C.U.B. SCUOLA

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LA FUNZIONE DOCENTE NELLA

SCUOLA DELL'AUTONOMIA

di Pietro Fazio, CUB SCUOLA Vicenza

"Le risorse umane assumono un'importanza strategica per il rinnovamento dei processi produttivi e per il mantenimento della competitività degli operatori che sappiano coniugare assieme creatività e flessibilità, abbandonando l'oramai obsoleto ruolo di produttori passivi eterodiretti. Le risorse umane e la qualità della loro formazione tornano al centro delle preoccupazioni delle aziende, che su di esse investono la propria capacità di resistere e competere con successo". Questa è una citazione tratta da un intervento del marzo 1987 di Giancarlo Lombardi, esperto della CONFINDUSTRIA per il Settore Scuola e fautore di un impegno globale della Confederazione degli industriali nei confronti del mondo della scuola. Non è un caso che qualche anno dopo lo stesso sarà chiamato a far parte del Governo in qualità di Ministro della Pubblica Istruzione.

Inizia così, alla fine degli anni Ottanta e promossa dalla Confindustria, quella politica scolastica che ha sempre avuto il suo punto di forza nell'idea di esportare il modello organizzativo delle imprese nella scuola. Schematicamente, si può riassumere il ragionamento partendo dalla constatazione che le uniche organizzazioni collettive che dimostrano efficienza sono le imprese. Quando un'impresa non è efficiente, esce dal mercato; è il meccanismo di selezione e competizione che garantisce la sopravvivenza e il successo delle aziende più efficienti e rispondenti alla domanda. Il risultato è il formarsi di organizzazioni sempre più sofisticate, in cui i soggetti non siano più passivi esecutori eterodiretti, ma "operatori che sappiano coniugare flessibilità e creatività", in grado cioè di individuare o prevenire gli errori e correggerli, di migliorare costantemente il processo produttivo, sentendosene responsabili. Lo sviluppo degli studi sui parametri di qualità e il grado di efficienza delle organizzazioni ha convinto non pochi che il modello dell'impresa possa essere esteso al sistema scolastico. Fin dagli inizi degli anni '90 la CONFINDUSTRIA e i vari Ministri della P. I., succedutisi nel tempo, hanno lavorato a questo grande progetto. In effetti, esistono dal 1991 un PROTOCOLLO D'INTESA tra Confindustria e Ministero della Pubblica Istruzione - rinnovato per una altro triennio nel 1994 - e un COMITATO PARITETICO che ha il compito di promuovere iniziative volte all'introduzione dei criteri di imprenditorialità sopra citati. In particolare, il Protocollo si propone di assicurare uno stabile raccordo tra mondo scolastico e della produzione attraverso consultazioni permanenti [art. 1], di favorire e sviluppare iniziative di collaborazione nelle aree dell'orientamento, innovazione dei curricoli, istruzione tecnico-professionale, post-diploma e post-qualifica, formazione del personale della scuola, tecnologie didattiche, modelli organizzativi della scuola [art. 2]. E ancora Giancarlo Lombardi, alla Giunta confederale nel marzo 1987, sostiene la tesi che la scelta della "qualità totale" come strategia e metodo di lavoro applicati nei processi industriali, visti, a suo modo di giudicare, i risultati positivi raggiunti, vada esportata anche nella scuola pubblica che, a detta degli industriali, sarebbe "scarsamente efficiente e fornirebbe una preparazione di basso livello, financo "anacronistica" per i tempi e, in ultima analisi, inadatta alle esigenze della società e del mondo produttivo".

Tutto il complesso dei provvedimenti messi in campo dai diversi governi in questi anni e quelli che si prospettano per il futuro tracciano un nuovo tipo di scuola che recepisce questa strategia e nel quale la funzione docente risulterà modificata del tutto. A tale proposito, è particolarmente significativo quanto già affermava nel 1994 Umberto Vairetti, responsabile del Gruppo Clas, in un convegno tenuto a Roma nell'Auditorium della Tecnica dell'EUR, promosso dalla Confindustria, dall'IRI e dal Gruppo CLAS:

"La "qualità totale" nella scuola deve restare un approccio che mette al centro della propria attenzione il percorso formativo dello studente (un ascolto attento dei bisogni e delle attese degli studenti e delle famiglie), il raggiungimento dei risultati formativi, l'utilizzo delle risorse, il controllo della coerenza tra obiettivi, strategie operative e risultati.

Soggetto dell'intervento formativo non è più il singolo docente, ma un team di docenti che si aggregano non più o unicamente per discipline, ma per assunzione di responsabilità su un problema specifico.

