laicità
Trimestrale
del Comitato Torinese per la Laicità della scuola - (A. XXII) N. 2 – giugno 2010
Difendere la scuola
dell’uguaglianza (F. Ciafaloni)
Introduzione al Convegno
(C.
Pianciola)
Scienza
e pubblico, dialogo difficile (P. Bianucci)
LE SCIENZE A
SCUOLA
Su alcuni aspetti di contenuto
e di metodo (M. Chiauzza)
La mia esperienza di
insegnante di scienze (M. Caccia)
Cosa significa un insegnamento
laico? (R. Urigu)
TAVOLA ROTONDA:
INSEGNAMENTO LAICO E CRITICO DELLE SCIENZE AI DIVERSI LIVELLI DI ETÀ
Le scienze nella scuola
primaria (N. Maldera)
Il valore dell’esperienza e
degli strumenti (L. Tremoloso)
L’insegnamento delle scienze
nella secondaria superiore (G. Rosso)
I metodi scientifici sono gli
unici disponibili per scoprire verità generali (C.A. Viano)
Galileo Galilei tra scienza,
arte e letteratura (G. Polizzi)
La
discussione (M.C.)
Bioetica
e «paradigmi» (G. Fornero)
Per la
difesa dello Stato di diritto e della Costituzione (G. Fubini)
Un importante convegno sul
«federalismo scolastico» a Roma
Comunicato
di «Per la Scuola della Repubblica»
Interrogazione
parlamentare sulle attività alternative
Agorà di
Amenábar, un film contro il fanatismo (A. Bagni)
TRA I LIBRI
Gustavo Zagrebelsky,
Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo (G. Dalla Valle)
Mauro
Piras, Pluralismo religioso e moralità democratica (C. Pianciola)
Ermanno
Vitale, Difendersi dal potere. Per una resistenza costituzionale (P. Meaglia)
Enrico
Donaggio e Diego Guzzi, A giusta distanza. Immaginare e ricordare la Shoah (E.
Jona)
Hans
Jonas, Morire dopo Harvard e Problemi di libertà (M. Bert)
Una
mostra a Torino sulla satira anticlericale (T. Monti)
Le
pubbliche istituzioni e l’ostensione della Sindone (C.P.)
Difendere
la scuola dell’uguaglianza
I
Costituenti si preoccuparono di affermare l’uguaglianza sociale e giuridica dei
cittadini «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di
opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3) e il diritto
all’istruzione di tutti: «La scuola è aperta a tutti» (art. 34).
Per
generazioni di italiani, per sessanta anni, queste norme non sono state solo un
vincolo formale ma la base delle aspettative della maggioranza dei giovani, di noi
quando siamo stati giovani, e lo scopo della maggioranza degli insegnanti, di
quelli di noi che insegnano o hanno insegnato. Al massimo c’è stato un sempre
riaffiorante conflitto tra laici e clericali sulla interpretazione del «senza
oneri per lo Stato» quanto alla libertà di «Enti e privati» di «istituire
scuole ed istituti di educazione». In questi ultimi anni tutti questi principi
sembrano diventati un ingombro, un ostacolo da smantellare. È in atto, e viene
accettata, sostenuta, a destra e a sinistra, la regionalizzazione della
pubblica istruzione, proprio mentre viene riconfermata ad ogni rilevazione la
enorme differenza regionale nella formazione degli allievi. In alcune regioni
vengono finanziate prevalentemente le scuole private, confessionali, a seconda
dei casi, scuole di élite o scuole rifugio per i ricchi. Si tende a limitare la
mobilità degli insegnanti sul territorio nazionale, e non con ragionevoli
limitazioni al perseguimento degli interessi propri a danno della continuità
dell’insegnamento, ma con illegali privilegi per i vecchi residenti. Si accetta
come normale la vera e propria riproposta della segregazione tra le scuole
della formazione liceale e quelle dell’avviamento al lavoro. Più grave di ogni
altra cosa, di fronte ad una immigrazione strutturale, all’aumento dei bambini
stranieri ricongiunti da genitori che lavorano e si integrano, all’aumento dei
bambini stranieri nati qui, proponiamo solo la riduzione dei mezzi, la
discriminazione nei servizi, la esclusione dei poveri. Studi autorevoli,
internazionali e nazionali (uno recentissimo della Banca d’Italia) ribadiscono
che la segregazione degli stranieri è la base del conflitto, della
disgregazione. Ma la segregazione e la specializzazione delle scuole è la
realtà prevalente delle città maggiori. Dobbiamo difendere la scuola
dell’uguaglianza, non tanto perché la Costituzione lo stabilisce, ma perché è
la nostra salvezza, la nostra speranza.
Francesco
Ciafaloni
1.
Questo
è il terzo Convegno che dedichiamo a un punto di vista laico sulle aree
disciplinari e sui loro rapporti. Il Convegno – che verte quest’anno
sull’insegnamento della fisica e delle scienze naturali – si propone di
proseguire in modo più approfondito alcuni temi dei nostri Convegni precedenti:
Insegnare laicamente. Ambiti disciplinari e saperi per una formazione
critica (Torino, 31 marzo 2008), che aveva trattato la laicità della scuola
in rapporto alle diverse aree disciplinari di insegnamento (tra cui quelle
scientifiche su cui intervenne Aldo Fasolo), e Scuola pubblica e laica:
insegnamenti disciplinari e saperi trasversali (Torino, 31 marzo 2009), che
aveva trattato in particolare i temi bioetici e quelli dell’educazione
ambientale, oltre all’educazione alla cittadinanza.
2.
Si
è appena chiuso l’anno di Galilei e di Darwin. Nel 2009 ricorrevano i
quattrocento anni delle scoperte astronomiche di Galilei (ma il Sidereus
Nuncius è del 1610) e insieme i centocinquant’anni della pubblicazione
dell’Origine delle specie nonché il bicentenario della nascita di
Darwin.
Oggi
circolano ampiamente alcuni luoghi comuni, soprattutto tra i filosofi:
–
Non esistono fatti ma solo interpretazioni.
–
Siccome non c’è un modo in cui le cose stanno, indipendentemente da schemi
concettuali e da coordinate storico-culturali, dobbiamo lasciar cadere la
nozione di «corrispondenza alla realtà».
Secondo illustri
filosofi, come Richard Rorty, ciò che riteniamo «vero» è frutto delle griglie
prodotte da «tre secoli di retorica» che hanno stabilito ciò che è «scientifico»,
e la disputa Bellarmino-Galilei non avrebbe più appoggi oggettivi di una
discussione che verta su scelte politiche o su gusti estetici.
Contro questi luoghi comuni vale ancora la polemica
galileiana del Saggiatore contro il gesuita Orazio Grassi (anche se la
tesi di Galilei sulle comete era errata): «forse stima che la filosofia
[naturale] sia un libro e una fantasia d’un uomo, come l’Iliade e l’Orlando
furioso, libri ne’ quali la meno importante cosa è che quello che vi è
scritto sia vero. Signor Sarsi, la cosa non istà così...».
Galilei
sottrasse la fisica ai vincoli della teologia e della teleologia. Dopo la
rivoluzione astronomica moderna – come disse il Leopardi delle Operette
morali – «risulterà che gli uomini, se pur sapranno o vorranno discutere
sanamente, si troveranno ad essere tutt’altra roba da quello che sono stati fin
qui, o che si hanno immaginato di essere» (Il Copernico. Dialogo). Cioè
viene a cadere l’illusione antropologica di essere il centro dell’universo e il
fine del creato. Il rapporto di Leopardi con Galilei è un tema di studio di
Gaspare Polizzi, alla cui relazione rimando.
Ancor
più, il punto di vista teleologico e antropocentrico è stato messo in crisi
dalla rivoluzione scientifica darwiniana, che non a caso suscitò e suscita ancora
opposizioni aperte o mascherate. Non è necessario riandare all’accanita
ostilità antidarwiniana negli Usa da parte di chi vorrebbe insegnata nelle
scuole la teoria del «Disegno Intelligente» in alternativa all’evoluzionismo
scientifico. Anche nel nostro paese perdurano ancora oggi riserve e diffidenze
nei confronti dell’evoluzionismo, cioè di una teoria scientificamente
consolidata che veicola un approccio laico, indipendente da presupposti
religiosi, allo studio della natura e del posto dell’uomo in essa.
L’evoluzionismo rischiò recentemente, durante il
ministero Moratti, di scomparire dai programmi scolastici. Ma, nell’aprile del
2004, si raccolsero in pochi giorni 47000 firme a sostegno della richiesta di
illustri studiosi di reintrodurre lo studio dell’evoluzione nei programmi. La
Moratti fu costretta a nominare una nuova Commissione presieduta da Rita Levi
Montalcini e a fare marcia indietro. Comunque l’evoluzionismo nella scuola
dell’obbligo fu ampiamente ridimensionato. Nell’intervista rilasciata un anno
fa a «Laicità», Telmo Pievani ci ricordava come, con il ministero Fioroni, si
fosse dato nuovamente l’ostracismo al darwinismo. Infatti il 4 settembre 2007
il ministro presentò le Nuove Indicazioni Nazionali, piuttosto generiche; non
si parlava di evoluzione umana e nemmeno di Darwin. «Nel curriculum di biologia
della terza media, che tanto aveva fatto discutere – diceva Pievani –, la nuova
commissione ha ritenuto di rimuovere un’altra volta il nome di Darwin, sgradito
ormai a livello bipartisan. La paura di urtare talune sensibilità ha indotto
persino a non utilizzare più la parola “evoluzione”, sostituita da vaghi giri
di parole».
3.
Come
abbiamo scritto nell’editoriale dell’ultimo numero di «Laicità», il percorso
del pensiero laico, è intrecciato con quello della scienza. Il libero pensiero
si alimenta delle moderne rivoluzioni scientifiche e le scienze esigono la
libertà della ricerca e dell’insegnamento da autorità e poteri religiosi,
economici e politici.
Viviamo
tuttavia in un’epoca in cui sembrano smentite le aspettative dei padri della
sociologia moderna che diagnosticavano la crescente perdita di influenza e di
potere delle religioni e delle loro espressioni istituzionali nella sfera
pubblica.
Abbiamo una Chiesa cattolica che vorrebbe il monopolio
dell’etica, e se non interviene più nel campo della fisica e dell’astronomia,
come ai tempi di Galilei, pretende di intervenire pesantemente nelle scienze
della vita e di dettare una legislazione che stabilisce i confini della ricerca
scientifica, per esempio sulle cellule staminali.
Nel gennaio 2008, nel discorso che avrebbe voluto
pronunciare alla Sapienza, Benedetto XVI affermava che l’università «deve
essere legata esclusivamente all’autorità della verità», ma ragione e fede
devono cooperare, perché se la ragione «diventa sorda al grande messaggio che
le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero
le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita». Parlando ai
partecipanti al convegno sul decennale della Fides et Ratio, l’enciclica
di Giovanni Paolo II del 1998, papa Ratzinger il 16 ottobre 2008 denunciava
«l’arroganza di sostituirsi al Creatore» e affermava: «È questa una forma di
hybris della ragione, che può assumere caratteristiche pericolose per la stessa
umanità. La scienza, d’altronde, non è in grado di elaborare principi etici;
essa può solo accoglierli in sé e riconoscerli come necessari per debellare le
sue eventuali patologie».
Come
ha osservato G.E. Rusconi, Ratzinger accetta la ricerca scientifica ma solo in
una logica di subalternità alla ragione religiosa, e nega alla scienza la
capacità autonoma di elaborare le proprie regole e una propria etica della
ricerca.
4.
In
questa situazione i laici sono spesso sulla difensiva, disposti a pesanti
compromessi con la religione della presunta maggioranza.
C’è bisogno di più laicità. Innanzitutto come completa
separazione tra pubbliche istituzioni e confessioni religiose.
Carlo
A. Viano ha sottolineato con forza un discrimine tra sfera pubblica e sfera
religiosa che deve essere mantenuto con intransigenza. Ha scritto:
«Probabilmente la maggior parte dei cittadini di molte società industriali
crede nei miracoli e nell’esistenza di persone dotate di poteri straordinari, ma
quelle persone non possono pretendere che un loro concittadino qualsiasi adotti
le medesime credenze e non possono far valere quelle credenze qualora dovessero
prendere decisioni pubbliche» (Le imposture degli antichi e i miracoli dei
moderni, Einaudi, Torino 2005, p. 149). Questo vale per i politici, per i
magistrati ecc., ma anche per gli insegnanti.
Sull’inviolabilità
di questa barriera – che è quella della laicità delle istituzioni, tra cui la
scuola dello Stato – sono consenzienti anche i molti credenti che non vogliono
rinunciare alle loro fedi ma trovano insopportabile la continua intrusione
delle credenze religiose della presunta maggioranza e delle alte gerarchie
della Chiesa cattolica nella sfera pubblica (si veda, ad esempio, il volumetto
a cura della Federazione delle chiese evangeliche Laicità umiliata, Claudiana,
Torino 2006).
La
laicità è impegno critico volto a contrastare e a demistificare le ricorrenti
pretese a far valere nella dimensione pubblica e nella scuola pubblica
sacralità e assolutezze sottratte al dubbio, al controllo empirico e
all’argomentazione razionale, cioè quei tratti che sono comunemente associati
non solo alla pratica della democrazia ma anche alla scienza e al suo
insegnamento.
Si
parla spesso a sproposito di «scientismo». Nessuno vuole attribuire alla
conoscenza scientifica i tratti di definitività e di assolutezza che invece
sono propri delle metafisiche e delle religioni. Sappiamo che «le formulazioni descrittive della realtà, a cui essi
[gli scienziati] giungono, dipendono non solo dalla forza dei dati verificabili
ma anche da scelte, da accordi, da consensi, da convenzioni, perfino da
costrutti metaforici» (Giovanni Jervis, Contro il relativismo, Laterza,
Roma-Bari 2005, p. 52). Questa consapevolezza storico-critica è largamente
diffusa nell’impresa scientifica contemporanea, che è ben lontana dallo scientismo
ingenuo che una lunga tradizione spiritualistica e idealistica ha costruito
come obiettivo polemico per svalutare in realtà i saperi scientifici.
In
definitiva, la laicità impegna alla libertà di giudizio e al pensare da sé, a
fondarsi su quanto è sperimentato e provato, a diffidare delle metafisiche e
delle verità con la maiuscola, nella linea della migliore eredità
dell’illuminismo.
Cesare
Pianciola
Scuola
e laicità.
Per
un insegnamento laico delle scienze fisiche e naturali
PATROCINI
E CONTRIBUTI
Comitato
Torinese per la Laicità della Scuola
in
collaborazione con:
CEMEA Piemonte CIDI di Torino FNISM - Sezione di Torino MCE - Torino
lunedì, 29
marzo 2010
Salone
CE.SE.DI.
(Centro Servizi
Didattici della Provincia)
via Gaudenzio
Ferrari, 1 - Torino
Si ringraziano
per i Patrocini
concessi: la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Città di Torino, la
Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni.
Per i servizi
erogati: il CE.SE.DI. (Centro Servizi Didattici della Provincia di Torino) e
l’Assessorato alle Risorse Educative della Città di Torino.
Per i contributi
a sostegno dell’iniziativa: la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT.
Il tema dell’informazione scientifica in Italia è ampio. Mi limiterò
a dire qualcosa a proposito dei quotidiani e delle trasmissioni televisive. Di
solito i direttori dei quotidiani non hanno una formazione scientifica e non
sono in grado di controllare le pagine scientifiche dei loro periodici. Ciò
comporta da un lato uno scarso interesse verso questo tipo di informazione, e
dall’altro in compenso una notevole libertà per il giornalista che scrive di
scienza.
A grandi linee il giornalista
scientifico tende a interpretare un ruolo che oscilla tra due estremi: quello
che esalta le conquiste scientifiche (è un po’ un propagandista della scienza)
e quello che entra nel merito, si documenta, interviene anche criticamente, fa
il «cane da guardia» di ciò che esce dai laboratori. Sarebbe auspicabile una
saggia via di mezzo. Attraverso la stampa spesso si diffondono visioni della
scienza non corrette. Per esempio si è parlato della partecipazione italiana
economica (il 16 % del budget) e scientifica al grande acceleratore di
particelle atomiche LHC del CERN di Ginevra, recentemente messo in funzione.
Che cosa hanno raccontato la stampa e la televisione in proposito? Che si
sarebbe prodotto un «buco nero» che avrebbe inghiottito l’acceleratore,
Ginevra, la Svizzera e tutto quanto.
Un altro esempio è quello del «latte alla melanina»
adulterato in Cina per aumentarne il contenuto proteico. Questo è un caso di
ignoranza: la melanina è una sostanza prodotta naturalmente dal nostro
organismo per difendere la pelle dalla luce solare; c’era stato un errore di
traduzione della notizia di agenzia. In realtà si trattava di melammina, un
polimero talvolta usato nelle sofisticazioni alimentari.
Le notizie diffuse, giuste o sbagliate, durano a lungo nel
tempo. Un caso curioso è quello del ferro negli spinaci. Per un errore, sul
primo manuale americano che ne parlava, anziché 3,0 milligrammi ogni 100 grammi
si scrisse 30 milligrammi: di qui varie conseguenze, tra cui la nascita del
simpatico personaggio di Braccio di ferro.
Si è recentemente parlato anche di un esperimento nel quale
si sarebbe visto che una persona che si trova in stato vegetativo potrebbe in
realtà comunicare perché, se le si parla, avrebbe reazioni registrabili con
risonanza magnetica, cioè alcune cellule cerebrali si attiverebbero. In realtà
ciò è molto lontano da quanto è stato sperimentato e induce una grande
confusione sul concetto di stato vegetativo e sulla liceità di prelevare organi
per trapianto in persone in stato di morte cerebrale. Il concetto di morte e di
nascita sono stati molto cambiati dalla scienza moderna. La morte è un processo
e non c’è un istante in cui non si è più, ma un passaggio, una estinzione di
funzioni organiche. Il prelievo del cuore per esempio avviene con il cuore
pulsante pur in stato di morte cerebrale irreversibile. È evidente che se si presentano
come informazioni scientifiche comunicazioni che non sono tali, si alimenta
l’ostilità nei confronti del prelievo di organi per trapianti.
Importante è la questione delle fonti. Riviste come «Nature»
e «Science» pubblicano ricerche di prima mano. Poi ci sono riviste come
«Sapere» e «Le Scienze» che non riportano ricerche originali ma sono a un buon
livello di divulgazione. Nei quotidiani e alla televisione siamo al livello più
basso, alla divulgazione della divulgazione, con un inevitabile degradarsi
dell’informazione. Non solo diminuisce la precisione, ma i risultati vengono
presentati come assolutamente certi, spesso esagerando e montando la notizia.
Invece, nelle ricerche originali gli stessi ricercatori precisano i limiti
delle loro scoperte, presentandole come un piccolo passo all’interno del
progresso delle conoscenze in un certo campo. Ciò che fa notizia al livello più
basso di divulgazione è invece ciò che trasgredisce la regola, che appare nuovo
e sensazionale; quindi si abbandonano le norme di prudenza che caratterizzano
la ricerca scientifica autentica. Altri fattori di distorsione sono la facile
comunicabilità, anche se il fatto ha un rilievo modesto nel quadro delle
conoscenze; la possibilità di drammatizzare e impressionare; le vere o presunte
conseguenze pratiche che deriverebbero da certe scoperte.
Abbiamo alcuni popolari divulgatori di buon livello e
diversi tipi di divulgazione: oltre a Piero Angela, che iniziò la sua attività
in questo ruolo con le trasmissioni sui voli spaziali, fa buona divulgazione il
figlio Alberto, che ha una preparazione scientifica come paleoantropologo; così
pure il geologo Mario Tozzi e altri. Anche se talvolta le esigenze di
spettacolo prendono un po’ la mano. Ci sono poi autori e trasmissioni basate
solo sul sensazionalismo, come «Voyager – Ai confini della realtà» di Roberto
Giacobbo, che di scientifico non hanno proprio nulla.
