Politica,
letteratura e polemiche

L'Italia letteraria a Parigi

Non capitava da tempo una bella polemica su arte e politica. Uno scontro non rituale, nato e sviluppatosi al di fuori di salotti e accademie e che, probabilmente, è ben lungi dall'essere terminato.

Cominciamo da una lettera, decisamente stizzita, apparsa recentemente su «Repubblica» a firma Alain Elkann – consulente del Ministero per i beni e le attività culturali e per la diffusione della cultura italiana all'estero – a proposito delle polemiche sulla partecipazione italiana al Salon du Livre di Parigi, che si terrà a partire dal prossimo 21 marzo (per informazioni: http://www.italiaparigi2002.it /paris)

Ma sarà bene aggiungere qualche coordinata, sia pure molto in sintesi.

Quest'anno il Salon du Livre di Parigi ha come ospite d'onore l'Italia. Da qui il reclutamento, curata dall'AIE (Associazione Italiana Editori) di sessanta scrittori e saggisti italiani che, come scrive Elkann «rappresentino in modo esaustivo e dignitoso il panorama editoriale italiano degli ultimi anni». Elenco ricco di grandi nomi, con qualche qualche assenza più o meno vistosa e qualche presenza non proprio comprensibile. D'altro canto, trattandosi di un elenco nato da mediazioni tra editori non è strano che il «pacchetto» non sia esattamente «rappresentativo». Problemi che si presentano nelle occasioni rituali ai quali difficilmente è possibile dare una soluzione che soddisfi tutti. Ma il problema, come vedremo, non è questo.

Ad aprire le ostilità è il Ministro della Cultura francese Catherine Tasca che auspica «di non avere al suo fianco il presidente Berlusconi all'inaugurazione del Salon». Risposta di Berlusconi su «Le Figaro»: «Non dò alcuna importanza a questa vicenda […] Ho sorriso, come faccio di solito quando mi trovo di fronte a quella che considero una battuta.»

No comment.

Segue Umberto Eco che annuncia di andare a Parigi ma per conto proprio e invitato dal suo editore francese, «senza viaggiare a spese dello stato italiano»

A rincarare la dose Vincenzo Consolo che non intende partecipare per non rappresentare l'Italia governata dal centro-destra. In seguito è Andrea Camilleri a rispondere al Cavalier Banana con un'intervista a Le Monde dove afferma di comprendere perfettamente lo stato d'animo del ministro Tasca e che comunque parteciperà al Salon soltanto negli ultimi giorni per evitare «rencontres très déplaisantes»

In tutto ciò Tabucchi continua a comparire su Le Monde sparando a zero sull'attuale governo italiano (Da "Mani pulite"a Berlusconi, «Le Monde», 04 febbraio 2002, Antonio Tabucchi fustigatore dell'arroganza, «Le Monde» 05 febbraio 2002) con opinioni e considerazione certamente opinabili ma nate, con ogni evidenza, dall'ansia per la sorte della propria patria, «politiche» nel senso di civilmente impegnate come è facoltà di ogni cittadino fare.

Ma torniamo alla lettera di Elkann. In essa si accusa l'autore di Sostiene Pereira di «lanciare indignazioni (forse si tratta di insinuazioni N.d.R.) che mi paiono eccessive contro Berlusconi e il suo governo, usando il mondo dei libri e della cultura per farne uno strumento di lotta politica» una condotta, quella di Tabucchi, che «non rende certo un servizio al suo paese», soprattutto perché, aggiunge Elkann «penso che la letteratura sia "al di sopra della politica"».

Ulteriori elementi della lettera: una precisazione riguardo la sponsorizzazione della Lottomatica nella realizzazione in scala della «celebre Biblioteca Palatina di Parma» e molto rammarico per Tabucchi che così facendo non fa che «avvelenare inutilmente (ma si può avvelenare utilmente?) un evento serio e importante alla cui realizzazione hanno partecipato tante persone entusiaste e di buona volontà».

Lasciamo perdere l'entusiasmo e la buona volontà, che possono essere prerogative tanto di missionari e di no-global come di camicie nere e di partecipanti a quiz milionari e dimentichiamo la goffaggine dello scrivente che se la prende con il solo Tabucchi, elementi che fanno della lettera un vero capolavoro di disattenzione («acquiescenza», l'avrebbe definita Camus). Trascuriamo infine anche la calcolata ignoranza di chi finge che il ministro Tasca non esista, o che Eco si sia limitato ad annunciare che non avrebbe portato con sé a Parigi il berretto. Cerchiamo invece di evidenziare i punti davvero significativi della lettera e, soprattutto, la «filosofia» che sottintende.

