi, attraverso un esame impietoso dell’antigiudaismo cristiano dai primi secoli dopo Cristo.
È questo uno degli aspetti che maggiormente sconcertano ad una lettura meditata e serena del documento vaticano: la mancanza di qualsiasi riconoscimento del ruolo della Chiesa (e non dei singoli cristiani) sia durante lo sterminio nazista, sia durante i secoli in cui la sua dottrina è stata pervasa di antisemitismo.
Ma non è il solo aspetto a lasciare nel lettore "un notevole senso di disagio, delusione e perplessità di fronte agli estensori del testo", come li definisce Feltri, storico e cristiano, nell’opera citata.
Da un esame anche sommario del documento – il primo reso ufficiale dalla Santa Sede – emergono la superficialità e la disinvoltura estreme con le quali nelle sue pagine sono stati liquidati duemila anni di storia, di quella storia che ha segnato il tormentato rapporto ebrei-cristiani nei secoli. I passaggi salienti della vicenda storica degli ebrei sono questi: dagli albori del cristianesimo, in cui, "dopo la crocifissione di Gesù sorsero contrasti tra la Chiesa primitiva e i capi dei giudei e il popolo ebraico", si passa a vaghi accenni ad una "discriminazione generalizzata, che sfociava a volte in espulsioni o tentativi di conversioni forzate", così come, in tempi di crisi, carestie, guerre e pestilenze o tensioni sociali, "la minoranza ebraica fu più volte presa come capro espiatorio, divenendo così vittima di violenze, saccheggi e perfino massacri".
Il salto è poi diretto al periodo dell’emancipazione, allorché, raggiunta dagli ebrei una posizione di uguaglianza nei confronti degli altri cittadini, "prese piede un nazionalismo esasperato e falso" e "cominciarono ad apparire delle teorie che negavano l’unità della razza umana, affermando un’originaria differenza delle razze". Non sono che alcuni dei passaggi, sconcertanti per la loro faciloneria e per il loro semplicismo, con cui il documento vaticano si fa carico di ripercorrere "le relazioni tra ebrei e cristiani", come titola il III capitolo della riflessione sulla Shoah.
Infine un’altrettanto veloce quanto imbarazzante difesa dell’operato di Pio XII, il pontefice degli inquietanti silenzi, che viene posto sullo stesso piano di Pio XI, ed il cui ruolo viene, anzi, in qualche modo esaltato, visto che si ricorda come sin dalla sua prima enciclica del 20 ottobre 1939, "mise in guardia contro le teorie che negavano l’unità della razza umana e contro la deificazione dello Stato, tutte le cose che egli prevedeva avrebbero condotto ad una vera ora delle tenebre".
Una difesa ad oltranza di Pio XII, del quale il documento della Santa Sede, sia pur in nota, tiene a ricordare, in una sorta di excusatio non petita, che "organizzazioni e personalità ebraiche rappresentative riconobbero varie volte ufficialmente la saggezza della diplomazia". Difesa in perfetta sintonia con il filo che unisce l’intera riflessione vaticana sulla Shoah, che si caratterizza non certo per una sia pur velata condanna della Chiesa, ma, se mai, per dirla ancora con Feltri, in una "rapida e troppo comoda sentenza di autoassoluzione" su duemila anni di storia e di rapporti con gli ebrei.
Giulio Disegni
Vice presidente della Comunità Ebraica di Torino
TESTIMONI DI GEOVA NEI LAGER NAZISTI
Non sono mancati nel cinquantennio trascorso studi e testimonianze sulla presenza e sul sacrificio anche estremo non soltanto di deportati personalmente credenti, ma di religiosi delle principali denominazioni diffuse in Europa (rabbini, pastori e preti, soprattutto) nei lager e nei campi di sterminio nazisti: ne fanno fede ad esempio, per ciò che concerne le sole ricerche piemontesi avviate con autorevole contributo pubblico e universitario per impulso dell’ANED, i titoli specifici reperibili nel volume Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall’Italia 1944-1993, a cura di A. Bravo e D. Jalla (Franco Angeli Editore, Milano 1994); o il Convegno internazionale, coi relativi Atti, sul tema Religiosi nei Lager. Dachau e l’esperienza italiana, svoltosi nel medesimo ambito a Torino il 14 febbraio 1997. E si tratta ovviamente di richiami molto circoscritti, seppur significativi.
