Pronuncia del CNPI, assunta in data 17 dicembre 2003, sullo schema

di Decreto Legislativo concernente la definizione delle norme

generali relative alla scuola dell’infanzia e al primo ciclo

dell’istruzione, ai sensi della Legge 28 marzo 2003, n. 53

 

Il CNPI, in via preliminare e al fine di una compiuta ricostruzione delle vicende che hanno

portato il CNPI ad esprimere una pronuncia di propria iniziativa e non un “parere” per

richiesta formale del Ministro, espone quanto segue:

in data 13 maggio 2003, con due distinte note aventi il medesimo pro. n. 1246/Dip/Segr., il

Ministro trasmetteva al CNPI:

a) per conoscenza, lo schema di decreto legislativo di cui all’oggetto;

b) per l’esame e l’acquisizione del prescritto parere, le Indicazioni nazionali per i piani

personalizzati delle attività educative nella scuola dell’infanzia, per i piani di studio

personalizzati per la scuola primaria e secondaria di primo grado (Allegati A-B-C),

nonché il Profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del primo

ciclo d’istruzione (Allegato D):

In data 28 maggio 2003, con nota prot.n.8950/OS11, inviata al Capo di Gabinetto e al Capo

Dipartimento, l’Ufficio di Presidenza faceva presente :

1. che anche l’eventuale approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, primo atto

dell’iter procedurale della definitiva approvazione del citato decreto legislativo, non

avrebbe legittimato la fase transitoria di cui al capo V dello stesso schema di decreto,

in quanto non espressamente prevista dalla legge 53/2003;

2. che i predetti allegati A-B-C-D non avrebbero potuto essere oggetto del richiesto

prescritto parere fino a quando non fosse stato definitivamente approvato il decreto

legislativo da cui traggono legittimazione e che, pertanto, non era possibile procedere

alla formulazione del previsto parere obbligatorio da parte del CNPI;

3. che riteneva comunque utile che il CNPI offrisse al Ministro – Presidente un proprio

contributo tecnico-professionale ai fini dell’elaborazione definitiva della proposta

complessiva.

Alla luce di quanto sopra, deliberava di attivare la procedura di “pronuncia di propria

iniziativa”.

Successivamente a tale data, neppure dopo l’approvazione in prima lettura, da parte del

Consiglio dei Ministri nella seduta del 12 settembre 2003 del decreto in questione,

l’Amministrazione ha provveduto al formale invio al CNPI della suddetta documentazione, né

a fornire chiarimenti atti a superare il dubbio di legittimità sollevato al punto 2. di cui sopra.

Il CNPI, pertanto, ritenendo tuttora fondata la suddetta riserva, chiede formalmente che gli

allegati A-B-C, necessariamente integrati, vengano inviati al CNPI per il prescritto parere

obbligatorio, ai sensi dell’art.8 del DPR 275/99 dopo l’approvazione definitiva del decreto

legislativo che li legittima.

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Il CNPI, coerentemente con la determinazione assunta e comunicata al Capo di Gabinetto e

al Capo Dipartimento, con la presente pronuncia intende offrire un contributo di idee e

proposte alle istituzioni, alle forze politiche, sindacali ed associative ed alle diverse

componenti della scuola, in considerazione dell’insufficiente confronto che si è sinora

realizzato su tali materie.

La procedura seguita per l’istruttoria della presente pronuncia ha visto il diretto

coinvolgimento dei Comitati orizzontali competenti (infanzia, elementare e media) che, anche

a seguito di specifiche audizioni avute con l’Amministrazione e con esperti per gli opportuni

chiarimenti e approfondimenti, hanno formulato specifiche osservazioni.

Detti contributi, integrati dalla presente premessa, fatti propri dal Consiglio Nazionale, per la

loro compiutezza, specificità e intrinseca coerenza, costituiscono la pronuncia di cui

all’oggetto.

Si precisa, infine che, essendo stati informalmente consegnati dall'Amministrazione all'Ufficio

di Presidenza solo nella tarda serata di ieri, 16 corrente mese, gli emendamenti concordati in

sede di Conferenza Unificata Stato-Regioni, il contenuto degli stessi non ha potuto essere

preso in considerazione ai fini della presente pronuncia.

Comitato Orizzontale Scuola Materna

Premessa

In prima istanza il Cosmat ritiene necessario puntualizzare in maniera esplicita che questa

pronuncia non sostituisce il parere obbligatorio- proceduralmente previsto - che il Consiglio

Nazionale è chiamato ad esprimere ai sensi dell’art.8 del Regolamento dell’autonomia,

relativamente alle Indicazioni Nazionali e ai Piani di studio personalizzati.

L’aver allegato le Indicazioni Nazionali –attivate per giunta come norma transitoria, - forma

non prevista dalla L.53 2003-, al primo decreto attuativo relativo alla scuola dell’infanzia e al

ciclo della scuola primaria, a parere del Cosmat, si ravvisa come una forzatura nella

normativa vigente.

