LE STIMMATE DI PHILIP K. DICK
di Sergio Astrologo
Non è certo il sonno della ragione a generare mostri. C'è una ragione viva, orribilmente insonne che dà forma di incubo al reale.
É una ragione mostruosa che, per umana disgrazia, si rivela infallibilmente profetica.
Ad alcuni autori, irregolari per l'esistenza che hanno condotto e soprattutto per il fraintendimento di cui è stata oggetto la loro opera, è stato dato di scorgere nella sua totalità il volto feroce della Ragione, di vedere il mondo obliquamente, cogliendone per intero il lato oscuro, inammissibile.
La cultura ufficiale li esorcizza, li rende marginali, confinando la loro opera a fiaba eccentrica, a specchio di un'indole criminale, ad allucinazione. De Sade è costretto a "giocare" nel manicomio di Charenton, il reverendo Dodgson darà corso ai suoi giochi nel reclusorio che era diventato per lui il Christ College di Oxford.
Per Philip Kindred Dick non esiste il gioco. Nasce e sbatte immediatamente contro l'incubo della fame e della morte. Dorothy, sua madre, ignorava che il suo latte non sarebbe bastato a mantenere in vita due gemelli. Jean muore poco dopo la nascita, la tomba di Philip è pronta da allora, e attende soltanto che venga inciso il suo nome ... Dick. Come un colpo secco, secco come un imperativo latino: dic, duc, fac, fer, recita un riflesso condizionato. Dic vuol dire parla, ma anche narra, racconta. Il nome è la rivelazione del suo destino: è un imperativo a narrare, a parlare, a raccontare; una necessità, un obbligo vero e proprio. Ma da dove nasce quest'obbligo?
"Non so fino a che punto approfondire la questione", ci dice Philip "il metodo intuitivo - gestaltico direi - in base al quale io opero ha la tendenza a farmi vedere in modo istantaneo la cosa nella sua interezza. Mozart funzionava così". Io lo abbraccerei uno che dice cose del genere in questo modo!
Qual è la questione di cui Dick parla in questa lettera scritta a Eleanor Dinoff nel 1960? Una questione da nulla: si riferisce soltanto alla genesi della sua creatività ... "Non so fino a che punto approfondire...", esordisce; ma subito dopo ci dice tutto e cioè che lui possiede il dono (gestaltico?) di vedere in modo istantaneo la cosa nella sua interezza. Sarebbe troppo lungo l'elenco dei filosofi e dei mistici, ma anche dei santi, che farebbero salti di gioia di fronte ad un'affermazione del genere, per giunta buttata lì con tanta noncuranza. Santità. Santità e genio avrebbero quindi aspetti comuni? Sembrerebbe proprio di sì, dal momento che Dick, con l'improntitudine e l'innocenza che hanno soltanto le affermazioni in odore di verità, ci rivela di "funzionare" proprio come Mozart. Quindi il genio, secondo Dick, sarebbe la capacità di vedere la cosa in sè, nella sua totalità: un'acquisizione che riserva la conoscenza degli universali a pochi, a Dick e a Mozart in primis. Roba da chiamare la Croce Rossa, direbbero alcuni. Ma chi chiamerebbe la CRI? Senza dubbio certi critici, certi scrittori, coloro che pensano che scrivere un libro sia soltanto un mero esercizio di sega e pialla, tocca e ritocca, taglia e cuci, più o meno computerizzato. Persino Dick sarebbe d'accordo con la definizione che "l'arte dello scrivere è anche attività artigianale." Dopo la visione santi, navigatori, artisti potrebbero essere parte di uno stesso sogno? Dick probabilmente direbbe di sì.
Per arrivare al centro della questione, però, cominciamo a chiarire alcuni equivoci. Dick è uno scrittore? E se lo è, è un grande scrittore? Secondo i canoni di certa critica letteraria nostrana, no. Primo perchè è americano, secondo perchè è uno scrittore di genere, terzo perchè nelle sue opere, in specie quelle che lui stesso definiva sperimentali, manca proprio lo sperimentalismo.