Essi analizzano il "processo di produzione del servizio" in funzione dei risultati da conseguire; identificano le disfunzioni e le loro cause; progettano soluzioni e ne controllano l'applicazione. Attraverso questo nuovo tipo di programmazione il gruppo dei docenti identifica operazioni e risultati, costruisce strumenti per la realizzazione e il controllo delle attività, reperisce risorse e definisce tempi di esecuzione".

Si comprende bene come, in questa prospettiva, il nuovo soggetto titolare della funzione docente non sia più il singolo insegnante, ma il team; è alla formazione di questi gruppi e alla loro struttura interna che si riferiranno le competenze e la funzione complessiva dell'insegnamento.

Tradizionalmente, la professionalità docente ha consentito, fino ad oggi, il massimo della libertà di scelta di percorsi, tematiche, metodologie, strumenti e tempi, compreso anche l'aggiornamento, la preparazione individuale e l'attività di ricerca. Il tutto all'interno di un quadro generale basato sulla scansione dell'anno scolastico e sulla certezza del diritto. Un rapporto di lavoro definito "misto", e cioè fatto di adempimenti obbligatori e sottoposti al controllo dell'amministrazione gestiti in modo libero da ciascun docente. Ciò viene vissuto dagli industriali come anacronistico e segno di una libertà castale e privata, in contrasto con la modernità.

Lo strumento della valutazione ha costituito finora l'altra gamba della funzione docente, quella più collegata al ruolo e al rispetto sociale della categoria. Lo Stato si è assunto il compito di certificare le abilità e i saperi acquisiti attraverso la scuola, dando ad essi un valore sociale, oltre che giuridico ed economico. Ai docenti lo stato e la società hanno affidato questo compito importantissimo: si tratta di una funzione delicatissima, che ha sempre prefigurato per l'insegnante una condizione di massima libertà e che non può essere sottoposta in alcun modo ad un controllo gerarchico. La collegialità nel giudizio, infatti, è praticata in condizioni di assoluta parità fra tutti gli insegnanti.

La trasformazione della scuola, così come pensata dai ministri Berlinguer e Bassanini, e come suggerito dalla Confindustria, vede come fulcro la trasformazione della funzione docente così come descritta. Essa viene modificata sia sul piano più propriamente professionale, che concerne la libertà di organizzare autonomamente una parte del proprio lavoro, sia su quello legato, invece, alla funzione della valutazione.

LA LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO SECONDO BERLINGUER

Attualmente, il titolare della libertà di insegnamento, considerata un bene meritevole di tutela, è il singolo insegnante. Non a caso il TAR del Lazio ha abrogato i commi 4 e 5 dell'art. 38 del CCNL '94/'97, laddove testualmente si afferma: "La funzione docente si fonda sull'autonomia culturale e professionale dei docenti, intesa nella sua dimensione individuale e collegiale". Questa dimensione collegiale è stata ritenuta illegittima in quanto la libertà di insegnamento si deve intendere come libertà esercitata individualmente e non collegialmente. Il giudice amministrativo ha quindi escluso che l'organo collegiale possa imporre l'adozione del P.E.I. Il Governo sta mettendo in atto un dispositivo di legge che consenta di riferire la libertà di insegnamento al gruppo, e non al singolo. Nell'ipotesi di accordo per il nuovo contratto presentata dall'ARAN ai sindacati nell'ottobre 1998, si legge testualmente: "Ridisegnare il profilo della funzione docente, incentivandone l'esercizio in una dimensione collegiale effettivamente partecipata, accentuando la centralità del Progetto di Istituto". Nella proposta, quindi riappare il P.E.I. come perno attorno al quale ruoterà la nuova funzione docente. A tale proposito, E. Mazzuchin Marin, esperta governativa per i problemi dell'orientamento presso la C.E., scrive: "L'insegnante non può più concepire la valutazione secondo la filosofia deterministica (dote naturale + impegno) che traduce anche una particolare visione della libertà di insegnamento, considerata come libertà privata e castale e non invece come una libertà professionale, funzionale ad un progetto educativo e quindi tale da essere sottoposta al confronto dialettico e collegiale". La riforma, allora, prefigura un quadro in cui il nuovo soggetto non sarà il singolo docente, ma il team degli insegnanti. All'interno del gruppo gli insegnanti rischieranno di non poter esercitare se non che forme limitatissime di autorganizzazione del loro lavoro. Assume qui importanza cruciale l'istituzione delle figure di sistema, poiché delineano il tipo di organizzazione dentro la quale si svolgerà la funzione docente. Gli insegnanti lavoreranno guidati da "coordinatori" (il nuovo nome delle figure di sistema) ai quali spetteranno le prerogative più importanti della professionalità. Per saperne di più, basta leggere il comma 7 dell'art. 38 del CCNL che recita testualmente: "Per adeguare il profilo professionale della funzione docente ai processi di affermazione dell'autonomia delle istituzioni scolastiche e di differenziazione dell'offerta formativa, le parti convengono sulla necessità di procedere ad una articolazione delle competenze e delle responsabilità all'interno di tale professione. Pertanto, la configurazione professionale del docente, ferma restando l'unicità della funzione, può essere articolata, al suo interno, in "figure di sistema" ovvero particolari profili di specializzazione, relativi agli aspetti scientifici, didattici, pedagogici, organizzativi, gestionali e di ricerca".