La scelta del Ministero di mettere a disposizione della scuola documenti transitori oltre che

non essere prevista, risulta elemento di confusione per le scuole.

Le Indicazioni nazionali, infatti, non hanno alcun fondamento normativo in quanto i programmi,

ovvero le indicazioni curricolari, per le scuole del sistema nazionale di istruzione, quindi

anche per la scuola dell’infanzia, devono essere definiti ai sensi dell’art. 8 del D.P.R. 275/99,

solo dopo aver sentito il Consiglio Nazionale.

Alla luce di questa considerazione il Comitato segnala che, in questa fase, la presenza di

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documenti per i quali non è chiara la collocazione normativa, può determinare nelle scuole

sovrapposizioni di norme e disorientamento culturale che avrebbero ripercussioni negative

sulla qualità organizzativa e didattica del lavoro scolastico.

Il Cosmat ribadisce che, se le Indicazioni Nazionali si configurano come i nuovi Orientamenti,

dovrebbero scaturire da un confronto con le scuole - confronto che assume il pluralismo come

valore condiviso -, e non essere invece proposte dall’alto come un fatto asettico.

Chiarito quanto sopra , il COSMAT intende fornire, con una pronuncia di propria iniziativa, il

proprio contributo di idee affinché il processo di involuzione cui la scuola dell’infanzia rischia

di essere sottoposta nel modello proposto dalle Indicazioni Nazionali, venga arrestato.

Questioni di metodo

Le consultazioni ed il dialogo con il mondo della scuola, usati per l’ emanazione degli

Orientamenti '91, dei programmi della scuola elementare 1985 e della scuola media 1979,

dei “Nuovi Indirizzi Curricolari per la scuola di base”2001, hanno coinvolto attivamente i

soggetti e favorito la costruzione di un pensiero condiviso ed hanno rappresentato punti di

riferimento sicuri per i docenti e terreno fertile di sviluppo professionale che ha poi contribuito

a far crescere la scuola in qualità.

Ci si chiede come mai procedura analoga non sia stata adoperata anche in questa

occasione.

Una seconda questione riguarda il mancato riconoscimento nelle Indicazioni Nazionali degli

esiti positivi che ci sono stati consegnati dalle Sperimentazioni nazionali ASCANIO e ALICE:

esse infatti hanno rappresentato significativi riferimenti per i docenti e per i dirigenti. Le

buone pratiche educative e le radici pedagogiche della scuola dell'infanzia costituiscono un

patrimonio culturale che non deve essere disperso.

Osservazioni di merito

A)Si rileva che nelle Indicazioni Nazionali dei piani personalizzati delle attività educative nelle

Scuole dell’Infanzia, è evidenziato il ruolo che la stessa scuola dell'infanzia assume rispetto

alla maturazione complessiva dei bambini. Questo riconoscimento risulta però contraddetto

nel Profilo educativo, culturale e professionale dello studente atteso per la conclusione del

primo ciclo dell’istruzione; infatti in questo documento si registra l’indicazione 6 – 14 anni,

come arco temporale della scolarità. Tale discrepanza lascia, ancora una volta, la scuola

dell’infanzia fuori dal sistema scolastico, anche se è lì che si inizia a raccogliere in modo

sistematico la documentazione necessaria per la descrizione del percorso di maturazione e

sviluppo del bambino e delle competenze acquisite.

B)Nell’art. 2 comma 1, lett. d della Legge 53/2003 si afferma che“la scuola dell’infanzia è

all’interno del sistema educativo di istruzione e formazione”. Tale asserzione è

completamente scomparsa nello schema di decreto legislativo. Inoltre l’attuazione della

generalizzazione, che sola può garantire quanto previsto dall’art. 3 della Costituzione,

risulta genericamente prevista nel piano programmatico (allegato allo schema di decreto

legislativo) e le risorse necessarie non sono ancora debitamente quantificate. Il Cosmat

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rileva che è assente un piano programmatico per eliminare in tempi certi le liste d'attesa e

garantire a tutti i bambini, dai tre ai sei anni, il diritto di frequentare la scuola dell'infanzia.

Il Cosmat evidenzia altresì che l’espansione quantitativa del servizio educativo va comunque

accompagnata dalla diffusione di standard qualitativi, come presupposto ed incentivo alla

integrazione dei servizi a diversa gestione.

Gli standard vanno intesi come criteri “pubblici” di qualità cui ispirare i comportamenti

amministrativi, di gestione delle risorse, di investimento. Ciò richiede l’adozione di un

provvedimento nazionale circa gli standard di qualità che corrispondano ai livelli essenziali

delle prestazioni così come previsto all’art.8 del D.P.R.275/99, per le scuole del sistema

nazionale di istruzione, dunque anche per la scuola dell’infanzia.