Ciò che però era in genere emerso fino ad anni recenti faceva rilevare la limitatezza e la saltuarietà di riferimenti, per non dire la carenza di trattazioni più organiche, a proposito di una singolare e certo emblematica esperienza concentrazionaria "di popolo", che, se anche non numerosa in assoluto, è stata numericamente consistente in proporzione alle dimensioni quantitative europee di allora (e, per quanto riguarda questa breve riflessione, tedesche e italiane) dei credenti qui considerati. Essa ha tra l’altro meritato per loro, i Bibelforscher (Studenti biblici) poi ampiamente noti come Testimoni di Geova, di essere marcati nei lager fra le "categorie" da isolare e sterminare – unici fra i gruppi religiosi, prevalendo totalitariamente per gli Ebrei la motivazione del razzismo antisemita – con un contrassegno particolare, i "triangoli viola, o lilla, o color malva"; e li ha portati a riscuotere in parecchie circostanze, per la coerenza e la disponibilità altruistica comunemente dimostrate, l’ammirazione dei loro compagni di sventura e persino dei loro aguzzini, per lo più frustrati nell’accanimento della persecuzione finalizzata in special modo a strappar loro individualmente dichiarazioni firmate di abiura che (caso pure questo singolare nella logica distruttiva di quel sistema) avrebbero potuto consentire un ritorno alla libertà.
Ne parliamo anche noi con commosso rispetto, ad ulteriore conferma del dovere di ricordare senza eccezioni, perché non si ripetano (e il rischio è continuamente attuale), le aberrazioni del passato. Nello specifico, l’occasione ci viene offerta finalmente, a livello informativo e documentario, dall’ampio saggio di S. Graffard e L.Tristan, I Bibelforscher e il nazismo (1933-1945). I dimenticati dalla Storia (Ed. Tirésias-M.Reynaud, Paris 1994) e dal più vario e conciso volume di M.Pierro, Fra Martirio e Resistenza. La persecuzione nazista e fascista dei Testimoni di Geova (Editrice Actac, Como [via Mognano, 3/C] 1997), recante nella parte centrale un esauriente catalogo dei dati in materia raccolti presso il Centro di Documentazione sorto in Campania (Salita S. Giovanni 5, 84135 Salerno); inoltre, dall’iniziata disponibilità di materiale video tradotto e dall’allestimento in Piemonte di una mostra storica dal titolo Triangoli viola: Testimonianze di Testimoni (più di 300 immagini rispettivamente dedicate alla Germania nazista, all’Italia fascista repressiva anche verso i Pentecostali ed in genere verso ogni minoranza non assimilabile, e ai fatti persecutori "mentre Torino era in guerra"), proposta ai cittadini e alle scuole nel principale intento di fornire "una visione più completa dell’Olocausto".
"Il caso dei Testimoni di Geova è eccezionale per vari motivi", ha tra l’altro sottolineato Matteo Pierro: "Essi furono l’unica religione perseguitata dal nazismo a motivo del proprio credo. Anziché fare compromesso col regime, i Testimoni continuarono a vivere secondoi dettami della propria fede, che li spinge a rifiutare il servizio mili-are e la partecipazione alle politica. In tal modo si contrapposero nettamente all’ideologia nazista e, fin dall’ascesa al potere di Hitler, furono messi al bando [...]. Infine, mentre molti tacevano, i Testimoni furono tra i primissimi a denunciare, sia in Germania che all’estero, le atrocità del nazismo, come lo sterminio degli ebrei nei ghetti o l’impiego dei gas nei lager" (op. cit., p. 42).
Asserzioni (ed eventi) su cui riflettere e sempre passibili di accertamenti e di ulteriori ricerche. In questa sede, ove i temi della memoria sono fra gli argomenti ricorrenti, possiamo prenderne atto sulla scorta non trascurabile di quanto appena citato. Ma un’ultima osservazione più generale verremmo fare, ripensando – fra le tante reminiscenze affioranti – alle "prove inaudite" affrontate "senza dar segni di cedimento" che Margarete Buber-Neumann (in Prigioniera di Stalin e Hitler, Il Mulino, Bologna 1994, p. 223) attribuisce alle testimoni sue compagne di deportazione a Ravensbrück: se è vero, come riteniamo, che nella prospettiva storica passato e presente si sostenziano reciprocamente, c’è pure un’esigenza forte di conoscenza e di maggior comprensione che dalle stesse tragedie ricordate si riversa operativamente nell’oggi; dunque un laico invito di libertà alla tolleranza e alla civile convivenza1.
Carlo Ottino
1 Dati e notizie di fonte ufficiale – con differenziati cenni bibliografici – si trovano nel Dossier: I Testimoni di Geova in Italia, ed. Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, Roma 1998. Il fascicolo si apre con due pagine statistiche che segnalano, all’anno 1997, la presenza di 5.599.931 "evangelizzatori" in 232 paesi del mondo, di cui 223.236 operanti nelle venti regioni italiane: sintomatico fenomeno di comunità in tendenziale aumento, che andrebbe peraltro più largamente analizzato. Ma, per gli argomenti trattati nell’articolo, rimandiamo in particolare al cap. 4 del Dossier, I Testimoni di Geova nel periodo del nazifascismo ((pp. 29-39), abbondantemente corredato di richiami e citazioni in sintetica presentazione.