Riguardo al primo punto occorre fare una premessa. Una visione eurocentrica della storia ha comportato fino agli inizi di questo secolo un atteggiamento di noncurante distacco rispetto a ciò che avveniva in terre e continenti lontani dall'Europa. Scoperte scientifiche, fenomeni culturali, produzioni artistiche restavano confinate, per un difetto di trasmissione culturale e per pregiudizio, negli ambiti e nelle società che li avevano prodotti. Da ciò un complesso di superiorità nei confronti delle società extra-europee e l'illusione che fosse realmente importante solo quel che avveniva nel vecchio continente. Il XX secolo ha messo in crisi non soltanto la pretesa di un ipotetico primato europeo sul resto del mondo, ma anche i fondamenti di una concezione della storia in termini eurocentrici. Questa diventa ogni giorno di più una pretesa anacronistica smentita quotidianamente dalla realtà. Le voci europee del mandarinato politico e culturale reagiscono a un tale dato di fatto con un atteggiamento teso a mantenere intatta un'identità e un patrimonio finora mai messi in discussione. Si invocano assurdi provvedimenti di autarchica tutela del patrimonio e dell'identità culturale europea e si lanciano, segnatamente in Francia, slogan che inveiscono contro i neo-barbari e il loro imperialismo culturale. La gente, però, va a vedere sempre più film americani, legge sempre più libri americani e ascolta sempre più musica americana. Invece di riflettere con umiltà sulle ragioni di fondo di tali scelte, invece di confrontarsi utilmente con una cultura che si fa di giorno in giorno più egemone, ci si balocca con disquisizioni astratte che presuppongono primati e supremazie persi ormai da decenni.
Per mantenerci in ambito letterario, ci si dimentica, ad esempio, che di Hawthorne e di Melville si comincia a parlare in Europa nel primo ventennio del secolo (in Italia sarà poi Pavese a tradurre per primo Melville). Di Steinbeck, Caldwell, Cronin e, per certi versi, degli stessi Hemingway e Scott Fitzgerald si ragionava in termini extracontestuali, quasi fossero propaggini del dibattito delle èlites culturali europee. Si è continuato ad analizzare in un'ottica analoga autori come Ph.Roth, Bellow, Malamud, privilegiandone, in una sorta di ghettizzazione, la chiave di lettura ebraica piuttosto che le altre che sono, se non più importanti, almeno altrettanto importanti. Con un atteggiamento sussiegoso vicino al disprezzo venivano poi trattati gli autori americani di bestsellers e coloro che praticavano generi che un assurdo canone confina nel territorio della non letteratura. Soltanto adesso si cominciano a rivalutare tra gli altri i vari Chandler, persino lo stesso Dick e Stephen King e benignamente si concede loro la patente di scrittori tout court e non solo più quella di autori di sottogeneri.
Nonostante ciò, non si può affermare che i vecchi vizi dell'ermeneutica critica europea siano del tutto scomparsi.
Si ignora, ad esempio, uno dei tratti più importanti e specifici dell'opera di Dick, il suo profondo radicamento nella realtà sociale e culturale del suo paese.
Ma in quale dei vari e compositi filoni della realtà USA si colloca? Vediamo, a tal fine, di far tesoro della sua vita.
Dick nasce nel 1928 a Chicago, che è anche la città di Saul Bellow. Se è vero quello che Dick fa dire a Jack Isidore, suo alter ego letterario, è legittimo pensare che abbia assorbito, magari attraverso il tramite materno, gli umori migliori della cultura ebraico-americana e soprattutto quella vena umoristica che non abbandona mai, nemmeno nelle vicende più tragiche, i suoi personaggi. Jack Isidore parlando di sè diceva, infatti, di non essere nient'altro che una spugna.
Il ricordo doloroso della sorella gemella morta misteriosamente poco dopo la nascita, la costante insicurezza economica, cinque matrimoni falliti, le droghe e la psicosi non riusciranno mai a cancellare in Dick quella vena. Quasi subito la sua famiglia si trasferisce al sud, in California, a Berkeley precisamente, dove egli incontrerà di volta in volta gli albori del movimento hippie, col suo corollario di droghe e misticismo, e la realtà del sud, così lontana dall'idea di America che si aveva in quegli anni. Al di là dell'universo visionario di cui è permeata la sua opera, al di là dei percorsi mistico-teoretici che pure ne sono parte, anche in questa occasione l'onnivoro Dick ha probabilmente svolto il suo lavoro di spugna, assorbendo in qualche modo l'anima profonda del sud e della sua gente.
Dick quindi come paradossale epigono di coloro che quell'anima l'hanno disvelata, epigono dei Faulkner e dei McCulleen, non certo delle Margaret Mitchell o della Becket Stowe, che di quel mondo e di quell'anima hanno diffuso un'immagine distorta e parziale.