C) Il Cosmat relativamente alla personalizzazione dei piani di studio, ricorda che già la legge

517/77 introdusse il principio della individualizzazione dell’insegnamento secondo il quale la

scuola segue i processi di apprendimento-insegnamento tenendo presenti le specifiche

caratteristiche di ciascuno, garantendo a tutti il diritto qualitativo all’istruzione. Ciò anche in

riferimento ai soggetti con handicap o in situazione di svantaggio.

Tali principi sono stati ulteriormente ribaditi e approfonditi negli Orientamenti 91 che hanno

indicato i riferimenti affinchè la scuola dell'infanzia fosse una scuola di tutti e di ciascuno.

L'individualizzazione, sostenuta negli Orientamenti, prevede la diversificazione dei percorsi di

apprendimento-insegnamento e consente, attraverso l’uso di strategie didattiche

differenziate, a tutti i bambini di raggiungere il massimo delle loro potenzialità e le

competenze fondamentali previste dal curricolo.

La personalizzazione che viene descritta nelle Indicazioni Nazionali privilegia comunque

l’utilizzo di strategie didattiche differenziate, ma le finalizza nel garantire ad ogni bambino una

propria forma di eccellenza cognitiva .

L’enfasi posta dal documento sulla “persona” distoglie l’attenzione da come nel tempo si era

posto il rapporto tra i due termini:”individualizzazione” e “personalizzazione”. Entrambi sono

legati al contesto-classe-sezione, ma le modalità e gli scopi cui rispondono sono diversi.

L’individualizzazione risponde alla preoccupazione di una compensazione degli interventi

finalizzata a garantire a tutti esiti formativi e assume il principio che non tutti i soggetti

possono seguire lo stesso ritmo e conquistare nello stesso tempo e allo stesso livello di

approfondimento gli apprendimenti ed i concetti. Occorre quindi garantire un percorso di

sviluppo scandito in una serie più o meno minuziosa di fasi e tappe, con minori passaggi

per alcuni, con molti più passaggi-e molto più dettagliati- per altri.

La personalizzazione risponde alla ricerca del ‘metodo di lavoro’ che più si adatta alle

propensioni, alle strategie, alle modalità di elaborazione, agli interessi profondi dei singoli

senza preoccuparsi di garantire a “chi ha di meno” il “di più” necessario per assicurare pari

opportunità formative .

Senza la consapevolezza del rapporto di implicazione fra diversità e uguaglianza e

dell’uguaglianza nella diversità come finalità della scuola, si rischia di trasformarla in

un’organizzazione di gruppi stabilmente distinti per interessi, livello di sviluppo, attività, nella

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direzione della precoce selezione e individuazione di scelte per la vita.

Alla luce di queste considerazioni non si condivide il fatto che, nelle Indicazioni Nazionali, la

personalizzazione venga presentata come una risposta data dalla scuola all’indidividuo. Ciò

comporterebbe un insegnamento personalizzato, con una diversificazione dei percorsi e dei

risultati e la relativa costruzione di laboratori di recupero e sviluppo, i quali farebbero pensare

ad un ritorno alle “classi differenziali”.

Se a questo si aggiunge la prescrittività desumibile sia dal titolo “Indicazioni Nazionali per i

piani di studio personalizzati” e sia in relazione ai Piani personalizzati, si ravvisa il rischio che

si crei una scuola come servizio “alla persona-individuo”, anziché come progetto formativo

per garantire a tutti e a ciascuno pari opportunità.

D) Il Cosmat ribadisce che ogni processo di sviluppo e innovazione realmente riformatore

non debba disperdere il patrimonio culturale delle proprie radici. E’ dunque essenziale partire

dalla propria storia per capire dove si sta andando e quale percorso progettuale si intenda

attivare.

La scuola dell’infanzia ha una storia molto significativa, nello stesso tempo è una scuola molto

variegata: vi sono ancora sacche di profonda depressione, ma anche molte realtà di provata

eccellenza, connotate in modo molto diverso anche dal punto di vista organizzativo e

gestionale: statale, degli enti locali, privata, paritaria.

In questi ultimi anni, la scuola dell’infanzia, ha avuto un grande impulso, specie dagli

Orientamenti del ‘91 che rimangono un punto di riferimento importante e viene individuata

come un primo livello di introduzione nel mondo dei sistemi simbolici, ma, con

preoccupazione si registra che tutto questo non trova oggi riscontro nelle Indicazioni

Nazionali.