DAI BATTISTI
Il 23 maggio, nel tempio di via Passalacqua a Torino, si è svolta l’Assemblea dell’Associazione Chiese Battiste in Piemonte (ACBP). Tra l’altro, l’Assemblea ha deciso l’adesione dell’ACBP al Comitato Torinese per la Laicità della Scuola e ha nominato come suo rappresentante nel Direttivo il prof. Maurizio Girolami, docente di storia e filosofia al Liceo Scientifico "Einstein" di Torino. Salgono così a 16 le associazioni aderenti al nostro Comitato.
Inoltre l’agenzia "NEV – Notizie evangeliche" (n. 26, 1.7.98) riporta che la trentacinquesima Assemblea generale dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (UCEBI), riunita a Santa Severa (Roma) dal 24 al 28 giugno, ha confermato dopo ampio dibattito di non accedere al meccanismo dell’otto per mille e ha approvato una mozione contro il finanziamento delle scuole private e in difesa della scuola statale, "libera perché pluralista, aperta a tutti e aconfessionale".
C.P.
LE CHIESE EVANGELICHE SULLA PARITA’
Il 17 settembre una delegazione delle Chiese evangeliche, formata da Domenico Tomasetto, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Gianni Long e Beniamino Lami, è stata ricevuta in audizione dalla VII Commissione del Senato.
"La delegazione ha presentato la posizione profondamente contraria delle chiese evangeliche al riconoscimento della parità scolastica. Se invece il Parlamento si orientasse a favore di questo riconoscimento, la delegazione evangelica ha chiesto che nelle scuole gestite da organizzazioni di tendenza e in quelle istituite a fine di lucro si eviti ogni forma di discriminazione e si garantisca una vera parità in riferimento agli allievi, al reclutamento del corpo insegnante, ai programmi, al progetto educativo d’istituto e ai controlli. In ogni caso, si è chiesto che alle scuole gestite da chiese evangeliche non venga esteso l’obbligo dell’insegnamento della religione cattolica a carico dell’amministrazione evangelica. Questo principio di "non obbligo" è già operante negli ospedali evangelici in cui l’amministrazione non è tenuta ad avere in carico un cappellano cattolico, come invece avviene negli ospedali pubblici" (Riforma Settimanale delle chiese evangeliche battiste, metodiste, valdesi, n. 38, 2 ottobre 1998; la notizia è riportata anche dall’agenzia nev, del 23.9.98).
C.P.
IL NOSTRO COMITATO IN AUDIZIONE AL SENATO
Il Comitato ristretto della VII Commissione permanente del Senato, incaricato dell’esame del DDL n. 2741 e delle proposte di legge abbinate sulla parità scolastica, ha ricevuto l’8 ottobre in audizione una delegazione del nostro Comitato, formata da Cesare Pianciola e Attilio Tempestini. La delegazione ha presentato in sintesi le tesi più volte espresse nei nostri documenti. Siamo favorevoli a una legge sulla parità strettamente aderente al dettato costituzionale (art. 33, c. 4): in sostanza si tratterebbe di unificare e aggiornare la legislazione – in gran parte anteriore alla Costituzione repubblicana – sulle scuole parificate e pareggiate.Tale legge non potrebbe però in nessun caso: a) introdurre un "sistema pubblico integrato" che cancelli la separazione costituzionale tra il settore statale e il settore privato dell’istruzione; b) stabilire finanziamenti statali alla scuola privata. Il sen. Biscardi, coordinatore del Comitato ristretto, ha assicurato alla delegazione che verrà prodotta una relazione sui risultati dell’ampia serie di audizioni in corso. Nello stesso giorno c’è stata anche l’audizione della delegazione di Scholé Futuro, formata da Andrea Bagni, Franco Calvetti e Paolo Chiappe, della redazione di "École": sviluppando una linea di pensiero analoga a quella del nostro Comitato, hanno sottolineato le differenze tra la situazione degli insegnanti delle scuole private (vincolati dal progetto educativo "di tendenza" e/o dalle esigenze della proprietà dell’istituto) e quella degli insegnanti della scuola pubblica, caratterizzata dalla libertà d’insegnamento e dal pluralismo interno ad ogni istituto.
C.O.
