Newsletter 5/2008
a cura di claudio canal
un modesto notiziario per un paese incerto fin dal nome:
BIRMANIA in italiano, BURMA in inglese, MYANMAR il nome ufficiale in birmano.
BURMA è la resa fonetica data dalle autorità coloniali della pronuncia di phamma con cui la maggioranza della popolazione chiamava il paese. Il termine MYANMAR, adottato ufficialmente dal giugno 1989, è il nome usato nelle Cronaca del Palazzo di vetro, un libro di storia commissionato dal re birmano nel 1829.
La giunta militare che governa il paese lha imposto come gesto anticoloniale.
Myanmar/Birmania sta tornando dove è sempre stata: nelle retrovie dellinformazione.
Dobbiamo aspettarci una ripresa del movimento che ha visto i monaci in prima fila?
a Nel monastero di Pakokkhu - città di oltre 100.00 abitanti, nella regione centrale, sullIrrawaddy - da cui già erano partite molte delle manifestazioni di settembre/ottobre, sono comparsi a metà dicembre manifesti che invitano i monaci a scendere di nuovo in piazza il prossimo 4 gennaio, 60° anniversario dellindipendenza della Birmania dal Regno Unito.
a Un rappresentante del movimento Studenti della Generazione 88 [vedi Newsletter n. 1], Htun Myint Aung, ha dichiarato dalla sua residenza clandestina di Yangon che, nonostante gli arresti continuino, noi non torneremo indietro, qualsiasi cosa succeda. Il governo deve capire che non si può risolvere il conflitto solo con gli arresti e le torture. Una riconciliazione nazionale si può realizzare solo attraverso il dialogo
a La giunta militare si era impegnata addirittura con un ministro a ciò designato - ad incontrare la leader dellopposizione Aung San Suu Kyi ogni lunedì, ma è dal 19 novembre che limpegno non viene più onorato. Suu Kyi ha tentato di tenere in piedi un canale di comunicazione, ma fino a questo momento è stata del tutto ignorata.
I segnali che la giunta manda alla comunità internazionale sono frustranti e ambigui. La sua intenzione è quella di saggiare la consistenza delle prese di posizione dei vari paesi e, nello stesso tempo, di rafforzare i falchi al proprio interno.
a Quando lAsean [Associazione delle Nazioni dell'Asia Sud-Orientale, organizzazione politico-militare costituita nel 1967, di cui fanno parte 10 Stati della regione, Myanmar compresa] non ha concesso a Ibrahim Gambari, inviato speciale delle Nazioni Unite per la Birmania, di tenere il resoconto sui suoi rapporti con la giunta durante il summit di novembre, la linea dura del governo birmano ha cantato vittoria.
a
La Giunta afferma che la strada verso la democrazia loro già lhanno intrapresa: una roadmap in sette punti, proposta dopo il tentativo del 2003 di far letteralmente fuori Aung San Suu Kyi. Sarà un caso, ma lespressione roadmap è la stessa usata dai dirigenti israeliani e lintento sembra il medesimo: prendere tempo, mantenere lo status quo, magari anche peggiorarlo, dando però lidea che qualcosa si stia facendo[una attenta analisi (2004) della roadmap birmana si trova in www.ibiblio.org/obl/docs/how10.htm a cura di David Arnott]
a
a Yangon e Pakokku le forze di polizia intensificano il loro addestramento anti sommossa. Non è un caso che nella (ex) capitale gli addestramenti avvengano in un campo sportivo nei pressi dellUniversità orientale Thihadipa.
Intanto continuano nel paese gli arruolamenti forzati Per esempio, la divisione 66 di fanteria leggera di stanza nella regione rurale di Zigone richiede ai villaggi di arruolare almeno un giovane per zona. Le famiglie che rifiutano dovranno pagare dai 2000 ai 3000 Kyat [1000 Kyat pronuncia Ciàt- equivalgono a 108,8 euro, una cifra impossibile per famiglie contadine]
v. Mizzima News, importante agenzia di informazioni sulla Birmania: www.mizzima.com
Limpiego di minorenni come soldati è una piaga che caratterizza non solo lesercito birmano, ma anche le formazioni antigovernative presenti sul territorio birmano, che da decenni conducono una guerra di guerriglia contro il potere centrale.
Human Rights Watch ha pubblicato un corposo dossier sul tema: Sold to Be Soldiers, The Recruitment and Use of Child Soldiers in Burma, 2007, scaricabile da: http://hrw.org/reports/2007/burma1007/
Interessante filmato su YouTube: www.youtube.com/watch?v=wq2tECprZSA
a La recente asta di preziosi tenutasi in novembre a Yangon ha avuto un notevole successo, 1500 acquirenti da venti nazioni diverse, anche se importanti gioiellieri internazionali, come Bulgari, non vi hanno partecipato.