Dal confronto tra gli Orientamenti ‘91 e le Indicazioni Nazionali il Comitato evidenzia che:

- scopo e natura della scuola dell’infanzia risultano completamente decontestualizzati

-l’incrocio tra finalità, sistemi simbolici e culturali, dimensioni di sviluppo, articolato

nei campi di esperienza risulta impoverito e semplificato “ultra petita”; la riduzione

e il conseguente “accorpamento” di alcuni campi di esperienza – che avevano

finalità diversificate – sono segnali di una disattenzione nei confronti della scuola

dell’infanzia rispetto alle sue finalità

-scompare completamente l’impostazione curricolare di ampio respiro che viene

sostituita dagli obiettivi specifici mediati dalle “troppo misteriose” unità di

apprendimento

-le tre finalità della scuola dell’infanzia si trasformano in obiettivi generali del processo

formativo (è evidente la trasformazione valoriale);

-al docente di sezione viene attribuita la funzione di TUTOR come se fosse aggiuntiva,

nuova e preminente;

-il bambino precocemente deve confrontarsi su temi etico-religiosi (questo si è compito

delle famiglie!);

-si sorvola sul problema dell’integrazione dei bambini stranieri;

-ne esce depauperata l’educazione linguistica e quella logico-matematica; nell’intento di

voler privilegiare l’aspetto ludico/assistenziale su quello cognitivo;

-si attribuisce al gioco non più il valore educativo riconosciuto ad esso negli Orientamenti

91, bensì lo si descrive come mero strumento didattico.

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Più in particolare nelle Indicazioni relative alla scuola dell’infanzia appare evidente un’opera

generalizzata di cattura, uso e trasformazione delle espressioni più caratteristiche degli

Orientamenti del ’91, ed una loro piegatura ad una logica che sembra però assai diversa

rispetto a quella che viene annunciata di continuo lungo le pagine dei vari documenti.

Nel testo viene abbandonata l’idea di ambiente funzionale all’apprendimento, accantonato il

contesto, si segnala la centralità del bambino, ma si tratta sempre di un bambino come

essenza individuale, senza tener conto che “il bambino” così immaginato non c’è e non

cresce fuori dalla relazione, dal contesto, dall’interazione, dal processo di incontro con gli altri

e il mondo.

Appare non casuale che, tra le tantissime espressioni riprese alla lettera dal testo del ’91, sia

stata tolta, nella premessa, proprio quella che fa riferimento alla ” visione del bambino come

soggetto attivo, impegnato in un processo di continua interazione con i pari, gli adulti, la

cultura

L’incontro dei bambini con i sistemi simbolici e culturali declinato negli Orientamenti del ’91,

nei sei Campi di esperienza, segue un percorso che, partendo dall’osservazione delle

pratiche spontanee (esplorative, relazionali, cognitive, motorie, comunicative), attiva

conoscenze e abilità attraverso la predisposizione di situazioni come sostegno ed

orientamento all’agire, al sentire, al pensare del bambino, sviluppa le competenze, sostiene

la maturazione dell’identità, promuove la conquista dell’autonomia. Il reale e quotidiano

processo di incontro tra bambini, tra bambini e ambiente, tra bambini e mondo delle

conoscenze (es: i libri, gli ambienti più formalizzati) è il luogo di scoperta, di messa a fuoco e

di sviluppo delle competenze.

Nelle Indicazioni nazionali lo schema è un altro: - l’individuazione degli obiettivi – i processi

didattici che attivano gli obiettivi.

In poche parole: negli Orientamenti si manifesta un’attenzione al processo e al contesto, alle

pratiche da prefigurare in quanto luoghi reali di sviluppo della relazione e degli

apprendimenti, nelle Indicazioni si segnalano in continuazione gli obiettivi e al loro

conseguimento si orienta il contesto, la relazione, l’ambiente.

Sfugge quindi la ricchezza cognitiva e sociale che connota il reale processo di conoscenza, e

si cerca poi di recuperarla sul piano metodologico e didattico, tralasciando completamente il

ruolo che la motivazione-bisogno di apprendere,

intrinseca in ogni soggetto, assume nel percorso di conoscenza.

Si ritrovano nelle Indicazioni numerose espressioni già presenti negli Orientamenti, molte

considerazioni condivisibili e senza dubbio significative ed importanti, difficilmente però

strategiche, perché si tratta sempre di pensieri catturati ed inseriti in una diversa prospettiva.

Così, per esempio, ne “I discorsi e le parole”, la prima esplorazione della lingua scritta non

viene colta come pratica spontanea che il bambino realizza in un contesto comunicativo

stimolante, e quindi come situazione da cui partire per seguirne e renderne consapevole lo

sviluppo, quanto come frutto di un’iniziativa diretta dell’insegnante. Il rischio di

un’anticipazionismo è molto presente.

Le esperienze educative quotidiane dei bambini non sembrano più essere i luoghi dove

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avvengono pratiche sociali e cognitive, situazioni all’interno delle quali cogliere i processi per

sviluppare competenze, bensì gli obiettivi didattici.

E’ così che il gioco, che negli Orientamenti è luogo principe all’interno del quale il bambino

riconosce se stesso nell’interazione con i pari e con gli adulti, incontra il mondo e sviluppa

strumenti di ri-conoscimento, nelle Indicazioni diventa un obiettivo didattico, strumento di

“cattura di attenzione” piuttosto che esperienza di vita.

In questa logica lineare e progressiva degli obiettivi di conoscenza, sono le abilità (connesse

al parlare, all’ascoltare e ad una prima esplorazione della scrittura) a porre le premesse, per

esempio, per un rapporto positivo con i libri; e non invece, come si diceva negli Orientamenti,

la familiarizzazione con i libri a favorire lo sviluppo dell’interazione tra lingua orale e scritta.