LA QUESTIONE DELL’EUNTANASIA
Il Sinodo delle Chiese Valdese e Metodista, nella sessione del 23-28 agosto 1998, ha approvato un ordine del giorno sui temi della bioetica, in cui viene sottolineata l’opportunità per le Chiese di "inserirsi nella discussione in corso nel paese sulla bioetica offrendo il loro contributo per aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica sui problemi e per la ricerca di soluzioni attuali": ragione per cui il Sinodo "riceve i tre documenti prodotti dal "Gruppo di lavoro sui problemi etici posti dalla scienza alla fede" (costituito dalla Tavola Valdese nel 1992) e, senza pronunciarsi sui singoli giudizi, ne approva la diffusione come elemento di pubblica discussione" (cfr. Riforma, 11/9/1998, p. 8). I documenti a cui viene fatto riferimento riguardano: la "Bioetica, ricerca e orientamenti" (1995), "L’interruzione volontaria della gravidanza" (1996) e "L’eutanasia e il suicidio assistito", pubblicato nell’aprile 1998.
Da un punto di vista laico è fatto decisamente rilevante che una minoranza religiosa si proponga di favorire il dibattito bioetico, non indicando rigide regole di comportamento e non condannando possibili scelte alternative, ma cerchi il confronto con altri, ritenendo fondamentale coinvolgere in queste discussioni esperti e non esperti, laici e religiosi. In questo modo il punto di vista di quanti fanno riferimento alla loro fede religiosa può inserirsi costruttivamente nel dibattito bioetico laico, che anche nel nostro paese, in opposizione ai condizionamenti diretti o indiretti del mondo cattolico, è orientato, secondo i suoi più autorevoli esponenti, non a stabilire norme definitive, ma piuttosto a promuovere l’informazione, per consentire a ogni persona di operare scelte libere e responsabili.
Il documento su L’eutanasia e il suicidio assistito, presentato in una conferenza stampa ai giornalisti il 26 agosto 1998 suscitando viva attenzione da parte dei quotidiani, è degno di particolare considerazione per la complessità e la delicatezza dell’argomento, che riesce ad affrontare con pertinenti riferimenti scientifici, storici e teologici, in uno stile chiaro e accessibile a tutti.
Lo scritto risulta molto significativo per la sua attualità e per la sintonia con il discorso bioetico laico. Infatti in esso trova espressione anche il ripensamento critico di categorie etiche tradizionali, che è proprio di gran parte del pensiero filosofico contemporaneo. In questa prospettiva sono da sottolineare la nozione di vita biografica e non solo biologica, l’attenzione alla qualità della vita, la considerazione del dolore non come un valore ma come un aspetto dell’esistenza da combattere e, infine, il concetto di libertà e dignità dell’individuo che si esplica anche nel diritto di vivere coscientemente la propria morte.
Presentiamo la sintesi del documento L’eutanasia e il suicidio assistito (Comunicato n. 6 dell’Ufficio stampa del Sinodo del 26-8-1998 diffuso a cura dell’Agenzia stampa NEV n. 35-36, 16-9-1998, pp. 5-6).
M.B.
1. Definizioni.
Il documento offre, in primo luogo, una puntuale definizione dei termini della materia, precisando in particolare la distinzione fra "eutanasia attiva" ed "eutanasia passiva", meglio definita come "astensione terapeutica". Si parla invece di "suicidio assistito" nel caso in cui il malato, usufruendo dell’assistenza di un medico, si procura una rapida morte attraverso l’assunzione di farmaci; l’intervento del medico in questo caso è limitato alla prescrizione dei farmaci ed ai consigli sulle modalità di assunzione.
2. Stato del dibattito.
Il gruppo di lavoro segnala e documenta il crescente interesse, in ambito scientifico, nei confronti delle tematiche legate all’eutanasia: di suicidio assistito si parla sempre più spesso in riviste oncologiche, così come nei maggiori congressi di oncologia. L’attuale dibattito focalizza la propria attenzione sulla qualità del periodo terminale della vita e sul morire: la medicina può prolungare la vita anche in caso di malattie molto gravi, ma non è sempre in grado di garantire un’accettabile qualità di vita per il paziente.
Chi si oppone all’eutanasia spesso si richiama con forza all’idea di "sacralità" della vita: non l’essere umano ma Dio è padrone della vita e della morte; in alcuni casi anche un’etica non radicata religiosamente sostiene, contro l’eutanasia, il valore "sacro" della vita, di fronte al quale ogni intervento umano diventa illecito. Di fronte a questa impostazione del problema si situa il diritto del malato di decidere di porre termine alla propria esistenza, quando questa sia divenuta intollerabile.
3. Situazioni cliniche.
Il documento sottolinea la varietà e la complessità delle situazioni cliniche di fronte alle quali ci si può trovare. La questione dell’eutanasia o del suicidio assistito si pone non solo rispetto ai malati di cancro o di Aids, che convivono anche per anni con la propria malattia, ma anche nel caso di persone affette dalla malattia di Alzheimer, o di persone che avendo subito gravi lesioni cerebrali vivono in totale dipendenza da macchine per la respirazione e per la nutrizione.
