In tema di crocifissi e presepi a scuola riceviamo da Maria Mantello le considerazioni che seguono.

(30 dicembre 2004)

 

 

Croci e Presepi a scuola

“Il supremo principio della laicità dello Stato” resisterà alle Croci delle nostalgie confessionali del Ministro dell’Istruzione?

 

A ridosso delle ormai trascorse festività natalizie, abbiamo assistito ad una singolare profusione di energie da parte di certuni Ministri e rappresentanti dello Stato italiano nel farsi immortalare dalla stampa e dalla televisione con preti e cardinali davanti a costose ed artistiche mangiatoie raffiguranti la Natività. Gli italiani sono stati sollecitati a preparare Presepi, non solo nelle proprie case, ma anche nei luoghi pubblici: bisogna dare il “buon esempio”, ha chiesto il papa, ottenendo pronta obbedienza in tanti solerti funzionari della Repubblica italiana. Così, in nome di una presunta ed univoca identità italiana fatta coincidere coi simboli della cattolicità, si è aperta una sorta di gara, in cui si è contraddistinta anche l’onorevole Letizia Moratti, che già da tempo si prodiga a riportare la scuola sotto la cappa dell’universalismo cattolico apostolico romano.  In questa occasione, la signora Brighetto Moratti ha graziosamente inviato una lettera-circolare ai Dirigenti scolastici, affinché facessero allestire presepi nelle scuole: “non togliete il simbolo dell’amore dalla vita dei nostri studenti, ma aiutateli attraverso il Presepe a capirne l’importanza e a viverla nel suo significato più profondo, più vero, più puro”.

Potremmo chiosare che, nella pratica dell’amore verso il prossimo, la Chiesa romana qualche piccola contraddizione l’ha creata. Dobbiamo forse ricordare che l’imperialismo ecclesiastico ha imposto all’Europa e ai paesi colonizzati la croce attraverso le conversioni forzate, le crociate, la discriminazione e l’eliminazione fisica di quanti avessero visioni del mondo discordanti dal suo? Dobbiamo ricordare che i tentativi omologanti nel nome della croce hanno prodotto roghi, stragi, guerre di religione, intolleranza, razzismo ed antisemitismo? Dobbiamo ricordare che in un tempo non tanto lontano, in Italia, il regime fascista ha innestato la sua propaganda razziale sul terreno ampiamente seminato dall’antisemitismo cattolico, per creare i connettivi della patria nazione razza sangue spirito? Dobbiamo ricordare, che gli esiti di questi connettivi “antropologici” sono stati le leggi razziali del ’38, e il contributo tutto italiano alla tragedia della shoah?

 Siamo un po’ stanchi di doverci continuare ad occupare di presepi …e di croci.

Il cristiano, come insegna il suo libro sacro, non dovrebbe assumerle su di sé invece di imporle “amorevolmente” agli altri?

Siamo un po’ stanchi, dicevano, ma non possiamo non ricordare a tutti il valore fondante dello Stato Repubblicano Italiano, quella laicità, sancita dalla Costituzione, e definita in più occasioni dalla Corte Costituzionale il “principio supremo dell’ordinamento costituzionale” (cfr. in particolare, sentenza n° 203 del 1989). Pertanto, ci vediamo costretti a ricordare, soprattutto a chi ricopre cariche pubbliche, che il Nostro Stato non ha più il papa re. Non è una teocrazia, né è tutore di una religione, come ha ricordato un’importante sentenza della Corte Costituzionale (n° 334, 1996).

Non c’è più la religione di Stato! Pertanto, con tutto il rispetto per i sacri simboli del cristianesimo, ci permettiamo di sottolineare che la religione, qualsiasi religione, non può essere atto di fede dello Stato, sia pure attraverso una circolare-invito, come quella del ministro dell’Istruzione, che, per il ruolo ricoperto da chi l’ha emanata, non può non avere tutto il sentore di un ordine di servizio.

Non è certamente sfuggito, che questa circolare sul Presepe, è stata inviata (guarda il caso!) nello stesso giorno in cui veniva depositata anche la sentenza della Suprema Corte Costituzionale sulla questione del Crocifisso nelle aule scolastiche. Si tratta dell’ordinanza n° 389 del 15.12.2004, con cui la Suprema Corte ha dichiarato la sua incompetenza ad intervenire, perché non c’è nessuna legge dello Stato Repubblicano che possa imporre l’esposizione del crocifisso nelle scuole.

