ALIA 2004

ITALIA
Sul fil di fumo del «fantastico»
a cura di Vittorio Catani

Alia presenta anche una sezione antologica di narrativa dedicata al fantastico italiano: sembrerà evento normale, magari scontato. E tuttavia, ancora pochi anni addietro un'idea del genere avrebbe provocato perplessità e alzatine di spalle, specie negli ambienti del nostrano establishment culturale (come si usava dire). Con «pochi anni» intendo non più d'un ventennio. Che è neanche un battito di ciglia, se misurato sulla storia di una letteratura nazionale.
Fino a poco tempo fa, quindi, in Italia «narrativa fantastica» significava nella sostanza tre personaggi considerati benevolmente atipici, ma la cui validità letteraria era tale da non potersi discutere: Buzzati, Landolfi, Calvino. Il resto praticamente non esisteva e non era mai esistito. Parlare di «fantascienza» era ancora peggio, specie ai primordi: questo genere, introdotto in Italia dagli Usa nei primi anni cinquanta, nel nostro mercato era stato relegato quasi esclusivamente fra collane economiche da edicola, con traduzioni approssimate; e comunque le sue tematiche venivano considerate al di là d'ogni sana logica.

Nel 1984 l'editrice Rinascita pubblicò due corposi volumi: Notturno italiano: Racconti fantastici dell'Ottocento, a cura di Enrico Ghidetti, e Notturno italiano: Racconti fantastici del Novecento, a cura dello stesso Ghidetti e di Leonardo Lattarulo. Vi si presentavano testi di Tarchetti, Boito, Imbriani, Ghislanzoni, Verga, Serao, De Roberto, Fogazzaro, Di Giacomo, Capuana, Svevo, Soffici, Papini, Tozzi, Bontempelli, Marinelli, Pirandello, Morovich, Savinio, Moravia, Bacchelli, Palazzeschi, Tomasi di Lampedusa, Levi, Soldati, e moltissimi altri. E già nel 1980 era uscita negli «Oscar» Mondadori l'antologia Racconti neri della scapigliatura curata da Gilberto Finzi, con storie di Praga, Rovani, Arrighi, Dossi, Faldella (per citarne alcuni). L'operazione curata da Rinascita ebbe una certa eco sulla stampa, destando stupore in vari recensori, alcuni dei quali si espressero in toni talora favorevoli ma sostanzialmente perplessi: che cosa si voleva dimostrare ora con queste operazioni, che anche la solare Italia possedeva una tradizione misconosciuta di cupa narrativa «fantastica»? Ma no, certamente questi erano esempi sporadici di scarsa sostanza statistica e storica, insomma imitazioni, «vacanze» che nomi anche illustri avevano voluto occasionalmente prendersi. C'era anche chi, peraltro, sottolineava come il fantastico fosse stato presente anche nel nostro orizzonte culturale… Le ricerche si intensificarono, come pure le pubblicazioni.

Dovevano trascorrere vari anni, e anche sul fronte della narrativa di fantascienza sarebbe accaduto qualcosa di analogo. Nel 2001 usciva, per i tipi della editrice Nord, l'antologia Le aeronavi dei Savoia. Fantascienza italiana 1891-1952 curata da Gianfranco de Turris e Claudio Gallo. Vi si svelava l'esistenza di una fittissima rete di periodici, anch'essi completamente dimenticati, i quali non di rado avevano ospitato opere «proto-fantascientifiche» di Bontempelli, Capuana, Cicogna, Gozzano, Rosso di San Secondo, Ugolini, oltre ovviamente che dei consueti Salgari, Motta, Yambo (Enrico Novelli) e moltissimi scrittori più o meno noti, se non definitivamente obliati. Una narrativa in realtà dal sapore e dalla struttura ancora ottocenteschi, e spesso virata verso il fantastico, ma godibilmente leggibile…
Sta di fatto che da noi intervenne, all'incirca fra gli anni trenta e i cinquanta, una sorta di cesura (complici probabilmemte il regime politico d'anteguerra e il successivo lungo conflitto) che operò una sorta di lobotomia culturale, oltre a provocare un gap generazionale. Allorché l'Italia si risvegliò in macerie e prese a leccarsi le ferite, ormai la frattura s'era creata: non sarebbe più stato facile sanarla. Del «fantastico» s'era persa traccia, della fantascienza ci eravamo del tutto dimenticati. La science fiction che ci giungeva dagli Stati Uniti parlava ormai un linguaggio completamente diverso dal nostro: nuovo, spiazzante, quasi incomprensibile ai più. Essa teneva conto anche di fenomeni editoriali a noi sconosciuti: una narrativa «popolare» specifica, evolutasi in strutture veloci, scattanti, ben individuate; dettagli scientifici aggiornatissimi su argomenti di cui spesso a noi non era neanche giunta l'eco; notevole capacità di estrapolare mutazioni sociali partendo da fantasiose ma plausibili tecno-innovazioni; riferimenti a moduli culturali che agli italiani suonavano assolutamente «alieni», in senso non fantascientifico ma drammaticamente reale…
Eppure, fu in tale contesto che lentamente ebbe inizio l'attività dei nostri autori di narrativa fantastica e fantascientifica.