4. La ricerca di orientamenti.
Dalle riflessioni del gruppo di lavoro relative alla "ricerca di orientamenti" emergono due aspetti fondamentali:
– La medicina deve poter operare nell’ottica di una "cura globale " della persona: da un lato infatti il medico ha il dovere di applicare con efficienza tutte le conoscenze atte a tenere in vita il paziente, d’altra parte, però, egli non può eludere l’imperativo di evitare sofferenze inutili al paziente che non abbia prospettive di guarigione.
– La vita biologica – l’insieme delle funzioni biologiche dell’organismo – va distinta dalla vita biografica che ci caratterizza come esseri umani ed è costituita dall’insieme delle esperienze e delle relazioni con gli altri, dalla capacità di progettare il proprio futuro e rendere umana la vita. Se la vita biografica termina o diviene intollerabile a causa della sofferenza va presa in considerazione la possibilità di porre fine alla vita biologica.
Il documento segnala inoltre i forti mutamenti avvenuti nell’opinione pubblica in questi anni: nel 1994 è stata approvata in Oregon (USA) la legge nota come "Death Dignity Act", che consente la prescrizione di farmaci per il suicidio assistito. Nonostante l’opposizione di molti medici e la posizione nettamente contraria dell’American Medical Association, con un referendum svoltosi nel 1997 i cittadini dell’Oregon ne hanno respinto la proposta di abrogazione (maggioranza del 60%).
Interessanti sono i mutamenti avvenuti in questi anni nei Paesi Bassi. In base alla legge approvata nel 1994 il medico può operare l’eutanasia solo nel rispetto di precise condizioni: il malato deve averne fatto esplicita e ripetuta richiesta; il suo stato deve essere grave a tal punto che ogni intervento medico sia ritenuto inutile; deve essere consultato un altro medico, che non abbia avuto in cura il paziente.
Ciascun essere umano, si afferma nel documento, è responsabile della propria vita e può decidere se questa sia ancora degna di essere vissuta. È evidente che l’espressione di libertà costituita dalla richiesta di eutanasia può nascere solo in un contesto adeguato di informazione e comunicazione fra il medico e il paziente: sotto questo aspetto nel contesto culturale italiano c’è ancora molta strada da fare. Seppur con estrema cautela, esperienze come quella olandese potrebbero essere trasferite in altre realtà sociali. Senz’altro in Italia è giunto il momento di stimolare la discussione e dare avvio ad un adeguato percorso legislativo.
5. Considerazioni etiche e pastorali.
In ambito etico e pastorale le domande e i dubbi posti dall’eutanasia e dal suicidio assistito sono enormi: la scelta di accompagnare un malato molto grave verso l’interruzione della propria esistenza può nascere solo nel contesto di una relazione profonda con il suo stato di sofferenza e dolore. La relazione si accompagna alla consapevolezza della conflittualità insita in tale decisione, conflittualità che resta aperta per tutte le persone coinvolte (il malato, il medico, i familiari, la figura pastorale). Ciò a cui non è possibile sottrarsi, nel contesto di una relazione significativa con l’ammalato, è la domanda dell’altro che soffre, l’insistente richiesta di chi, consapevolmente, intende porre termine alla propria esistenza. Non è possibile evidentemente imporre norme o principi etici di riferimento, validi comunque e per tutti; ma a questa domanda che proviene dall’altro la figura di accompagnamento pastorale non può sottrarsi.
In ambito cristiano l’eutanasia è stata spesso vista in modo negativo. La pratica dell’eutanasia implicherebbe la pretesa di "prendere il posto di Dio", sostituirsi a Dio nelle decisioni relative alla vita e alla morte. Ma accogliere la richiesta di un malato grave di porre fine alla propria vita probabilmente sottrae terreno più al potere della medicina (in grado di tenere in vita un corpo anche quando questo produce sofferenza e non autentica vita) che alla signoria di Dio.
Accogliere la domanda di morte, in determinate situazioni, consapevoli dell’intima conflittualità che si accompagna a questa scelta, può essere paradossalmente una scelta per la vita. Nel contesto della fede in un Dio della vita e della fiducia nelle sue promesse, la scelta dell’eutanasia si configura come un gesto umano, di profondo rispetto nei confronti della vita; una scelta dolorosa che intende rispettare il diritto di ciascun essere umano di vivere con dignità la vita che ci è stata donata e con consapevolezza la malattia e la morte.
