Posso farti del male?

Sì, ma ironicamente.


La critica letteraria riconvertita in coolhunting

Due soggetti (tre, se si aggiunge anche Tiziano Scarpa, con il suo libro Cos'è questo fracasso? [Einaudi 2001]) da un po' di tempo a questa parte si stanno dando parecchio da fare per disturbare la quiete da fait accompli che regna nel mondo letterario italiano. Si tratta di Carla Benedetti, un critico e Antonio Moresco, uno scrittore.
Ovviamente, vista la scarsa pazienza che LN ha sempre dimostrato per i malinconici riti dell'asfittico olimpo letterario nazionale, qualunque gesto di disturbo, anche il più inconsistente e inoffensivo – parlare al manovratore, schiamazzare in luogo pubblico, introdurre biciclette, suonare per la pubblicità in buca – calamita immediatamente la nostra attenzione.
Se poi il disturbo assume la veste di un saggio, breve ma compendioso, è possibile, almeno per noi, dimenticare l'esistenza di Padre Pio, delle mamme assassine (veramente troppe, quasi da farci un club), di Schumacher o dei drammi dell'Inter.
Il libro è il secondo di Carla Benedetti, venuto a distanza di quattro anni dal primo (Pasolini contro Calvino, cfr. LN 5): Il tradimento dei critici, edito da Bollati Boringhieri.

[…] l'autoreferenzialità della pratica critica che rende il critico intoccabile [è] una delle cose che più colpiscono del tradimento dei critici: un intollerabile scollamento dalla vita culturale effettiva, che avvicina incredibilmente la pratica critica di questi anni a quella di altri sistemi autoreferenziali, tra cui quello dei partiti politici.

Altro che introdurre biciclette: il libro di Benedetti spara questa dichiarazione a pagina 12, promettendo (come poi farà) di meglio argomentarla.
Sinceramente, nel leggerla mi è venuta l'acquolina in bocca.
Ma cosa intende Benedetti per tradimento dei critici?

primo, dare la letteratura per spacciata, per esaurita, per postuma;
secondo, non aspettarsi più nulla dalla contemporaneità, tanto da avvicinare la produzione odierna come se fosse già tutta pensata e catalogabile;
terzo, praticare la critica […] così come si pratica una partita a baseball […] che non esce da quello spazio protetto, in cui non si cerca niente – e perciò non si rischia niente.

Questo tradimento, secondo Benedetti, ha forme e umori ormai codificati e coerenti: malinconia, depressione, disperazione («[…] un modo per scavarsi un ruolo, quello di professionista della disperazione») ironia ed elegante cinismo («mostrare ironicamente che l'arte è solo un gioco convenzionale»), resistenza al nuovo giudicato «impossibile», acquiescenza verso la clonazione dell'esistente («giacché "nuovo" può anche essere, nell'arte come nella produzione automobilistica, il vecchio che ritorna»), atteggiamento liquidatorio, ridefinizione del proprio ruolo in «cool hunter», figura di riferimento del marketing di prodotti culturali.

La letteratura? Non scherziamo per favore! La letteratura è un mezzo per fare carriera, ricevere onori, appuntarsi coccarde, collezionare medagliette e coppe, fare bella figura in società […] la letteratura è un'alta uniforme: hanno diritto in indossarla solo gli uomini di potere, le star dei media, i padroni del circo e le loro bestie ammaestrate.

Qui Tiziano Scarpa citato da Benedetti – la critica come collaudo – definisce un ulteriore elemento della paralisi della cultura letteraria italiana. Pone il libro nell'universo reale delle cose reali, ovvero evidenzia la rete di riferimenti – sociali, politici, economici – che hanno reso possibile (anche se magari non desiderabile) una certa produzione editoriale.

Controllano che ogni cosa sia veramente e perfettamente morta intorno a loro […]: duplicazione del cosiddetto reale, narrativa con protesi giornalistica, bozzetto, vitalismo su carta velina, cucina internazionale, orizzontalità, melassa sentimentale oppure gergale, sesso prêt-a-porter, nichilismo omogeneizzato, rivisitazione, manipolazione, contaminazione… Che nulla sfugga al variegato galateo della morte.

Scrive Antonio Moresco ne Il paese della merda e del galateo, articolo rifiutato dal committente e successivamente inserito ne Il Vulcano. Guardiani di morte, sono, per l'appunto, i critici «traditori».

Ma da dove nasce il tradimento della funzione critica? Secondo Benedetti il suo indebolimento e snaturalmento, la «rinuncia» ad essa nasce da «l'estetizzazione delle merci», ovvero dall'«amplificazione della stessa logica artistica moderna all'interno della comunicazione sociale».