In tema di laicità, intesa in senso ampio, dobbiamo
guardarci da ogni tipo di fondamentalismo. Per esempio, circa la crisi energetica
e le energie alternative, si parla dell’idrogeno come fonte di energia, mentre
non lo è affatto; è l’elemento più abbondante esistente nell’universo, ma sulla
Terra non esiste allo stato libero: per ottenerlo occorre impiegare
dell’energia con costi molto alti. Le risorse tradizionali (carbone, petrolio)
sono in esaurimento, lo sappiamo, ma non così presto come spesso si dice. È
comunque auspicabile che siano sostituite da fonti di energia più pulite e meno
legate a politiche di potenza: in particolare il petrolio, come sappiamo, è
all’origine di guerre e di instabilità internazionale.
Anche sul cambiamento climatico bisogna essere cauti. Ci
sono tesi molto differenti sull’argomento. Ricordiamo come esempi negativi
anche la polemica contro la scienza ufficiale nei casi di Giuliani (che avrebbe
previsto il terremoto dell’Aquila collocandolo però a Sulmona) e di Di Bella
con la sua cura miracolistica del cancro, che fu sostenuta a livello di
opinione pubblica nelle trasmissioni molto seguite di Costanzo, Vespa e
Mentana.
Nell’immaginario collettivo lo
scienziato è talvolta visto come un taumaturgo, talvolta come apprendista
stregone, talvolta come una persona completamente asservita agli interessi
economici (per esempio a quelli delle case farmaceutiche). Nessuna di queste
immagini corrisponde alla realtà della ricerca scientifica. Certo ci sono casi
in cui il prestigio scientifico acquistato in certi campi viene speso in modo
assai criticabile in altri. Per esempio il fisico Antonino Zichichi andò al liceo
Darwin di Rivoli a parlare contro l’evoluzionismo darwiniano e a favore del
creazionismo, in un momento in cui si discuteva addirittura di cambiare il nome
al liceo. L’immagine
della scienza è molto cambiata nel tempo. Siamo passati dalla fiducia nelle «magnifiche
sorti e progressive» della scienza positivista a paure ingiustificate ma
largamente diffuse, come quelle nei confronti degli OGM, senza poter addurre
nessuna prova empirica di un danno per gli uomini. Certo ci devono essere
cautele, ma bisogna mettere nel conto i benefici che derivano da ricerche che
dal grande pubblico, a causa di una informazione demagogica, superficiale o del
tutto erronea, sono viste invece soltanto con timore.
A scuola non si fa abbastanza per
diffondere uno spirito scientifico. Non si chiarisce bene come funziona il
metodo della scienza, si dà un’idea o troppo assoluta o troppo debole dei
risultati scientifici. Sappiamo che la scienza è un insieme di saperi e di
paradigmi in continua trasformazione. Ma di qui a relativizzare questi
risultati fino a considerarli inconsistenti, come talvolta avviene, ce ne
passa. La fisica dei quanti, la tettonica a placche, ecc. saranno forse un
giorno superate, ma, se questo avverrà, sarà sulla base di teorie maggiormente
esplicative e meglio fondate su dati sperimentali. Ciò non toglie che
attualmente questi modelli abbiano una loro robusta attendibilità sperimentale.
Sono da respingere anche le superficiali polemiche contro lo «scientismo»,
spesso provenienti da esponenti confessionali. Il lavoro scientifico ha in sé
gli anticorpi per contrastare qualsiasi fondamentalismo, anche quello che può
derivare da propensioni scientiste. Il metodo scientifico è un modello di
metodo democratico: tutti possono portare i loro argomenti e le loro prove sperimentali,
e questo metodo è uno straordinario antidoto contro tutte le concezioni
ideologicamente totalitarie, religiose e non religiose.
Piero Bianucci
(trascrizione
dell’intervento registrato)
Il ruolo delle scienze nell’ambito della formazione
complessiva dei giovani è una questione di carattere trasversale. Penso che
tale ruolo si articoli in due aspetti.
Da
un lato, infatti, è importante che vengano acquisite le conoscenze relative ad
alcuni fondamentali nodi di contenuto. Definisco nodi fondamentali gli
argomenti sui quali si struttura una visione del mondo. La teoria
evoluzionistica darwiniana – per citare un caso particolarmente discusso – è senz’altro
uno di tali nodi. Attorno ad essa, infatti, si è costruita un’immagine nuova
dell’uomo e del suo rapporto con il resto del mondo, di quello vivente in
particolare: si può dire che, da questo punto di vista, a partire dalla metà
dell’Ottocento e ancora oggi, essa ha ricoperto una funzione analoga a quella
svolta nei primi secoli dell’età moderna dalla rivoluzione scientifica,
soprattutto nei suoi aspetti astronomici, che hanno sradicato l’uomo dalla sua
centralità fisica – ma di riflesso anche metafisica e assiologia –
nell’universo.
Tuttavia,
il contributo delle discipline scientifiche non si esaurisce nel proporre
alcuni nodi di contenuto. Esse, infatti, sono in grado di suggerire anche
modelli interpretativi ed atteggiamenti metodologici che possono essere in
grado di illuminare altri ambiti disciplinari. Penso ad un’interlocuzione che
deve comunque rimanere immune da tentazioni di riduzionismo scientistico. Sono
infatti convinto che ogni singola disciplina, sia essa umanistica o scientifica
– per continuare ad usare un binomio ormai obsoleto – possa fornire chiavi
interpretative e sollecitazioni metodologiche utili in ogni ambito: ad esempio,
per parlare di materie lontane da quelle di cui oggi ci occupiamo, chi ha
frequentato nei propri studi il latino e il greco sa che, mentre il primo si
fonda su strutture logiche e semantiche rigorose, e tende quindi a favorire lo
sviluppo di un atteggiamento mentale che vorremmo definire cartesiano, il
secondo è caratterizzato da una maggiore fluidità sintattica e terminologica, e
le versioni dal greco diventano spesso una vera e propria sfida ermeneutica,
nella quale sono in gioco capacità e competenze differenti.
Sotto
entrambi gli aspetti – quello contenutistico e quello metodologico, con il
rilievo particolare attribuito al concetto di complessità – mi sembra si possa
affermare che oggi, nel ruolo di discipline scientifiche capaci di far sentire
la propria influenza anche in altri settori, le scienze naturali (in
particolare la biologia e l’ecologia) abbiano acquisito il peso che in altre
epoche hanno avuto soprattutto le cosiddette scienze dure, a cominciare dalla
fisica. Da un punto di vista generale, ciò mi pare ben comprensibile. In
effetti, come si è già accennato, sono soprattutto le scienze della vita quelle
che appaiono oggi più pericolose per l’immagine tradizionale del mondo, fondata
sull’antropocentrismo e presso di noi difesa soprattutto dalle gerarchie
ecclesiastiche; inoltre, esse si intrecciano inestricabilmente con tematiche
sensibili come quelle di bioetica: è quindi attorno a tali discipline che si
gioca una partita particolarmente delicata.
In effetti, nel Seicento, l’accento cadde soprattutto
sulla centralità fisica, quasi topografica dell’uomo, e sulle sue conseguenze
metafisiche e religiose: l’eliocentrismo pareva infatti mettere in discussione
il senso di alcuni capisaldi del cristianesimo quali l’incarnazione e la
redenzione. Nei secoli successivi, tuttavia, sia pure gradualmente e non senza
ambiguità, la chiesa cattolica è stata capace di digerire Copernico e Galileo.
Da un secolo e mezzo, digerita la fisica e la cosmologia moderne, è soprattutto
l’evoluzionismo darwiniano che attenta alla presunta collocazione privilegiata
dell’uomo nell’universo; e non a caso è contro di esso che ancor oggi ci si
accanisce, cercando di neutralizzarlo con il ricorso sempre più insistente al
cosiddetto disegno intelligente.
E siccome il diavolo si nasconde sempre nei dettagli,
vorrei notare di sfuggita che, negli obiettivi di apprendimento inseriti nelle recenti
indicazioni nazionali per le scuole superiori, proprio il darwinismo torna ad
essere colpito. Da un lato, se ne relega la trattazione nel primo biennio, cioè
ad un livello di apprendimento in cui la concettualizzazione necessaria ad una
reale comprensione della teoria evoluzionistica risulta problematica.
Dall’altro, in piena coerenza con tale collocazione, nel documento ministeriale
si torna a parlare genericamente di evoluzione, e non di evoluzionismo. A mio
parere, tale dizione suggerisce che ci si voglia riferire al mero fatto
dell’evoluzione, cioè della progressiva trasformazione delle specie viventi,
lasciando ad una malintesa libertà di insegnamento la possibilità di optare fra
l’interpretazione darwiniana (teoria evoluzionistica) e la lettura teleologica
e teologica del disegno intelligente. Si tratta ovviamente di un inganno,
perché non si può mettere sul medesimo piano una spiegazione scientifica –
certo sempre correggibile e perfettibile – con una lettura di tipo
sostanzialmente religioso.
Marco
Chiauzza
La mia esperienza di insegnante di scienze
Nel secolo scorso è andato maturando un cambiamento dei
paradigmi di riferimento: dal modello positivistico verso quello probabilistico
e, per quanto riguarda le scienze della vita, dal modello meccanicistico verso
quello organicistico; inoltre una nuova disciplina, l’ecologia, ha influenzato
in modo particolare i metodi d’indagine dei biologi: dall’approccio induttivo,
riduzionista, verso quello deduttivo, sistemico, in molti casi preferibile
nello studio dei viventi, sia unicellulari sia pluricellulari, poiché sono
tutti sistemi complessi per i quali conta, tra l’altro, la freccia del tempo e
quindi l’irreversibilità dei fenomeni che li contraddistinguono (a differenza
dei fenomeni fisici).
Questo
susseguirsi di modificazioni del quadro concettuale di riferimento della
comunità scientifica ha ha avuto anche ricadute importanti sull’insegnamento.
Per
quanto mi riguarda, cercavo di limitare gli argomenti puramente descrittivi
(utili comunque agli studenti anche come addestramento all’uso di un linguaggio
scientifico corretto), per dare il giusto spazio ai concetti strutturanti a cui
attribuivo maggiori potenzialità informative e formative che potrei così
sintetizzare:
– stimolare un approccio critico e antidogmatico degli
studenti alle discipline scientifiche, mettendone in luce le criticità ed i
limiti (come, ad esempio, la natura incerta e transitoria delle verità
scientifiche, che non sono verità con la maiuscola, e la non neutralità della
scienza);
– dare il giusto spazio a una lettura storica e
dinamica dei fatti e dei processi;
– proporre un approccio investigativo, sperimentale ai
fenomeni, molto utile per trasformare il sapere in saper fare;
– stimolare una riflessione interdisciplinare sulle
nuove sfide che emergono dall’ambiente e dalla società.
Citerò,
come esempio, alcuni argomenti nei vari ambiti disciplinari.
Per la biologia
– Darwin e la teoria evoluzionistica. Grazie a Darwin
abbiamo oggi una nuova visione dei viventi non isolati rispetto all’ambiente e
spiegabile laicamente; siamo più consapevoli dell’importanza della biodiversità
e di una particolare evoluzione, quella culturale, che caratterizza soprattutto
la specie umana.
– Le leggi di Mendel e gli sviluppi della genetica nel
secolo scorso in parallelo con quelli della teoria evoluzionistica studiata a
livello molecolare.
– Studio del DNA. Oggi conosciamo meglio questa
molecola e quindi possiamo fare dei confronti più approfonditi tra unicellulari
e pluricellulari dal punto di vista evolutivo; inoltre la crisi del «dogma
centrale» (un gene-una proteina) ha messo in luce l’estrema complessità degli
organismi più evoluti ridimensionando, in qualche misura, l’uso dei programmi
informatici come modello di riferimento nelle ricerche biologiche ed anche le
iniziali aspettative, legate alla realizzazione del progetto GENOMA, per quanto
riguarda le sue varie applicazioni biotecnologiche.
– Confronto tra un sistema vivente e una macchina costruita
dall’uomo per orientare, in una prospettiva organicistica, lo studio
sull’aspetto funzionale, strutturale e dinamico dei viventi.
– Studio degli ecosistemi interpretati dall’ecologia
come organismi viventi e dell’uomo in quanto facente parte dell’ecosistema
terrestre.
Per la chimica
L’approccio storico alla teoria atomica fino al modello
quantico di Bohr e al principio di indeterminazione di Heisenberg è
un’introduzione – seppure non ancora matematica, ma concettuale – alla fisica
quantistica. Sono concetti di grande importanza che hanno avuto una ricaduta
non solo sul sapere scientifico ma sul pensiero filosofico moderno e sul nostro
modo di vedere il mondo.
Per la
geografia generale
Un
esempio tipicamente interdisciplinare è la storia geologico/biologica del
pianeta Terra. È un viaggio in compagnia di Darwin, propedeutico anche alla
scienza della sostenibilità.
Per la scienza
della sostenibilità
È
la scienza che studia il complesso rapporto Scienza-Tecnologia-Società: nel
mondo globalizzato emergono situazioni
critiche originate da problemi ambientali estesi su vasta scala che richiedono
risposte, spesso urgenti, in condizioni d’incertezza e conflittualità, anche
perché mettono in gioco posizioni, interessi e valori diversi. L’approccio alle
problematiche della complessità è decisamente interdisciplinare e richiede
scelte metodologiche laiche, cioè il dialogo, l’ascolto, il rispetto
dell’avversario, la disponibilità alla collaborazione ecc.
Proporre temi che riguardano il rapporto uomo-ambiente,
uomo-esseri viventi oppure le delicate questioni di bioetica, dà modo
all’insegnante di realizzare un percorso di educazione ambientale, molto
utile dal punto di vista cognitivo e formativo perché stimola i giovani ad
acquisire una mentalità sistemica, a considerare l’uomo come parte
dell’ecosistema terrestre e quindi responsabile, per quanto riguarda le sue
scelte e le sue azioni, nei confronti di tutti i viventi e dell’intero pianeta.
L’obiettivo più ambizioso è quello di indurre gli studenti a fare un ulteriore
passo avanti: cambiare cioè i loro comportamenti per crescere come cittadini
impegnati nella loro comunità.
Quali scelte
metodologico-didattiche?
Ho preferito in molte attività le metodologie
interattive, specie quando gli argomenti erano complessi e interdisciplinari. A
mio avviso queste metodologie permettono di stabilire un rapporto più
democratico tra docente e allievi, favoriscono la partecipazione attiva
dell’intera classe poiché coinvolgono, anche emotivamente, gli studenti, li
aiutano a esprimere le loro idee e a lavorare in gruppo; i risultati sono in
genere migliori sia per quanto riguarda l’apprendimento autonomo sia per quanto
riguarda la riflessione culturale e concettuale conclusiva.
Tra le numerose metodologie, tutte ugualmente valide, vi
sono: l’uso del laboratorio, il brainstorming, i lavori di gruppo, le mappe
concettuali, i giochi di ruolo, le uscite sul terreno, le proiezioni, le
discussioni guidate, ecc. Mi soffermo solo sui giochi di ruolo, che sono
particolarmente adatti in un percorso di educazione ambientale. Nel gioco viene
presentata una questione controversa, che simula una situazione reale,
potenzialmente conflittuale perché non ha una soluzione univoca ma diverse
soluzioni possibili.
Nella
FNISM si è lavorato molto su questa metodologia fin dagli anni ’80. Essa
comporta una posizione defilata dell’insegnante perché al centro del gioco vi
sono gli studenti; si crea quindi un rapporto interattivo che favorisce il
dialogo docente-discente. La raccolta di materiali utili per la realizzazione
del gioco stimola i ragazzi ad approfondire le loro ricerche e anche ad
ampliarle in senso interdisciplinare (e questo comporterà anche il
coinvolgimento degli altri docenti del consiglio di classe). Nel gioco di ruolo
gli studenti entrano personalmente in una situazione problematica; infatti
devono mettersi nei panni di un personaggio e difenderne i punti di vista, i
valori, gli interessi in un dibattito pubblico o in una tavola rotonda dai
quali dovrà scaturire la decisione finale sulla questione in esame. Un
approfondimento finale con la classe darà modo di valutare insieme i risultati
dell’attività svolta.
Conclusione
Ripensando
ai miei anni di insegnamento credo, o almeno spero, di essere riuscita a
lavorare in una prospettiva laica sia nella scelta dei contenuti sia nelle
scelte metodologico-didattiche, sia nei rapporti personali con gli studenti.
In
questo lavoro le difficoltà non mancavano, e penso che siano molto maggiori per
gli insegnanti attualmente in servizio. Infatti gli studenti di oggi
rispecchiano le difficoltà e le carenze etico-culturali di una società in crisi
che sembra avere come principale riferimento lo strapotere dei media. A questo
riguardo vorrei sottolineare le gravi responsabilità dei governi, in
particolare di quello in carica, che sta sacrificando la scuola pubblica a
vantaggio della privata e alle esigenze di risparmio (nella società dei
consumi, dello spreco e dei disonesti); mi indignano, in particolare, il
disconoscimento della professionalità degli insegnanti non sostenuta da seri
progetti di aggiornamento e dai necessari investimenti, e la sottovalutazione
dell’insegnamento scientifico, ancora una volta messo all’angolo, poiché
risultano tuttora penalizzate le diverse discipline sia nell’orario sia nella
distribuzione delle cattedre, alcune delle quali, come la geografia, a rischio
di scomparsa. Vi è una estrema difficoltà, anche per mancanza di risorse, di
lavorare per la necessaria innovazione metodologico-didattica al fine di
portare la scuola italiana ai livelli di quella europea.
Marisa
Caccia
Che
l’insegnamento delle scienze possa connotarsi in senso ideologico,
indottrinante, dogmatico, autoritario, potrebbe apparire a taluni – studenti,
genitori e insegnanti, vittime e carnefici – una bizzarra eventualità.
Un’immaginaria collega di matematica mi ha giustappunto apostrofato in merito
all’aggettivo «laico» del titolo, scrutandomi perplessa e sospettosa. Un
sospetto che coglie sia quanti annoverano la laicità tra i vari «ismi»
ideologici (non mi verrai mica a dire che la legge di gravitazione è di destra
o di sinistra?), sia quanti la intendono essenzialmente come un metodo (nel
qual caso l’aggettivazione sarebbe pleonastica: il metodo scientifico pare connotarsi
in senso laico già di per sé).
Eppure,
le questioni di metodo didattico sono importanti e qualificanti, come
sottolineava lo Swift dei Viaggi di Gulliver: «Venne poi la volta della
scuola di matematica, dove l’insegnante seguiva un metodo inimmaginabile a noi
europei: si vergavano, con inchiostro composto di tintura cefalica, enunciati e
dimostrazioni sopra un’ostia sottile. Lo studente doveva trangugiarla a stomaco
vuoto e per tre giorni era tenuto a pane ed acqua. Quando l’ostia veniva digerita,
la tintura cefalica saliva al cervello convogliandovi anche gli enunciati
matematici. Fino allora i risultati si erano dimostrati inferiori
all’aspettativa; ciò era dovuto a qualche inesattezza nella dose, ma anche alla
disubbidienza di questi ragazzacci recalcitranti i quali si liberano di questa
pozione disgustosa prima di averla digerita, oppure non rispettano la dieta
alimentare richiesta».
Spesso l’insegnamento delle scienze, in particolare
della matematica, è circondato da un’aura di asettica neutralità. Come osserva
Stella Baruk, dai libri di testo emerge l’immagine di un sapere neutro,
indifferente; mentre dai libri destinati alla divulgazione e rivolti a un
pubblico generico, emerge invece un sapere carico di affettività: paura della
matematica, il piacere (nientemeno!) della matematica, capisco la matematica! E
via dicendo. Eppure, sia nell’apprendere che nell’insegnare le scienze, volenti
o nolenti, la dimensione affettiva è presente e condiziona la possibilità di
condurre efficacemente una didattica «dal volto umano» oppure di generare
l’ansia e il rifiuto.
«Nella
tecnicità e neutralità apparente si annida il massimo di ideologia, molto più
pericolosa di quella dichiarata ed in fondo effimera»1.
Un
secondo aspetto su cui riflettere rimanda al termine stesso di «laicità».