La mitica contea faulkneriana di Yokpanatopha confina a sud con la realtà ispanico-barocca di Macondo, come riconosciuto dallo stesso Garcia Marquez. Ma soprattutto confina idealmente con i mondi alieni di Dick, terrestri o extraterrestri che siano.
Il senso vago di una sconfitta annunciata adombra la mente e il cuore degli abitanti della contea come quelli dei coloni, degli androidi o degli uomini degli universi dickiani.
É una sconfitta che nasce da lontano, addirittura dalla guerra di Secessione, che è stata vissuta e interpretata dagli scrittori del sud come archetipo, come metafora del destino umano. L'irruzione in un contesto governato dai ritmi tranquilli del lavoro agricolo di un modello economico e produttivo per sua natura opposto ha causato un trauma irreversibile nel sud e nella sua gente. La misura del dramma umano e sociale che ha comportato quella sconfitta è stata resa mirabilmente dalle pagine di Faulkner e da tanta letteratura del sud. L'eco attuale di quelle pagine permane nell'opera di Dick non tanto come riflessione sui fatti storici ma come potente allegoria del destino dell'uomo. La spugna Dick come erede della cultura ebraico-americana e della grande anima letteraria del Sud? Certo, perchè no?
C'è un elemento, però, altrettanto importante. Dick è un vero civis americano, un autore profondamente legato alla realtà del suo paese. Pur parlando apparentemente d'altro, ci racconta la realtà sociale e politica Usa e gli effetti tragici che l'american dream ha avuto su larga parte della popolazione. Spietate competitività, sfruttamento feroce, desertificazione delle campagne e urbanizzazione selvaggia sono modelli che possono appartenere a pianeti lontani, ma non così lontani da impedirci di riconoscere qualcosa di noi e della nostra vita. I gruppi di immigrati che si affannano a trar frutto dalle desertiche terre americane hanno qualcosa di simile ai coloni terrestri scaraventati su pianeti persi nello spazio. Su altre lune si aggirano negli spazi urbani stordite masse di individui che la solitudine dei singoli, l'eterogeneità dei gruppi, il senso opprimente di promiscuità e di irrimediabile caos rende vicine ad altre masse che, in modo altrettanto stordito, si aggirano nelle aree metropolitane del nostro tempo. Il fallimento dell' american way of life e dell'utopia del melting pot si avverte concretamente in mezzo al loro procedere confuso.
Dick diventa l'artista che dà voce con la sua opera agli sconfitti, alla disperazione che li aliena da se stessi costringendoli ad essere alieni tra la loro stessa gente, nel loro stesso territorio. Non c'è più posto per i rimpianti, c'è solo la consapevolezza dell'incubo orribile che è divenuta la vita all'interno di un sistema che rende estraneo alla sua stessa esistenza l'uomo.
I drop outs saranno androidi o cittadini? E chi sono, a questo punto, gli alieni? La tragica esistenza di Dick non farà altro che aumentare l'urgenza di una risposta, una risposta d'artista però, d'artista di merda come si autodefinisce attraverso il suo amico Jack Isidore.
Ma che cos'è un artista di merda? Dalle sue confessioni apprendiamo che non è un intellettuale, almeno come lo intendiamo qui in Italia, bensì uno che non stabilisce le gerarchie del sapere.
É un lettore umile e attento che attribuisce sempre possibile verità a quel che legge. Gli Ufo, il terremoto in California, che ci mostrerà la vita in un mondo sotterraneo in cui incontreremo magari Dorothy, Anna e gli altri personaggi del mago di Oz insieme a Verne e a Wells, sono tutte possibili verità per Dick. Il cammino della conoscenza passa attraverso i percorsi più incredibili, le letture più varie. Passa attraverso la lettura infantile di Tip top comics, di King comics, di Amazing stories e Thrilling stories fino a giungere alla Bibbia del sapere scientifico, l'American Weekly Science.
Partendo quindi da un sapere che rifiuta la gerarchia e che può trarre le sue suggestioni più alte da qualsiasi materiale, anche da quello di scarto, si delinea maggiormente cosa intende Dick per sperimentale (che non è certo la pappetta insipida, limitata al solo versante linguistico, a cui hanno dovuto abituarsi i nostri palati). Chi sperimenta è uno che si forma le sue opinioni ... con grande fatica..., in qualche modo strano e bellissimo, privo dei preconcetti in base ai quali noialtri decidiamo ciò che deve essere questo e ciò che non deve esserlo, qualunque cosa succeda..... Parte senza preconcetti, riceve le sue informazioni dovunque possa farlo e perviene a conclusioni bizzarre ma curiosamente autentiche. Come un osservatore di un altro pianeta egli è una specie di sociologo di strada in mezzo a noi.