PER LE CELEBRAZIONI DEI DIRITTI
CIVILI DELLA LIBERTA’ RELIGIOSA
I 150 anni dalle leggi di emancipazione dei Valdesi e degli Ebrei promulgate nel 1848 da Carlo Alberto nel nuovo clima costituzionale del Regno sabaudo – che già abbiamo rievocato anche in queste pagine (cfr. "Laicità" n. 1-2, Marzo 1998: Liberi dalle discriminazioni civili e politiche, articoli di G. Bouchard e di G. Fubini) – hanno avuto un significativo riconoscimento pubblico in Piemonte con l’approvazione da parte dell’Assemblea regionale, nello scorso mese di settembre, di una Proposta di legge presentata dal gruppo dei Democratici di Sinistra. Con tale provvedimento, e per quest’anno ai fini delle celebrazioni suddette, sono stati stanziati 200 milioni "destinati a finanziare progetti di Province, Comuni, comunità montane, nonché di enti ed associazioni culturali e religiose"; mentre restano da stabilire gli stanziamenti relativi agli anni seguenti.
Come ha rilevato il consigliere Marco Bellion, relatore del provvedimento, "il riferimento alle leggi emanate da Re Carlo Alberto nel 1848 non ha valore unicamente commemorativo e di riconoscimento del contributo che le minoranze valdese ed ebraica hanno dato allo sviluppo e alla crescita democratica della società piemontese ed italiana. Significa anche porre all’attenzione dei cittadini il fatto che la libertà, come la intesero valdesi ed ebrei 150 anni or sono, va garantita dalla legge e conquistata dai cittadini" (cfr. "NEV notizie evangeliche" n. 38, 30 settembre 1998, p. 3).
Sono motivi che condividiamo, per i quali segnaliamo positivamente il generale senso politico e civile di questa recente legge della Regione subalpina che non ha precedenti del medesimo tipo in Italia: una "legge specifica", per citare ancora la relazione di Bellion di accompagnamento al testo, "che riconosce come la libertà religiosa sia strettamente connessa con la libertà civile, permettendo al Piemonte di prendere coscienza di una pagina fondamentale della propria storia e del contributo di valori e di ideali da essa dato alla nascita della nazione italiana".
Nello stesso spirito, ci pare – e "La Stampa" del 24 settembre ha accoppiato le due notizie – il Consiglio regionale piemontese, nella sua seduta del 22 settembre, "ha anche approvato la legge – unica nel panorama nazionale – per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione".
C.O.
AA.VV., Etica della tolleranza, a cura di Mariano L. Bianca e Enrica Tedeschi, Pontecorboli, Firenze 1997, pp. 143, L. 20.000.
Nell’ambito di una collana di saggi intitolata, come la rivista ufficiale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, "Massoneria oggi", un gruppo di redattori e collaboratori della rivista stessa si è proposto di approfondire, con modernità di vedute e da punti di vista diversi, il significato attuale del concetto di tolleranza, da sempre parola d’ordine della massoneria.
Nel primo saggio, intitolato "Tolleranza come etica e come gnoseologia", M.L.Ghezzi premette subito alcune considerazioni su tale concetto, "di natura fortemente pragmatica", inteso "alla realizzazione di comportamenti più che alla speculazione filosofica".Un concetto che "non sopporta di essere imprigionato una volta per tutte entro i confini di una definizione immutabile". Quindi, dopo un sintetico cenno ai precedenti illustri rappresentati, fra il XVII e il XIX secolo, da Locke, Voltaire e Mill, sintetizza con molta chiarezza, in quattro nuclei tematici, l’"ideale itinerario culturale di approfondimento", in ragione del quale sono ordinati gli altri dodici saggi, più una sorta di "tavola rotonda", che costituiscono il seguito del volume.
Il primo nucleo pone le premesse teoriche della trattazione collettiva, sul piano sociologico (E. Tedeschi), storico (M.L. Bianca) ed etico-politico (M. Schiavone).
La seconda serie d’interventi tratta il tema nei suo aspetti "empirici, pragmatici, politici e di attualità".Qui P. Chiozzi si chiede: "La diversità è da tollerare?" e pone la risposta sul piano dei rapporti fra diverse etnie e culture; S. Maffettone ripropone, come soluzione dello scontro, le teorie liberali della giustizia; L. Battaglia allarga il panorama delle diversità, dal mondo umano all’universo della vita; D. Cofrancesco riporta l’attenzione verso lo scottante tema della etnie e dei nazionalismi.
La terza parte del volume è dedicata agli espliciti contatti e rapporti tra la tolleranza e l’esperienza massonica. Qui G.B. Furiozzi illustra in che modo l’etica e la normatività massonica di oggi discendano dallo sviluppo dato al principio di tolleranza da Locke e da voltaire; E. Pace esamina il fondamentalismo contemporaneo e osserva come la propensione all'intolleranza si possa collegare con l’esposizione della "pelle" religiosa al "sole" rovente della politica (lo sperimentano oggi i massoni italiani, a spese dei quali pare che riescano ad accordarsi al meglio certe antiche fedi politico-religiose, un tempo tra loro avverse); A. Bartoli analizza in che modo la pratica della tolleranza debba e possa diventare parte essenziale dell’habitus massonico; e D. Del Bino riespone i precedenti storici tradizionali della polemica massonica contro l’intolleranza, rievocando Giordano Bruno e Galileo.