Per attenersi ai testi, l’espressione presente negli Orientamenti del ’91: “la familiarizzazione

con i libri favorisce l’interazione tra lingua orale e scritta” è stata sostituita, non casualmente,

con “lo sviluppo delle abilità linguistiche pone le premesse per un rapporto positivo con i libri“.

Così, per quanto riguarda lo “Spazio, ordine e misura”, si dice che “aver acquisito le prime

abilità di raggruppamento e calcolo aiuta a sviluppare le capacità di porre in relazione”.

Appare chiaro che la preoccupazione maggiore che si rileva nelle Indicazioni è quella di

fissare ciò che si deve sapere e saper fare, al di là del processo di costruzione di questo

sapere e saper fare.

Nella sezione riguardante “Il sé e l’altro” quelle che nel testo del ’91 erano proposte come

articolazioni del campo di esperienza: lo sviluppo affettivo, sociale ed etico, qui diventano

articolazioni di “piste didattiche”.

Questo trasferimento di pensieri ed espressioni riprese quasi letteralmente, ma sotto altro

titolo rappresenta forse la “cifra” della diversità tra la cultura educativa veicolata dagli

Orientamenti del ’91 e quella presentata nelle Indicazioni.

Non deve sfuggire che nelle note organizzative, riguardanti la formazione dei gruppi di

bambini, si prevede la formazione di “gruppi di livello”. Questa ipotesi organizzativa,

unitamente al principio della personalizzazione dei piani di studio, cambia la specifica

connotazione propria della scuola dell’infanzia.

E)Relativamente al Portfolio delle competenze individuali che dovrebbe essere uno

strumento utile per il docente e per il bambino, esso rischia di diventare un documento

burocratico di aggravio per i docenti, di collusione nei rapporti genitori e docenti e di

delineazione precoce di tutto il percorso scolastico, piuttosto che uno strumento utile a

valorizzare le esperienze di osservazione, documentazione e valutazione per il miglioramento

che si sono sviluppate in questi anni nella scuola dell’infanzia.

F)Per quanto riguarda i modelli organizzativi l’intreccio tra Riforma degli ordinamenti, che

per la scuola dell’infanzia si era già reso indispensabile dall’emanazione degli Orientamenti

91, e Regolamento dell’autonomia, implica certamente una strutturazione più accorta e

flessibile dei modelli organizzativi, superando alcune rigidità tipiche dell’attuale funzionamento

della scuola dell’infanzia statale. Tale strutturazione, proprio per salvaguardare la specificità e

l’identità di questa scuola, non può però esimersi dal tener in corretto equilibrio i diritti dei

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bambini, i diritti delle famiglie, i diritti degli operatori.

Questi ultimi, è bene ricordare, sono regolamentati e devono restare regolamentati da

accordi contrattuali.

I punti di criticità degli aspetti organizzativi che devono essere affrontati, come già

ampiamente segnalato nella Consultazione attivata nel ’99 dal MIUR e richiamati come

elementi ineleggibili già nel parere reso dal CNPI relativo al D.M.100/2002, sono:

-Il numero di bambini per sezione: l’attuale è unanimemente giudicato eccessivo, a

maggior ragione in presenza di bambini under 3,

-l’organico degli operatori (collaboratori scolastici e insegnanti) dovrà essere

incrementato quantitativamente e qualitativamente in previsione dell’inserimento

dei bambini inferiori a 3 anni

-le ore di compresenza: ne devono essere garantite non meno di 10 settimanali

-i tempi di funzionamento: devono essere formulati avendo a riferimento l’organizzazione

di una “giornata educativa di senso compiuto”

-l’ampliamento dell’offerta formativa, laddove si rende necessaria, deve essere garantita

senza pregiudicare la qualità del progetto educativo(organico funzionale) che il

collegio ha il compito di elaborare, evitando di assoggettare le scelte organizzative

ai bisogni delle famiglie invece che alle esigenze dei bambini.

-le strutture edilizie, le attrezzature e gli arredi sono spesso inadeguati: vanno resi

consoni ad un “contesto motivante” per i bambini, nonché rispondere agli

standard di sicurezza previsti dalla legge.

-i rapporti con l’Ente locale e con le Istituzioni del territorio risultano complessi: si rende

necessaria una attenta vigilanza affinché non si stigmatizzino disservizi che già

oggi differenziano l’offerta qualitativa all’utenza.

Nei Vincoli Organizzativi inseriti nelle indicazioni Nazionali non vengono descritti i parametri e

le condizioni per affrontare in termini di risoluzione qualitativa soddisfacente gli standard di

sviluppo e funzionamento del servizio offerto all’utenza della scuola dell’infanzia.

Si fa notare che sia nella determinazione del tempo minimo (875 ore) sia nel tempo

massimo (1700 ore) non viene contemplato il tempo della contemporaneità dei docenti .