Manifestare tali idee in un paese così attaccato ai canoni e alle forme come il nostro significherebbe di certo esporsi al pubblico ludibrio.
Un sociologo di strada è colui che si aggira in mezzo alla gente raccogliendone le voci, i sapori, gli umori. Come afferma Paul Wylliams, sperimentare per Dick significa orientare su queste percezioni, senza nessun riguardo per le convenzioni del romanzo, la forma e la sostanza dei suoi scritti. I suoi personaggi diventano la sintesi di queste percezioni e, pur appartenendo a universi molto differenti, finiscono col mescolarsi in modo irrimediabile. Il rapporto tra Dick e i suoi personaggi può essere riassunto da questa frase tratta da "Confessioni di un artista di merda" (chi parla è il già citato Jack Isidore di Seville, California - Isidore come Isidoro di Siviglia, enciclopedista del Medio Evo Spagnolo):
Io ero nel mezzo della mia stanza e non facevo assolutamente nulla se non respirare e naturalmente, lasciare che ogni altro normale processo continuasse a svolgersi.
É l'occhio del sociologo di strada che individua i personaggi, è l'occhio dell'artista (di merda?) che li fa parlare, li fa crescere, litigare, amare pagina dopo pagina, badando bene a non far nulla se non respirare.
Sperimentale, dunque, nel senso di un autore che non si intromette nella vita dei suoi personaggi, che li lascia liberi di esprimersi in modo che tocchino con la loro stessa presenza l'animo del lettore, che richiamino la sua attenzione con i loro problemi e, in definitiva, con lo spettacolo magari modesto ma unico della loro vita.
Io ricostruisco pneumatici - prosegue Isidore-Dick. - Quello che facciamo è recuperare pneumatici lisci, cioè consumati da non avere più battistrada, poi io e gli altri come me ci muniamo di una
punta arroventata e incidiamo la carcassa seguendo i segni del battistrada consumato.
La letteratura come punta arroventata per restituire senso alla vita, a quella dei protagonisti dei libri di Dick, ma soprattutto a quella del lettore.
Bisogna fare attenzione, però, perchè la letteratura, come diceva D.Krudy ne "La carrozza cremisi", è un veleno. Se vi capita di passare sopra (alla carcassa) un fiammifero acceso, allora.... Bum! Si sgonfia subito, conclude Isidore-Dick. Ai sostenitori dell'american dream, a coloro che non sanno cosa farsene della letteratura può andare anche peggio.
Si infilò in bocca la canna della pistola e premette il grilletto. Vi fu una luce, invece di un suono. Lui vide per la prima volta. Vide tutto... Vedo, si disse. Sì, vedo. Morendo comprese tutto. Così muore Charley, uno che credeva a quel che gli avevano promesso, che pensava di non aver bisogno di leggere perchè tanto sapeva tutto.
E infine la D di Dick, D come delirio. Un inconscio tirannico e prepotente tormenta la povera vita dell'uomo Dick. É più forte di lui, lo costringe a delirare. Inutilmente Philip cerca di sfuggire a lui e alla condanna insita nel suo nome bevendo, sposandosi, drogandosi. Inutile, inutile!
Neanche quando scrive è solo, perchè gli succede, come al Maupassant di Savinio, di essere in compagnia dell'Altro che è in lui. Le sue pagine si fanno lievi e acquistano una forza incredibile perchè è l'Altro che prevale, che gliele detta. Un dio malvagio governa con i suoi inganni il mondo e gli sconfitti che vi abitano. Ne "Le tre stimmate di Palmer Eldritch" non c'è più posto per il sorriso e la vita degli uomini è sinonimo di sconfitta. É l'annuncio che l'Altro sta ormai per chiudere la partita. Anche l'Altro è stanco perchè era lui a dare la vita ai personaggi che la cercavano, era lui a costruire la perfetta polifonia che legava insieme i loro destini.
La morte sottrae Dick al suo tormento. Muore giovane Dick, a cinquantadue anni appena. Com'era capitato a Maupassant, il suo Altro era troppo forte per lui. La sua morte è il segno della vittoria dell'Altro, che per una volta si permette di essere persino misericordioso.
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