Dopo il dibattito in cui M.I. macioti, A. Nesti e R. Cipriani fanno il punto sullo stato della questione, I. Biagianti conclude il volume commentando la Dichiarazione dei principi sulla tolleranza, proclamata dall’unesco, nel suo cinquantenario, il 16 novembre 1995.Resta da augurare che il nobile documento s’imponga, in futuro, alla coscienza dell’umanità.
Augusto Comba
La libertà degli altri. La libertà religiosa in Italia dal 1848 ad oggi, a cura della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e dell’Unione italiana delle Chiese cristiane avventiste del settimo giorno, Roma 1998, pp. 90, s.i.p. [L. 10.000].
Nel centocinquantenario delle Lettere Patenti, con cui il re Carlo Alberto concesse le libertà civili ai valdesi e agli ebrei, la Federazione delle Chiese evangeliche inItalia (in collaborazione con l’Unione delle chiese cristiane avventiste del settimo giorno) non poteva lasciarsi sfuggire l’opportunità di parlare ancora una volta di libertà, libertà per sé e per gli altri.
Otto agili capitoli, una introduzione, due appendici (la prima, con il pertinente contributo ebraico di Tullio Levi) hanno impegnato una decina di cittadini (ma una sola cittadina!) che sottolineano che la ricorrenza del 1848 "non riguarda oggi solo la minoranza valdese presente alle Valli Valdesi o, più estesamente, le Chiese evangeliche in Italia, ma tutti i cittadini e tutte le confessioni religiose". A questo riguardo bisogna riconoscere che al momento della firma delle varie Intese con lo Stato (previste dall’art. 8 della Costituzione) le minoranze religiose hanno sempre, nei discorsi ufficiali, chiamato in causa "chi non ha voce", con l’impegno di dare loro voce. E in tal senso hanno operato nel tempo: nel 1984 le Chiese Valdese e Metodista; nel 1986 l’Unione delle Chiese avventiste del settimo giorno e le Assemblee di Dio in Italia; nel 1987 l’Unione delle Comunità Ebraiche; nel 1993 l’Unione cristiana battista e la Chiesa evangelica luterana.Il lungo cammino verso la libertà non è ancora giunto al termine della sua corsa e passa ora per il disegno di legge sulla libertà religiosa, presentato al Parlamento dal governo Prodi.
Anche se, come dice Gianni Long, la via maestra è sempre quella dell’Intesa, la legge sulla libertà religiosa dovrà affrontare e promuovere il dialogo su una serie di questioni di sicura rilevanza: la questione dell’insegnamento religioso a scuola, per ora impostato correttamente solo dalle sentenze della Corte costituzionale; la questione delle religioni "nuove", dei nuovi "movimenti" religiosi emergenti in Italia; la presenza massiccia di musulmani sul territorio italiano.
Il confronto dovrà scaturire anche grazie ai tanti/tante che non si rivolgono ad alcuna credenza e/o confessione con connotazione religiosa ma che, al pari degli altri, vanno tutelati. Una via ancora tutta in salita per la quale è più che mai necessaria la vigile determinazione dei laici impegnati per la libertà democratica, solidali con tutti.
Franco Calvetti
UNA SENTENZA CHE FARA’ DISCUTERE
ANNULLATA L’ASSOLUZIONE DI MONTAGNANA
La III Sezione Penale della Cassazione, accogliendo il ricorso della Procura di Torino, ha annullato con rinvio ad altra Sezione della Corte d’Appello la sentenza con cui l’11 febbraio di quest’anno la I Sezione della Corte d’Appello aveva assolto il prof. Marcello Montagnana, che aveva rifiutato di fare lo scrutatore nelle elezioni del 1994 per la presenza del crocifisso nei seggi elettorali e perciò era stato condannato dal pretore di Cuneo il 4 aprile 1996. La Corte d’Appello aveva assolto l’imputato "perché il fatto non sussiste avendo egli agito per giustificato motivo", "in sintonia con la tutela di un principio costituzionalmente garantito, quale quello della laicità dello Stato" (cfr. sulle motivazioni della sentenza d’appello l’articolo dell’avv. Mauro Mantelli in "Laicità", n. 1-2, marzo 1998). Il prof. Montagnana ha dichiarato: "Visto che al cittadino non viene data alcuna possibilità di opporsi alla violazione di diritti irrinunciabili e di principi fondamentali, mi rivolgerò agli organismi internazionali, ai quali aderisce anche l’Italia. Oltre alla laicità dello Stato è in discussione anche il diritto di ciascuno alla libertà di coscienza in materia religiosa: libertà in senso attivo, di credere in ciò che più aggrada; e libertà in senso negativo, da condizionamenti dello stato o di altri. Tale diritto è garantito dalla Costituzione, e ribadito in numerose sentenze della Consulta. Ma, come dimostra la sentenza della Cassazione, non è per nulla rispettato nei fatti".