Come è noto, esso viene da laós, popolo; per cui laico
significa appartenente al volgo in quanto distinto dal clero, dai ministri del
culto, individua il popolo dei semplici fedeli (che d’abitudine include
ecumenicamente e per soprammercato anche gli infedeli o gli indifferenti).
Per
estensione ad altri ambiti, il termine individua poi una comunità chiusa di
«addetti (adepti?) ai lavori», «specialisti», «professori-professionisti»
distinta dalla popolazione dei «discenti», dal pubblico generico, dai
«profani», da quelli che non hanno «voce in capitolo» a cui si rivolge la
divulgazione.
Se
per un verso il metodo della laicità si propone di mettere tra parentesi, di
escludere dall’ambito dell’azione pubblica, la dottrina dei chierici, d’altra
parte, riferendosi alle scienze e al loro insegnamento, questa analoga
separazione/mediazione di ruoli, di linguaggi, di metodi risulta forse ancor
più problematica. Questa, in ambito scientifico, è una divisione che non si
fonda su un principio gerarchico o trascendente, in base al quale per dogma gli
specialisti sono depositari della Verità: la validità o meno di
un’argomentazione scientifica sussiste in sé, non si fonda su un «ipse dixit».
Come
insegnante mi sento chiamato a vigilare su me stesso, a essere critico rispetto
alla necessaria divisione di ruoli e competenze tra me e gli allievi; è un
atteggiamento resistenziale, richiede concentrazione, tempo, attenzione a non
farsi catturare da una specie di automatismo didattico2, dall’abitudine
e dalla prevenzione.
Questa
faccenda della «separatezza laica» di ambiti di competenza, di «giurisdizione»
è inoltre, come si usa dire, «trasversale» alle singole discipline: si riflette
nella tendenza di molti insegnanti a percepire tutto il resto che sta al di
fuori del loro orticello come «popolo laico» magari da catechizzare, per cui
non ci si azzarda a fare reciproche «invasioni di campo» e c’è una rigida
separazione disciplinare. E poi pretendiamo che gli allievi facciano maturi
collegamenti e voli pindarici …!
Tuttavia
la divisione in «addetti ai lavori» e «profani» non può essere liquidata in
modo semplicistico e «populista»: altrimenti tutti si sentono autorizzati a
esprimersi disinvoltamente su cose che non conoscono e si arriva a ridurre
tutto a interpretazione o a ravvisare un carattere ideologico nel metodo
scientifico o nelle leggi naturali. Addirittura un semplice conteggio o
valutazione di ordini di grandezza (prassi usuale in fisica, cui si fa
riferimento come «problemi alla Fermi»: quanti capelli in testa? Quanti
accordatori di pianoforte ci sono a Chicago?) diventa opinabile (1 milione o
150mila manifestanti?). Oppure capita di ritrovarsi ad avere un incompetente
(in campo scientifico, of course), nella fattispecie il prof. Roberto de
Mattei, alla vice presidenza del più importante organo di ricerca pubblico, il
CNR; il quale Prof provvede a organizzare un convegno3
(pudicamente?) a porte chiuse e finanziamento spudoratamente pubblico presso la
sede dell’ente, per celebrare il fallimento dell’evoluzionismo darwiniano.
Qui si leveranno le lamentazioni di protesta dei vari
inventori di moti perpetui, crank e geni incompresi, di insospettabili paladini
della libertà di pensiero contro la lobby scientista, astrologi, guaritori
& C: l’antidoto sta nel rendere espliciti nell’insegnamento gli aspetti
fondanti del metodo scientifico, senza dimenticare l’opera di smascheramento
delle pseudoscienze e l’attività meritoria, anche specificamente rivolta alla
scuola, svolta sul campo da comitati scettici come il CICAP4.
Dal
punto di epistemologico, il concetto di modello è allora centrale:
Le
scienze non cercano di spiegare, a malapena tentano di interpretare, ma fanno
soprattutto dei modelli. Per modello s’intende un costrutto matematico che, con
l’aggiunta di certe interpretazioni verbali, descrive dei fenomeni osservati.
La giustificazione di un siffatto costrutto matematico è soltanto e
precisamente che ci si aspetta che funzioni – cioè descriva correttamente i
fenomeni in un’area ragionevolmente ampia. Inoltre esso deve soddisfare certi
criteri estetici – cioè, in relazione con la quantità di descrizione che
fornisce, deve essere piuttosto semplice (John von Neumann).
Ovvero, detto in sintesi: «Basta che funzioni» (notare
che il protagonista dell’ultimo film di W. Allen è un fisico). La scienza
costruisce quindi «mappe conoscitive» e nel fare questo seleziona gli aspetti
«utili» del reale: non si può mettere tutto nella descrizione, altrimenti la
mappa coincide con il territorio e, allora, tanto vale prendere in
considerazione il territorio stesso, posto che sia possibile5.
Inoltre, nel costruire la mappa, utilizziamo strutture logico-matematiche,
linguaggi che non stanno là fuori ma stanno nella nostra testa e che,
stranamente, funzionano: Einstein diceva che è incomprensibile come il mondo
sia razionale, come il libro della natura sia scritto in lingua matematica;
Wigner parlava dell’irragionevole efficacia della matematica nella descrizione
del mondo.
E
allora che cos’è la verità (nelle scienze)? Anche questa non è domanda di cui
lavarsene pilatescamente le mani, soprattutto a scuola. Cerco di chiarire ai
ragazzi che non esiste la Verità, ma esistono solo verità provvisorie, in
prova, congetture e confutazioni, che «…non si tratta per noi di porre la
Scienza su basi più solide, ma semplicemente di riconoscere quanto tali basi
siano fragili»6. Ma, d’altra parte, di nuovo, ciò non significa
lasciar campo libero all’interpretazione; le dispute scientifiche non si
decidono con le regole della democrazia, per alzata di mano.
In
relazione alla questione della verità, una verità determinata storicamente, è
importante sottolineare anche la necessità di una dimensione storica e
filosofica nell’insegnamento delle scienze.
«Le
scienze naturali sono discipline in fieri, dove il dubbio gioca un ruolo più
importante delle certezze, dove i metodi sono sempre diversi, dove le strade
vengono abbandonate e poi riprese, dove l’immaginazione, forse più che l’arte
stessa, è essenziale al procedere della ricerca. È ragionevole supporre che
un’integrazione della riflessione storico-filosofica nell’insegnamento delle
scienze, che mettesse in luce questi aspetti, sarebbe un importante contributo
nel diminuire la disaffezione degli studenti.
Nel momento in cui le scienze naturali, e in particolare
la fisica e la matematica, venissero ricondotte nell’alveo di un progetto
generale di comprensione della realtà, che le contestualizzi rispetto alle
scienze umane e all’arte, esse perderebbero naturalmente quel carattere di osticità
e lontananza, che invece acquisiscono progressivamente nell’animo degli
studenti»7.
Riccardo
Urigu
1 Paolo Chiappe, Il
voto e lo stipendio degli studenti?, Lettera telematica di école, n. 26,
marzo 2010.
2 Il disegno qui accanto
di Bruno Touschek è più eloquente di qualunque discorso.
3 Per chi volesse
deliziarsi gli atti sono stati raccolti in un volume Evoluzionismo: il
tramonto di un ipotesi (cfr.: http://www.fondazionelepanto.org/2009/305/).
4 Comitato
Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale
(http://www.cicap.org/).
5 Jorge Luis
Borges, L’artefice, Mondadori, Meridiani, vol. 1, p. 1253.
6 Bruno de
Finetti, L’invenzione della verità, Cortina, 2006, p.124.
7 AA.VV., Antidoti
contro la tecnicizzazione, «La Fisica nella Scuola», XL, 1 Supplemento,
Quaderno 18, 2007.
tavola rotonda: insegnamento laico e critico delle
scienze ai diversi livelli di età
La
scuola accoglie bambini che hanno molte domande e hanno già risposte che spesso
risentono degli stereotipi correnti oppure sono tautologiche rispetto alla
domanda. Penso che il compito della scuola dell’infanzia e di quella primaria
sia di aiutarli e di aiutarci a costruire delle domande che abbiano un senso.
Non è qualcosa di facile e di immediato. Spesso le domande sono casuali, mentre
dobbiamo aiutare a porre le domande che portano a costruire percorsi di
conoscenza.
Soprattutto
abbiamo bisogno di spostare le domande dal perché al come (come
faccio a vivere, come stanno insieme gli elementi del mondo, ecc.). Dobbiamo
aiutarli a porsi nella dimensione del come se, cioè dell’analogia, per
costruire modelli di funzionamento verosimili di cose che non si vedono, e del se...
allora. Per esempio aiutare a capire che il calore è dato dal movimento,
nel senso del moto delle particelle e del calore come forma di energia.
Talvolta come insegnanti troviamo difficoltà a passare dalle domande spontanee
sul perché a quelle più corrette sul come e ad abituare a operare
connessioni del tipo se... allora.
All’inizio della scuola elementare penso si debba subito
far capire che siamo individui all’interno di una specie: individui che
condividono con altri il modo di nascere e di morire, e che hanno esperienze
diverse a seconda del luogo e dell’ambiente in cui vivono, sviluppando
potenzialità differenti in rapporto al tipo di ambiente. È importante
sviluppare questa coscienza dell’ambiente, esplorando vari tipi di ambiente (la
scuola, il prato, il bosco, il mare, ecc.) e arrivare alla considerazione di sé
in rapporto costante con individui della stessa specie e con individui di altre
specie. Costruiamo perciò insieme delle mappe che progressivamente si
arricchiscono e si complicano. Il rapporto con bambini che vengono da lontano
(per esempio compagni che vengono dall’Africa) portano a importanti
considerazioni sulla eguaglianza degli appartenenti alla stessa specie e alle
differenze secondarie. Importante è anche la riflessione sulle parti che
compongono l’individuo e su come queste stanno insieme formando un tutto
organico, che si trasforma in continuazione in rapporto alle interazioni con
l’ambiente. Come il seme diventa pianta, come si sviluppa il pulcino, come si
genera, nasce e si sviluppa un bambino? Non possiamo aspettare a parlare di
genetica nella scuola superiore. Come non possiamo aspettare la scuola
superiore per parlare dei modelli di come è fatta la materia. Questo non vuol
dire che bisogna anticipare i modelli formalizzati, ma che bisogna fare
esperienze significative e aiutare a costruire domande sensate che aprono verso
una comprensione anche degli aspetti formali. L’esperienza è fondamentale. Per
es. l’esperienza sui diversi materiali e sulle loro proprietà (densità,
rigidità, ecc.), accompagnata dalla loro precisa registrazione e descrizione, è
essenziale per introdurre alla costituzione della materia. Ma intanto
cominciamo anche a costruire dei modelli interpretativi. Da sempre l’umanità ha
costruito immagini per potere raccontare ad altri e condividere il sapere. Non
bisogna pensare che i ragazzini non siano all’altezza di capire la scienza.
Questo è un pregiudizio di cui ci dobbiamo liberare. Man mano che si fanno
esperienze in classe si costruisce anche l’idea di procedura, non solo in
riferimento a una esperienza particolare ma come tipologia di percorso
applicabile in generale a molti casi.
Stamattina
abbiamo molto discusso di evoluzione. Non si può rimandare a quando saranno più
grandi, non possiamo aspettare neppure la terza elementare per parlarne. Quello
che è difficile è soprattutto fare accedere all’idea di casualità, per
cui certi caratteri si sono modificati e si sono perpetuati nell’evoluzione
della specie. È laicità far misurare anche i piccoli con problemi grossi, nel
modo in cui possono farlo, accompagnandoli, continuando a riparlarne,
mantenendo vivo il dibattito in classe, nel confronto delle idee: la conoscenza
è un’impresa collettiva, che nasce dalla ricerca comune, a tutti i livelli di
età. Questa è il contributo laico più prezioso anche nella scuola dei primi
gradi.
Nuccia Maldera
(Sintesi della
registrazione audio della relazione)
Quest’anno ricorre il 400° anniversario dalla
pubblicazione del Sidereus Nuncius di Galileo. Il modello eliocentrico
non è nemmeno così difficile da far apprendere ai bambini, nonostante
contraddica l’esperienza. La loro mente si appropria rapidamente dell’immagine
che vede il sole occupare uno dei fuochi delle ellissi e tante sferette di
dimensioni più o meno grandi che tracciano le loro orbite intorno ad esso.
Forse quest’immagine è così forte proprio perché è
controevidente, rivoluziona l’esperienza empirica capovolgendola. Gli opposti
ai bambini/ragazzi piacciono, sono altrettanto semplici di come lo è l’evidenza,
in virtù del fatto che risultano esserne il semplice rovescio.
Tuttavia, lo studio dell’astronomia a scuola – dalla
primaria alla secondaria di secondo grado – assume il valore di esempio
emblematico di come si tradisca nei fatti lo spirito di quel metodo
scientifico, di galileiana memoria, che si vorrebbe trasmettere alle giovani
generazioni.
A partire dal modello mentale di sistema solare, si
studiano, infatti, in modo via, via, più approfondito i satelliti, i pianeti,
le distanza di ciascuno dal sole e l’ordine all’interno del sistema solare, le
dimensioni, l’atmosfera, le leggi di Keplero e quelle di gravitazione, ecc.
E poi le galassie, gli ammassi stellari, le nebulose, i
buchi neri.
Ma la conoscenza è solo mediata. Nel duplice senso,
ormai, da un lato, di indiretta, interposta e dall’altra, di veicolata dai
media, dallo schermo sia esso del computer, della TV o dei video. Le immagini
(foto di pianeti, satelliti e oltre) sono quelle dei telescopi o delle sonde
spaziali.
Raramente, per non dire quasi mai, si alzano gli occhi
al cielo. Marte, Giove, Venere, Saturno sono oggetti mentali, e non reali.
L’esperienza, il punto di partenza fondamentale del
metodo scientifico, in mezzo a tutto questo, non esiste. A meno che
l’esperienza non sia diventata quest’altra cosa: una immagine e delle
conoscenze validate da altri. E la scienza non abbia ripreso il valore di un
dogma. Un atto di fede, come 400 anni fa.
È necessaria l’esperienza? – mi chiedo e chiedo.
Se, nel caso dello studio astronomico, l’ordine del
mondo è questo, se il modello è, per fortuna, facilmente appreso, ha senso
porsene il problema?
Certo, bisogna poi spiegare le stagioni, ad esempio, la
latitudine e la longitudine, il problema delle orbite, ma basta spesso un
planetario e/o una simulazione al computer.
Al più una lampada e un’arancia (che ben si presta). Al
più Google Earth.
Ecco, se dovessi dare un esempio di insegnamento laico
delle scienze, sceglierei questo: l’esperienza dove sembra inutile.
L’esperienza
dell’osservazione dell’ombra, ad esempio, della possibilità di sfruttarla per
misurare il tempo e orientarsi nello spazio, l’esperienza della misura
dell’inclinazione dei raggi solari e di come cambiano durante il giorno e
l’anno, e ancora, dell’angolo necessario da dare ad uno gnomone perché l’ombra
a mezzogiorno sparisca. E cosa capita, in quello stesso momento a Nord di dove
ci si trova, oppure a Sud. O a Est e a Ovest.
Di
notte imparare a guardare la luna, misurarla, misurare l’altezza delle stelle,
riconoscere le costellazioni, saper individuare i pianeti e seguirne nei giorni
l’orbita. Ecc. ecc.
Riportare, insomma, le cose con i piedi per terra. Usare
le proprie mani e i propri occhi, insieme alla testa. Puntare il proprio
sguardo dove le cose accadono. Imparare a controllare le cose, misurando ciò
che può servire per capire, con i propri strumenti.
Poter dire – senza timore di essere smentiti: le cose
istanno così perché le ho viste con i miei occhi, misurate con le mie mani
e le misure confrontate con quelle di altri.
Questo compito lo ritengo necessario; un dovere, da un
lato generazionale, e dall’altro istituzionale, come formatori.
Abbiamo
molteplici esempi di come spesso l’informazione, e, in certi casi anche la
divulgazione scientifica, vengano usate per creare paure interessate (sia per
favorire l’ascolto, la diffusione di programmi o giornali e la pubblicità
connessa, sia per interesse diretto). Rimando agli esempi che faceva Piero
Bianucci.
Si gioca sulla mancanza di strumenti di controllo da
parte della gente, rendendola una massa vulnerabile e manipolabile.
La sfida è quasi improba, me ne rendo conto. Le
conoscenze scientifiche sono sempre più complesse e specialistiche. La
strumentazione sofisticata e costosa. Le risorse necessarie elevate. Il
controllo complicato e quasi impossibile. Tuttavia, quello che si può fare come
formatori è puntare a creare i presupposti per l’acquisizione di una mentalità
scientifica, per il possesso cioè di un metodo critico, alimentato dal dubbio e
dalle domande.
Insegnare
ad utilizzare il dubbio e le domande a cominciare da ciò che appare ovvio e
banale. Con la consapevolezza, infatti, che le domande hanno senso in relazione
proporzionale alla vicinanza esperienziale dall’oggetto o dal fenomeno che si
sta indagando.
Niente di nuovo –
direte voi. Infatti, che si debba tener conto dell’esperienza, degli
interrogativi, delle misure e di nuovi interrogativi per comprendere un evento
sono tutte cose note, sono ovvietà. Tuttavia, niente, a volte, risulta più
difficile dell’ovvio. La condizione in cui versa l’insegnamento-apprendimento
delle conoscenze scientifiche a scuola, ne è, in questo senso, una
dimostrazione quasi esemplare.
Tuttavia,
c’è un aspetto in questa riflessione sul quale vorrei particolarmente soffermarmi.
Ed è quello dell’uso degli strumenti. Riflessione che mi è suggerita proprio a
partire dalla lezione di Galileo che, come sa chi ne ha studiato la vita,
teneva particolarmente ai suoi strumenti. Li progettava e – in un certo qual
senso – li costruiva. Gli strumenti non sono aspetti secondari nell’indagine
scientifica, anzi, in certi casi – sono determinanti. Essi sono suggeriti
dall’indagine e dagli interrogativi che ci si pone. Una delle carenze, a mio modo di vedere dell’insegnamento delle scienze
a scuola, riguarda questo aspetto.
Molto spesso, la strumentazione – costosa e unica – di
laboratorio è usata, né più né meno, che come un libro di testo; senza né
curiosità, né domande, né controllo effettivo. Solo per potenziare il valore
definitorio e definitivo di una legge, ammantandola dell’aura di una presunta
esperienza.
Quello che penso, invece, è che uno dei campi
fondamentali in cui si esplica la capacità della mediazione didattica
dell’insegnante di scienze stia proprio nel saper avvicinare lo strumento
all’indagine e allo studente. Lo strumento deve essere, da una parte una leva
per sollevare i dubbi dell’allievo, e dall’altro un prolungamento del «suo»
braccio, del «suo» occhio e della «sua» mente. Quello strumento deve essere
suo. A scuola e a casa. Suggerito dall’insegnante e costruito da sé. Via via
più complesso, man mano che procede l’interesse e l’approfondimento. La
curiosità non deve – ammesso che avvenga – essere confinata nell’ora di lezione
in classe. Deve lievitare, proseguire a casa. E sono gli strumenti a
consentirlo.
Quelli che mostro sono alcuni esempi di strumenti per
avvicinarsi allo studio dell’astronomia con ragazzi dagli 11 (ma in qualche
caso anche prima) ai 14 anni. Sono fatti di materiale povero, come si può
vedere.
Sono molto ricchi di implicazioni interrogative e
conoscitive, invece, all’interno di un percorso di avvicinamento ai fenomeni
che conducono all’indagine astronomica.
Luigi Tremoloso
L’insegnamento delle scienze nella secondaria
superiore
Sono
biologo e insegno in provincia di Como geografia generale, chimica, biologia,
un potpourri di discipline diverse, quasi tutto lo scibile scientifico e
naturalmente essendo solo biologo e non anche geologo, naturalista, chimico,
astrofisico ecc. alcune di esse non sono state per nulla toccate dal mio
percorso di formazione universitaria.
