Editoria libraria.

Un anno da dimenticare.

A parlare dei problemi di libri e di lettura si rischia perennemente di risultare sì nobilmente affranti ma anche terribilmente ripetitivi, fino al limite della molestia. Viene anche un po' di nausea, dopo tutto, a continuare a ripetere che il settore editoriale librario va male, che non si legge, che la lettura in Italia non è considerata né sostenuta. Come per tutti i discorsi consumati o per i luoghi comuni depositati è ormai sufficiente un'occhiata, un cenno di intesa, un sospiro e un mesto sorriso per capirsi.
«Non ci sono più le mezze stagioni».
«I giovani non hanno più coscienza».
«In Italia nessuno legge».
E così via, strologando decadenze e fatali declini.
Come d'abitudine per questo spazio, dedicato a qualche riflessione sul mondo editoriale -librario, sarà forse meglio partire da qualche dato, sia pure apparentemente disomogeneo, confuso o equivoco.

  1. Se il libro e la lettura sono in agonia (un'agonia quasi ventennale) come si spiega il successo dell'iniziativa di vendita di classici promossa dai grandi quotidiani? Più di venti milioni di pezzi venduti sono una cifra impressionante.
    «Libri d'arredamento»; «Collezionismo»; «Pruriti culturali tardivi». Tutto almeno parzialmente vero, ma resta il fatto che, con ogni evidenza, il libro è bel lontano dall'aver esaurito il suo appeal. Personalmente sospetto che la chiave del successo dell'iniziativa abbia un nome e un perché, ma ci arriveremo tra un po'.
  2. A Torino fallisce in maniera insieme pirotecnica e misteriosa una delle più grandi librerie scolastiche nazionali. Le stime sul «buco» parlano invariabilmente di cifre superiori ai 2 milioni di euro ma, come sempre, si tratta di stime ancora prudenziali. Il danno per agenzie editoriali (torinesi e non) ed editori scolastici è decisamente cospicuo. Un semplice caso di cattiva amministrazione? Un esempio di gestione eccessivamente disinvolta? O anche un segnale, un elemento di tendenza?
  3. I titoli nuovi del 2002 costano in media un 5-6% in più dei titoli novità del 2001. La stima è basata su un semplice esercizio statistico. Si prendono i titoli nuovi di varia – narrativa, saggistica, manuali ecc. (esclusi gli scolastici) – usciti a tutto il 30.10.2002 e tutti i titoli nuovi usciti a tutto il 30.10.2001. Si prendono i due totali di monte merci – omogenei se la libreria non ha cambiato orientamento o specializzazione e se il buyer è (purtroppo per lui) sempre lo stesso – e si dividono per il numero di pezzi acquistati dalla libreria. Risultato: il prezzo medio è aumentato del valore indicato. Una procedura rozza quanto volete ma concettualmente e operativamente corretta e indicativa di una tendenza estremamente pericolosa.
  4. I titoli novità usciti nel 2002 sono aumentati. Le stime vanno da un 6-7% fino a un 12-13%. Una maggiore offerta per il lettore? Una fioritura di nuovi talenti e nuove opportunità di lettura? No, semplicemente un artificio contabile degli editori per fare fronte a un anno negativo.
  5. La legge sul libro, che prevedeva uno sconto massimo del 15% sulle novità è stata confermata dal governo della CdL, naturalmente con una piccola postilla che l'ha almeno parzialmente svuotata di senso. È stata infatti inserita la possibilità di attuare «promozioni», ovvero – in prima approssimazione – riesumare il cadavere delle campagne di massimo ribasso.

Questi sono i dati «sul tavolo.». Da aggiungere soltanto un'anteprima del rapporto sull'editoria 2002 che riferisce di un calo non trascurabile nell'area dei forti lettori (più di dodici libro l'anno) e di un calo di presenze alla Buchmesse di Francoforte, sia di editori sia di pubblico.
Un quadro di ordinaria crisi, in apparenza, non esclusivo del settore librario ma comune a quasi tutti i settori produttivi.
Il successo di una collana a basso costo e distribuita capillarmente (le edicole in Italia sono circa 20.000 contro 2.000 librerie scarse), il fallimento di una grande libreria indipendente (e le difficoltà di tutte le altre), l'aumento dei prezzi di copertina insieme all'aumento dei titoli offerti, la tendenziale abolizione di ogni norma che regolamenti le vendite di libri, il calo degli acquisti e il minore dinamismo degli editori sono tutti elementi che vengono a comporre un quadro coerente.
Ma la crisi ha particolarità proprie per ogni settore e il settore editoriale librario non fa eccezione.