Com'era da attendersi, inizialmente la science fiction italiana poté solo imitare scaltriti «maestri» d'Oltreoceano che, a quei tempi, avevano i nomi («magici», per i nuovi fans) di Isaac Asimov, Arthur C. Clarke (che comunque era inglese), Murray Leinster, Robert A. Heinlein, Jack Williamson, Alfred E. van Vogt, Eric Frank Russell, Theodore Sturgeon, Poul Anderson, Clifford D. Simak, e decine di altri.
Il resto appartiene alla storia dell'attuale fantascienza italiana, genere che fin dal primo momento ha vissuto una dicotomia mai definitivamente risolta. Imitare credibilmente gli autori d'Oltreoceano era opera ardua e a ben vedere sterile; unica plausibile alternativa, una fantascienza «all'italiana» che relegasse sullo sfondo il dato scientifico – per il quale non avevamo mai avuto particolare propensione – esaltando invecce l'ambiente, le psicologie dei personaggi, le loro motivazioni: d'altronde, non eravamo noi italici immersi in una cultura umanistica, fervente di risvolti etici, sociali, filosofici?
Questa operazione, fondamentalmente «colta», non è mai riuscita a sfondare editorialmente nonostante i numerosi tentativi, taluni dei quali dignitosissimi e originali. La situazione odierna? Resta ancora, inutile negarlo, una strisciante ostilità di fondo da parte della cultura «ufficiale». Quanto ai problemi tecnici interni al genere, alcuni sono stati semplicemente superati dalle novità, anziché risolti. È vero che gli scrittori hanno acquisito una buona padronanza formale della narrativa di genere, ma è anche intervenuto il meticciato culturale, si è aggiunta la mescolanza dei generi; fantastico e fantatecnologie sono finalmente entrati nell'immaginario corrente grazie soprattutto al cinema, alla pubblicità; i negozi di libri rigurgitano di volumi che contengono spunti non realistici, e non vengono più nemmeno etichettati come opere fantastiche o fantascientifiche…
Ed è quindi possibile l'esistenza di pubblicazioni come «Fata Morgana», o come Alia.

Il materiale fantastico dei nostri autori che questo primo numero di Alia propone, lascia probabilmente trasparire la mappa e le sfaccettature del tormentato percorso sul quale mi sono dilungato.

Autori della sezione Italia - ALIA 2004

Il racconto più «antico» è L'ultima finzione di Basilide, di Massimo Lo Jacono: un esempio di quei tentativi «colti» cui accennavo, tendenti alla creazione di una «via italiana alla fantascienza», di altre strade per il fantastico tecnologico. In tale ambito, il racconto di Lo Jacono rappresenta certamente uno dei casi più riusciti e insoliti, oltre a essere opera valida di per sé. Storia di evidente ispirazione borgesiana, vide la luce nel 1963 sul primo numero di «Futuro», pubblicazione specializzata che si proponeva anzitutto come rivista letteraria; quel fascicolo includeva anche opere di Inìsero Cremaschi, Stanislaw Lem, Guillaume Apollinaire. «Futuro» durò solo otto numeri, rimasti peraltro nella piccola storia del genere. Il tema di L'ultima finzione di Basilide è il libero arbitrio. Non so se si possa parlare a pieno titolo di fantascienza (probabilmente sì… ma anche di fantastico, surreale, filosofia, virtuosismi dialettici, atmosfere). Ne emerge, come in altre storie di Lo Jacono, un universo crudele, affidato al caso, sostanzialmente privo di trascendenza benché poi questa, scacciata dalla porta, rientri da una finestrella nelle note al testo. È verosimile che Borges abbia letto il racconto tramite Rodolfo Wilcock, conosciuto da Lo Jacono.