Inoltre il tempo di funzionamento proposto esclude completamente la possibilità di distinguere

tra il tempo del curricolo da garantire a tutti e quello previsto per l’eventuale ampliamento

dell’offerta formativa da inserire nel POF.

Per quanto riguarda il profilo di docente di sezione anche con funzioni tutoria declinato nelle

Indicazioni, il Comitato ritiene che ci sia un’involuzione che ci riporta a prima degli anni 80.

Stessa considerazione vale per il coordinatore dell’equipe pedagogica: una volta si

chiamava “maestra aggiunta”! Coincidono persino le modalità di attribuzione.

Il Comitato ritiene, invece, che la Consultazione sopra citata e attuata in tutte le scuole

dell’infanzia e alla quale hanno aderito il 93% delle scuole statali e paritarie, riprenda in modo

significativo aspetti della professionalità docente e faccia emergere un’immagine della scuola

dell’infanzia articolata e caratterizzata da molti aspetti strettamente connessi all’azione

didattica quali: la progettazione, l’osservazione, la documentazione, la valutazione,il

coordinamento del team, la capacità di organizzare l’ambiente di apprendimento, spunti dai

quali partire per riannodare il legame con la scuola militante che ha sempre dimostrato di

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apprezzare la valorizzazione del proprio percorso di crescita e di essere disponibile a

significativi cambiamenti.

In conclusione il Comitato ritiene che i cambiamenti debbano essere organici agli obiettivi di

miglioramento che ogni riforma si prefigge. Tali cambiamenti non possono che avvenire in

percorsi e processi evolutivi e di sviluppo, non, dunque, in involuzioni.

Nelle Indicazioni Nazionali per la scuola dell’infanzia si registra un “ritorno al passato”

nell’idea di apprendimento, nell’idea di conteso educativo, nell’idea di condizioni

organizzative quali condizioni irrinunciabili per qualificare l’offerta formativa.

B - Comitato Orizzontale Scuola Elementare

Premessa

Il Cose, in assenza di una formale richiesta di parere, da parte del Ministro dell’Istruzione, Ricerca

ed Università, ritiene comunque opportuno esprimere una pronuncia di propria iniziativa sui

documenti di lavoro (Legge 53/03, Schema decreto legislativo, Indicazioni nazionali e Profilo)

al fine di offrire un proprio contributo di idee e proposte alle istituzioni,alle forze politiche, sindacali

ed associative ed alle scuole in una fase molto delicata in ordine alle scelte legislative e

pedagogiche da assumere per il futuro della Scuola.

Nell’analisi delle varie questioni, il Cose, oltre ai documenti sopra enunciati, ha attentamente valutato i

decreti e le circolari ministeriali emanati sulla materia, i precedenti pareri espressi dal CNPI, gli esiti

del monitoraggio sulla sperimentazione della riforma nella scuola dell’infanzia e nella prima classe della

scuola elementare, il parere del Consiglio universitario nazionale e le osservazioni elaborate dalle

associazioni professionali.

Preliminarmente il Cose evidenzia sul piano prettamente legislativo un’incongruenza tra la legge

delega di Riforma che non prevede nella sua attuazione nessuna fase provvisoria e lo schema del

Decreto legislativo che, nell’art. 13 comma 3, nelle more dell’emanazione di appositi regolamenti sui

piani di studio (comma 1 art. 7 legge 53/2003), inserisce in via transitoria, un assetto pedagogico,

didattico ed organizzativo secondo le linee delle “Indicazioni nazionali” allegate allo stesso schema di

decreto.

Tale procedura, anche se motivata dalla necessità di avviare in tempi brevi la riforma nella prima parte

del sistema di istruzione, rende alquanto “anomalo” e “contraddittorio” l’iter intrapreso sulla base di atti

e documenti elaborati e rielaborati in ristretti gruppi di lavoro che non possono certamente

rappresentare tutto il mondo della scuola, della comunità scientifica e del più ampio pluralismo

culturale.

Un “vulnus” che inficia la cogenza normativa delle “Indicazioni” limitandole a semplici orientamenti, e

contestualmente indebolisce la valenza pedagogica dell’impianto complessivo rispetto

all’individuazione di criteri più lineari e scientifici nel percorso formativo dell’alunno.

Gli elementi di natura organizzativa ed ordinamentale della prima parte delle Indicazioni sembrano,

infatti, prevalere sugli aspetti culturali della seconda parte in una logica di subordinazione che lascia

poco spazio all’autonomia delle singole istituzioni scolastiche.

Di fatto, ancora una volta, i “contenuti” sono stati successivamente formulati su dei rigidi “contenitori”,

con il chiaro intento di contenere e contrarre gli attuali livelli dell’offerta formativa e le risorse

professionali impegnate.