I rubini birmani sono molto pregiati, come pure la giada. La maggior parte della produzione è gestita dallimpresa statale Myanmar Gem Enterprise e i maggiori importatori dei primi sono gli Stati Uniti, lEuropa e il Giappone, della seconda la Cina. E molto consistente il contrabbando e la successiva lavorazione, soprattutto in Thailandia.
Le miniere si trovano nellarea di Mogok, città di 150.000 abitanti a nord di Mandalay, famosa fin dallantichità per le gemme.

Le pessime condizioni di lavoro e limpiego dei minorenni sono note a tutti.

Una recente e documentata ricognizione dellimposizione del lavoro forzato da parte delle forze armate birmane [Tatmadaw] si trova in Report to the International Labour Conference, Geneva, june, 2007 leggibile in: ww.ftub.org/files/Reports/2007%20forced%20labour%20in%20Burma.pdf
Unaltra delle ricchezze della Birmania è il legno pregiato, teak in particolare, venduto soprattutto in Cina, anche attraverso il contrabbando lungo i 2000 km di frontiera comune.

La deforestazione, i guadagni della giunta, il lavoro forzato ecc. sono purtroppo allordine del giorno. Può essere interessante confrontare la documentazione ufficiale prodotta dal sito governativo: www.myanmatimber.com.mm/ e le analisi di Greenpeace che fornisce anche lelenco e i riferimenti delle aziende italiane che importano e utilizzano il teak: www.greenpeace.it/parquet/index.php?e=VGVhaw e www.greenpeace.it/guidalegno/scheda_legno.php?CodiceLegno=26 [in italiano]
Unanalisi approfondita sulla deforestazione e sul ruolo della Cina in: A CHOICE FOR CHINA, Ending the destruction of Burmas northern frontier forests, A Briefing Document by Global Witness. October 2005, leggibile in: www.globalwitness.org/media_library_detail.php/492/en/a_choice_for_china_ending_the_destruction_of_burma
Sul lavoro forzato nel settore vedi: Burma (Myanmar): Forced Labor in the World's Last Teak Forest, di Bruce E. Johansen, 2004, leggibile in www.ratical.org/ratville/IPEIE/index.html
a Yangon è una città che - anche dal punto di vista religioso - presenta una molteplicità di realtà. In unarea ridotta del centro si possono trovare, oltre alle pagode buddiste, moschee musulmane, una chiesa battista, la cattedrale cattolica, quella anglicana, una sala di preghiera dellEsercito della Salvezza, un tempio sikh, uno parsi, uno bahai, un tempio alla dea Kali, una sinagoga.
Questultima, la Musmeah Yeshua SynagogueI, 85 26th street, è tenuta in ottime condizioni dalla micro comunità ebraica della città, la cui installazione in Birmania risale alla metà del 1800. Durante la seconda guerra mondiale con loccupazione giapponese molti ebrei birmani fuggirono perché gli occupanti li consideravano alleati del nemico inglese.
Nella sinagoga compare oggi anche un appello da sottoscrivere affinché le autorità non radano al suolo il piccolo cimitero ebraico che si trova nella 91st Street.
Per contatti rivolgersi al gentilissimo gestore Moses Samules [samuels@mptmail.net.com].