L'obsolescenza non è […] una mera invenzione del mercato. È qualcosa che era già presente nell'arte moderna e che l'industria […] ha imparato a sfruttare ai propri fini e a programmare.
[…]
è stata la temperie postmoderna a predisporre questa rinuncia, con l'idea dell'impaludarsi della storia, del suo implodere in un'infinita enciclopedia, in una guazza intertestuale labirintica che non ammette creazione. Così la letteratura è stata sempre più considerata un patrimonio in esaurimento.

La separatezza degli intellettuali – di derivazione più o meno accademica – l'autodefinirsi come casta perfettamente integrata ai meccanismi di consenso e di produzione/riproduzione delle forme, in grado di sfornare «aure» e legittimarle costituisce quindi l'elemento centrale di una pratica critica divenuta – come affermano Moresco, Benedetti e Scarpa – gioco terminale o «gioco a chiudere».

[…] che noi oggi viviamo un tempo esausto, addirittura postumo, dove tutte le cose belle e importanti sono già state dette dalle generazioni che ci hanno preceduto.
A dissipare la sensazione che la storia sia giunta al termine esistono fatti che non si possono ignorare, come ciò che è avvenuto a N.Y.C. l'11 settembre 2001, fatti che – nella loro sensibile barbarie – vengono a spezzare le categorie abituali, le pigrizie intellettuali più o meno interessate, i minuetti della bassa cucina politica. E se la storia si dimostra ben viva e pronta a mordere i nostri delicati sentimenti non diversamente sarà per la letturatura, occhio e orecchio del mondo. Quindi una critica «residuale, combinatoria, ironicamente elegante» è diventata – nella migliore delle ipotesi – inutile.
Entrano nel mirino di Benedetti anche altri generi di condotta praticata da una critica che non riesce a «uscire» («esordire», per utilizzare il verbo nell'accezione cara a Antonio Moresco) dalla propria condizione postuma. L'uso diffuso del «giudizio di valore», spesso ridotto a semplice «mi piace / non mi piace», la reincarnazione della poetica in forma di marketing (estetizzazione / marchio / tendenza), la trasformazione autocaricaturale del proprio ruolo a compilatore di tabelle, liste, classifiche.

Un quadro eccessivamente drammatico? Troppo «serio», quasi fanatico e fanatizzante nella sua netta dichiarazione di opposizione?
No, sinceramente non lo credo.

LN esiste da quattordici anni, industriosamente spesi nel cercare di rintracciare segnali di vitalità e di passione nella letteratura contemporanea. Una ricerca che, programmaticamente, ha abbattuto ogni recinzione spuria tra generi «maggiori» e «minori» e che ci ha portato – noi che LN lo scriviamo e voi che lo leggete – a contatto con autori e temi capaci di turbare i nostri e vostri sogni, a «irregolarità» poste sull'interfaccia tra invenzione e riflessione, spesso ignorate o sottovalutate dal sistema mediatico e dall'universo accademico. Abbiamo cercato e cerchiamo di tracciare altri percorsi, provocare altre occasioni, identificare segnali.
D'altro canto abbiamo sempre sottolineato la valenza economica e commerciale del libro, cercato di «leggere» e interpretare movimenti e interessi che muovono il mondo letterario. Abbiamo cercato di vedere il libro nella sua realtà fattuale, come prodotto e come creazione.
Questa scelta «radicale» – oltre ai limiti nati dall'essere dei «dilettanti» e alle dimensioni lillipuziane dell'editore – ha determinato la nostra insufficiente visibilità, le difficoltà nell'incontrare e nell'entrare in contatto, la fatica nel far circolare il nome della rivista e il suo progetto, le incomprensioni per ciò che poteva apparire, da parte nostra, come separatezza, eccessiva politicizzazione e rigidità.
Col tempo, «camminando nel cortile della prigione», abbiamo cominciato a cartografare – pur senza averne voglia – le peculiarità, le durezze, le accorte ipocrisie, i calcoli, le esclusioni che erano pratica quotidiana del mondo letterario «ufficiale». D'altro canto, attraverso il lavoro dei «librivendoli» abbiamo cominciato ad afferrare i meccanismi produttivi del libro, intuito il come e il perché dell'invisibilità, condizione comune di chi è esterno al circuito maggiore.
Ciò che si sta ripetendo e venendo a galla anche nel mondo del calcio, tanto per usare un paragone volutamente irrispettoso. Non basta giocare in serie A o B: se non si posseggono certe caratteristiche si rischia comunque l'invisibilità, l'oscuramento, la morte prematura.