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Tutti gli atti ed i passaggi, che dall’approvazione della Legge 53/03 hanno portato alla definizione

della bozza del Decreto Legislativo e dei relativi allegati, risentono di un atteggiamento

dell’Amministrazione non disponibile ad accogliere contributi e suggerimenti inviati dalle istituzioni

scolastiche e dall’ampia e composita realtà organizzata della scuola italiana.

La stessa esperienza della pur limitata sperimentazione, avviata nel precedente anno scolastico nella

scuola dell’infanzia e nel primo ciclo della scuola primaria, non ha avuto momenti istituzionali aperti di

un serio monitoraggio e di un’attenta verifica ai fini della definizione degli atti di normativa secondaria.

Eludere o sottovalutare i problemi e gli orientamenti che nascono dall’esperienza della scuola primaria,

settore coinvolto nell’ultimo periodo in una lunga e complessa fase di rinnovamento, espone

certamente l’attuale processo di riforma a gravi rischi e probabilità di insuccesso.

VALUTAZIONI ED OSSERVAZIONI

Nel merito delle Indicazioni nazionali il COSE, anche sulla base dei contributi offerti, evidenzia

alcuni degli elementi nodali sui quali ritiene opportuno che sia avviato un ulteriore momento di

riflessione, approfondimento e chiarificazione per significative modifiche.

Le Indicazioni, che dovrebbero diventare prescrittive per la scuola primaria, necessitano di una

premessa, per quanto agile e sintetica, in cui docenti, genitori, studenti, dirigenti ed ogni cittadino

possano comprendere l’idea di scuola sottesa alla riforma stessa.

Una premessa, dunque, che dia continuità alle Indicazioni specifiche dei singoli tratti del percorso

scolastico, evitando così letture frammentate e parziali, generative di divisione fra cicli scolastici,

a tutto danno della stessa centralità della persona indicata, invece, come fulcro di senso.

- Relativamente al tempo della scuola primaria il COSE evidenzia una riduzione complessiva

dell'offerta formativa in termini quantitativi e qualitativi.

La proposta di un orario settimanale non superiore alle 30 ore, di fatto, non garantisce più la

continuità di una lunga e consolidata esperienza di “tempo pieno curricolare”, largamente diffuso

soprattutto in diverse aree metropolitane, quale concreta risposta ad esigenze formative e sociali.

Anche l’articolazione del tempo scuola in momenti “obbligatori” di 891 ore annue e momenti

“aggiuntivi, opzionali e facoltativi” di ulteriori 99 ore annue suscita non poche perplessità.

Creare una differenziazione tra i tempi di apprendimento dell’allievo reintroduce un'evidente

gerarchia tra i saperi, le aree disciplinari e le attività, con serio pregiudizio per un percorso

educativo complessivamente unitario nelle sue componenti, offerto a tutti indistintamente e non

segmentato come parte di servizio a domanda individuale. Tale orientamento viene ulteriormente

confermato dalla previsione di collaborazioni e di operatori esterni in spazi previsti attualmente

dagli Ordinamenti.

Una simile ipotesi contrasta, inoltre, fortemente con i presupposti culturali e pedagogici del

curricolo della scuola primaria, dove tutte le discipline e le attività costituiscono indistintamente

specifici ambiti formativi e di apprendimento e concorrono allo sviluppo globale della persona.

- In tale contesto il rinvio a successiva decretazione della definizione per la scuola primaria

degli organici di istituto del personale docente è motivo di ulteriore preoccupazione per le

implicazioni di notevole rilevanza sul piano delle garanzie di adeguati livelli quantitativi e

qualitativi dell’offerta formativa.

E’ un aspetto strategico sul quale si gioca il futuro di questo delicato settore e dove occorrono

massima chiarezza e certezza per impostare una seria progettazione sulla base delle migliori

esperienze acquisite nella scuola primaria.

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Nella scuola primaria la costruzione del gruppo docente e la pratica della collegialità hanno

costituito la chiave di volta di un lungo processo di innovazione sperimentale e riforma. Il

passaggio dall’insegnante unico ad una pluralità di docenti si è realizzato avendo come

fondamentali riferimenti pedagogici, didattici ed organizzativi l’idea delle discipline come contesti

formativi e di apprendimento ed una pratica professionale degli insegnanti ancorata all’unitarietà

ed alla piena corresponsabilità del gruppo docente.

In questi anni le diverse possibilità offerte dall’organizzazione modulare hanno favorito nel tempo

l’opzione, da parte di moltissime scuole, di un docente con orario prevalente, in particolare nel

primo ciclo.

Si tratta, però, di scelte che si collocano nell’ambito dell’autonomia didattica ed organizzativa

delle istituzioni scolastiche e del piano dell’offerta formativa elaborato dal Collegio dei docenti.