[…] gli agenti letterari stanno trasformando il mercato editoriale in una piccola giungla dove i prezzi per l'acquisizione dei diritti di un libro risultano spesso eccessivi (Stefano Mauri, amm. del. Gruppo Longanesi).

[…] i costi delle traduzioni sono elevati e si sta assistendo a un ridimensionamento generalizzato del mercato (Ivan Cecchini, direttore A.I.E.).

In sostanza uno degli aspetti della crisi per il settore editoriale italiano è la «bilancia dei pagamenti», storicamente sbilanciata verso l'importazione di best-seller dall'area anglofona. Ovvio che l'aumento spropositato del costo dei diritti – la «piccola giungla» di Stefano Mauri – finisce per scaricarsi sull'intera produzione editoriale. Se a questo elemento si aggiunge il calo delle letture – e conseguentemente degli acquisti – da parte dei forti lettori (tre milioni di persone che da sole formano quasi la metà del mercato italiano) e questo si va a inserire nel quadro di una stasi generalizzata dei consumi, le holding alle quali fanno capo i principali editori sono costrette ad attuare un certo numero di contromisure.
  1. Cessione dei diritti editoriali a soggetti esterni al settore editoriale librario.
    Una manovra che assomiglia molto al famoso «segare il ramo sul quale si sta seduti». Sicuramente gli editori italiani non avevano previsto il colossale successo della vendita in edicola di titoli che tutte le librerie italiane hanno in stock (a un prezzo di copertina più alto). Soprattutto non hanno presumibilmente previsto che tali volumi – opere di indiscussa qualità – fossero anche almeno in parte lette, svuotando le librerie e penalizzando i nuovi titoli.
  2. Diminuzione dello sconto ai punti vendita.
    Provvedimento non facile in assenza di un accordo che vincoli tutti gli editori. La fortissima concorrenza farebbe naufragare la manovra in brevissimo tempo. Oltre a questo la crescente diffusione delle librerie di catena, che esigono sconti ben più elevati di quelli concessi alle librerie indipendenti, rende irrealistica la possibilità. L'unico settore a permettere tale manovra è il settore scolastico e, in parallelo ma con altre forme, quello parascolastico, ovvero dizionari e atlanti. Conseguentemente, continuando un processo avviato già da qualche anno, lo sconto medio – netto da spese accessorie – sulla produzione scolastica ai punti vendita è quest'anno sceso sotto la linea simbolica del 20 per cento. Tenendo conto dell'impossibilità di usufruire di un diritto di resa reale, della contrazione oggettiva del mercato e calcolando i costi indotti alla libreria per condurre una campagna scolastica, appare evidente che le iniziative improntate allo sconto massimo al cliente finale risultano – alla lunga – pressoché suicidarie. Diventa così più comprensibile la «clamorosa» chiusura della libreria Alfieri di Torino, logorata da anni di una politica di sconti facili per battere la concorrenza, dalla rapidissima calcolata obsolescenza dei testi e dalla contrazione degli sconti da parte dei grandi editori.
    In questo senso la chiusura della Libreria Alfieri rappresenta, al di là di fatali errori (e più o meno «astuti» calcoli) di gestione, la spia di una tendenza per la quale il settore scolastico, perdendo redditività, sempre meno sarà il «polmone» economico delle librerie periferiche.
  3. Aumento del prezzo di copertina.
    Un po' «effetto euro», ma soprattutto miopissima furbizia, per la quale un tascabile di media paginazione ha raggiunto il prezzo di 10 euro (19.363 lire) contro le 15-16.000 lire dell'anno precedente, un rilegato il prezzo di 18 euro (34.853 lire) contro le 30-32.000 lire dell'anno precedente. Ovviamente l'illusione che librai e lettori non se ne accorgessero è rimasta, per l'appunto, un'illusione.
  4. Aumento dei titoli prodotti.
    Ovvero del tentativo di trovare «visibilità» presso librerie già strangolate dall'eccessivo numero di titoli in uscita e drogate dalla speranza di vendere cataste di best-seller. L'aumento dei titoli obbliga le librerie a ulteriore esposizione per non rischiare rotture di stock, esposizione che si somma a quella dovuta all'aumento dei prezzi di copertina. Risultato: librerie in sofferenza che sono costrette a ridurre i riordini di titoli a più lunga vendibilità e a non riordinare i titoli usciti soltanto 60-90 giorni prima, con quali esiti per la qualità dell'offerta non è difficile immaginare. E non si deve pensare che per gli editori il costo dei nuovi titoli costituisca un elemento di freno. Le attuali strutture redazionali dei grandi editori – basate sul lavoro interinale e sul decentramento delle attività – e l'informatizzazione dei supporti permettono di produrre titoli «nuovi» (spesso basati sulla cannibilizzazione di libri già esistenti) a costi minimi.
    Un fenomeno divenuto clamoroso – fino ai limiti del patologico e oltre – per quanto riguarda la produzione di dizionari e vocabolari, dove la moltiplicazione fittizia dei titoli – taglia-e-cuci di titoli già esistenti – e la repentina eliminazione dal catalogo delle edizioni precedenti permettono agli editori di fatturare «novità» senza neppure la necessità di sobbarcarsi le rese delle edizioni precedenti, che rimangono a carico delle librerie.
  5. La reintroduzione dello sconto libero.
    Che verrà naturalmente gabellata come grande favore al pubblico dei lettori. Nella realtà lo sconto libero avrà come solo effetto di aggravare la situazione della rete di librerie indipendenti a tutto vantaggio delle grandi catene come FNAC, Mondadori o Feltrinelli. Con l'alibi dello sconto libero il prezzo di copertina del 99 per cento dei titoli (ovvero tutti i titoli che non hanno indici di rotazione spettacolari) potrà raggiungere nuove interessanti vette, decretando ulteriori disaffezione nel pubblico dei lettori e un aggravio insostenibile nell'indebitamento dei punti vendita nei confronti dei produttori. Amen.

