Newsletter 1/2007
a cura di claudio canal
un modesto notiziario
per un paese incerto fin dal nome:
BIRMANIA in italiano, BURMA in inglese,
MYANMAR il nome ufficiale in birmano.
BURMA è la resa fonetica data dalle autorità
coloniali della pronuncia di phamma con cui la maggioranza della
popolazione chiamava il paese. Il termine MYANMAR, adottato ufficialmente dal
giugno 1989, è il nome usato nelle Cronaca del Palazzo di vetro, un libro
di storia commissionato dal re birmano nel 1829.
La giunta militare che governa il paese l’ha
imposto come gesto anticoloniale.

Un elogio e una critica: la casa editrice Sperling& Kupfer ha pubblicato
di Aung San Suu Kyi [pronuncia Cii] “Lettere dalla mia Birmania”,
una interessante raccolta di lettere, per l’appunto, della maggiore oppositrice
alla giunta militare birmana, oltre che premio Nobel per la pace [1991]. La
medesima casa editrice di Aung Kyi aveva già pubblicato nel 1996 “Liberi
dalla paura”. Un atto di coraggio, dunque, di cui siamo riconoscenti.
Peccato che il libro non aggiorni l’introduzione della curatrice Fergal Keane,
del 1997. Dieci anni non sono pochi, anche per una società come quella birmana
inchiodata da un governo militare.
Un’occasione perduta per raccontare le trasformazioni in atto.
Tin Moe
E’ morto il 23 gennaio di quest’anno Tin Moe (*), uno dei più
significativi poeti birmani. Era nato nel 1933, viveva in esilio a Los Angeles.
Era stato incarcerato nel 1991 nella terribile prigione Insein (*), un
sobborgo di Yangon [Rangoon], la capitale, per le sue poesie a sostegno della
democrazia. Cinque anni di detenzione e messa all’indice di tutte le sue opere.
A 71 anni se ne va dal suo paese.
Il sigaro s’è consumato
Il sole è scuro
Qualcuno mi porterà a casa?
(*) per vedere e sentire
Tin Moe che legge sue poesie vai a: www.princeclausfund.org/en/what_we_do/awards/PoemsTinMoe.shtml
(**) per conoscere a fondo
la condizione dei detenuti v. Htun Aung Gyaw, Burma's Insein Prison:
punishment and oppression in Crime, Law & Social C’ange, 2/1991;
v. anche il libro di Gustaaf Houtman, Mental Culture in Burmese Crisis
Politics - Aung San Suu Kyi and
the National League for Democracy, scaricabile da
http://homepages.tesco.net/~ghoutman/index.htm
Regime orwelliano? La giunta militare, ovvero il Consiglio di Stato per la
Pace e lo Sviluppo, presieduto dal settancinquenne generale Than Shwe (*),
ha deciso nel 2005 di spostare la capitale da Yangon a Naypyidaw, 350
chilometri a nord della “vecchia” capitale. Ragioni strategiche??? Ragioni
astrologiche??? Paranoia militare???
Tutte e tre. Ora la nuova capitale pare abbia 100.000 abitanti, contro i 5
milioni di Yangon. Ma è già possibile assistere a parate militari, come quella
per la festa dell’Indipendenza del 4 gennaio 2007

(*)
Than Shwe in una rara e suggestiva immagine AP:

La situazione politica non è del tutto immobile.
Dal mese di ottobre 2006, fino alle prime settimane di novembre, nella capitale
Yangon [ex Rangoon], in altre città importanti come Mandalay, in regioni
periferiche come l’Arakan a prevalenza musulmana, gruppi di persone che
indossavano una camicia bianca si sono trovate nei luoghi di culto,
principalmente ma non esclusivamente pagode buddiste, per accendere candele e
pregare.
L’iniziativa è partita da “Generazione studenti dell’88” un movimento
che nella sua dicitura si rifà al grande ciclo di lotte per la democrazia
avviate nell’agosto del 1988 in Myanmar. Culminate nelle elezioni del 1990,
vinte strepitosamente [80% dei voti] dall’opposizione, in particolare dalla Lega
Nazionale per la democrazia [LND] guidata da Aung Kyi, ma disconosciute dalla
giunta.
Gli studenti dell’88 nel frattempo sono cresciuti, i leaders in carcere, dove
qualcuno è anche morto. Tuttavia molti di loro non hanno defezionato. Si sono
collegati con altri più giovani e hanno mantenuto in vita l’idea che ci si puo’
opporre, che si può dissentire, che si puo’ desiderare e pensare un diverso
contesto sociale e politico. Proprio per la sua “arretratezza” economica il
paese non è ancora devastato dalla religione del mercato e del consumo, lascia
spazi di desiderio non totalmente omologati alla globalizzazione mercantile.
La campagna “Espressione Bianca” è stata lanciata ad ottobre ed era un
invito a recarsi nei luoghi di culto con la camicia bianca, appunto, colore che
in Myanmar simboleggia sincerità, onestà, altruismo. Una mossa apparentemente
naif, ma tatticamente intelligente, dal momento che in tutto il paese scolari e
studenti indossano normalmente una camicia bianca. Un tam tam da bocca a bocca,
ha fatto circolare la notizia e alla Shwedagon Pagoda di Yangon, il centro
simbolico del buddismo birmano, erano più di duemila. Quasi altrettanto nella
chiesa cattolica, approfittando dell’ordinazione di alcuni sacerdoti e della
disponibilità dell’arcivescovo che ha benedetto questi e quelli e ha
esplicitamente incluso nel suo gesto i prigionieri politici. Idem in alcune
moschee delle regioni a prevalenza musulmana.

Gli “Studenti dell’88” hanno lavorato sui limiti di tolleranza del
regime, non sfidandolo apertamente, ma insinuando spazi e gesti di autonomia.
Pregare per cosa? La campagna “bianca” era convocata sulla base di un testo, di
cui si chiedeva esplicita sottoscrizione [la BBC sostiene che l’hanno firmato
almeno 570.000 persone], e che proponeva l’avvio di un processo di
riconciliazione nazionale con tre soggetti: la giunta, l’opposizione e i leaders
dei movimenti “etnici”. Myanmar è un paese dalla complessa e ricca composizione
linguistico-culturale, con forme di opposizione armata in alcune regioni “non
birmane” ovvero non riconducibili al gruppo linguistico prevalente. Ma l’appello
chiede anche la liberazione dei prigionieri politici, indicandone nome e
cognome, Suu Kyi compresa.
Il capo della polizia ha accusato gli studenti di essere “legati ai terroristi”.
Ovvio.
Durante la festa dell’acqua, Thingyan, a Yangon, primi di aprile 2007, si
sprecano i concerti rock, i DJ e la dance, oltre ai giochi d’acqua. Gli
attivisti della “Generazione Studenti dell’88” si sono radunati di nuovo
pubblicamente nei pressi del lago Inya, non lontano da dove sta agli arresti
domiciliari Aung Kyi, e hanno liberato uccellini dalle gabbie e rilasciato pesci
nel lago.
“Dobbiamo costruire la nostra vita politica ed economica. Devono essere
costruite intese tra ciascun cittadino, tra le diverse nazionalità, tra i
diversi partiti. Dobbiamo avere un negoziato. Quest’anno è un nuovo anno di
negoziazione”

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