Forse proprio la percezione della inadeguatezza della
mia preparazione di base mi ha indotto fin dall’inizio a scegliere più che la
via della semplice spiegazione agli allievi dei diversi fenomeni oggetto delle
discipline che insegno quella della ricerca di metodologie didattiche che
offrissero la possibilità di andare oltre, di ricercare soluzioni senza che
tutto fosse dato per già noto, già scritto nel libro, già detto dall’insegnante.
Non
voglio teorizzare una sorta di laicità dell’ignoranza, ma certamente il rischio
che gli allievi immaginino le verità scientifiche come fatti incontrovertibili,
assoluti, immodificabili è concreto e a mio parere si alimenta anche grazie all’uso
di un unico libro di testo, all’adozione delle spiegazioni frontali come
modalità prevalente di comunicazione tra il docente e i discenti, con la
pratica del protocollo: l’insegnante spiega, lo studente ascolta, il libro
spiega, lo studente legge – lo studente riassume e riferisce all’insegnante,
l’insegnante valuta quanto lo studente ricorda di ciò che ha sentito e letto.
Per
questo ho adottato tra le tecniche didattiche anche il problem solving e
non ho mai proposto agli allievi un libro di testo unico invitandoli invece a
comprarli tutti diversi. Spezzando prima di tutto l’unicità del verbo.
Intendiamoci,
nulla di straordinario, semplicemente ciò che i docenti di altre materie fanno
da sempre convinti che arricchisca il patrimonio culturale della classe lo
studio su fonti diverse (che anche per le scienze non sono sempre concordi).
Quindi
mi sono attrezzato costruendo una sorta di biblioteca dei libri di testo, dando
un senso alle camionate di manuali che ci arrivano in omaggio, che sono
diventati fonti per ricercare le informazioni necessarie agli allievi per
svolgere ricerche individuali e di gruppo sui differenti temi sviluppati nei
corsi.
Le
cose sono andate abbastanza bene per qualche anno, ai manuali si sono aggiunti
i pochi libri della biblioteca della scuola, poi le riviste scientifiche; il
loro archivio ha consentito di trovare talora sui differenti argomenti
informazioni molto più profonde e aggiornate delle mie stesse arrugginite
competenze disciplinari. Ma poi è arrivato Internet. E nella rete delle reti,
insieme a formidabili possibilità di acquisizione di dati e punti di vista si
annida a mio parere un pericolo grave. Non è solo la pur straordinaria presenza
di informazioni false e incomplete che preoccupa. Ci sono, ma io credo che per
la scienza gli errori siano il minore dei mali. A scuola tutte le volte che se
ne trova uno – nel libro, nell’insegnante, sul web – si rafforza una percezione
più laica, meno assolutistica della scienza.
I
problema è costituito dal fenomeno sempre più diffuso dell’uso della rete come
portale di accesso ad un unico libro, il più bello, il più democratico, il più
libero, il più santo. Nuovamente il verbo.
Si tratta di Wikipedia che è effettivamente una fonte
inesauribile di informazioni scientifiche, di dati e di approfondimenti, ma
essendo sempre preferita dai motori di ricerca finisce per essere l’unica fonte
web per gli studenti. Pur avendo il pregio di essere costruita collettivamente
e dinamicamente, ha il difetto di sembrare assoluta, il luogo dove tutti i quesiti
trovano risposta, il sito della verità. Nessuna colpa è ascrivibile a Wikipedia
stessa, ma purtroppo il fatto che i giovani internauti affrontino il web con
spensierata incompetenza li rende vittime, devoti ad una sola fonte convinti
che in essa ci sia ogni risposta.
Il
tema della laicità del web meriterebbe sicuramente un approfondimento,
preferisco però indicare alcuni esempi di tematiche che nella mia esperienza
didattica mi sono sembrate utili a stimolare negli allievi un atteggiamento
culturalmente laico, non dogmatico, incline al dubbio e pertanto scientifico.
La cartografia, la sua evoluzione storica, il confronto
tra diverse metodologie per descrivere il pianeta è un argomento da sempre
citato come essenziale per superare l’idea che tutto ciò che è scientifico è
indiscutibilmente vero e senza errore. L’indiscutibile impossibilità di
rappresentare correttamente la sfericità della superficie terrestre su una
carta offre interessanti spunti per far cogliere la differenza che c’è tra
precisione, scienza e verità della rappresentazione della natura. È infatti
possibile far cogliere agli studenti che lo stesso territorio se rappresentato
con proiezioni diverse e tutte tecnicamente corrette sembra cambiare e appare
altro anche dalla sua effettiva realtà riproducibile solo dai globi. Così se
per alcuni anni ci si è giustamente dedicati alla critica delle
rappresentazioni di Mercatore oggi essendo quella equivalente di Peters troppo
spesso considerata assolutamente veritiera è interessante smontarne il primato
per ristabilire la realtà dei fatti e l’intrinseca laicità della considerazione
che nessuna rappresentazione è migliore in assoluto, e al variare dei territori
e dei temi saranno preferibili proiezioni conformi o equidistanti o
equivalenti.
Altra
possibilità mi sembra venga offerta dalla tassonomia che presenta importanti
spunti per considerare quanto soggettiva (ma non per questo arbitraria) sia
l’attribuzione di un organismo ad un gruppo e per avviare con gli allievi la
sperimentazione della ricerca di diverse leggi di appartenenza dei differenti
esseri viventi che pur essendo scientifiche ne determinano l’attribuzione a
gruppi tassonomici che non sono quelli adottati dai libri di testo. Risulterà
così evidente come il sistema di classificazione adottato convenzionalmente non
è il più vero, ma solo quello ritenuto più comodo per affrontare l’irriducibile
varietà della natura.
Tanto
che persino la specie che a prima vista sembra essere l’unico gruppo
tassonomico «naturalmente» definito è un concetto fluido e tutt’altro che
univoco.
Altra
possibilità è quella offerta dallo studio delle fonti energetiche. Si tratta di
un’attività particolarmente adatta all’approccio con il problem solving.
Se infatti si dividono gli allievi in gruppi e si definiscono con loro dei
parametri per la valutazione delle caratteristiche delle diverse fonti, si
arriva con facilità alla percezione della complessità e alla opinabilità
inevitabile nella valutazione dei diversi casi. Ciò non a causa di
insufficienza di dati, ma perché in sistemi con molte variabili, la differente
scelta dei parametri presi in considerazione produce esiti differenti. La
valutazione ad esempio dei costi di ciascun impianto varia fortemente se si
considerano solo la costruzione e l’esercizio o anche la progettazione e il
ripristino dell’area nella condizione preesistente. Ed ancora diversi risultano
i dati se si considerano tra i costi anche quelli relativi ad eventuali danni
alle persone statisticamente connessi con ciascuna fonte, con un’ulteriore difficoltà
nella conversione del valore della vita in dato economico.
Gianpaolo
Rosso
I metodi scientifici sono gli unici
disponibili per scoprire verità generali
Ho
frequentato il liceo classico tra il 1945 e il 1948, dopo aver frequentato la scuola
media, appena istituita da Bottai, e il ginnasio superiore, due scuole di
grammatica; come sarebbe stato anche il liceo. Apparentemente si trattava della
grammatica latina e un po’ di quella greca, in realtà della grammatica di
nessuna lingua, perché il greco e il latino erano lingue morte. La grammatica
dell’italiano ci appariva una copia sbiadita delle lingue archetipe e le
analisi grammaticali e logiche (come si chiamavano), condotte sull’italiano,
erano esercizi preparatori per calarlo nel nobile sistema delle declinazioni.
In quella scuola non c’era spazio per le lingue straniere, soprattutto dopo che
Bottai aveva accentuato il carattere nazionalistico dei programmi; avremmo
pagato duramente questa impostazione.
Delle
discipline scientifiche soltanto la matematica godeva di qualche
considerazione, un po’ perché, studiata da sempre, vantava la stessa anzianità
delle discipline letterarie, un po’ perché la si apprendeva in modo meno
passivo delle scienze naturali, seguendo dimostrazioni, risolvendo problemi e
facendo calcoli. Era all’opera un principio di prestazione, che serviva a
distinguere quelli «bravi in matematica», creando complicità tra l’insegnante
di matematica e quelli bravi. Si aveva l’impressione che l’insegnante di
matematica dovesse agire entro i limiti stretti, anche in termini di ore, del
liceo e ci si rendeva conto che gli insegnanti di discipline scientifiche
avevano imparato più cose, soprattutto cose di livello più elevato, rispetto a
quelle che potevano insegnare, mentre gli insegnanti di lettere sapevano più
cose di quelle che insegnavano, ma potevano via via riciclare quelle che
avevano imparato o stavano ancora imparando.
Mi
pare che ora le cose siano assai cambiate. Sono stati fatti tentativi di
rendere la matematica più interattiva, perfino «più facile» e «più amichevole»;
non so con quali risultati. Ma certamente i libri di testo si sono molto
arricchiti. Per l’esperienza casuale che ho, mi hanno colpito soprattutto i
testi di scienze naturali. Dalle relazioni che ho ascoltato mi sono reso conto
che gli insegnanti di discipline scientifiche fanno molto per coinvolgere gli
studenti, abbattendo la barriera che sembrava circondare le scienze forti, al
di là della quale può andare soltanto chi possiede già un importante armamentario
concettuale e tecnico. Gli insegnanti si rifanno alla vita reale, come un tempo
non si faceva: della fisica mi erano state insegnate soprattutto la meccanica e
l’ottica geometrica, pochissima elettrologia e termologia e l’unica macchina
termica di cui si parlava era la macchina a vapore; e dire che proprio perché
sono vecchio sono ancora riuscito a prendere treni a vapore. Avremmo imparato a
conoscere i motori a combustione interna nei garage, mentre le macchine
elettriche per molti sarebbero rimasti misteri. La natura vivente non entrava a
scuola: si faceva un po’ di classificazione vegetale e animale, ma non si
insegnava la biochimica della vita. La sintesi clorofilliana era un miracolo o
poco più. Adesso proprio le scienze naturali permettono agganci interessanti,
perché consentono di parlare delle fonti di energia, delle risorse disponibili,
della tutela dell’ambiente e così via. Anche la teoria dell’evoluzione, che a
me era stata insegnata solo per accenni, quasi come una favola, ora può
risvegliare l’interessi dei ragazzi.
Nel
vecchio liceo classico era presente l’idea che le forme di sapere fossero, come
diceva una vecchia tradizione o liberali o strumentali; e queste ultime erano
ritenute di rango inferiore. Vittima di questa impostazione era stato
l’insegnamento delle lingue straniere: «roba da portiere di albergo» avevo
ancora sentito dire; ma anche le discipline scientifiche. Anche la separazione
tra licei e scuole tecniche rispecchiava questo modo di pensare. Poi le cose
sono cambiate e, per evitare che l’ordinamento scolastico diventasse uno
strumento di discriminazione sociale, licei per tutti. Né il liceo doveva
troppo cambiare, perché una scuola di massa non doveva valere meno di una
scuola di élite: dunque latino per tutti e greco per molti.
Nella
cultura umanistica la storia, non tanto il suo insegnamento quanto la
«mentalità storica», aveva una posizione di privilegio, come del resto nelle
ideologie dominanti: qui si inseriva facilmente la rivolta contro il sapere
scientifico e il dominio della tecnica, che si andava diffondendo nella cultura
occidentale. Il sapere scientifico sembrava complice, se non responsabile,
della società dei consumi, dell’umanità a una dimensione, dell’irrazionalismo
borghese e così via. Occorreva perciò riconoscere che anche il sapere
scientifico ha una storia ed è immerso nella storia, per capire come esso fosse
fattore essenziale dei fatti e dei misfatti della società. Di qui si doveva
partire per stabilire un legame effettivo tra la cultura scientifica e la realtà.
Alla
cultura scientifica si imputava la fede in un progresso continuo, che andava
esorcizzata, rifiutando l’idea che anche soltanto la conoscenza scientifica si
sviluppi secondo miglioramenti continui e cumulativi: bisognava mostrare che
pure qui avvengono rivoluzioni e salti e che, dunque, le verità scientifiche
non sono definitive, al riparo delle volontà che modellano la storia. Anche i
filosofi della scienza si misero in questa prospettiva. La pretesa più
ambiziosa della scienza ottocentesca sembrava quella dei matematici, che
avevano cercato i fondamenti della loro disciplina nelle leggi logiche
generali, valide per ogni tipo di conoscenza. Quel progetto aveva mostrato i
propri limiti e, commisurato a esso, ogni forma di sapere appariva deficitaria.
Dunque anche per via logica si potevano far emergere i limiti della conoscenza
scientifica.
Del
resto non era invalsa, anche tra gli scienziati, l’abitudine di presentare il
proprio lavoro più come ricerca che come acquisizione di conoscenze? Perfino
nel linguaggio burocratico gli scienziati comparivano come ricercatori. Se
letterati, storici e filosofi sembravano aggirarsi tra approssimazioni,
incertezze e controversie, ora potevano includere nella loro congrega anche gli
scienziati, mentre filosofia della scienza e storia della scienza suggerivano
che anche le verità scientifiche sono relative e provvisorie. E, anche se gli
scienziati non sempre avevano saputo esprimersi adeguatamente, preoccupati come
erano far valere la solidità delle loro conoscenze, non consisteva forse in
questo, anche per loro, lo «spirito scientifico», nel richiedere prove e
nell’essere disposti a rivedere le certezze acquisite in base a nuove prove?
Tutto
vero; e abbiamo sentito anche dalle relazioni precedenti quanto oggi gli insegnanti
si preoccupino di addestrare gli studenti all’esercizio del dubbio. Ma
l’interpretazione relativistica della scienza rischia di nascondere il fatto
che le teorie scientifiche non rifiutano mai verità che siano state provate, a
meno che la loro prova si riveli inconsistente, e tendono a incorporarle come
casi particolari di verità più generali. Il progresso scientifico
consiste proprio nella possibilità di aggiungere verità nuove a quelle
acquisite. Questa prospettiva rende tendenzialmente provvisorie le verità
scientifiche, ma non mette in discussione il fatto che i metodi scientifici
siano gli unici disponibili per scoprire verità generali. Le cose che si
imparano a scuola poi si dimenticano, ma capire quali domande si fanno gli
scienziati e come rispondono cambia la nostra mentalità e ci fa capire come si
forma un settore importante delle regole pubbliche di una società evoluta. Nel
momento in cui tanti suggeritori si offrono di aiutarci, con imposture,
superstizioni e manipolazioni, a «dare un senso alla vita» (come si dice), può
essere utile allenare i ragazzi a capire che a certe domande si risponde
mettendo in ordine segni o escogitando prove e altre si rifiutano, diffidando
di chi le pone.
Carlo
Augusto Viano
Galileo Galilei tra scienza, arte e
letteratura
Vorrei presentare qualche spunto indicativo del ruolo
svolto dall’immagine di Galileo nell’arte e nella letteratura dall’Ottocento in
poi, con il duplice fine di riconoscere il legame stretto tra arte, letteratura
e scienza, e di indicare un percorso di lettura e di studio praticabile in
forma interdisciplinare nell’insegnamento.
Galileo nelle
arti figurative
Nella
tradizione iconografica e artistica che ha celebrato in quattro secoli la figura
di Galileo vorrei segnalare tre occasioni artistiche che in forme diverse hanno
costruito un ponte tra scienza e arte.
La
prima richiama la visita del poeta inglese John Milton all’anziano Galileo
nella sua villa di Pian dei Giullari1. Tale visita è stata
variamente rappresentata nelle arti figurative. Mi limito a presentare un
dipinto di Annibale Gatti della seconda metà dell’Ottocento, che mostra il
passaggio generazionale dal poeta al vecchio scienziato, già quasi cieco,
l’impegno di Galileo nella comunicazione delle sue scoperte, rivolto a un
giovane studioso che non presenta alcun segno distintivo della sua competenza
letteraria. Mi pare si possa riconoscere l’esclusione di ogni contrapposizione
tra letteratura e scienza.
La
seconda e la terza assumono un valore particolare per la presentazione di
Galileo come nume tutelare della scienza toscana e di una futura unificazione
culturale nazionale. Si tratta dell’inaugurazione della statua di Galileo nel
cortile dell’Università di Pisa, in occasione del I Congresso degli Scienziati
Italiani (1839), e della Tribuna di Galileo nel Museo di Fisica e Storia
Naturale di Firenze, in occasione del III Congresso degli Scienziati Italiani
(1841).
L’inaugurazione solenne della statua di Galileo scolpita
da Emilio Demi, il 2 ottobre 1839, avvenne durante la prima seduta del I
Congresso degli Scienziati Italiani, voluto da Luciano Bonaparte e sostenuto
dal Granduca Leopoldo II. In quell’occasione, come ebbe a dire Giovanni Rosini
nell’orazione pronunciata dinanzi alla statua2, la grandezza del
genio galileiano rifletteva la celebrazione di Leopoldo II, adeguato erede del
mecenatismo mediceo rivolto a Galileo. La figura di Galileo emergeva nella sua
interezza di uomo di lettere e di cultura, oltre che di scienziato, in un
quadro “accademico” e arcadico della cultura fiorentina del Seicento.
L’inaugurazione della Tribuna di Galileo, il 26
settembre 1841, ripropose, nella maestosità di un «santuario scientifico»,
l’esaltazione della scienza galileiana, matrice della scienza toscana e
italiana. La Tribuna di Galileo, opera di impianto tardo neoclassico
dell’architetto Giuseppe Martelli, presenta una notevole composizione di
produzioni artistiche ed è decorata con una serie di episodi e richiami alla
storia della scienza sperimentale. Anche nella circostanza dell’inaugurazione
della Tribuna Rosini tenne un’orazione inaugurale, ancora più marcatamente
rivolta all’esaltazione della gloria scientifica e letteraria della Toscana,
favorita dai suoi saggi e munifici prìncipi3.
Galileo in
Leopardi
Se
ci si orienta sul piano letterario si scopre negli stessi anni un diffuso
interesse per Galileo, scienziato nazionale, canonizzato da Ugo Foscolo nei
versi 159-164 del carme Dei Sepolcri.
Emblematico, e singolare, appare il ruolo di Galileo in
Leopardi4. Leopardi scopre Galileo negli studi scientifici giovanili
e lo tiene in grande considerazione nella Storia della Astronomia
(1813). L’apprezzamento dell’opera di Galilei è un filo conduttore dalla sua
maturazione filosofica e letteraria: Leopardi ne riconosce, in pagine
significative dello Zibaldone, l’«efficacia e scolpitezza evidente»
(1818), lo definisce «forse il più gran fisico e matematico del mondo» (1821),
lo esalta per «magnanimità e di pensare e di scrivere» (1827) e ancor più come
«il primo riformatore della filosofia e dello spirito umano» (1828). L’opera di
Galilei risuona in alcuni snodi teorici del pensiero di Leopardi: il problema
del metodo della conoscenza, il rapporto tra caso e progresso nella scienza, la
concezione “stratonica”5 del cosmo, la relazione tra conoscenza e
felicità, ragione e sentimento. Tuttavia tale centralità non traspare nelle
opere pubblicate, a eccezione dei diciassette brani della Crestomazia della
Prosa (1827)6, sedici dei quali nella sezione della Filosofia
speculativa, dove si ritrova la più alta sintonia con il pensiero e
la figura di Galileo.
Il
progressivo incremento di interesse, che avvia a un confronto decisivo, nel
quale Leopardi riconosce in Galilei un modello di stile e di pensiero, rimane
però “privato”. Leopardi ha difficoltà nell’affrontare la questione del
processo allo scienziato pisano e nel rendergli pubblicamente quel posto
centrale nella cultura italiana che privatamente riconosce. Pesa in tale
silenzio pubblico la sua ritrosia a seguire gli ideali liberali, ma forse anche
un conflitto a distanza con il padre sulla legittimità del sistema galileiano,
e in fondo sull’accettazione o meno della centralità della fede cristiana
rispetto alle verità dei filosofi.