Le altre storie appartengono tutte ad anni molto più recenti.

Cybo è un brano che evidenzia al meglio la scrittura densa, personalissima di Nicoletta Vallorani. L'universo ispirativo è quello cyber (o cyberpunk), ma rivisitato in proprio. Cyber è sinonimo di biotecnologie di punta, squallore, esistenza vissuta con espedienti ai confini dell'illecito; una società immobile, claustrofobica, in cui ogni accenno al «sociale» è definitivamente scomparso, e si è quasi completata la trasformazione dell'uomo in macchina (secondo Ballard, la science fiction proprio di questo ci narrerebbe): insomma un deserto totale dell'agire e del percepire, «alieno» al punto che i significati si confondono; arduo decidere se di una simile «umanità» e dei suoi personaggi si possa o meno salvare qualcosa.
Per la scrittura il racconto appare molto vicino a Eva, il romanzo che lo scorso anno l'autrice pubblicò nella collana «Stile Libero». La Vallorani, una delle punte della nostra attuale fantascienza (che ella mescola volentieri al noir), incominciò con racconti alquanto tradizionali a metà anni ottanta. Prima ancora aveva esordito come saggista. Si era laureata con una tesi sulla letteratura americana contemporanea incentrata su tre fanta-autrici in odore di femminismo: Vonda McIntyre, Joanna Russ, James Tiptree jr. Ha pubblicato (per Granata Press, Marcos y Marcos, Salani ecc.) anche altri generi di narrativa, fra cui libri di favole.

La moglie del pescatore di Massimo Del Pizzo ci trasporta in tutt'altro ambito, dal panorama e dal respiro decisamente più ampi, come d'altronde lascia immaginare il titolo. Del Pizzo, abruzzese, insegna Lingua e letteratura francese alla Facoltà di Lingue dell'Università di Bari.
Ha pubblicato studi sull'utopia letteraria, sul fantastico e la letteratura di immaginazione scientifica francese, procedendo nella graduale riscoperta (che talora per l'Italia è stata vera e propria «scoperta») di alcuni importanti autori, da Verne a Rosny Aîné, Albert Robida, Gaston Leroux, Maurice Renard, René Barjavel. I brevi racconti di Del Pizzo appartengono a un fantastico che si sostanzia – più che negli eventi – nel linguaggio, nelle atmosfere, nelle allegorie. A me sembra che esso realizzi una discussa opinione-definizione del critico francese Marcel Schneider: «Il fantastico esplora lo spazio del dentro, fa lega con l'immaginazione, l'angoscia di vivere e la speranza della salvezza». Un concetto che per taluni dice tutto e nulla, ma che a mio avviso contiene verità. Comunque alle caratteristiche del fantastico di Del Pizzo va aggiunta la più importante: la poesia, con le sue immagini, rime interne (o interiori), assonanze, allusioni.

Della mia partecipazione narrativa all'iniziativa non dirò molto, se non che il raccontino In attesa di Aline nasce dalla rielaborazione fantastico-fantascientifica di una lontana esperienza personale… Una storia d'amore: la tecnologia invaderà anche i sentimenti? Ne sono fermamente convinto e l'ho ribadito in altre storie, con altre idee. Come autore esordii nel 1962 con un racconto pubblicato sulla versione italiana della rivista «Galaxy», in una rubrica d'appendice graziosamente ideata dai nostrani curatori e intitolata «Accademia», unico spazio nel quale gli autori italiani potevano esibirsi. Il che forse chiarisce ancora meglio la situazione dell'epoca. Aggiungo che sono onorato di ritrovarmi su queste pagine.