«…indignazioni (insinuazioni) che mi paiono eccessive…»

Per il signor Elkann non siamo, evidentemente, un paese a rischio democrazia. Difficile negarlo vista la situazione mediatica e il tema del conflitto di interessi che in questo momento costituisce un problema non soltanto italiano. Ma questo a Elkann e agli organizzatori della partecipazione nazionale al Salon du Livre non interessa. Ciò che interessa è che non si disturbi il manovratore con la «politica», termine che assume una curiosa accentuazione negativa soprattutto quando a sollevare problemi e creare polemiche è qualcuno che non ci sta.

Un giochetto semantico, in realtà, per il quale c'è chi «opera» (governo e funzionari), e c'è chi «fa politica». Ovvero, nel comune sentire italico, crea inutili grane.

«…non rende certo un servizio al suo paese»

Già. Perché il cavalier Banana ministro degli esteri part-time, monopolista mediatico dalle alleanze impresentabili, capomanipolo a Genova, sostenitore di un genere di diritto che sostiene e aiuta il crimine internazionale, trespolato nelle conferenze stampa per spuntare qualche centimetro di statura in più, ci regala davvero grandi, grandissime soddisfazioni in Europa e nel resto del mondo. Un improvvisatore malaccorto nella migliore delle ipotesi, nella peggiore un affabulatore semiparanoide, un denigratore a gentile richiesta che non perde occasione per raccontare di un'Italia vampirizzata dal governo comunista e golpizzata dalla magistratura rossa. Ma per carità lasciamolo lavorare: farà davvero un gran bel servizio al suo paese.

«penso che la letteratura sia "al di sopra della politica"»

E chi l'ha mai detto, signor Elkann? Da dove arriva questa acquisizione?

È nel farsi dell'opera letteraria che la politica, intesa come propaganda, non dovrebbe avere spazio, anche se poi sono in ultima analisi i lettori a decidere. Ma la scelta dell'artista di comportarsi da cittadino affermando e prendendo posizione è un suo assoluto diritto. In qualsiasi situazione, momento e occasione. La figura dell'artista «impegnato» è fortunatamente tramontata, ma restano gli artisti in quanto soggetti sociali inseriti nella realtà storica e (anche) politica. È ovvio che uno scrittore ha diverse chances in più di essere ascoltato di un semplice funzionario, sia pure ben imparentato. Questo impone (allo scrittore) responsabilità e qualche cautela, ma, a maggior ragione, gli detta la necessità di alzare la voce quando la situazione appare fortemente deteriorata.

Ma, a essere giusti, si può constatare che i rilievi di Elkann nascono da una necessità stringente che collide con una contraddizione insanabile.

Il suo compito funzionariale è di dare dell'Italia un'immagine quanto più possibile felice, prospera e pacificata. Ma l'Italia non è affatto in questa situazione. La realta impone quindi a lui, e più in generale ai media, un questione (solo apparentemente) di metodo: è legittimo anteporre un problema di democrazia a un evento rituale?

Certamente Elkann si è dato un gran da fare per accreditare la cultura italiana a Parigi. Magari ha anche controllato le fioriere e fatto ritirare i panni stesi, ma questo non ha impedito che l'impresentabile situazione politica italiana arrivasse con il suo caratteristico aroma fino alle porte di Parigi.

Così il ministro della cultura francese non vuole vedere Berlusconi (beata lei che può non vederlo), lo sciagurato risponde, ci sono scrittori che fanno i capricci, c'è Tabucchi che fa il manipulitista. Insomma succede un rabelot.

Vista l'impossibilità di accreditare un'immagine prospera, concorde eccetera dell'Italia e vista l'esistenza di un'insanabile contraddizione qualcun altro si sarebbe dimesso. Ma Elkann ha deciso di non dimettersi. E passi. In più scrive adontate letterine indirizzate non all'autore dei problemi ma a chi fa notare che tali problemi esistono. Nulla di strano: una condotta discutibile ma normale, da eterno italiano medio mitilizzato al suo scoglietto di prestigio.

Di positivo però qualcosa c'è, anzi non poi tanto poco. Il fatto, per esempio, che alcuni dei protagonisti della cultura letteraria italiana, che sembrava narcotizzata da cinque anni di ulivismo dalemiano, abbia avuto un sussulto di senso civico e di dignità.

Com'è successo? Perché è successo? Succederà ancora?

Probabilmente sì. Speriamo di sì.

Che avvenga ancora, ancora e ancora. Tre volte, come resistere, resistere, resistere.

(G. Artusi)

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