Monaldo
Leopardi non ignorava le scelte galileiane proposte dal figlio nella Crestomazia
della prosa e forse proprio per questo interviene sulle vicende
politico-religiose relative a Galilei e al copernicanesimo in uno scritto di
commento all’articolo V della Storia d’Italia di Carlo Botta, apparso il
15 gennaio 1834 su «La Voce della Ragione». Il tono della sua condanna del
sistema galileiano e delle sue conseguenze filosofiche e teologiche è durissimo
e non lascia spazio a compromessi. L’anno dopo il Dialogo sopra i due
massimi sistemi verrà definitivamente assolto da papa Gregorio XVI. Queste
poche indicazioni indirette possono costituire un elemento a conferma
dell’ipotesi sulla “difficoltà” di Giacomo nell’affrontare la questione del
processo a Galilei e nel rendere pubblicamente allo scienziato pisano quel
posto centrale nella cultura italiana che privatamente aveva riconosciuto con
certezza.
Calvino,
Galileo e Leopardi
Richiamare
il rapporto di Italo Calvino con Galileo conduce a riconoscere il valore che
per lo scrittore sanremese assunse la propensione cosmologica della letteratura
italiana, identificata nel 1968 con una «vocazione profonda» lungo la linea
Ariosto-Galileo-Leopardi7.
Nella lezione sulla Leggerezza8 il
nesso Galileo-Leopardi viene ben rimarcato, con la descrizione del Leopardi
«lunare». Ma il rapporto Calvino-Galileo-Leopardi traspare anche nella scelta
che Calvino fa dei passi galileiani, utilizzando la Crestomazia della prosa
di Leopardi. L’indice migliore di tale presenza è fornito dal saggio su Le
livre de la nature chez Galilée (1985)9. In questo saggio
Calvino cita vari passi galileiani, alcuni dei quali corrispondono parzialmente
o per intero a quelli scelti da Leopardi. È il caso della fine della prima giornata
del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, dove si esalta il
valore straordinario dell’invenzione dell’alfabeto o del passo della
Dedicatoria del Dialogo, nella quale si torna a menzionare il «gran
libro della natura». Ancora più significativa risulta la scelta del passo del Saggiatore
sulla «nobiltà» e la «perfezione» delle figure geometriche, che riproduce il
brano XVIII della Crestomazia, dopo aver richiamato la lettera a
Gallanzoni, antologizzata da Leopardi. La connessione logica e argomentativa
tra la riflessione proposta nella lettera a Gallanzoni e quella presente nel Saggiatore
è senza ombra di dubbio ricavata dalla scelta leopardiana, riprodotta qui nella
sostanza del ragionamento intorno alla presunta perfezione delle figure geometriche,
e di converso dei corpi celesti.
L’interpretazione fornita da Calvino situa Galileo tra
coloro che più conseguentemente hanno messo in questione «un’immagine di
inalterabilità della natura» abolendo «l’opposizione tra cieli immutabili e
elementi terrestri»; si tratta di una lettura della filosofia galileiana della
natura che pone in stretta connessione la metafora del «gran libro» con
l’elogio delle mutazioni e alterazioni presenti nei corpi celesti e sulla
Terra. Non è superfluo ricordare che proprio intorno alla visione della perenne
trasformazione e alterazione della natura si sofferma Leopardi con la sua
selezione di brani galileiani, in stretta connessione con la propria concezione
“stratonica” del cosmo. Calvino quindi tocca un punto rilevante del pensiero
galileiano, antiplatonico e antiaristotelico, messo bene in evidenza dalla
prospettiva del materialismo dinamico e “stratonico” leopardiano. La sua
adesione al modello “lunare” di Leopardi, ascrivibile alla ricerca e alla
scrittura galileiane, non concerne soltanto lo stile, ma riguarda anche il
pensiero; come per Leopardi, anche per Calvino stile e pensiero coincidono in
una filosofica e immaginifica visione della natura.
Gaspare
Polizzi
Università
di Firenze
1 L’incontro è
anche motivo di una poesia di Giacomo Zanella: Milton e Galileo (1886).
2 Cfr. G. Rosini,
Per l’inaugurazione solenne della statua del Galileo. Orazione di
Giovanni Rosini detta al consesso degli scienziati italiani il 2 ottobre 1839,
Pisa, Tipografia Nistri, 1839.
3 Cfr. G. Rosini,
Descrizione della tribuna inalzata da S.A.I. e R. il Granduca Leopoldo II di
Toscana alla memoria del Galileo, Firenze, Luigi Bardi, 1841.
4 Cfr. il mio Galileo
in Leopardi, Le Lettere, Firenze 2007.
5 Ispirata al filosofo
e scienziato greco Stratone di Lampsaco (IV-III sec. a.C.). Cfr. Frammento
apocrifo di Stratone di Lampsaco in Operette morali [N.d.R.].
6 G. Leopardi, Crestomazia
Italiana, La prosa. Secondo il testo originale del 1827,
Introduzione e note di G. Bollati, Torino, Einaudi, 1968.
7 I. Calvino, Due
interviste su scienza e letteratura, in Id., Una pietra sopra. Discorsi
di letteratura e di società, A. Mondadori, Milano 2002, pp. 226-227 (si
tratta della rielaborazione di risposte a interviste televisive pubblicata su
«L’Approdo letterario», n. 41, gennaio-marzo 1968).
8 I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte
per il prossimo millennio, Mondadori, Milano 1993, pp. 30-31.
9 I. Calvino, Il libro della natura in Galileo
(1985) (traduzione dall’originale francese di C. Fruttero), in Id., Perché
leggere i classici, Mondadori, Milano 1995, pp. 90-97.
Riportiamo la sintesi dei principali interventi di fine
mattinata.
Dolores
Debellis
– Insegno agli adulti presso l’Istituto «Giulio». I nostri studenti lavorano e
naturalmente hanno poco tempo a disposizione. La scienza viene pertanto spesso
trascurata a favore del recupero della lingua, mentre penso che la cultura
scientifica sia un fattore fondamentale di integrazione e di laicità. Si pone
in particolare il problema della scelta degli argomenti e di come tradurre
concetti generali in termini concreti. Purtroppo non ci sono a mia conoscenza
pubblicazioni che possano aiutare in un’operazione di questo genere.
Piero Stella – Insegno
Educazione fisica alla scuola media. I miei colleghi oggi non sono presenti:
alcuni sostengono che la matematica e le scienze sono di per sé laiche e non
c’è bisogno di discuterne. Vorrei sottolineare che troppo spesso gli esempi
pratici forniti dagli insegnati nel loro comportamento non sono coerenti con il
rispetto per la natura che pure teoricamente insegnano. Per esempio, a scuola,
buttano la carta nei cestini e non negli appositi recipienti; la scuola media dà
il patentino per il motorino, invece di insegnare ad andare in bicicletta; le
insegnanti di scienze vengono a scuola con la pelliccia; i docenti escono dalla
classe e non spengono la luce. E vi sarebbe un’infinità di altri esempi.
Sandra
Becchio
– Sono anch’io un’insegnante di scuola media e vorrei osservare che in questo
livello di scuola è particolarmente importante l’influenza della televisione.
Ci sono allievi provenienti da tutte le estrazioni sociali e culturali; spesso
gli studenti portano esempi che traggono da programmi televisivi ed è molto
difficile far comprendere che la televisione fa in molti casi divulgazione
sbagliata.
Vittorio
Paronuzzi
– Sono un nonno curioso dei problemi
della scuola e non comprendo esattamente il termine laicità con riferimento
alla questione della scuola: gli interventi precedenti mi hanno anzi rafforzato
nella convinzione che si tratti di un’altra forma di fondamentalismo. Più in
generale, mi pongo la domanda: «Perché esiste la scuola?» La sua funzione non
dovrebbe essere proprio quella di conservare i valori della società in cui
opera?
Marco
Chiauzza
– Nella mia esperienza di insegnamento noto che a priori lo studente è molto
conservatore e vorrebbe la lezione tradizionale, ma pian piano può essere
acquisito ad altri metodi di lavoro migliori e più innovativi. Per rispondere
all’ultima domanda, mi richiamo ad un autore importante come Popper, il quale,
com’è noto, contrappone le società aperte – che egli predilige – alle società
chiuse. Le società aperte non possono vantare contenuti migliori delle società
chiuse, ma, nella consapevolezza dei propri limiti, si sono dotate degli
strumenti per correggersi. Ora, la scuola di una società chiusa è fatta apposta
per conservare i valori della propria società, è per definizione conservatrice,
mentre la scuola di una società aperta è lo strumento fondamentale per metterne
in luce le criticità e consentire di modificarne continuamente i difetti.
Piero Bianucci – Il
tema più difficile che ci è stato posto è quello della definizione della
laicità. La laicità è, in termini generalissimi, l’atteggiamento di rifiuto di
qualsiasi dogma e la disponibilità ad ascoltare l’altro. Naturalmente essa è un
percorso, uno sforzo, una tendenza: non si è mai al cento per cento laici, ma
sempre solo parzialmente laici.
La discussione si è poi sviluppata su alcuni esempi
riguardanti la medicina omeopatica e gli OGM. Nel pomeriggio ci sono stati i
seguenti interventi:
Cesare Pianciola – A titolo di
suggerimento propongo alcune riflessioni di Albert Einstein che mi sembrano
molto pertinenti rispetto ai temi del nostro convegno. Le traggo dalla raccolta
del 1950 Pensieri degli anni difficili. Nell’edizione
italiana del 1965, uscita da Boringhieri, c’è una nota redazionale dove
si dice molto efficacemente: «La scienza gli apparve animata sempre dai valori
di un’umanità civile: amore della verità per sé stessa, rispetto per il
disaccordo, indipendenza e libertà di espressione». Nelle pagine Sull’educazione
(1936) Einstein scriveva: «intendo respingere l’idea che la scuola debba
insegnare direttamente quelle conoscenze specializzate e quelle cognizioni che
si dovranno usare poi direttamente nella vita. Le esigenze della vita sono
troppo molteplici perché appaia possibile un tale insegnamento specializzato
nella scuola. [...]. La scuola dovrebbe sempre avere come suo fine che i
giovani ne escano con personalità armoniose, non ridotti a specialisti. Questo,
secondo me, è vero in certa misura anche per le scuole tecniche, i cui studenti
si dedicheranno a una ben determinata professione. Lo sviluppo dell’attitudine
generale a pensare e giudicare indipendentemente, dovrebbe sempre essere al
primo posto, e non l’acquisizione di conoscenze specializzate». Sull’attitudine
a pensare autonomamente che l’educazione dovrebbe incoraggiare e avere come
scopo in ogni tipo di scuola, Einstein ritorna poi quattro anni dopo, parlando
di libertà (Sulla libertà, 1940): « la libertà dello spirito […]
consiste nell’indipendenza del pensiero dalle limitazioni dei pregiudizi
autoritari e sociali come dagli automatismi acritici e dagli abiti
acquisiti».
Renato
Solmi –
Io sentirei l’esigenza di un incontro con le generazioni più giovani che,
nonostante tutto, possono e debbono confrontarsi anche sul terreno politico,
come le generazioni più anziane hanno fatto nel Sessantotto, che è stata per
tutti noi una grande esperienza di liberazione. La situazione è oggi arrivata a
un punto tale che occorre abbattere le barriere che ci tengono divisi. La
laicità è certo uno dei terreni su cui riaprire la discussione e la
comunicazione con i più giovani.
Piero
Stella
– Il governo ha propagandato la scuola delle tre «i»: inglese, internet,
impresa. Ma se andiamo a vedere la condizione reale delle scuole, vediamo
situazioni di degrado e di penuria di mezzi spaventosa. E, come dicevo questa
mattina, dispiace che quando ci sono occasioni di incontro e di discussione
come questa non ci ci sia la partecipazione che esse meriterebbero.
(a cura di M. C.)
Il nuovo numero di «Bioetica. Rivista interdisciplinare»(a.
XVIII, n. 1, 2010) ospita un interessante dibattito sull’uso della nozione di
paradigma in bioetica. Pubblichiamo una sintesi delle posizioni di Giovanni
Fornero sull’argomento scritta per «Laicità».
Com’è noto, pur essendo stata adoperata da Kuhn per
descrivere la storia della scienza, l’idea di paradigma possiede ormai
un’autonoma valenza concettuale, che va oltre la sua accezione strettamente
epistemologica. Tant’è che oggigiorno si parla non solo di paradigmi
scientifici, ma anche di paradigmi metafisici, etici, teologici, giuridici ecc.
Tuttavia, pur essendo spesso utilizzata, la nozione di paradigma viene rare
volte messa a fuoco. Da ciò la necessità di un’opera di chiarificazione
concettuale che, pur tenendo presente Kuhn, sappia procedere oltre Kuhn.
Tanto più che, nel nostro caso, si tratta di applicare la nozione di paradigma
a un campo epistemico peculiare come la bioetica.
In senso lato per paradigmi s’intendono
i modi complessivi attraverso cui guardiamo la realtà, cioè gli schemi o i
quadri concettuali tramite cui interpretiamo l’esistente.
Da questo punto di vista i paradigmi
funzionano da «orizzonti globali di senso», cioè, per rifarci
alla terminologia adoperata nei nostri scritti, da apriori epistemici o background
ermeneutici dei nostri discorsi intorno al mondo. In virtù di queste
caratteristiche i paradigmi non riguardano solo l’ambito conoscitivo, ma anche
la nostra parte emotiva (questo spiega la violenza di certi scontri bioetici,
soprattutto di quelli concernenti l’aborto o i temi di fine vita).
Tuttavia, fermarsi a questa accezione generale del
concetto di paradigma, come solitamente avviene, significherebbe mantenersi
ancora nel vago. Da ciò la necessità di scavare più a fondo. A mio avviso, ai
fini di una delucidazione adeguata bisogna aggiungere che, nella
fattispecie, si tratta di costellazioni teoriche che ruotano attorno a
determinate idee-guida, che costituiscono il nucleo o il cardine (lo
«zoccolo duro») del paradigma. Si pensi, a titolo di esempio, a due idee-guida
del paradigma astronomico di Tolomeo: 1) la Terra è immobile al centro
dell’universo; 2) i corpi celesti girano attorno ad essa.
Di solito tali «idee-guida» o «assunti» o «principi»
paradigmatici sono relativamente pochi, anche se la loro importanza
epistemologica è massima. Tant’è che il contrasto tra paradigmi dipende
dal conflitto tra i rispettivi assunti di base e la vittoria di un paradigma su
di un altro coincide con l’affermazione di determinati assunti di base a
scapito di altri.
Come Maurizio Mori e il sottoscritto vanno sostenendo da
tempo, anche in bioetica esistono dei paradigmi, che possono essere di varia
estensione e grandezza. Paradigmi sono ad esempio gli schemi rappresentati dai
modelli etici di riferimento (personalismo, utilitarismo ecc.). Paradigmi, in
modo eminente, sono anche i due indirizzi generali che oggigiorno si contendono
il campo della bioetica e che stanno «a monte» dei suoi conflitti interni: il
paradigma della indisponibilità della vita e quello della disponibilità
della vita. Il primo paradigma è difeso prevalentemente, ma non esclusivamente
(si pensi al caso degli «atei devoti») dai cattolici. Il secondo è difeso
prevalentemente, ma non esclusivamente (si pensi a certi settori del
cristianesimo riformato) dai laici.
Poiché il primo paradigma trova la sua incarnazione più
rappresentativa (e influente) nella bioetica cattolica ufficiale e il secondo
nella bioetica laica (nel senso stretto o forte del termine) nei nostri lavori
parliamo anche di un «paradigma cattolico» (o «cattolico-ufficiale») e di un
«paradigma laico». Paradigma, quest’ultimo, caratterizzato non solo da
determinate scelte di tipo metodologico, ma anche da talune idee o assunti
teorici di tipo sostanziale o contenutistico. Idee o assunti che fanno appunto,
della bioetica laica, non solo un insieme di procedure, ma anche uno specifico
paradigma teorico e una specifica corrente storico-culturale.
L’esistenza di questi due macroparadigmi dominanti non
esclude, ovviamente, l’esistenza delle cosiddette «terze vie». Anzi, è la
stessa ermeneutica dei paradigmi a permettere di comprendere meglio la struttura
teorica di quelle posizioni intermedie che, presenti in tutte le epoche (si
pensi al «terzo sistema del mondo» di Tycho Brahe, il quale, in astronomia,
cercava un compromesso fra tolemaici e copernicani) caratterizzano anche
l’attuale dibattito bioetico.
Inoltre, l’esistenza di una bioetica laica in senso stretto
– cioè di matrice areligiosa – non esclude, come testimonia in modo emblematico
il caso dei valdesi, l’esistenza di una possibile «convergenza
paradigmatica», da parte di taluni credenti, sul nucleo di idee-guida (o di
assunti di base) della bioetica laica.
Giovanni Fornero
Per la difesa dello Stato di diritto e della Costituzione
Pubblichiamo con questo titolo redazionale la relazione introduttiva
all’Assemblea del 20 marzo 2010 del Movimento d’Azione Giustizia e Libertà che
Guido Fubini – morto improvvisamente il 22 febbraio 2010 – doveva pronunciare
come Presidente dell’Associazione. La relazione è pubblicata insieme a numerosi
altri testi anche sul n. 2/2010 di «Ha Keillah», dedicato in parte alla memoria
di Guido.
Nella
mia qualità di Presidente del Movimento d’Azione Giustizia e Libertà assumo la
presidenza di questa assemblea nella quale dobbiamo fare un bilancio
dell’attività svolta e un programma dell’attività futura.
Dovremo nel contempo provvedere al rinnovo delle cariche
eleggendo a scrutinio segreto i componenti del direttivo previa conferma o
modifica del loro numero e nominando il comitato dei garanti ed i revisori dei
conti.
Quando
parliamo di programma dobbiamo avere costantemente in mente la nostra funzione
di aiutare la formazione degli anticorpi (rubo questa espressione a Paolo Sylos
Labini) volti a difendere questa società da chi vorrebbe:
–
sopprimere lo Stato di diritto sostituendolo con l’arbitrio,
–
sopprimere la separazione dei poteri e l’indipendenza della Magistratura,
–
sopprimere l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge sostituendola col
privilegio,
–
sopprimere la libertà di manifestazione del pensiero ed il pluralismo dell’
informazione.
Diciamo di più: stravolgere in ogni campo la Costituzione
della Repubblica.
Queste parole introduttive delineano un programma che già
venne da noi proposto in occasione della conferenza stampa dell’11 febbraio
1995, che segnò l’inizio della nostra attività in Piemonte e la cui persistente
attualità non può sfuggire e che venne richiamato anche in occasione della
precedente assemblea del 20 maggio 2006.
La riaffermazione delle ragioni dello Stato di diritto
potrebbe sembrare una banalità in un Paese retto da una Costituzione
democratica che ha fatto proprie le istanze di tutte le forze antifasciste: è
un discorso che abbiamo già fatto in altre occasioni, anche in precedenti
assemblee del nostro movimento: così il 15 maggio 2004 e il 20 maggio 2006, ma
ora non basta più.
Gli
ultimi anni hanno visto lo stravolgimento sistematico dello stesso sistema
democratico con una quantità di leggi ad personam, lo stravolgimento
della procedura penale, del sistema fiscale, del sistema scolastico, del
diritto amministrativo, della laicità dello Stato.
Si
parla di riforme: ma da certe riforme mi guardi Iddio.
Lo
stravolgimento del sistema penale ha visto già nel 2001 la limitazione
dell’utilizzabilità delle prove acquisite attraverso le rogatorie
internazionali; la depenalizzazione del falso in bilancio; l’introduzione della
ricusazione del giudice e del trasferimento del processo per legittimo sospetto
sull’imparzialità del giudice; nel 2003 il cosiddetto lodo Schifani che
introduce il divieto della sottoposizione a processo delle cinque più alte
cariche dello Stato (poi dichiarato incostituzionale dalla Corte costituzionale
nel 2004); ancora nel 2004 l’estensione del condono edilizio nelle aree
protette; nel 2005 la legge Cirielli che introduce la riduzione dei termini di
prescrizione con conseguente estinzione per prescrizione dei reati di
corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio; nel 2006 la legge Pecorella
che introduce l’inappellabilità da parte del pubblico ministero per le sentenze
di proscioglimento; nel 2008 il cosiddetto Lodo Alfano che ripropone i
contenuti del lodo Schifani (poi dichiarato incostituzionale dalla Corte
costituzionale nel 2009); e da ultimo il cosiddetto «processo breve»
attualmente in discussione davanti al Parlamento.