In particolare, le figure di sistema prepareranno il P.E.I. [ora: P.O.F., Piano dell'Offerta Formativa] e tutti i progetti della scuola e poi ne controlleranno l'attuazione, elaboreranno strumenti e criteri di valutazione che poi tutti dovranno adottare, stabiliranno standard produttivi e strumenti di misurazione per individuare i punti critici della struttura scolastica; infine, si occuperanno di organizzare tutte le attività non curriculari, compresa la formazione degli altri docenti. È previsto dalla normativa che circa il 15% potrà, sgomitando, accedere al ruolo di coordinatore; tutti gli altri dovranno svolgere il lavoro ad un livello meno qualificato. A questi insegnanti non verrà richiesta alcuna capacità progettuale o professionale, dovendo operare su un percorso didattico già tracciato, con criteri e strumenti di valutazione decisi da altri, all'interno di un P.E.I./P.O.F. prestabilito. dove sono già indicati gli obiettivi e le finalità, e dovendo anche dimostrare di raggiungere lo standard fissato (svolgimento del programma, verifiche, monitoraggi, compilazione di schede e resoconti scritti che dimostrino il raggiungimento degli obiettivi prefissati); tutto il lavoro svolto sarà costantemente controllato dalle figure di sistema che se ne assumeranno la responsabilità (non è un caso che il termine adoperato nel contratto sia proprio questo) di fronte al manager, e che avranno tutto il tempo per farlo perché esonerate dall'insegnamento. La "professionalità" dei singoli docenti consisterà nell'attuare pedissequamente il piano predisposto ma - questo sarebbe l'aspetto progettuale e creativo - facendosene a loro volta responsabili ad un grado più basso, mentre il team (titolare della funzione docente) controllerà l'efficacia produttiva sotto la guida e la responsabilità, ad un grado superiore, del coordinatore.