Tuttavia, questo pronunciamento è stato salutato dalla grancassa mass-mediatica come vittoria del crocifisso perseguitato. In prima linea le reti televisive, che nell’ossessione di voler ad ogni costo mostrare l’unitarietà dei consensi intorno e sotto la croce, sono andate a cercare anche il musulmano pronto a plaudire: “E’ giusto che il crocifisso rimanga nelle aule”, avrebbe detto Feras Jabareen, iman di Colle Val d’Elsa, dove presto sorgerà una moschea (do ut des?).

Ai liberi pensatori, agli ebrei, ai buddisti, agli atei, agli agnostici, ecc., nessuno ha sentito il bisogno di chiedere nulla, perché forse si sarebbero appellati al supremo principio della laicità dello Stato, che garantisce la libertà di coscienza, le scelte morali individuali, il rispetto dell’autodeterminazione di ogni singolo individuo, anche contro le dogmatiche appartenenze etnico-cultural-religiose, che al contrario lo vorrebbero rinchiuso nello schema di un modello - persona (maschera) già tutto precodificato.

Con buona pace di tanti mezzi di “informazione”, che forse troppo superficialmente si sono affrettati ad annunciare: il crocifisso resta a scuola, è doveroso sottolineare anche, che in questa stessa ordinanza (n° 389 del 15.12.2004), la Corte costituzionale non solo ha ricordato che non c’è alcun obbligo di legge all’esposizione del crocifisso, ma che neppure si possono invocare regolamenti e circolari di carattere amministrativo, quali i decreti fascisti del 1924 e del 1928, trattandosi sempre di “norme prive di forza di legge”. Pertanto, come recita la sentenza: “si appalesa dunque il frutto di un improprio trasferimento su disposizioni di rango legislativo di una questione di legittimità concernente le norme regolamentari richiamate: norme prive di forza di legge”.

Questo è quanto! La questione, tuttavia si trascinerà per molto, visto che non mancheranno le ben orchestrate delibere di “zelanti” Consigli d’Istituto ad imporre il simbolo della fede cattolica, con la conseguenza di nuovi ricorsi ai Tribunali amministrativi contro i nostalgici del ritorno allo stato confessionale.

Siamo chiamati a vigilare, dunque, tenendo ben presente che i T.A.R. no, nello specifico, n possono prescindere almeno da due fondamentali sentenze: la prima della Corte Costituzionale (n° 440 del 1995), dove si stabilisce che lo Stato italiano non può ergersi a tutore di una religione accordando una ingiustificata posizione di privilegio ai simboli venerati dalla religione cattolica; la seconda, quella della Corte di Cassazione (n° 439 del 1° marzo 2000), che ha già stabilito l’illegittimità del Crocefisso nei luoghi pubblici, rammentando anche che i decreti fascisti, che volevano “ il simbolo della nostra religione, sacro alla fede e al sentimento nazionale”, sono decaduti per effetto dell’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana.

Come ha ricordato poi, il giudice Mario Montanaro, con l’ordinanza emessa dal tribunale dell’Aquila il 23 ottobre 2003, con cui si ordinava la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche di una scuola di Ofena: “Le giustificazioni addotte per ritenere non in contrasto con la libertà di religione l’esposizione del crocifisso nelle scuole (e negli uffici pubblici) così come ogni altra forma di confessionalismo statale, sono diventate ormai giuridicamente inconsistenti, storicamente e socialmente anacronistiche, addirittura contrapposte alla trasformazione culturale dell’Italia e, soprattutto, ai principi costituzionali che impongono il rispetto per le convinzioni degli altri e la neutralità delle strutture pubbliche di fronte ai contenuti ideologici”.

Insomma, la scuola ha l’alto compito di educare alla libertà e alla civile convivenza democratica. Ha il compito cioè di educare alla laicità, che non significa passiva acquiescenza e pochezza d’idee, ma capacità di giudizio e autonomia d’azione, libertà da dogmi e padroni, tanto più potenti quanto più vorrebbero essere unici ed eterni.

Perché tutto questo si possa compiutamente realizzare, va contrastato con forza ogni rigurgito di “amorevole” dogmatismo, dove l’imposizione di presepi e crocifissi in nome di un senso di appartenenza al comune sentire, è sempre la risultanza del pregiudizio ideologico di chi si ostina in Italia a vedere nella religione cattolica la religione di stato.

 

Maria Mantello