Lo
stravolgimento del sistema fiscale è iniziato a mio avviso con la
cosiddetta legge Tremonti bis, del 2001, che ha abolito l’imposta sulle
successioni e donazioni per parte dei patrimoni.
La norma soppressa era volta a colpire i capitali anziché
i redditi. La sua soppressione esprime una certa filosofia dell’on. Berlusconi
che si enuncia così: «Non vogliamo mettere le mani nelle tasche degli
italiani». È una filosofia che non impedisce di mettere le mani nei fondi
della Previdenza sociale quando le entrate dello Stato appaiono insufficienti.
È la stessa filosofia che tende a valersi delle imposte
indirette, che colpiscono i consumi (uguali per ricchi e poveri), invece delle
imposte dirette, che colpiscono i redditi (più forti per i ricchi che per i
poveri).
Il
bilancio e le spese dello Stato vengono così determinati di regola dalle
entrate ordinarie, che condizionano le uscite. Se le spese previste sono
insufficienti a coprire le esigenze dei servizi pubblici sono questi che
vengono sacrificati.
È
una filosofia che va rovesciata: un corretto funzionamento dello Stato
democratico deve mettere fra le priorità i servizi pubblici e questi vanno
coperti con le entrate ordinarie dello Stato alle quali si deve far fronte
sulla base dei criteri posti dall’art. 53 della Costituzione:
«Tutti
sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità
contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di
progressività».
Se
le entrate ordinarie non bastano, si aumentano le aliquote delle imposte
dirette.
L’abolizione
delle imposte di successione appare in contrasto con l’art. 42 della
Costituzione il cui ultimo comma dice:
«La
legge stabilisce le norme e i limiti della successione legittima e
testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità».
Va
ricordato che l’Assemblea costituente, nella seduta del 13 maggio 1947,
respinse la proposta di soppressione della frase «e i diritti dello Stato
sulle eredità» accogliendo il principio posto dall’on.Taviani nella sua
dichiarazione di voto che «la parte che lo Stato preleva sotto forma di
imposta di successione ha uno scopo sociale oltre che fiscale».
Per
chi si impegna in difesa della Costituzione è pertanto imprescindibile
l’esigenza di una riesumazione delle imposte sui capitali, che consenta di
rilanciare il corretto funzionamento dei servizi pubblici e di conseguire
quegli scopi fiscali e sociali che non sembrano graditi all’attuale governo.
Lo
stravolgimento del sistema scolastico è dato dal sostanziale abbandono delle
norme poste all’epoca del centro-sinistra dai decreti delegati sulla democrazia
nella scuola e da ultimo dalla possibilità della sostituzione dell’ultimo anno
di scuola obbligatoria con un anno di avviamento al lavoro, che sembra voglia
mettere una sordina all’art. 34 della Costituzione, ai sensi del quale «i
capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i
gradi più alti degli studi».
Lo
stravolgimento del diritto amministrativo è dato dall’invenzione della Protezione
Civile S.p.A., che, anche se abbandonata anticipa la creazione di analoghe
figure di Amministrazione fuori da ogni controllo del Presidente della
Repubblica, del Consiglio di Stato e della giustizia amministrativa: un
procedimento eguale e contrario a quello che è avvenuto in Francia, ove tutto
ciò che si traduce in servizio pubblico è assoggettato automaticamente alla
giustizia amministrativa a tutela degli interessi legittimi e del denaro
pubblico. Il controllo di legittimità non sembra stia granché a cuore al
governo in carica.
Lo
stravolgimento della laicità dello Stato: lo si è visto in occasione della polemica
che ha fatto seguito alla sentenza della Corte europea di Strasburgo
sull’esposizione del crocifisso nelle scuole ed è andato insieme con la
violazione degli impegni internazionali assunti dall’Italia.
L’on.
Berlusconi, che sembra ignorare la nozione di laicità, lamenta
che «sia stato fatto un ulteriore passo verso la negazione delle radici
cristiane dell’Europa» (non gli bastava il rifiuto precedente?) e soggiunge:
«Questo non è accettabile da noi italiani, paese nel quale tutti non possiamo
non dirci cristiani» (ma chi l’ha autorizzato a parlare di «tutti»?).
La
difesa del Governo davanti alla Corte, e una parte notevole così del mondo
cattolico come del mondo laico, ignorano il significato di intolleranza omicida
che il crocifisso ha spesso assunto per i non cattolici. Si pensi solo alla
condanna di Giordano Bruno al rogo nel 1600.
Va
soggiunto che, soprattutto col rifiuto di applicare la sentenza di Strasburgo,
un ulteriore passo è stato fatto nel senso dello stravolgimento della Costituzione
della Repubblica.
L’art.11 della Costituzione dice: «L’Italia (...)
consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di
sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra
le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a
tale scopo» .
Queste limitazioni di sovranità accettate
dall’Italia comportano la soggezione alle decisioni degli organi europei ed in
particolare della Corte di Strasburgo.
La
constatazione di questi stravolgimenti della Costituzione della Repubblica
confermano la validità del nostro impegno quotidiano, individuale e collettivo,
in difesa della Costituzione.
Guido
Fubini
Un importante convegno sul «federalismo scolastico» a Roma
Si
è svolto a Roma il 20 marzo 2010, presso la Sala Kirner, il convegno nazionale Dalla
scuola della Repubblica alle scuole delle Regioni, promosso
dall’Associazione «Per la Scuola della Repubblica», dal «Coordinamento Scuole
Secondarie di Roma» e dal «Coordinamento Precari Scuola» col patrocinio
dell’associazione nazionale Proteo.
Nonostante
la giornata densa di avvenimenti (la protesta contro la privatizzazione
dell’acqua, l’iniziativa di Libera a Milano per ricordare le vittime della
mafia, e i numerosi impegni di campagna elettorale), il convegno ha avuto una
buona partecipazione a dimostrazione dell’interesse suscitato dai temi
affrontati.
In effetti il «federalismo scolastico», con i rischi di
ulteriore frammentazione del sistema scolastico nazionale, è all’ordine del
giorno. Formigoni ha recentemente lanciato il modello lombardo di federalismo
scolastico: albi regionali, assunzione diretta da parte delle scuole, parità
tra pubblico e privato, come si legge in una intervista al «Corriere della
Sera» del 21/04/10. Poco prima del Convegno, Antonia Sani, intervistata da
Marina Boscaino, aveva espresso alcune delle preoccupazioni che hanno portato a
organizzare l’incontro: «Quanto alla mancata difesa dell’unitarietà del sistema
scolastico nazionale, non c’è da meravigliarsi, dal momento che la modifica del
Tit. V è stata voluta proprio dall’opposizione oggi presente in Parlamento,
allora al governo, per di più con un ampio consenso dei cittadini, dal momento
che è stata presentata come un’astuta difesa della Costituzione per impedire
che un’eventuale vittoria della destra (leghista) ci mettesse sopra le mani...
Inoltre si deve aggiungere che questa opposizione continua a sbandierare
l’autonomia, a livello regionale e di Enti Locali come forma di
riappropriazione del territorio da parte dei cittadini, giustificando principi
come quello di sussidiarietà orizzontale che nell’area dell’istruzione
significano il netto prevalere degli interessi privati sull’interesse pubblico»
(l’intervista, i materiali preparatori e la relazione di Bruno Moretto si
trovano sul sito di Scuola e Costituzione di Bologna:
http://www.comune.bologna.it/iperbole/coscost/).
Nella
mattinata il costituzionalista Gianni Ferrara ha illustrato le contraddizioni
contenute nel modificato Titolo V rispetto ai principi fondamentali della
Costituzione, Corrado Mauceri si è soffermato sulla disuguaglianza del diritto
all’istruzione implicita nel cosiddetto «federalismo scolastico», Marina
Boscaino ha fatto toccare con mano, mediante la presentazione di apposite slides,
l’impoverimento del sistema di istruzione ad opera di tagli su orari, organici
e contenuti.
Il
pomeriggio è stato dedicato all’esposizione di realtà regionali (Tina de Amicis
per la Lombardia e Bruno Moretto per l’Emilia Romagna) in cui il «federalismo
scolastico» sta avanzando sulla base di accordi MIUR-Regioni con privilegi
vistosi all’istruzione privata.
Quali
strategie per continuare a esistere, resistere a un futuro che si delinea come
il tramonto della scuola pubblica statale, garanzia di pluralismo, laicità,
uguaglianza, è stato il tema di un appassionato dibattito al quale hanno preso
parte molte delle associazioni che avevano dato la propria adesione al
convegno.
In
conclusione dei lavori è stato approvato all’unanimità il seguente documento
contenente proposte operative.
«Il convegno ha registrato una apprezzabile
partecipazione di rappresentanti di settori diversi del mondo della scuola.
Ciascuno ha apportato un contributo significativo e particolare. Proprio da
questa considerazione, ed estendendo quanto abbiamo potuto apprezzare oggi ad
una dimensione di impegno, mobilitazione ed elaborazione collaborative e
condivise, si propone di fare di questa giornata un rinnovato momento di
riflessione e reazione che transiti attraverso:
a) una intransigente vigilanza sulla legittimità
delle procedure attuate dal governo;
b) una attenta e precisa operazione di
contro-informazione;
c) la proposta di coordinamenti locali e
regionali in collegamento interregionale con rappresentanze dei movimenti
convergenti sull’obiettivo della difesa della scuola della Costituzione che
configurino una zona di individuazione, confronto e condivisione di riflessioni
e proposte da contrapporre alle proposte e ai provvedimenti del governo e una
mobilitazione unitaria per realizzarli;
d) una presa di
coscienza della grave contraddizione in cui si verranno a trovare le Regioni
guidate da forze di sinistra fra esigenza di esercitare in maniera corretta le
competenze loro attribuite dalla revisione del Titolo V della Costituzione e il
concreto rischio di contribuire alla frammentazione del sistema voluta dal
governo.
Un
prerequisito imprescindibile per raggiungere i quattro obiettivi indicati
consiste nella volontà e nella capacità di superare le divisioni fra partiti
politici e sindacati del popolo della sinistra, che chiede invece di convergere
sul comune scopo della difesa e rilancio della scuola della Costituzione.
Occorre esigere che le forze politiche che chiedono il
nostro voto per rappresentarci in Parlamento e nel governo delle Regioni
assumano finalmente prospettive chiare ed esplicite rispetto alle problematiche
evidenziate nel corso dei lavori.
L’Associazione
«Per la Scuola della Repubblica», il Coordinamento dei lavoratori della scuola,
degli studenti e dei genitori delle Scuole Secondarie di Roma, il Coordinamento
Precari Scuola si impegnano a proporre un’impugnativa di massa al TAR del Lazio
promossa dal basso dei ripetuti provvedimenti illegittimi del ministro Gelmini,
a cominciare dalla circ. 18 febbraio 2010 che ancora una volta prevede
adempimenti che presuppongono atti normativi allo stato attuale inesistenti ed
auspica che tale iniziativa ottenga il sostegno delle forze politiche e delle
istituzioni democratiche nelle loro specifiche competenze».
Di
conseguenza il 19 aprile è stato presentato al TAR del Lazio il ricorso per
chiedere l’annullamento della CM del 18 febbraio 2010 nonché dell’O.M. n. 19
del 19 febbraio 2010 contenenti termini e modalità delle procedure di mobilità
del personale docente, educativo ed ATA per l’a.s, 2010/11. L’adesione al
ricorso, promosso dal Coordinamento scuole superiori di Bologna e patrocinato
dagli avvocati Corrado Mauceri, Maria Virgilio, Domenico Fata, Fausto
Buccellato, si è estesa a Parma, Ferrara, Modena, e poi a Roma, Firenze, Pisa,
Padova, Vicenza, Milano, e ha raggiunto un totale di 753 firme individuali di
genitori, studenti maggiorenni e personale non docente delle scuole, più quelle
delle Associazioni Per la scuola della Repubblica, Comitato bolognese Scuola e
Costituzione, Crides Roma.
(Sintesi
redazionale dei materiali diffusi dalle Associazioni promotrici)
La
decisione con la quale il Consiglio di Stato annulla la sentenza del TAR del Lazio
n.7076 dello scorso mese di luglio lascia intatta la sostanza del problema. Il
TAR del Lazio aveva dichiarato illegittima l’attribuzione del credito
scolastico da parte dei docenti di religione cattolica, per la particolare
natura di tale insegnamento, e dei docenti di attività alternative, per la
discriminazione operata nei confronti di coloro che non si avvalgono dell’irc
ma nel loro pieno diritto non scelgono alcuna attività.
Il
Consiglio di Stato, pur tenendo conto dello «stato di non obbligo» stabilito
dalla Corte Costituzionale per i non avvalentisi, stravolge la logica del TAR
negando l’esistenza di discriminazioni. Lo fa con evidente imbarazzo, laddove
afferma che coloro che hanno un buon profitto possono ottenere un buon
punteggio di credito, anche senza il contributo del docente di r.c. o di
attività alternative!!!
La
nostra difesa della limpida, laica, democratica sentenza del TAR del Lazio non
arretra;
anzi, trae maggior forza da alcune indicazioni contenute nella stessa decisione
del 7 maggio 2010 del Consiglio di Stato.
–
Viene ribadito il particolare status dell’irc, insegnamento che sulla base
della normativa vigente non dà luogo a voti. Vengono così
definitivamente vanificati i tentativi di trasformare il giudizio in voti,
messi in atto anche dal MIUR.
–
Viene vivamente «bacchettata» la ministra per non rendere effettiva la
possibilità di attività alternative in tutte le scuole, per far sì che
chi desideri non avvalersi dell’irc e scegliere un’attività didattica e
formativa sia in grado di farlo. Viene sottolineato che ciò non
pregiudicherebbe in alcun modo la scelta di chi intende frequentare l’irc,
rispondendo questa scelta unicamente a «un interrogativo della coscienza».
Al
ministro Gelmini chiediamo: che fine fanno i fondi attribuiti dallo Stato agli
Uffici Scolastici Regionali per l’attivazione delle attività alternative?
Perché
non vengono assegnati alle scuole?
Ma
la ministra ci sembra piuttosto orientata a disobbedire al Consiglio di Stato,
dal momento che nel nuovo Regolamento sulla Valutazione degli alunni (DPR 122
dell’agosto 2009) esclude addirittura il docente di attività alternative dal
Consiglio di Classe, paragonandolo ai docenti esterni occasionali per i quali è
prevista in sede di scrutinio e attribuzione del credito semplicemente una preventiva
nota scritta...
Roma,
11 maggio 2010
Per
la Scuola della Repubblica
Interrogazione parlamentare sulle attività alternative
Le deputate del
PD della Commissione Cultura Manuela Ghizzoni e Rosa De Pasquale il 31 marzo 2010
hanno rivolto al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca la
seguente interrogazione.
Per
sapere – premesso che:
– nel corso
dell’anno scolastico 2009-2010, come già segnalato con la precedente
interrogazione n. 5-02379, presentata dalla prima firmataria del presente atto,
in molte scuole di ogni ordine e grado leattività alternative all’insegnamento
della religione cattolica non sono state realizzate per la pesante riduzione
degli organici e per l’entrata in vigore delle nuove norme che, in modo
specifico nella scuola secondaria, hanno previsto l’eliminazione delle ore a
disposizione dei docenti. In particolare, i dirigenti scolastici hanno spesso
adottato soluzioni di emergenza inadeguate all’apprendimento, quali la
distribuzione degli allievi che non si avvalgono dell’insegnamento della
religione cattolica in altre classi per seguire le lezioni di discipline
diverse;
–
la circolare ministeriale n. 316 del 1987, tuttora vigente, prevede che le
scuole, sulla base delle scelte operate dai genitori all’atto dell’iscrizione,
debbano nominare docenti supplenti in assenza di personale interno con ore a
disposizione o disposto a prestare ore eccedenti per coprire le ore alternative
all’insegnamento della religione cattolica o per predisporre le attività con
assistenza di personale docente;
– la
scuola deve disporre tali nomine a seguito della sentenza della Corte
costituzionale n. 13 del 1991, secondo la quale le scelte predisposte dal
Ministero con le circolari n. 188 e n. 189 del 1989 di «a) attività didattiche
e formative; b) attività di studio e/o di ricerca individuali con assistenza di
personale docente; c) nessuna attività, che l’Amministrazione interpreta come
libera attività di studio e/o di ricerca senza assistenza di personale docente»,
più la scelta suggerita in quella stessa sentenza «di allontanarsi o assentarsi
dall’edificio della scuola» traducano fedelmente lo «stato di non-obbligo» in
cui ricade chi non si avvale dell’insegnamento della religione cattolica;
– tali
nomine, che riguardando attività previste per tutta la durata dell’anno
scolastico, non sono effettuabili con supplenze cosiddette «brevi» che
rientrano tra le spese sostenibili con le risorse assegnate ai bilanci delle
scuole, bensì richiedono incarichi o supplenze annuali appositamente finanziati
con capitoli del bilancio dello Stato che, per ogni tipo di scuola (infanzia,
primaria, secondaria di primo e secondo grado), prevedono per ciascun ufficio
scolastico regionale un fondo per le «Spese per l’insegnamento della religione
cattolica e per i docenti da nominare per le attività didattiche e formative
alternative all’insegnamento della religione cattolica...». Si ricorda, in
particolare, che le suddette attività sono obbligatorie poiché derivano dai
principi stabiliti dalla Corte costituzionale per la costituzionalità del
Concordato Lateranense;
– l’eventuale
mancata nomina dei supplenti o degli incaricati annuali per gli alunni e gli
studenti che non si avvalgono dell’insegnamento di religione cattolica appare
alle interroganti come una forma di discriminazione attuata in palese
violazione delle disposizioni concordatarie –: per quale motivo non si sia
ancora inteso comunicare ufficialmente alle istituzioni scolastiche, che per le
attività didattiche e formative alternative alla religione cattolica,
programmate nel piano dell’offerta formativa per la durata dell’intero anno
scolastico, è possibile nominare dei supplenti o degli incaricati annuali
tramite i fondi regionali appositamente previsti;
–
in quale proporzione, negli anni scolastici precedenti, tali fondi siano stati
utilizzati, rispettivamente per gli insegnanti di religione cattolica e per gli
insegnanti di materie alternative all’insegnamento di religione cattolica.
Agorà di Amenábar, un film
contro il fanatismo
Alessandria
d’Egitto del IV secolo raccontata dall’alto. Avanti e indietro dal cosmo.
Amenábar in Mare dentro aveva costruito uno spazio che era quello chiuso
di una camera, un letto, una casa. Il mare nella memoria e nell’immaginazione.
Qui l’oggetto del desiderio di Ipazia (una bravissima Rachel Weisz) è il
movimento degli astri: così perfetto così lontano. Lontano perché Alessandria è
ormai terra di piccoli uomini feroci.
Lei invece ha un cane che si chiama Libero. E una
scuola. Se a e b sono uguali a c, allora... sono più le cose che ci uniscono
che quelle che ci separano, qui siamo fratelli. Euclide insegna l’uguaglianza.
Gli studenti s’innamorano, come devono. Lei al più spudorato propone la
consolazione della musica, poi ricorda la sua disarmonia di donna in un
fazzoletto macchiato di sangue. L’altro fuoco della città (ellittica) è
la Biblioteca, Isola straordinaria del Tesoro. Deposito-tempio del sapere.
L’agorà invece è ormai campo di battaglia delle verità assolute dei nuovi
cristiani. Guardate i pagani che statue adorano, con i loro vasi di fiori in
testa. Guardate come sono ridicole. L’offesa agli dei deve essere vendicata
dice Teone, padre di Ipazia, ma non sarà una grande idea. Sarà sangue nella
piazza, occasione per la reazione dei Parabolani, fondamentalisti cristiani.