Gloria Barberi è genovese; la sua militanza nel genere fantastico muove dagli dagli anni ottanta, con puntate nell'horror e nel weird; è attrice e autrice di testi teatrali.
Direi che il suo Fuochi artificiali semplicemente realizzi un altro, differente sguardo femminile – materno anzi – del cyber.
La sua storia è, tra le righe, una riflessione sulla natura del sentimento umano, chiunque ne sia il destinatario.
Linguisticamente, il racconto ha un'impostazione tradizionale, e trova la sua validità nell'indagine psicologica spinta ai limiti di un assurdo che, ci rendiamo conto, rischia di trasformarsi prima o poi in reale.

A tempo indeterminato di Milena Debenedetti è la terza storia femminile della raccolta. Pagina vagamente kafkiana, incardinata nel mondo d'oggi (un oggi forse spostato nel futuro, ma d'una frazione di tempo infinitesima). Affronta un tema sociale d'attualità estrema, portandolo a soluzioni inquietantemente «naturali»; a dimostrazione (se ve ne fosse bisogno) che nel Dna della fantascienza, o del fantastico, germinano semi della narrativa utopistica e soprattutto, oggigiorno, del suo complementare, l'anti-utopia. Milena Debenedetti vive a Savona; laureata in chimica, per quasi vent'anni ha lavorato nei laboratori di ricerca di una multinazionale, «sperimentando, – sono sue parole, – tutte le fasi del degrado del mondo lavorativo». Scrive e pubblica narrativa fantastica e fantascientifica da una diecina d'anni.

E siamo ad autori ancora più recenti, benché – verificheranno i lettori – padroni di capacità tecniche e inventive degne di maturi professionisti. È un piacere notare come il fantastico o la fantascienza italiana, dopo un cinquantennale tormentato percorso, siano giunti a realizzare esiti del genere, certo non nati dal nulla.

Uno dei racconti più intensi, belli, e originali che abbia letto negli ultimi anni è Il motore di Mario di Alessandro Defilippi, apparso su «Fata Morgana 6» (www.librinuovi.info). Di quell'opera ho apprezzato la scrittura personale, evoluta, la capacità di delineare situazioni e personaggi seminando ombre di incompletezza, anzi di mistero; l'insolito spunto vagamente fantastico (forse fantascientifico) che caratterizza la narrazione in modo «esistenziale», cioè realmente universale. Sia pure in modo oggi più evoluto, fu proprio questo l'atteggiamento che ricercò, senza riuscire a trovare uno sbocco, la nostra più consapevole fantascienza dei primordi. Defilippi, psicoanalista torinese, ha pubblicato con Sellerio l'antologia personale Una lunga consuetudine, e con Passigli due romanzi (Locus Animae nel 1999, Angeli nel 2002). Ha inoltre dato il suo apporto specialistico alla sceneggiatura del noto film di Faenza Prendimi l'anima, che ha il giovane Jung fra i protagonisti. Nel racconto che Defilippi propone su Alia, Requiem K 626, ritroviamo le caratteristiche di profondità e al contempo leggerezza in una storia stavolta più marcatamente horror, che comunque evita i logorati miti nordici o di altre culture alla moda, radicandosi con originalità nel nostro passato.

Infine, del racconto Un fil di fumo. Una storia di cowboy di Davide Mana mi hanno colpito il linguaggio non banale, la capacità di costruire una trama avvincente, la padronanza degli elementi d'una storia che si svolge molto lontano (Giappone), e – anche qui – il modo decisamente personale di confezionare il tutto. Siamo ancora nell'horror puro, ma senza trascurare moduli dello spionaggio e dello hard boiled classico: un mélange che porta l'autore a reinventarsi un fantastico su misura. Laureato in scienze della Terra, Davide Mana ha svolto una lunga serie di lavori («Sono stato, – scrive, – traduttore, programmatore, operatore di call-center, creatore di siti web, venditore di auto e spaventapasseri»). L'autore ammette anche una frequentazione di ambienti dedicati a uno scrittore-cult, Howard Ph. Lovecraft, il che ci illumina su alcuni dettagli più orripilanti della sua visione e su certe atmosfere. Come narratore, sostiene di aver scritto «varie casse di dattiloscritti polverosi, pietosamente sepolte in fondo a un buio sgabuzzino». Personalmente mi auguro che queste carte vengano spolverate con la massima urgenza