Un libro, qui sulle pagine di Interferenze Blu? Un romanzo, addirittura, che però ha tutti i diritti di comparirvi: Presto con Fuoco, opera seconda - in narrativa - del celebre critico letterario Roberto Cotroneo, è infatti un libro che trasuda musica dalla prima all'ultima nota, pardon pagina. A partire dall'ossatura della trama - storia di un pianista d'eccezione al tramonto della sua esistenza che rievoca il ritrovamento, per caso o per destino, di un autografo inedito della Quarta Ballata di F. Chopin - precisamente focalizzata su una cultura, quella della musica colta, che ai romanzieri correnti sarebbe tornata utile solo per sottolineare la mondanità di quell'ambiente e per qualche convenzionale nota sulla sensualità della musica, probabilmente in un "feuilleton" di stampo ottocentesco. In Presto con Fuoco non c'è nulla di polveroso e drappeggiante, ci sono invece riflessioni modernissime ed anche un poco sorprendenti su tutta la cultura musicale come difficilmente si riesce a leggere in una volta sola: il pianista infatti si sente stanco ed invecchiato, è portato quindi a trarre bilanci che da personali diventano rapidamente universali. E tutt'altro che trionfali: <<La musica colta, che altri chiamano ridicolmente "classica", è oggi un museo dell'interpretazione, monumento di regole e canoni, fredde rigidità che ti obbligano a suonare quelle note in quel modo>> (PcF.16), parole che sembrano tratte da un saggio di musicologia trasgressiva, e invece sono il primo passo della destrutturazione di un Mito dal suo interno: l'intoccabilità della musica colta.
È proprio l'interpretazione il primo concetto a essere smitizzato nientemeno che da "uno del mestiere": a essere messo in dubbio è il suo potere creativo, il suo essere capace di aggiungere un supplemento semantico alla composizione eseguita, fino a dar lustro all'esecutore piuttosto che al compositore. Il pianista riconosce sulla sua pelle, dopo anni di confronto quasi "oracolare" col suo diletto Chopin, di non aver potuto far altro che essere "soltanto" l'esecutore dei suoi spartiti, addirittura di <<non essere altro che un sofisticato artigiano, una macchina musicale pensante>> (PcF p.166), gelidamente spersonalizzata. È una crisi che forse noi contemporanei, abituati alla riproducibilità tecnica delle arti e alla coincidenza tra "compositore" ed "esecutore", fatichiamo un poco a comprendere, ma è sicuramente il segnale di una volontà, mai veramente espressa da musicista o interprete, di portar fuori dal Museo la musica colta.
Più riconoscibili, ma sempre sorprendenti, sono le ragioni di alcuni dubbi mossi alla cultura musicale stessa, alla sua aristocrazia e alla sua pretesa di congiungersi con l'Assoluto: attributi che hanno condotto se stessa e i suoi rappresentanti all'isolamento e alla cecità esistenziale. Nel bellissimo passo in cui rievoca la sua partecipazione alla Resistenza, il pianista ricorda senza compiacimenti come avesse avvertito la diversità rispetto ai suoi compagni di ventura non per divergenze politiche o differenze di rango sociale, ma perché <<estranea, difficile>>, incapace di comunicare era parsa loro la musica da lui suonata in una sera di festa, e inquietante, non terrestre, il genio che si era loro palesato. Quella musica non dice niente agli altri, mentre il pianista stesso non ha orecchio e cuore che per quella musica: gli orizzonti non combaciano e l'aristocrazia sonora si muta così in un esilio per nulla dorato dalla comune esistenza. Ma forse rischiamo di dimenticare che ci troviamo in un romanzo, perché in realtà queste tesi non sono fini a se stesse, non provengono da una volontà teoretico-nichilista che il protagonista non possiede; fanno invece parte degli esiti di una scoperta affascinante che il protagonista fa grazie a quel manoscritto inedito di Chopin citato in apertura - che comunque racchiude tesori storici importantissimi - : la scoperta di una <<calligrafia delle passioni>>.
Tutto il tessuto narrativo di Presto con Fuoco, costruito come un lungo e tortuoso flashback, è tanto la sostanza quanto la storia di una scoperta, di una lenta e faticosa decifrazione: c'è il racconto degli ultimi anni della vita privata di Chopin, con l'aggravarsi del suo stato di salute, il cinismo della sua compagna George Sand, il tenero affetto per la giovane amica Solange Dudevant, dedicataria dell'Autografo; la storia filologica dell'avventuroso viaggio di quel manoscritto, e dei personaggi che lo maneggiarono; gli incontri del pianista con l'amico James, studioso e collezionista di pianole, cultore della "meccanicità" dell'esecuzione e perciò catalizzatore della crisi del protagonista. Tutto ciò si materializza in tutta la sua intensità quando il pianista apre quelle pagine inedite: dentro egli non vede più una sequenza di note da eseguire, variante filologica di una composizione che già in parte conosceva, ma legge tutta la storia passata, la sua debolezza di esecutore, soprattutto la personalità di Chopin che traspare dal modo in cui i segni autografi sono stati apposti sullo spartito; e quando comincia a suonarlo, quello spartito, riproduce quel sentimento che Chopin ebbe per Solange e che trasfuse immediatamente alla sua scrittura : ecco dove si rivela la calligrafia delle emozioni, e dove nello stesso tempo il pianista ha trovato una nuova via più vera e completa al concetto di "interpretazione".
Ma se musica e scrittura possono sovrapporsi, senza dubbio una calligrafia delle emozioni l'ha scoperta anche Cotroneo con il suo stile letterario inclassificabile, magico, lieve e drammatico allo stesso tempo, ... come dire: Chopiniano.

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