Fino all’assedio della Biblioteca. La mediazione del prefetto romano salva gli
assediati, però lascia la Biblioteca nelle mani dei cristiani, che amano quel
sapere così umano come Ratzinger la scienza e Berlusconi la giustizia. I libri
bruciano come tocca ogni tanto ai libri. Si decapitano le statue, come capita
ogni tanto alle statue. Nelle sale pascoleranno capre, mentre risuona intorno
la formula funesta, Dio è con noi. Arroganza violenta di un’ignoranza rivendicata
come devota. E qualche anno dopo toccherà agli ebrei, presi a sassate nel loro
teatro – tanto è shabbath e non potranno reagire. È l’inizio del pogrom.
Sono i macellai di Nostro Signore, la sua volontà è che siano perennemente
scacciati ed esiliati. Qualcuno dice, così ci odieranno per sempre. Qualcuno
risponde, finita l’operazione non ci sarà più nessun ebreo che possa odiarci.
Cirillo, nuovo vescovo, futuro santo e Padre della Chiesa, vuole che siano
eliminati anche donne e bambini.
La
città vista dall’alto è invasa, lacerata, divorata dal brulichio dei piccoli
insetti furiosi. Umani. Atomo opaco del male.
Ipazia
insegna adesso ai bambini con i pochi libri che ha salvato. La comunità dei
fratelli si è dissolta. I cristiani con i cristiani, al potere; i pagani che
vogliono limitare i danni, pure. Lei con le orbite celesti. Del sapere che ha
insegnato, alcuni potenti ex allievi hanno imparato a fare uno strano uso: sono
più le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono, le ricordano; dunque
anche tu sei cristiana. Lei risponde: Voi non mettete in discussione quello in
cui credete, non potete. Io devo. E a chi l’aveva accusata di non credere in
nulla aveva risposto, credo nella filosofia. Chiaro che non durerà a lungo.
Cirillo
ha bisogno di nuovi nemici in riproduzione allargata. L’amore è roba che può
permettersi Dio – ai cristiani tocca l’odio, l’essere soldati, la lotta perenne
contro il male. Tutti i pagani devono inginocchiarsi davanti alle sacre
scritture – anche il prefetto Oreste, ex allievo di Ipazia. Lettera di Paolo a
Timoteo: la donna stia in silenzio, in sottomissione, vestita come si deve. Non
deve insegnare o dominare sull’uomo. Gli apostoli erano dodici uomini. Uomini –
nemmeno una donna. Perché Cirillo legge quel passo? Non era la lettura programmata.
Ma ce l’ha con Ipazia. Una filosofa è una strega. E ovviamente puttana. Parola
di Dio. I parabolani che fanno la carità ai poveri e a pezzi i diversamente
umani, preparano la loro vendetta. Oreste non si è inginocchiato, deve essere
colpito nella persona che ha più cara, la donna che ascolta. Lei guarda il
cielo e disegna nella sabbia ellissi. Arrivano le grida dalla città, ma non le
sente. Davo era un suo giovane servo, studioso e innamorato. Le ha tenuto un
piede tutta la notte e ha conservato il fazzoletto delle sue mestruazioni. È
diventato cristiano l’unica volta che Ipazia lo ha trattato da schiavo, ma
adesso farà di tutto per salvarla. La trova troppo tardi, circondata dai
parabolani, avviata verso la morte. Lei risponde al suo sguardo mentre si
allontana, nuda vita già sul binario di Auschwitz. Potrà solo
abbracciarla, dopo che le hanno strappato i vestiti perché «si mostri a Dio
nella sua lordura». Programmano di scuoiarla. L’ultimo abbraccio sarà per lei
solo una fine un po’ più dolce. Poi Davo-lo-schiavo se ne va, gettando la
spada. Uno almeno che si è salvato.
Non
manca forse un eccesso di retorica nel film – braccia tese nella richiesta di
pane, violini e volti enfatici. Però questo rovesciamento delle formule classiche
del cinema epico-religioso per raccontare la forza critica e sovversiva della
ragione, a me sembra strepitoso. Da amare incondizionatamente. Di amore laico1.
Andrea Bagni
1 Agorà – regia:
Alejandro Amenábar; interpreti: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac,
Ashraf Barhom, Rupert Evans, Michael Londsdale, Homayoun Ershadi, Sammy Samir,
Richard Durden, Omar Mostafa, Oshi Cohen, Yousef Sweid; Spagna, 2009; colori;
durata: 141’.
Gustavo
Zagrebelsky, Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al
governo dell’uomo, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 160, € 16,00
«Laicità significa divieto di intromissioni, quale che
ne sia il contenuto, essendo irrilevanti se ostili o benevole. Quello che conta
è la non ingerenza [tra Chiesa e Stato]. Se si guarda alla storia,
questa concezione dei rapporti tra politica e religione appare come
un’eccezione, per di più recente, in una vicenda storica pluri-millenaria…». La
storia di questa eccezione viene ripercorsa in questo libro bello e utile di Zagrebelsky
con particolare attenzione al periodo che va dalla fine dell’800 ad oggi per
individuare le modalità di un rovesciamento attraverso il quale la Chiesa
cattolica, dopo aver contrastato l’affermarsi della laicità, ha fatto della
(«sana») laicità un proprio patrimonio, squalificando le altre concezioni come
«laicismo». La laicità conquistata storicamente rischia quindi di essere
espropriata dei propri contenuti in una fase in cui inoltre si trova a fare i
conti con la contestazione della sua ragione fondante, attraverso la riscoperta
delle religioni come risorsa etica rispetto ad una società che non trova in sé
le forze della propria conservazione. Sia chiaro subito che per Zagrebelsky
l’uso che la Chiesa cattolica fa della parola laicità è in realtà un abuso, una
appropriazione indebita di parole (altro caso clamoroso la parola libertà). Per
capire le modalità di questo rovesciamento si può partire dal momento in cui
alla fine dell’800 la Chiesa Cattolica non potendo più fare conto su uno Stato
cattolico si indirizza al controllo e alla mobilitazione delle «masse
cattoliche», con il rifiuto del mondo moderno e l’ostilità nei confronti di
socialismo e comunismo. Nasce la nozione di «sussidiarietà» come spazio di
azione della Chiesa e delle sue organizzazioni. Occupando tale spazio la Chiesa
diventa un soggetto rappresentativo della società. Con il Concilio Ecumenico
Vaticano II il compito della Chiesa non è più solo di allargare il gregge di
Cristo, ma anche di umanizzare la società. Attraverso questa missione la Chiesa
si presenta come capace di dialogare con il mondo intero su temi come libertà
ed eguaglianza, ma le novità conciliari vengono bloccate dalla difficoltà
dimostrata dalla Chiesa post-conciliare di accettare fino in fondo l’autonomia
umana come valore e il riconoscimento della piena libertà di coscienza per
tutti. In questa complessa vicenda acquista un ruolo rilevante la
riproposizione del binomio Verità-ragione a partire da Giovanni Paolo II,
binomio che ha trovato soprattutto in Benedetto XVI un convinto assertore.
Nella allocuzione non pronunciata all’università di Roma nel 2008 dopo il
riconoscimento del valore di resistenza morale di tutte le religioni si
sostiene che la fede cattolica è essa sola la via alla verità. Di qui la
condanna del relativismo, che è in realtà secondo Zagrebelsky un rifiuto del
pluralismo. Nasce la formula della «dittatura del relativismo», che se fosse
usata da un comune mortale sarebbe un cortocircuito logico, trattandosi
dell’imposizione del divieto di imposizione. Rispetto al Concilio la Chiesa che
identifica verità e ragione assume una posizione non di forza operante con
altre, ma di antagonista di principio. La Chiesa richiede una rilevanza
pubblica assoluta rispetto ad esempio a temi come l’insegnamento della
religione cattolica nelle scuole e i simboli religiosi nei luoghi pubblici
imposti anche a chi non crede o professa altre confessioni religiose. Ciò che
stupisce secondo Zagrebelsky è l’indifferenza della società rispetto a questi
temi. Questa indifferenza è probabilmente un aspetto della precarietà in cui
vivono le società liberali e democratiche, travagliate dalla difficoltà oggi
evidente di salvaguardare contemporaneamente l’insieme della società e le sue
parti di fronte alla presenza di una pluralità di identità che si
caratterizzano non solo in senso religioso. In questa situazione la Chiesa
agisce con doppiezza, si presenta come dialogante e poi quando non prevale
agita i suoi veti. Tra Chiesa e società civile ogni accordo non è mai un
trattato di pace, è sempre solo un armistizio. Proprio per questo si chiede
Zagrebelsky: l’apertura alla religione di Habermas può avere lo stesso senso
della religione come è intesa dal cardinale Ratzinger o è apertura ad una
religione come «attenzione, ponderazione, riflessione, coscienziosità…» come
sosteneva Thomas Mann?
Grazia Dalla
Valle
Mauro Piras, Pluralismo religioso e moralità democratica. Saggi
su Rawls e Habermas, Trauben, Torino 2010, pp. 129, € 14,00
Il libro
raccoglie saggi scritti tra il 2005 e il 2008, alcuni dei quali comparsi su
riviste, ed è pubblicato nella nuova collana «Habermasiana» diretta da Leonardo
Ceppa per l’editore torinese Trauben (per i titoli finora usciti si veda:
http://www.trauben.it/catalogo.php?id=26). Mauro Piras pone un problema molto
discusso nella filosofia politica contemporanea: se, contrariamente alla
previsione di Max Weber, «viziata dal destino particolare della religione
protestante nell’Europa di fine Ottocento e inizio Novecento» (p. 128), le
religioni non si sono «privatizzate» e anzi sono alla riconquista dello spazio
pubblico, quali sono i confini che uno stato liberaldemocratico deve porre alla
richiesta di un ruolo pubblico della religione? Piras discute, difende e precisa
con molto acume analitico la posizione illustrata da John Rawls in Liberalismo
politico e negli scritti successivi del filosofo americano: le istituzioni
e le autorità religiose possono liberamente entrare nel dibattito pubblico e
cercare di influenzare le deliberazioni che poi, in quanto leggi, varranno per
tutti, «a patto che questi loro interventi non siano lesivi dei fondamenti
dell’associazione politica» (p. 51), cioè del principio della libertà e
eguaglianza dei cittadini, ovvero rispetti i diritti fondamentali (tra cui la
libertà individuale di perseguire a modo proprio la ricerca del bene nei limiti
della reciprocità e dell’eguale libertà altrui) e riconosca il pluralismo
etico-religioso della società moderna. Ovviamente il rispetto della libertà
individuale vale nei confronti di qualsiasi comunità particolare, per cui vanno
respinte le pretese del comunitarismo nelle sue versioni «forti». Piras difende
il consenso per intersezione (overlapping consensus) di cui parla Rawls,
che permette la coesistenza pacifica nella scena liberaldemocratica di
concezioni profondamente differenti e per certi riguardi in conflitto tra di
loro. Non è necessario – sostiene Piras – che le ragioni religiose vengano
riformulate in ragioni politiche secolari (non è necessario che nel dibattito
pubblico le ragioni ultime, di carattere metafisico o religioso, siano messe
tra parentesi e che coloro che le sostengono abbiano una «coscienza riflessiva»
capace di operare una traduzione in termini universalistici, come richiede
Habermas). Ogni dottrina «comprensiva» metafisico-religiosa può arrivare, più o
meno consapevolmente, a trovare nel proprio bagaglio di credenze le ragioni per
accogliere il concetto di eguaglianza democratica e i principi morali della
democrazia liberale: «ognuna di esse ha attraversato un processo di
interpretazione e appropriazione dei presupposti morali della
liberaldemocrazia, in virtù del quale questi presupposti sono diventati
parte di ogni dottrina» (p. 106). L’accettazione dei principi base del liberalismo
politico da parte delle «dottrine comprensive» avviene in molti modi e «non
possiamo mettere limiti al bricolage della cultura umana» (p. 90) con pretese
eccessive di coerenza e di rigore. «Quanto al bricolage, i cattolici, per
esempio, che in gran parte difendono la libertà di coscienza, oggi vivono
spesso una forma di bizzarra contraddizione, in quanto sono comunque tenuti a
riconoscere l’autorità del magistero ecclesiastico: lo fanno, ma spesso con
margini interpretativi e contraddizioni che lasciano perplessa una lucida
coscienza filosofica» (p. 92), ma comunque danno una sincera adesione ai
principi dell’ordinamento liberaldemoratico. Insomma, potremmo dire con Amleto:
Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.
Il che in un libro di filosofia politica suona come una larga concessione alle
ragioni pratico-empiriche della nostra convivenza civile.
Cesare
Pianciola
Ermanno Vitale, Difendersi
dal potere. Per una resistenza costituzionale, Laterza, Roma-Bari 2010, pp.
127, € 16,00
Per
farsi una prima idea del libro è forse utile scorrere l’indice dei nomi. Vi
troviamo Althusius, Hobbes, Locke, Rousseau, Kant, Marx, Tocqueville: i grandi
nomi del pensiero politico, come si conviene a uno studioso che si è formato
alla scuola di Norberto Bobbio. Ma vi troviamo anche nomi che, più che nei
testi accademici, incontriamo nella letteratura militante: e non solo nei
libri, ma anche nei tanti luoghi della «rete» dove riflette e discute quella
vasta e frammentata opposizione al potere alla quale i grandi media prestano
scarsa attenzione. Qualche esempio: Serge Latouche, il teorico della
decrescita; Jeremy Brecher, autore con Tim Costello del libro Contro il
capitale globale. Strategie di resistenza, pubblicato da Feltrinelli nel
2001; Howard Zinn, che degli Stati Uniti d’America ha raccontato la
storia dei poveri, dei nativi, degli schiavi, delle donne. E ancora coloro che
hanno teorizzato e praticato la resistenza nonviolenta e la disobbedienza
civile: Thoreau, Gandhi, Capitini. Quello di Vitale è dunque un libro in cui
sono unite competenza accademica e spirito militante. L’autore muove da questa
domanda: ha ancora senso pensare al «diritto di resistenza» negli stati
democratici di diritto? Nelle «società aperte» contemporanee, il diritto di
resistenza pare divenuto un oggetto di studi eruditi di storia del pensiero
politico ma non di teoria politica e di dibattito pubblico. Un tempo, il tempo
delle varie forme di governo autocratico, la riflessione intorno alla legittimità
o meno di destituire o addirittura uccidere il tiranno, l’invasore,
l’usurpatore, il despota o il dittatore – o comunque di abbattere i regimi
assoluti, dispotici e totalitari – godeva di una sua forza intrinseca, dovuta
all’evidenza del problema che affrontava. Tale riflessione poteva giungere,
come in Locke, fino a interrogarsi sulla legittimità di resistere anche al
«governo rappresentativo», ove quest’ultimo tradisse la fiducia accordatagli
dai rappresentati: allora infatti le costituzioni non si erano ancora dotate di
meccanismi di correzione interna, di istituzioni di garanzia, prime fra tutte
le corti costituzionali. Ma con la comparsa e il consolidamento dello stato
democratico di diritto, provvisto di molteplici istituti di garanzia, parve che
il vecchio diritto di resistenza potesse venire tranquillamente dimenticato.
Soprattutto nelle costituzioni europee del secondo dopoguerra gli strumenti di
opposizione «attraverso il diritto» sembravano essersi così affinati da rendere
inutile e contraddittorio, se non pericoloso, riammettere in qualche forma
quella «resistenza all’oppressione» che figurava nella Dichiarazione dei
diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 e in alcune costituzioni di quel
periodo. Eppure – si domanda Vitale – nelle democrazie in cui viviamo è proprio
ormai diventato inutile riflettere sulla resistenza all’oppressione e sul
«diritto di resistenza»? O forse queste democrazie sono ormai così imperfette,
ed ora anche minacciate da involuzioni autoritarie, che è necessario riprendere
a ragionare sull’antico «diritto di resistenza»? L’autore elabora in proposito
la nozione di «resistenza costituzionale»: espressione che significa prima di
tutto «prendere sul serio» la Costituzione, rispettarla appieno, portarla a
compimento nell’ordinamento giuridico e nell’organizzazione sociale, e infine
«resistere» ai tentativi di modificarla in peggio o di distruggerla. E si
domanda se sia opportuno o meno inserire nel testo di una costituzione moderna
un articolo, un comma, un riferimento alla resistenza, ovvero, al «diritto di
resistenza». Ma a chi e a che cosa, a quale tipo di potere oggi sarebbe
lecito o opportuno resistere? La tipologia moderna delle forme di potere è
fondata sulla distinzione tra potere politico, economico, ideologico (o massmediatico).
Ma mentre nella storia del pensiero politico si è molto riflettuto riguardo
alla resistenza al potere politico, troppo poco ci si è posti il problema della
resistenza al potere economico e a quello ideologico. Eppure, è sufficiente
resistere al potere politico se questo è a sua volta condizionato o dominato
dai poteri economico e ideologico? Oppure occorre pensare a come opporre
resistenza anche direttamente a questi due ultimi poteri?
L’autore
si chiede infine come si possa o si debba resistere. La distinzione
tradizionale colloca da un lato la resistenza passiva, il rifiuto
dell’obbedienza che comprende l’accettazione di tutte le sue conseguenze, e
dall’altro la resistenza attiva, l’azione violenta intesa a rovesciare il
detentore del potere politico. Ma nel mondo moderno, soprattutto dalla metà
dell’Ottocento, le modalità e le manifestazioni di resistenza si sono
moltiplicate, dando spazio a molte forme di resistenza parziale, che,
pur non proponendosi di rovesciare questo o quel regime, intendono indurlo a
rettificare aspetti salienti della sua struttura istituzionale, della sua
condotta o del suo programma politico. Basta pensare ai cosiddetti «repertori
della protesta», che vanno dalla prudente raccolta di firme alla disobbedienza
civile antagonistica. Si incontra qui la questione decisiva dell’uso della
violenza o, al contrario, della riduzione al minimo della violenza che può
essere legittimo usare nell’esercizio del diritto di resistenza.
Nell’affrontare tale questione non si può non prendere in seria considerazione
– conclude Vitale – i metodi di lotta non violenta, o per meglio dire intesi
alla riduzione al minimo della violenza, che Gandhi ci ha lasciato in eredità.
Piero
Meaglia
Enrico Donaggio e Diego Guzzi,
A giusta distanza. Immaginare e ricordare la Shoah,
L’Ancora del Mediterraneo, Roma-Napoli 2010, pp. 155, € 14,00.
È
un tema ricorrente per lo studioso, ma vale anche per chiunque voglia pensarvi
oggi e nelle generazioni future, quello di trovare, come scrivono gli autori,
la giusta distanza e l’onestà e la sensatezza intellettuale per porsi di
fronte alla Shoah.
Enrico
Donaggio e Diego Guzzi, dell’Università torinese, rielaborano, anche a scopi
didattici, considerazioni in buona parte già note, e propongono, come si legge nella
prefazione, attraverso un’analisi oltre che delle vittime e dei carnefici,
anche degli spettatori, di ricostruire una «genealogia del significato della
memoria della Shoah».
Siamo
di fronte – essi osservano – ad un dispositivo di messa a morte del tutto
inedito, in cui detenzione e strage si combinano secondo un’ottica in apparenza
industriale, ma in realtà di «indecente irragionevolezza», quella cioè di
uccidere non alle porte di casa, ma di far percorrere alle vittime un lungo
viaggio attraverso l’Europa (a pagamento per i cittadini tedeschi) per gasarli
appena arrivati a destinazione. Tutto ciò è avvenuto con la preoccupazione di
non lasciare traccia, occultando ogni prova od indizio, procedendo in un opera
si direbbe igienica o, come ebbe a scrivere Himmler, di disinfenzione, e con un
patto di giuramento di silenzio tra i carnefici mentre «chi ne sapeva ne sapeva
abbastanza da sapere che era meglio non sapere».
Quanto
alle vittime il libro ribadisce la nota tesi della loro derealizzazione, mentre
del carnefice per eccellenza, cioè Eichmann, si contesta la banalità della sua
impresa, a favore della normalità del suo operare.