Se si ha in mente un concetto di «crisi» simile a quello di «uragano», «eruzione» o «peste e colera» sarà meglio aggiornare il proprio dizionario dei sinonimi e contrari. La crisi nel settore editoriale – e non vi sono motivi per pensare che in altri settori la situazione sia diversa – viene di fatto scaricata integralmente sugli anelli inferiori della catena, dai grossisti fino ai lettori. Che possono, almeno questi ultimi, rifornirsi di letture presso librerie remainder's, bancarelle o edicole, ma che devono comunque fare i conti anche con un sistema bibliotecario e un sistema scolastico costretti a ridurre gli acquisti penalizzando (ovviamente) per primi gli editori e le produzioni meno legate alle mode o al momento.
Per molti versi, quindi, il 2002 rappresenta un anno di «svolta», ovvero di imbarbarimento di un settore già stremato da anni di una politica editoriale basata sulla sovrapproduzione come volano finanziario in attesa di tempi migliori.

Vanno seguite e sostenute tutte le iniziative che tendono all'ammodernamento del canale distributivo: dallo sviluppo delle catene di librerie, anche in franchising, delle librerie nei centri commerciali […] Da ultimo credo che gli editori, tutti gli editori grandi e piccoli, dovrebbero produrre meno titoli. La produzione è enorme, assolutamente spropositata rispetto al mercato della lettura e ai costi sostenibili.

Così Giulio Lattanzi, direttore divisione Libri RCS Libri in un'intervista concessa sul sito www.alice.it che – mentre stigmatizza una politica di sovrapproduzione che RCS Libri persegue esattamente come chiunque altro – ribadisce la necessità di un mercato da allargare «portando» i libri dove si affollano i consumatori.
Una politica che non ha dato i risultato sperati già nel settore dell'editoria periodica e che ora si vuole replicare per l'editoria libraria.
Che il problema fondamentale del settore sia la qualità – la qualità che i lettori hanno recentemente trovato nei libri in vendita in edicola – non sfiora minimamente i managers del settore. Una qualità che ovviamente non significa essere seriosi o punitivi verso i lettori, ma che sia il frutto di un lavoro di «animazione» della lettura condotto in sintonia con i grandi media ma anche con le situazioni locali di aggregazione reale (quindi non i centri commerciali, o almeno non solo), in parallelo a un inizio di lavoro di ricerca e sviluppo (R & S) nel settore editoriale librario mai finora neppure ipotizzato. Il successo delle collane da edicola è un segnale ben preciso di esigenza di qualità, anzi di Qualità che sarebbe sciocco ignorare. Senza dimenticare che, almeno in Italia, sono tuttora i forti lettori a garantire la sopravvivenza del settore.
Tempi lunghi? Eccessivi per il moloch della rapidità che ci divora? Sì, ma siamo seri: esistono alternative? La disaffezione dei medi e forti lettori – dovuta certamente almeno in parte anche a motivi extralibrari, ma anche a confusione, sospetto verso recensioni pilotate e classifiche di vendita basate sulla proprietà della testata che le pubblica – è probabilmente il segnale di una crisi lunga che, se non si inizia a lavorare da subito alle contromisure, rischia di essere probabilmente definitiva. (Massimo Citi)

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