Il nostro Comitato esprime tutta la sua solidarietà nei confronti del prof. Montagnana e il pieno appoggio per l’azione legale che vorrà ulteriormente intraprendere perché sia riconosciuto il fatto che la religione cattolica non è più la religione di Stato e soltanto per un abuso i suoi simboli continuano ad essere esposti nelle sedi pubbliche.
C.P.
Riprendiamo dal bollettino "Il peccato" (n. 9/1998; redazione: via Garibaldi, 47 – Fano) uno stralcio significativo dal documento Il finanziamento della scuola privata elaborato dalla Federazione dei Comunisti Anarchici (c/o Crescita politica Editrice, casella post. 1418 – 50121 Firenze).
Il bambino che entra nella comunità scolastica deve poter avere la garanzia della libertà nella scuola, dell’insegnamento in un ambiente che aiuta la sua formazione culturale e umana attraverso il confronto dialettico delle esperienze culturali ed etniche, religiose e non religiose; deve poter assorbire il valore del pluralismo culturale e religioso, del confronto dialettico tra le diverse ideologie e credenze per sviluppare una propria elaborazione di valori che contribuirà a formare la sua personalità.
Sono questi i valori della scuola laica e non confessionale, pubblica e libera che noi intendiamo aiutare attraverso:
– la formazione di Comitati locali per la difesa della scuola pubblica e laica;
– la mobilitazione e la lotta di alunni, insegnanti e genitori;
– iniziative giuridiche a difesa della scuola pubblica;
– lo studio di metodi pedagogici ed educativi che esaltino la libertà, l’autodeterminazione culturale, cognitiva e di apprendimento degli alunni;
– l’elaborazione collettiva di valori di solidarietà, di fratellanza tra i popoli e uomini e donne appartenenti alle più diverse etnie;
– la proposta di un’organizzazione scolastica che valorizzi veramente l’autonomia e che venga finanziata esclusivamente attraverso la fiscalità generale, escludendo ogni finanziamento di privati e soprattutto ogni intervento di questi nella gestione della scuola; che riconosca alle diverse componenti della scuola un ruolo fondante di quel valore di comunità, di formazione sociale di cui ogni scuola, ogni classe, ogni gruppo che vive insieme un’esperienza umana cognitiva, è portatore.
Federazione dei
Comunisti Anarchici
Egregio Direttore,
Le scrivo per segnalare a lei e ai lettori della sua rivista la storia del mio tentativo di abbandono della Chiesa Cattolica.
Come quasi tutti in Italia, anch’io sono stato battezzato appena nato, ho fatto la comunione e la cresima e ho ricevuto un’educazione cattolica, studiando addirittura tra gli 11 e i 16 anni in un collegio di padri salesiani.
A 26 anni, omosessuale, non avendo ben chiaro come definirmi, se ateo, agnostico o semplicemente laico, sono comunque ben determinato a non voler essere contato nel numero dei cattolici: insomma desidero che non ci siano dubbi, nemmeno a scopo di indagini statistiche, che nonostante l’educazione ricevuta – o forse proprio a causa di quella – io mi sento totalmente al di fuori della Chiesa e lontano dal suo insegnamento.
Per questo motivo il 10 luglio ho scritto sia al parroco di Leinì, dove sono stato battezzato, sia all’arcivescovo Saldarini di Torino di essere cancellato dagli archivi della Chiesa e ho sostenuto la mia richiesta ricordando la legge n. 675 del 31.12.96 per la tutela dei dati personali. Infatti in base a questa legge è possibile chiedere a Enti e Associazioni la cancellazione dei dati personali, per evitare che vengano usati senza l’esplicito consenso dell’interessato. E chiaramente l’intento non era quello di non far sapere che sono cattolico, ma quello di non poter essere più considerato tale.
La risposta del parroco – l’arcivescovo e il suo ufficio non hanno ritenuto di dover rispondere – è stata che, nonostante sia stata fatta sul mio atto di battesimo "l’annotazione da me richiesta", la Chiesa, per statuto ricevuto dal suo fondatore, non potrà smettere di cercarmi, anche se non credente.
A questo punto chiedo anche a lei, come ho già fatto con l’Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno", l’Associazione per lo Sbattezzo e l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, cosa si può fare in questo Paese per allontanarsi definitivamente dalla Chiesa Cattolica. Nel frattempo ho iniziato la procedura per lo sbattezzo.
Distinti saluti
Alberto Trevisan
Leinì (To)