Ora,
l’interrogativo non è quello avanzato da Papa Benedetto XVI del perché il
Signore abbia taciuto o abbia potuto tollerare, ma quello proposto da Mark
Edelmann di dove fossero gli uomini, cioè le centinaia di milioni di spettatori
di cinque milioni e più di vittime innocenti. Essi furono presenti e il più
delle volte assenti e l’efficacia della soluzione finale variò proprio in funzione
dell’atteggiamento degli spettatori. Infatti là dove gli spettatori furono
solidali con le vittime, come in Danimarca, la maggior parte degli ebrei danesi
riuscirono a riparare in Svezia, dove invece vi fu un’ampia collaborazione da
parte degli spettatori, come in Polonia, la comunità ebraica fu quasi
totalmente sterminata. Quanto alla Germania infine, la società intera fu
sommersa da una sorta di demonologia razzista propagata e favorita dai
«volenterosi carnefici di Hitler».
Ora
tra questo feroce antisemitismo e quella umana pietas vi è un largo
spazio di colpevole indifferenza e di compassione priva di solidarietà.
L’antico
tema ebraico dello zhahor, del ricordare, ritorna nella seconda parte del
libro come il tempo della memoria in cui vi sono ancora i testimoni e il tempo
ormai prossimo in cui non ve ne saranno più.
La
tipologia del ricordo tra i superstiti è stato ampiamente studiato.
I
testimoni viventi si sentirono spesso gravati da una colpa, che era quella di
essere sopravvissuti, e per questo spesso essi hanno taciuto o hanno scelto
l’oblio o la rimozione come mezzo di sopravvivenza all’orrore e a un lutto
impossibile e infinito, mentre altri hanno parlato, ma non sono stati
ascoltati, e altri ancora non hanno parlato, perché hanno temuto che, come nei
loro sogni ricorrenti di reclusi, non sarebbero mai stati ascoltati. Vi sono
infine i veri testimoni, quelli assenti, di cui parlò Agamben, ma essi sono
muti.
Sessant’anni
dopo la Shoah le Nazioni Unite adottano la risoluzione che proclama il 27
gennaio come «la giornata internazionale dedicata alla memoria delle vittime
dell’Olocausto». Gli autori analizzano i contenuti di questa risoluzione,
avvenuta a grande distanza dai fatti e le tappe per cui un episodio,
apparentemente secondario rispetto alla guerra, si è trasformato in «emblema
del male politico più efferato mai commesso a memoria di uomo».
È
pacifico che il punto di svolta di tale metamorfosi sono il processo Eichmann e
la comparsa dello Stato di Israele sullo scenario mediorientale, ma questa
cosmopolitizzazione della Shoah urta con una differenze molto forte di
situazioni locali, a seconda che si tratti di paesi che hanno avuto un ruolo
diretto nella persecuzione o che non vi hanno per nulla contribuito o vi hanno
contribuito solo indirettamente. Vi sono stati infatti paesi non europei, come
l’Africa, l’Asia e gli stessi Stati Uniti pressoché estranei a quelle vicende.
Ora
che cosa resta di questo enorme carico di dolore in luoghi e generazioni
estranee a quegli accadimenti? Resta una costruzione simbolica e culturale.
Diverso il caso di Israele. Il processo Eichmann per un verso innescò
un’esplosione «della domanda sociale di testimonianza», centoventuno superstiti
testimoniarono in quell’aula giudiziaria; per un altro verso, specie con lo
scoppio della guerra dei 6 giorni, nel giugno ’67, si assistette ad una
strumentalizzazione della memoria, cioè ad un uso del genocidio in rapporto al
conflitto mediorientale.
Gli autori ripropongono infine il tema, più volte
discusso dell’unicità e dell’eccezionalità della Shoah e propendono per una sua
collocazione all’interno della storia di tanti altri crimini (dalla carneficina
di nativi americani da pare dei conquistadores cattolici alle vittime
dello stalinismo, agli innocenti polverizzati a Hiroshima e a Nagasaki, al
genocidio ruandese).
Contestano
quindi l’eccezionalità dei fatti e l’idea di un male assoluto, e rivendicano un
«relativismo sanamente scettico». Il libro termina però con una considerazione
contraddittoria tra premesse e conclusioni, perché gli autori sono costretti a
spezzare una lancia contro il «relativismo snervato e indifferente», che
«trascolora nel conformismo», cosi confermando indirettamente l’eccezionalità
della Shoah, non fosse altro per quell’inedita combinazione di trasporto,
detenzione e strage e silenzio e derealizzazione delle vittime che gli autori
nella prima parte del libro avevano giustamente analizzato e individuato come
inedito e specifico della Shoah.
Emilio Jona
Hans Jonas, Morire dopo
Harvard, Morcelliana, Brescia 2009, pp. 87, € 10,00;
Hans
Jonas, Problemi di libertà, Aragno, Torino
2010, pp. 466, € 35,00.
I
due libri di Hans Jonas (1903-1993) ora tradotti in italiano hanno un carattere
molto differente ma sono entrambi interessanti.
La
riapertura della discussione sulla morte cerebrale, da parte del Council on
Bioethics nel dicembre 2008, ha ridato attualità alle critiche mosse da Jonas
alle deliberazioni del Comitato di Harvard del 1968. Il saggio riunisce scritti
già editi, ma separatamente, e offre un quadro organico delle riflessioni del
filosofo sulla nuova definizione di morte e sulle sue conseguenze. Jonas, che
sostiene il diritto di morire1, di rifiutare artificiali
prolungamenti della vita, ritiene valida la nozione di morte cerebrale per
sapere quando interrompere le cure, ma è contrario all’equiparazione della
morte cerebrale alla morte dell’«organismo come tutto» (p. 47). I motivi del
suo dissenso sono complessi: la identificazione della persona con il cervello,
contrapposta al corpo, che è anche basilare nella determinazione dell’identità
individuale, è considerata espressione di una concezione dualistica della
realtà, che filosoficamente egli ha sempre rifiutato; la definizione di cadavere
di un organismo in cui molte funzioni metaboliche sono ancora attive è
inaccettabile perché banalizza la morte e riduce il morente a cosa,
utilizzabile per l’espianto degli organi o per sperimentazioni
L’indeterminatezza della linea di confine tra vita e morte deve renderci
prudenti: non si può fare violenza a un corpo ancora vivente, nemmeno per
reperire organi per i trapianti, senza disconoscere la dignità umana.
L’ammonimento conclusivo di Hans Jonas, andando anche oltre l’argomento in
esame, è a non «piegarci al diktat tecnologico della reificazione anche di noi
stessi, ad adattare persino il nostro sentire irrazionale, la sensibilità
insita nel profondo a quanto è divenuto fattibile» (p. 70). La pubblicazione è
a cura di Paolo Becchi, autore anche dell’ampia e chiara prefazione.
Il
secondo volume è invece un ciclo inedito di lezioni tenute da Jonas nel 1970 a
New Jork, presso la New School for Social Research. Viene pubblicato in
italiano, con testo originale inglese in appendice, a cura di Emidio Spinelli,
a cui va anche il merito del ritrovamento del manoscritto. Il testo ci presenta
un’analisi rigorosa della nascita e dello sviluppo del concetto di libertà nel
mondo antico, dai filosofi greci fino ad Agostino. Nella prima parte, tenendo
presente il contesto socio-politico caratterizzato dalla schiavitù, e chiarita
la nozione di libertà secondo i pensatori greci nei due aspetti di libertà
«negativa», ovvero non essere soggetti al volere di alcuno, e libertà
«positiva”, come questione non teoretica, ma di potere di agire, Jonas dà ampio
spazio alla considerazione del pensiero stoico e alle conseguenze dell’idea di
fato sulla libertà dell’individuo, libertà riconducibile all’autonomia interiore.
Nella seconda parte delle lezioni l’autore sottolinea i profondi cambiamenti
della concezione dell’uomo dovuti al cristianesimo: la libertà dell’uomo, a
causa del peccato originale, non è più espressione della sua interiorità, ma
coincide con la conversione e la grazia. Le diversità tra gli stoici e i
cristiani sono puntualmente rilevate, con riferimenti esegetici agli scritti
paolini, ma soprattutto dando un posto centrale alla figura di Agostino (su cui
già nel 1930 Jonas aveva pubblicato un importante saggio), al commento di
alcune sue opere e alla analisi rigorosa della disputa con Pelagio, da cui
emerge un quadro non monolitico della dottrina cristiana della libertà
individuale. Il libro, ricco di note e riferimenti bibliografici, è completato
da un’interessante postfazione di Angela Michelis.
Mirella
Bert
1 Cfr. H. Jonas Il
diritto di morire, Il melangolo, Genova 1991.
Nico Ivaldi, Non mi sono
mai arreso. Intervista all’avvocato Bruno Segre, Lupieri Editore,Torino
2009, pp. 212, € 12,00
Nico
Ivaldi, giornalista e scrittore, raccoglie i ricordi di Bruno Segre in questa
lunga intervista per «tramandare, soprattutto ai giovani, la testimonianza di
una vita straordinaria» (p. 11) iniziata il 4 settembre 1918 a Torino, da una
famiglia in cui il padre, di professione assicuratore, era un ebreo non
praticante che aveva sposato una cattolica, anch’essa non praticante. Una vita
in cui gli aspetti privati e «locali» (ci sono belle pagine su vari momenti
della vita torinese) si intrecciano alla grande storia nella quale Segre si è
impegnato con una generosità e una coerenza socialista e laica non comuni. Il
secondo capitolo racconta le vicende della famiglia dopo la promulgazione delle
leggi razziali (i fratelli di Bruno accettarono pro forma il battesimo come i
«marranos» di Spagna, Bruno lo rifiutò ma poté finire gli studi universitari e
laurearsi su Constant con una tesi apprezzata da Gioele Solari e Luigi
Einaudi). Il secondo capitolo narra l’iniziale attività antifascista, che lo
portò a un primo arresto, e la lotta partigiana nel Cuneese con la successiva
detenzione di alcuni mesi nella sinistra caserma di via Asti. Nel dopoguerra
Bruno divenne giornalista (cap. IV), a «L’Opinione» diretta da Franco
Antonicelli e da Giulio De Benedetti e, dopo la chiusura del foglio, collaborò
a molte altre testate (l’elenco, troppo lungo per essere riportato, si trova a
p. 207), ma poi scelse la professione forense. Divenne l’avvocato degli
obiettori e difese Pietro Pinna nel 1949 e altri numerosi obiettori nonviolenti
e pacifisti (cap. V). Non smise però di fare il giornalista e uno dei suoi
impegni principali, che dura tutt’oggi, è il mensile «L’Incontro», «un giornale
al servizio della libertà» (cap. VI), il cui primo numero uscì nel luglio 1949.
Alla militanza socialista è dedicato il settimo capitolo (dall’originale
azionismo all’Unione Socialista di Cucchi e Magnani, all’adesione al PSI nel
1956. Dal 1975, come racconta nel cap. XI, Segre fu anche consigliere comunale
e capogruppo socialista durante l’amministrazione Novelli e svolse nei primi
anni Ottanta, senza molto successo, una inchiesta su episodi di malcostume che
esploderanno poi con Tangentopoli). L’impegno nell’associazionismo laico si
concretò nella battaglia per il divorzio e nella fondazione della sezione
torinese della Lega Italiana per il Divorzio (cap. X), nell’adesione alla
Massoneria negli anni ’70 (molto interessanti sull’argomento le pp. 132-134),
nella presidenza dell’Associazione Nazionale «Giordano Bruno», nella presidenza
per quarant’anni, dal 1959 al 1999, della Società per la Cremazione (cap.
VIII).
Non
tutto convince nelle posizioni di Bruno Segre (per es. la condanna in blocco
dell’Islam e l’opinione che «È inconcepibile il laicismo nelle masse arabe», p.
198, sottovalutando a mio parere le correnti e le figure di un «Islam laico»
messo in rilievo, tra gli altri, da Olivier Carré). Ma questo nulla toglie ai
grandi meriti del personaggio: Segre può a buon diritto essere considerato
«come una persona che si è sempre opposta a tutti i tentativi di
prevaricazione, d’imposizione forzata in sede politica o religiosa» (p. 203),
come un esempio di vita vissuta nel segno della laicità e della pratica del
libero pensiero, come qualcuno, che, come ha scritto Saul Bellow e viene
ripreso nel titolo, «non si è mai arreso».
C.P.
Cari
amici,
in seguito all’invio del vostro questionario ho svolto tra i genitori
della mia chiesa (Chiesa Evangelica Riformata Battista di Padova) una piccola inchiesta
tra i genitori sul rispetto dei diritti di chi non si avvale dell’insegnamento
della religione cattolica. Ho ricevuto 2 risposte dalle scuole elementari, 6
dalle medie e 6 dalle superiori. La metà ha dichiarato che sul modulo fornito
dalla scuola non erano presenti tutte e quattro le opzioni previste dalla
normativa. Tre famiglie avevano ricevuto pressioni da parte dei dirigenti
scolastici per far rimanere in classe i figli durante l’IRC. Un ragazzo di
prima media ha chiesto di non essere presente a scuola ma questa richiesta non
è stata accettata. Deve andare in un’altra classe. Un ragazzo di seconda media
ha scelto di non essere presente a scuola ma visto che l’IRC è alla terza ora
non può né entrare dopo né uscire prima. Un ragazzo di una scuola superiore
professionale ha scelto di non essere presente a scuola, una scelta accolta, ma
per gli altri alunni le attività alternative non sono state attivate. Una
ragazza di un liceo scientifico tecnologico ha scelto di non essere presente a
scuola, ma ha visto che la materia alternativa non è stata attivata e nessuna
motivazione è stata comunicata dalla scuola. Gli alunni che l’avevano richiesta
sono invitati ad uscire dalla scuola o rimangono al bar o in biblioteca.
Ci proponiamo di continuare il monitoraggio della
situazione e di vigilare perché non si verifichino casi di inadempienza o di
discriminazione da parte delle autorità scolastiche.
Cordiali
saluti
Brenda
Crook
Una mostra a Torino sulla satira anticlericale
La
mostra storica Asini, muli, corvi e maiali: la satira in Italia tra Stato e
religioni dal 1848 ai giorni nostri si è inaugurata il 29 maggio al Museo
Regionale di Scienze Naturali, via Giolitti 36, Torino, e resterà aperta fino
al 31 luglio 20101. Curata da Erik Balzaretti, è organizzata dalla
Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni, in collaborazione con
l’AICS di Torino, la Fondazione Ernesto Rossi-Gaetano Salvemini di Firenze e la
Fondazione Antonio Mazzotta di Milano, con il patrocinio e il contributo della
Regione Piemonte ed il patrocinio del Comitato Italia 150.
La
satira politica illustrata ha svolto una funzione importante all’interno
dell’evoluzione socio-politica della storia italiana. Non si tratta di un
semplice contrappunto, in quanto spesso e volentieri ai giornali satirici e ai
loro animatori veniva delegata, sin dalla loro nascita, collocata intorno ai
moti del 1848, la funzione di veicolazione e divulgazione dei messaggi politici
e delle riflessioni attorno agli accadimenti nazionali ed internazionali. Ogni
linea politica trovava nella pubblicazione di un giornale satirico,
caratterizzato prima dalla forza e dal limite della diffusione locale e poi
della diffusione nazionale, la cassa di risonanza per comunicare con le diverse
classi sociali, attraverso la sintesi sferzante della vignetta satirica,
colpendo personalmente innanzi tutto gli avversari, irridendone le mosse e
mettendoli alla berlina.
Il
tema della satira illustrata sui rapporti fra Stato e Chiesa costituisce una
parte rilevante dell’universo satirico italiano. Il potere della Chiesa e la
sua influenza sulla vita politica italiana hanno sempre attirato l’attenzione
della satira illustrata, spesso dichiaratamente e ideologicamente
anticlericale, e nella nostra storia non sono mancati movimenti e partiti, a
volte in chiara collisione con il credo e le scelte delle gerarchie
ecclesiastiche, altre volte meno, limitandosi a mettere in luce il divario tra
la dottrina e i comportamenti degli appartenenti alla Chiesa. D’altro canto
anche la Chiesa mise in campo le proprie forze editoriali e di propaganda,
anche quelle di matrice satirica (come ad esempio «Il Mulo», giornale nato per
controbattere «L’Asino») che costituiscono parte non secondaria della mostra.
La
satira sui rapporti fra Stato e Chiesa è stata molto dura, a partire da quella
strettamente romana, in stile Belli, del «Don Pirlone» a quella socialista di
Galantara e Scalarini, a quella di segno politico opposto di Sironi, a quella
del «Don Basilio» post-Liberazione, per finire con Dario Fo, Pino Zac, «Il
Male», il Vauro del «Manifesto», Altan. Ma sempre – da parte di laici,
socialisti, liberali di destra e di sinistra, massoni, comunisti,
extraparlamentari di sinistra, anarchici, qualunquisti – si è trattato di
colpire l’anima politica ed il potere temporale della Chiesa: insomma ciò che
si può definire «clericalismo» con tutti i suoi privilegi e i suoi arroccamenti
a difesa di un potere temporale che mutava nel tempo e nei modi, ma che
resisteva solidissimo. I credenti in realtà sono sempre stati risparmiati,
tranne che in rarissimi casi.
La mostra espone gli autori e le testate più
rappresentativi di 150 anni di storia. È un modo di ritornare sui momenti più
difficili e sugli scontri più accesi tra la cultura laica e quella clericale,
attraverso le lenti dell’esercizio artistico della satira illustrata. Si tratta
di un’esposizione che mostra, attraverso uno sviluppo cronologico e tematico,
riviste originali d’epoca, disegni originali e riproduzioni che raccontano la
lotta politica e delle idee da una prospettiva di parte che non è mai stata
analizzata e studiata a fondo, con l’obiettivo di capire la differenza tra
l’esercizio retorico della satira anticlericale e la buona fede e le ragioni
dei satirici laici. Inoltre, molte delle illustrazioni sono da considerarsi
anche sotto l’aspetto artistico, oltreché sotto quello della comunicazione
politica. Una sezione della mostra è dedicata alle confessioni religiose
minoritarie storiche del nostro Paese (ebraismo e protestantesimo) e uno
sguardo particolare è dedicato al Piemonte e ai suoi giornali satirici storici
(quali «Il Pasquino», «Il Fischietto», «Numero»).
Tullio
Monti
1 Orari: tutti i
giorni dalle 10 alle 19; chiusa il martedì. Visite guidate per gruppi e scolaresche
e laboratori didattici su prenotazione. Tel. 011.4326307 /
6334 / 6337; didattica.mrsn@regione.piemonte.it.
Le pubbliche istituzioni e l’ostensione della Sindone
Non
entriamo nel merito dell’autenticità della Sindone, esposta a Torino dal 10
aprile al 23 maggio, se non per segnalare una iniziativa dell’UAAR e del Cicap
(Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale), che
hanno presentato a Torino e in altre città una copia a grandezza naturale
realizzata dal prof. Luigi Garlaschelli dell’Università di Pavia con le
tecniche a disposizione nel sec. XIV. In un comunicato ricordano che «il
vescovo di Troyes, Henri de Poitiers, già a metà del Trecento aveva dichiarato
il lino un falso, e gli scienziati che nel 1988 hanno eseguito la datazione col
Carbonio 14 lo hanno confermato: trattasi di artefatto di buona fattura di
sette secoli fa».
Ci domandiamo invece come si concili con la laicità
delle istituzioni la visita riservata alle autorità la mattina del 10 aprile
che ha visto accorrere numerosi esponenti politici piemontesi: «dai vertici
delle istituzioni locali, il sindaco Sergio Chiamparino, il presidente della
Regione Piemonte Roberto Cota e il presidente della Provincia di Torino Antonio
Saitta a rappresentanti del governo come i sottosegretari agli Interno e ai
Trasporti Michelino Davico e Bartolomeo Giachino. Insieme a loro anche i
vertici locali delle forze armate e delle forze dell’ordine» (Agenzia
Adnkronos). Vada chi vuole a visitare la Sindone, ma in forma privata e non
come autorità rappresentanti le istituzioni di tutti, credenti di diverse
religioni e confessioni, e non credenti, agnostici e atei. O, nell’Italia
clericale, è chiedere troppo?
C.P.