TEXAS, U.S.A. - Voci dal Braccio della Morte

          Ultimo aggiornamento: 25/01/2009
   

PENSATECI MEGLIO

(di: Roger McGowen, n° 889)

"Ci vuole più coraggio per un uomo ad andarsene da una lotta che non a parteciparvi". Queste erano le parole che mi disse mio padre dopo che ero stato mandato a casa da scuola per aver partecipato a una rissa. Poi ci furono molte altre volte, e molte altre volte sentii ancora quelle parole "è più grande l’uomo che evita la lotta di quello che ne inizia una". Ci sono voluti anni prima che capissi quello che stava cercando di dirmi.

Recentemente qui nel braccio c’è stato un incremento di violenza fra uomini che, a causa della loro situazione unica, necessiterebbero di maggiore comprensione rispetto agli altri casi. Solo chi sta qui dentro può capire la portata del fattore stress, le ore interminabili di tormento mentale, e i limiti chiusi e opprimenti ai quali siamo soggetti tutti i giorni; tutto questo crea un’atmosfera di tensione e depressione che ultimamente è sfociata in agitazione e rabbia, che sono le basi per scontri violenti.

Ma vogliamo fermarci un attimo a pensare con chi stiamo realmente combattendo? E’ la persona in bianco (divisa della prigione, n.d.t.) contro cui esplodono le nostre rabbie e frustrazioni o sono gli ufficiali della prigione a tenerci nelle condizioni che ci portano allo stress e all’agitazione? Stiamo prendendo di mira il sistema, o cacciando i nostri compagni prigionieri sulla linea del fuoco?

Dobbiamo fermare la violenza che perpetriamo uno contro l’altro e capire chi ha commesso il male per cui vorremmo vendicarci? Per quanto tempo potremo possiamo ancora ignorare il torto che ci è stato fatto in nome della giustizia? Per quanto tempo continueremo a trattare i nostri compagni prigionieri nel modo in cui i nostri oppressori si aspettano? Soddisfando le aspettative dei nostri oppressori, diamo loro il potere di aggravare ulteriormente le condizioni di oppressione che ci portano a combatterci tra di noi.

Ora che conosciamo alcuni aspetti della malattia - non tutti, solo alcuni - bisogna anche trovare un rimedio. L’unico modo che abbiamo per trovare un rimedio è scendere nel profondo dei nostri cuori. Senza guardare la religione, l’etnia, le preferenze sessuali scelte da ciascuno, dobbiamo mettere da parte il nostro orgoglio per cercare di rispettarci. Dobbiamo dimenticare divisioni razziali, complessi, divisioni di classe, perché nessuna di queste differenze può aiutarci a superare i problemi che abbiamo di fronte. Se siamo uomini, comportiamoci come tali. Non intendo accusare o insultare nessuno, ma troppo spesso ci insultiamo su cose che, come uomini, dovremmo superare, farci un sorriso sopra e andare avanti. Come uomini dovremmo cercare di comprenderci a vicenda, e tentare con tutte le forze di comunicare. Non bisogna essere dei geni per capire che senza gli altri noi siamo persi nella sofferenza che ci creiamo, e nell’inarrestabile violenza che ci sfibra mentalmente, moralmente e fisicamente, finchè non si è divorata l’intero nostro essere. Quanti altri di noi devono essere uccisi o feriti da altri compagni prima che possiamo unirci tutti insieme contro il nostro reale nemico, i nostri oppressori, e fargli capire che non faremo più da agnelli sacrificali per i politici che promettono vendette come Dio, e usano le nostre vite per salvarsi le poltrone?

Dobbiamo unirci ora, non domani! Dobbiamo fermare la violenza ora! Se non per noi almeno per i nostri figli, perché i loro figli non siano ... in una convulsa, incomprensibile società che non conosce il perdono e dove guadagno è l’unica parola che abbia un significato. Ricordate che siamo legati dalle stesse corde di sofferenza, così i nostri cuori devono battere all’unisono se vogliamo sopravvivere nella giungla in cui ci hanno gettati. Finchè non diventeremo una mente, un cuore e un’anima sola continueremo a commettere un’ingiustizia contro noi stessi. Dobbiamo fermare la vittimizzazione di noi stessi. Un fratello qui che rispetto profondamente mi ha detto "So che se tu ami te stesso oggi posso avere fiducia nel domani, perché so che un po’ di quell’amore sicuramente arriverà a me". Quindi iniziamo ad amarci e smettiamo di odiare gli altri prigionieri. Facendo questo so che un po’ del vostro amore arriverà anche a me.

Mi ci sono voluti anni per capire cosa intendeva dire il mio vecchio ""Ci vuole più coraggio per un uomo ad andarsene da una lotta che non a parteciparvi". Ora ho capito cosa voleva dire. Ora ho capito che ci vuole coraggio per essere un uomo, e un uomo deve avere il coraggio di andarsene. Combattete il sistema intellettualmente, non combattetevi fra voi fisicamente!

(tratto da "The Texas Death Row Journal n. 6", novembre/dicembre 1995)


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