Cari amici,

vi invio una lettera che avevo inviato a Repubblica, ma che è rimasta nel cestino.

Clotilde Pontecorvo


 

 

Una risposta al prof. Pietro Scoppola

 

                                                           Roma, 20 settembre  2002

 

 

Caro Pietro,

ho letto con interesse il tuo intervento su  “La Repubblica”  di oggi, nella misura in cui esprimi perplessità per il ‘modo’ in cui la Lega prima e il Ministro Moratti poi  hanno annunciato un provvedimento con cui si imporrà alle scuole e agli insegnanti, di ogni ordine e grado, di esporre il crocefisso in classe. La forma brutale della proposta della Lega non doveva essere fatta fatta propria da un ministro, che dovrebbe curare gli interessi della formazione di tutti gli allievi, nel rispetto della libertà di coscienza e di religione.

Tuttavia non basta essere contrari al metodo con le tue motivazioni di cattolico credente che rispetto; tu ben intendi che si tratta di una pura strumentalità  politica da parte di chi non segue affatto le idee e i valori che sono per i cattolici legati a quel simbolo. Si tratta qui di una questione di principio e dei diritti di libertà e di coscienza di tutti, di cui sai bene i fondamenti e le ragioni

In questi giorni ho riletto alcune pagine dell’autobiografia del filosofo Martin Buber, che parlando della  scuola da lui frequentatata da bambino, descrive la preghiera mattutina imposta a tutti:  “Alle otto suonava la campana; uno dei maestri entrava e saliva in cattedra, al di sopra della quale pendeva alla parete un gran crocefisso. Nel medesimo istante tutti gli scolari polacchi scattavano in piedi nei banchi.(…)., noi ebrei stavamo in piedi immobili, a occhi bassi.(…) non c’era odio tangibile per gli ebrei nella nostra scuola; non posso ricordare un maestro che non fosse tollerante o almeno non volesse passare per tale. Ma su di me questo stare in piedi giornaliero, obbligatorio, nella sala risonante di preghiere estranee, faceva un effetto peggiore di quello che avrebbe potuto un atto di intolleranza.”.

E’ una pagina drammatica, nella sua semplicità descrittiva, a cui forse è sensibile anche la signora Moratti, così come tu la descrivi. Per fortuna, con il nuovo Concordato del 1984 è vietato far pregare a scuola, e introdurre simboli di qualsiasi religione,  anche se sono stato introdotte (con la nuova Intesa con la Chiesa Cattolica) nella scuola dell’infanzia e nella scuola elementare, due ore settimanali di insegnamento della religione cattolica, che devono però essere scelte dai genitori..

Se difendiamo, insieme al Presidente Ciampi e a molti altri cittadini e insegnanti, il valore della scuola pubblica come sede di formazione per tutti e per ciascuno, come luogo di incontro e di convivenza civile tra diversi per provenienza sociale ed etnica, religione, opinione, personalità, storia familiare, i quali crescono, attraverso il confronto con i loro insegnanti e compagni, entrando nella cultura per diventare progressivamente cittadini di questo Paese, dobbiamo assumere anche il punto di vista delle tante minoranze che sono oggi presenti nelle nostre scuole, pensando soprattutto ai bambini di altre culture, per i quali il simbolo del crocefisso non ha di per sé un significato positivo, anche per ragioni e per narrazioni storiche molto diverse: basti pensare a come la croce ha marcato in modo drammatico la vita degli ebrei che si trovavano sulla via dei crociati (e non solo di quelli), e degli abitanti, arabi ed ebrei, della Palestina Medioevale.

Io sono stata accolta a sei anni, nel 1942-43, nella scuola delle Suore di Nevers, vicina a casa mia, senza cognome, affinché loro non  violassero le leggi razziali. Ero là con una cuginetta di pochi mesi più grande di me, che si preoccupava di dirmi sempre che “noi a quello (cioè al crocifisso) non ci crediamo, ma non dobbiamo farlo vedere”. Ancora di più, quando nel dicembre 1943 siamo state accolte, con le nostre famiglie e con documenti falsi, per  sfuggire alla razzia nazista, nel convento di Santa Brigida a Piazza Farnese, accettammo noi piccole, di andare nella chiesa del convento e di fingere di pregare. Avevamo 7 anni ed eravamo già consapevoli che la finzione era una necessità, come i nomi falsi, perché sapevamo, per fortuna confusamente, di essere tutti a rischio della vita.

        Visto che non siamo più in tempi così drammatici, ma abbiamo invece nelle nostre scuole tanti bambini e ragazzi di altre fedi, non vorrei che nessun bambino di oggi, e meno che mai una piccola, come la mia nipotina che ha appena iniziato la scuola dell’infanzia, dovesse sperimentare in futuro quel sentimento di ‘non essere al posto giusto’ per un simbolo estraneo. Nella scuola pubblica tutti sono “al posto giusto” e nessuno deve avvertire un senso di estraneità: costringere anche un solo bambino ad adeguarsi al sentire religioso della maggioranza, vuol dire minare la validità del patto sociale della convivenza educativa che si fonda proprio sul diritto all’autenticità da parte di ciascuno, oltre che sul dovere del rispetto di tutti.

 

Mi pare che non dovresti invitare solo i parlamentari dell’opposizione a respingere questo provvedimento, perché iniquo e anticostituzionale, ma tutti dovrebbero  respingerlo, anche i cattolici e i laici della maggioranza.

 

        Con viva cordialità, tua

 

        Clotilde   Pontecorvo