Ma è senza difetti il libro di Benedetti?
Ovviamente no. L'essere nato dall'assemblaggio di interventi scritti in momenti diversi e per diversi destinatari non giova all'unità del testo né a una lettura scorrevole, date le inevitabili ripetizioni. L'effetto è quello di un pamphlet a tratti generosamente magmatico che non sempre riesce a risolvere felicemente l'ambiguità di essere libro rivolto contemporaneamente alla comunità letteraria e al pubblico dei lettori.
Si ammira il coraggio di Benedetti nell'accostare ambiti culturali che per pigrizia mentale riteniamo vivere universi separati (marketing e poetica / critica e industria della comunicazione) e appare perfettamente adeguata la scelta di fare riferimento quasi esclusivamente a filosofi, sociologi della comunicazione e antropologi culturali (Debord, Foucault, Augé, Adorno, Zizek) piuttosto che alla tradizione italianistica. Ovviamente una scelta tanto radicale rende il libro fatalmente meno «familiare» al lettore abituale di saggi di tema letterario, «sbalzandolo» sul piano più ampio, sconosciuto e infido delle teorie della comunicazione e dei media.
Tuttavia il limite maggiore del libro sta probabilmente nella sottovalutazione dei meccanismi strutturali del sistema mediatico. Da qui nasce probabilmente la convinzione di una parresia (il dire la verità in un contesto in cui dirlo può essere rischioso) possibile, in realtà praticabile solo a prezzo di un'invisibilità parziale o totale:

Insomma ci sono sempre delle fessure nella rete dei micropoteri, i giochi non sono mai già tutti fatti, è sempre possibile produrre delle rotture dicendo la verità o meglio costruendola con l'atto di dirla.

È un'osservazione che mi sembra dettata dalla necessità di conservare l'«ottimismo della volontà» anche se in scarsità di riscontri reali e in contrasto con un panorama editorial-culturale in profonda crisi e che sembra intenzionato a chiudere «i bracci della miniera» incapaci di garantire reddito a breve termine.
Noi questo «ottimismo dell volontà» lo coltiviamo da tempo, quindi ci illudiamo – siamo degli poveri illusi come gli eroi sfigati da fumetto – che il libro di Benedetti provocherà perlomeno qualche mal di pancia, qualche movimento, qualche riflessione.

E parlando di mal di pancia, non posso ignorare la stroncatura al saggio di Benedetti, irritante per il tono studiatamente «leggero» e «ironico» ma che nasconde male l'irritazione, comparsa su Repubblica del 25 giugno a firma Giuseppe Leonelli.
Una recensione / non-recensione fatta soprattutto di accuse, nell'ordine:

- essere troppo seria («ad apertura del libro il tono appare subito serissimo, talora ispirato»);
- essere priva di humour e ironia;
- aver utilizzato materiali riciclati e poco originali («la prima parte del volume assembla articoli e interventi già pubblicati altrove»);
- ignorare i Maestri della critica
- compilare accuse sbrigative, argomentate genericamente e ripetute più volte;
- fare confusione nel concetto di opera letteraria.

Praticamente manca soltanto l'accusa di essere sgarbata con gli immigrati o di sbattere i tappeti dopo le dieci del mattino.
Una non-recensione perché si guarda comunque bene dall'entrare nel merito dei temi di Benedetti, liquidandoli come tratti caratteriali di una «veemenza» da suffragetta o da agitprop. Quando Leonelli cita alcune delle considerazioni e proposte di Benedetti, queste sono sempre poste idealmente «tra parentesi», ovvero come sparate da Bar Sport che chi conosce la vita come lui non può seriamente prendere in considerazione.
Una battuta mediocre sigilla la conclusione della recensione, rinviandoci tutti al panorama esistente dove: «non vediamo capolavori intorno a noi», come se il tema di Benedetti fosse la più o meno provata assenza di geni letterari e non il quadro della critica italiana contemporanea della quale anche Leonelli fa parte.
Fortunatamente non è compito mio entrare nel dettaglio delle considerazioni di Leonelli, mi basta averne accennato, come segnale di un'intolleranza che, almeno in questo caso, fa dell'ironia (propria) e della mancanza di ironia (altrui) l'asse portante della propria argomentazione, quasi si trattasse di un diatriba sulla conversazione elegante.

Concludo con un'autocitazione (se è scorretto Leonelli posso esserlo anch'io) tratta da LN 5 che, credo, ben rappresenti il punto di vista della rivista in proposito:

L'ironia sempre più spesso gioca la semplice funzione di grimaldello culturale, grazie al quale affermare senza affermare e, in più, esercitare aggressivamente la scelta di decidere a posteriori cosa si è detto seriamente e cosa no. Non è un caso che l'ironia sia ormai la parola d'ordine degli spettacoli più corrivi e idioti. Di fronte a qualsiasi critica scatta subito il riflesso: ma come, non hai capito? Era ironico! Permettetemi quindi di rifiutare a priori di giocare a un gioco truccato. Prendere tutto seriamente, anche a rischio di passare per noiosi, è diventata la vera necessità dei nostri tempi.

(Giulio Artusi)

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