Tempio dea Kali
Yangon
a LUnione Europea ha incaricato come rappresentante presso Myanmar Piero Fassino che si è recato più volte in Cina tentando di convincere la dirigenza cinese a fare pressioni sulla giunta. Riporto qui un interessante articolo dellIHT che affronta, in un contesto più ampio, anche il tema dellatteggiamento della Cina verso la giunta birmana.
Problema su cui vorrei tornare in modo più approfondito nella prossima newsletter.
Temo che non sia di competenza di Fassino, tuttavia qualcuno di riguardo dovrebbe dare uno sguardo al sito dellAmbasciata dItalia a Yangon e renderlo meno inutile:
www.ambyangon.esteri.it/ambasciata_yangon
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Beijing's dictatorship diplomacy
Thursday, December 20, 2007
China is often accused of supporting a string of despots, nuclear proliferators and genocidal regimes, shielding them from international pressure and thus reversing progress on human rights and humanitarian principles. But over the last two years, Beijing has been quietly overhauling its policies toward pariah states.
It strongly denounced North Korea's nuclear test in October 2006 and took the lead, with the United States, in drafting a sweeping UN sanctions resolution against Pyongyang. Over the past year, it has voted to impose and then tighten sanctions on Iran and, before the publication of the latest U.S. National Intelligence Estimate, had provisionally agreed to support another UN resolution. It pushed the Sudanese government into accepting the deployment of a UN/African Union force in Darfur. And it condemned a brutal government crackdown in Burma.
The shift has been driven in part by China's changing calculation of its economic and political interests. With its increased investments in pariah countries over the past decade, China has had to devise a more sophisticated approach to protecting its assets and its citizens abroad. It no longer sees providing uncritical and unconditional support to unpopular, and in some cases fragile, regimes as the most effective strategy.
But an even more important motivator has been the West's heightened expectations for China's global role. Faced with the 17th Party Congress last October, the Beijing Olympics in 2008 and presidential elections in Taiwan also later this year, Chinese officials would have preferred to think about avoiding trouble at home rather than about developing a new foreign policy. But the nuclear crises in North Korea and Iran and international outcry over developments in Darfur and Burma have forced their hand. China's fears of a backlash and the potential damage to its strategic and economic relationships with the United States and Europe have prompted Beijing to put great effort into demonstrating that it is a responsible power.
Burma, for example, is a strategically important client. Nonetheless, Beijing's patience with the Burmese junta has been wearing thin recently. For several years, Beijing encouraged it to undertake economic and political reforms in order to help the regime consolidate its rule, ensure stability and regain international acceptability. It supported former Prime Minister Khin Nyunt, whom it considered a Deng-style reformist - only to see him ousted in 2004.
As the Burmese regime hardened further, China's confidence in its willingness to reform faded. Its support was put to the test by a UN Security Council resolution condemning the regime, which China vetoed along with Russia. But after the veto, Beijing let the junta know that its protection depended on a greater willingness to move forward with political reforms. China also deepened its ties with Burmese democratic and ethnic opposition groups.
When massive protests broke out in Burma this fall, Beijing supported a Security Council statement strongly deploring the junta's use of violence, acquiesced to the passing of a condemnatory resolution in the UN Human Rights Council, and pushed the Burmese government to receive the UN special envoy Ibrahim Gambari and grant him access to senior generals and the opposition leader Aung San Suu Kyi.
However, throughout the demonstrations, while the Chinese government urged restraint on the junta, Beijing stressed that its first priority was to prevent another "color revolution." Despite China's concerns about its international reputation, Beijing neither wants nor really can ask the Burmese regime to "commit suicide," in the words of one Chinese analyst. China fears the establishment of a democratic government with a pro-American tilt.
As the Burma example suggests, there are inherent limits to the shifts in Beijing's approach to pariah states. For one thing, China's diplomacy reflects not a fundamental change in its values but a new perception of its interests. Its main motivations remain energy security and economic growth. Beijing is not subordinating its economic aims to other goals; it is simply devising more sophisticated means to secure them.
Another important limit is set by the military and commercial sectors, which see to it that whatever the changes in China's diplomatic stance, there is no commensurate effort to rein in arms sales or economic ties. Even when China presses pariah states toward (limited) political and economic reform, it holds up its own experience to show that reform and economic opening need not lead to democracy. And respect for state sovereignty remains the bedrock of many of China's key alliances.
The challenge for the United States will be to make the most of China's shifting sense of its interests while realizing that China's broader policies toward authoritarian regimes do not align with their own. Beijing is not likely to become a consistent partner of the West in dealing with dictatorships, but it is becoming an increasingly important part of the solution in many problematic cases.
Stephanie Kleine-Ahlbrandt was an international affairs fellow at the Council on Foreign Relations in 2006-2007. Andrew Small is a program associate at the German Marshall Fund of the United States. A longer version of this article appears in the January/February issue of Foreign Affairs.
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