ABOLIZIONE DEL POTERE DI VALUTAZIONE DEGLI INSEGNANTI

Il potere di valutazione, invece, diventerà sempre più indiretto ed evanescente; si cercherà di affidarlo ad "oggettivi strumenti di rilevamento" che saranno poi elaborati tramite il computer. Molti di questi test - raccomanda il Ministero - potrebbero essere praticati direttamente dai ragazzi a se stessi - una sorta di self service - che così potranno monitorare la loro preparazione e autovalutarsi. Basta seguire uno dei tanti corsi di aggiornamento sulla valutazione e sulla metodologia delle verifiche per comprendere che questa è la tendenza dominante. L'insegnante viene qui indicato come un organizzatore che aiuta i ragazzi a compiere dei percorsi da loro stessi scelti, raccoglie dati e compila schede da portare al team. Si è parlato, inoltre, di contratto formativo, intendendo con ciò la possibilità degli alunni di stabilire i programmi e costruire il loro piano di studi. Si fa osservare che la presenza di spazi curriculari opzionali aumenterebbe l'incidenza dell'attività di orientamento. Nel frattempo è stata completamente mutuata la terminologia stessa della privatistica (non c'è mai un abisso tra le idee che si hanno e le parole che si usano): l'insegnamento diventa offerta formativa; le insufficienze nel profitto si definiscono debiti formativi; vengono in uso termini come crediti, produttività del sistema, ottimizzazione delle risorse, management e così via. La caratteristica peculiare del contratto formativo sta nel fatto che si prefigurerebbe un rapporto di diritto privato con l'alunno, basato sulla pariteticità. La privatistica ci insegna che gli effetti di ogni contratto si realizzano con il consenso delle parti, dei contraenti. L'applicazione delle regole privatistiche al rapporto docenti-discenti conferirebbe agli alunni la posizione di "parte" nella stipula di un contratto, sulla base del quale l'alunno si impegnerebbe a svolgere un percorso curriculare liberamente scelto nell'ambito dell'offerta formativa della scuola; l'insegnante avrebbe il compito di supporto e aiuto, limitandosi a orientare e a fornire strumenti. Tutto ciò modificherebbe radicalmente la funzione della valutazione che dovrebbe svolgersi in un clima dove semplici attività sportive, aree opzionali di apprendimento futili e superficiali, quando non tendenziose (ad esempio, l'educazione all'imprenditorialità), vengono valutate al pari di saperi disciplinari. Una valutazione che vedrebbe, inoltre, i saperi disciplinari curriculari ridotti a saperi minimi, dove minima al contempo sarebbe la qualità della scuola, e con essa la professionalità dei docenti. Questo disegno, sostenuto in primo luogo da Confindustria, mai ostacolato da CGIL-CISL-UIL, e che vede un atteggiamento subalterno del Governo, mira all'abolizione del valore legale del titolo di studio. In certi momenti viene il dubbio che sia veramente questo il modo pensato dal Ministro per risolvere i casi di dispersione. Quando si parla quindi di contratto formativo, si devono considerare gli effetti e il peso di ciò che si afferma. Attualmente, il rapporto tra docenti e alunni è ancora un rapporto di diritto pubblico: lo Stato, tramite il docente, esprime un potere di sovranità che consiste nell'esprimere un giudizio sull'esito scolastico e nel conferire titoli di studio con valore legale, cioè validi erga omnes. Il fondamento giuridico, in base al quale chi consegue un titolo di studio può far valere specifici diritti e trarne vantaggio economico, poggia sul principio generale della legalità nello stato di diritto. È a partire dalla codificazione napoleonica e dall'affermazione del principio della sovranità popolare che lo Stato si fa garante dei rapporti privati fra i cittadini e del rispetto della legge. A questo principio sicuramente si collega il compito dello Stato nella gestione dell'istruzione pubblica, principalmente perseguita come interesse generale all'elevazione del livello culturale dei cittadini, ma anche come interesse generale ad accertare competenze specifiche e professionali acquisite. Norme costituzionali perciò tutelano l'istruzione pubblica e il diritto all'istruzione dei cittadini che si definisce come diritto soggettivo pubblico. L'accertamento da parte dello Stato degli esiti scolastici risponde quindi ad un interesse generale, oltre che a quello particolare del cittadino; in questo interesse generale si fa rientrare anche la formazione del cittadino, che è cosa diversa dalla formazione del lavoratore. Ciò ha consentito in questi anni al sistema dell'istruzione di inserire nei curriculi obbligatori discipline che mirano specificamente alla formazione culturale dei cittadini. Si tratta di saperi gratuiti, che allargano l'orizzonte delle conoscenze e mirano a sviluppare capacità critiche e di consapevolezza.

L'abbattimento del valore legale del titolo di studio significherebbe la capitolazione dello stato di diritto, la rinuncia a gestire un sistema scolastico pubblico con finalità generali, giacché la validità di ogni curriculum di studi dovrebbe trovare legittimazione nel mercato. A riconoscere validità ai titoli di studio sarebbero, così, da un lato le grandi corporazioni delle professioni; dall'altro, le imprese. Da tempo gli industriali italiani desiderano avocare a se stessi la gestione della scuola. La Confindustria ha investito in ciò ingentissime risorse economiche; ha organizzato convegni, corsi di formazione per i presidi manager ed ha finanziato ricerche. Inoltre, pubblica periodicamente notiziari e commenti prodotti da specialisti del settore, influenzando con le proprie idee ampi settori del personale scolastico. Nel corso degli anni ha intensificato i rapporti con il Ministero ed è entrata a far parte di diversi organismi che si occupano di specifici settori dell'istruzione. La funzione docente, e massimamente lo strumento della valutazione, rischiano oggi di essere pesantemente condizionati dagli interessi privati ; in particolare, ciò che oggi la scuola rischia di più è la perdita della propria autonomia. L'idea, più teorica che praticabile, di creare un rapporto paritetico tra alunni e docenti - chiodo fisso di tutti i pedagogisti che non sono insegnanti - si è sposata in modo fertile con la proposta della privatizzazione del rapporto di lavoro nella scuola, perseguita tenacemente dai sindacati CGIL-CISL-UIL, anche se ostacolata dallo SNALS. Com'è noto, con una serie di provvedimenti di delegificazione, lo stato giuridico del personale in questione è stato quasi per intero recepito nel contratto di categoria (normativa secondaria).Quest'ultimo assume efficacia con il consenso delle parti e non è più necessario che il Governo emani un decreto che ne dia attuazione. Il trasbordo del personale della scuola dal pubblico impiego al settore privato è già quasi completamente compiuto. Dietro il paravento di una più agile gestione della scuola (fuori dalle pastoie della "burocrazia"!) e dei contenziosi sul lavoro (adesso ci si potrà avvalere della magistratura ordinaria), i sindacati confederali con la privatizzazione hanno conseguito l'obiettivo di spianare la strada alla riforma scolastica dell'autonomia. Si sono creati così i presupposti perché la scuola venga gestita con criteri aziendalistici. [febbr. '99]

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