La funzione tutoriale è, invece, una componente essenziale della funzione docente in quanto tale,

soprattutto, per affrontare gli aspetti relativi al disagio personale o per superare ostacoli che si

frappongono ai processi di apprendimento e al successo formativo. Se da un lato si ritiene

importante valorizzare e sostenere tale funzione, dall’altro risulta estremamente limitativa e

penalizzante per l’autonomia didattica ed organizzativa delle istituzioni scolastiche affidare ad un

solo insegnante, anche in termini orari molto precisi, un ruolo così determinante. Tale scelta,

peraltro non prevista nella legge 53/03,destruttura il gruppo docente e ed introduce al suo interno

pericolose gerarchizzazioni.

L’individualizzazione dell’insegnamento, sin dalla Legge 517/77 ha rappresentato un tratto

costitutivo dell’operare dei docenti nell’attività educativa e didattica, particolarmente nella cultura e

nella pratica della scuola primaria.

A parere del COSE è importante stabilire se il riferimento alla personalizzazione dei piani di

studio rappresenti un coerente sviluppo di tale principio regolativo dell’azione educativa, al quale

corrisponde l’attenzione all’unitarietà del progetto educativo e didattico ed al contesto sociale dei

processi di apprendimento.

Il ricorrente riferimento alla personalizzazione appare, piuttosto, come un mutamento di impianto

culturale, con una tendenza ad una diversificazione strutturale dei percorsi degli alunni e dei

risultati attesi che potrebbe anche favorire l’organizzazione per classi o gruppi di allievi

differenziati per livelli di capacità. In tal senso si modifica profondamente la stessa identità

pedagogica della scuola primaria, suscitando non poche perplessità e preoccupazioni, oltre ad un

diffuso e fondato scetticismo sulla fattibilità di tali proposte nel concreto contesto scolastico.

Il COSE non condivide l’abbandono della stessa idea di “curricolo” che, come è noto,

rappresenta nelle sue diverse accezioni un riferimento costante nel dibattito educativo italiano ed

europeo.

L’idea di “curricolo” , che non a caso si sviluppa soprattutto nei sistemi formativi connotati da

decentramento ed autonomia delle scuole, si è rafforzata nel nostro Paese con la normativa

sull’autonomia scolastica e con il processo di modifica costituzionale del titolo V.Il Piano di studi,

invece, in mancanza di adeguata chiarificazione, sembra porsi in alternativa al “ curricolo” in

quanto poco flessibile e carente di attenzione ai contesti delle relazioni educative.

Anche l’elencazione degli obiettivi specifici correlati agli obiettivi formativi, suscita perplessità, al

di là delle osservazioni che sono state rilevate in ordine a incongruenze nell’indicazione delle

conoscenze ed abilità relative alle diverse aree disciplinari.

12

Risulta certamente positivo e condiviso per il COSE il costante richiamo all’autonomia e

responsabilità della scuola e dei docenti nel progettare percorsi didattici nei quali gli obiettivi

specifici di apprendimento rappresentano la mappa per formulare gli obiettivi formativi.

Contestualmente, però, bisogna sciogliere ogni ambiguità tra la prescrittività degli obiettivi

specifici di apprendimento per tutte le istituzioni scolastiche e la possibilità di ritenerli come

mappa ed indicazione per la costruzione degli obiettivi formativi di competenza della

progettazione scolastica.

La questione non è certamente di scarsa rilevanza, anche sul piano istituzionale,

considerato che conseguentemente non risulta chiarito su quali livelli essenziali di

apprendimento e su quali competenze si definiscono, ai vari stadi, i processi di valutazione

formativa e conclusiva, interni ed esterni alle istituzioni scolastiche.

Non condivisibile appare, inoltre, la scelta di formulare un dettagliato elenco di finalità,

obiettivi, competenze legate alla rigida articolazione dei bienni e monoenni del ciclo primario.

In tale quadro, nonostante il suggestivo richiamo all’ologramma, l’impianto concettuale ed

organizzativo si caratterizza per la frammentazione degli obiettivi con effetti di rigidità

dell’intervento didattico.

Il COSE auspica un intervento specifico in ordine alla definizione dei livelli essenziali di

competenza terminale (risultati che occorre garantire), lasciando la determinazione dei

percorsi alla progettazione ed alla pratica educativa e didattica delle istituzioni scolastiche.

In conclusione il COSE,ribadendo anche quanto analiticamente evidenziato dal CNPI nel

parere dell’11 aprile 2002, ritiene necessari tempi e spazi di approfondimento sugli elementi

di impianto culturale ed organizzativo evidenziati e che richiedono significative integrazioni e

modifiche.

C - COMITATO ORIZZONTALE SCUOLA MEDIA

Premessa

Pur non essendo previsto dallo schema di decreto legislativo inviato alle Commissioni

parlamentari e alla Conferenza unificata Stato - Regioni un parere del CNPI sul decreto

suddetto, il COSME ritiene di dover fare al riguardo alcune considerazioni, in quanto

esplicitamente (e più volte) le Indicazioni nazionali fanno riferimento a quanto in esso

contenuto, per l'avvio nella scuola secondaria di 1° grado della riforma di ordinamento a

partire dall'anno scolastico 2004/2005.

Il COSME ritiene necessario, a tal proposito, puntualizzare che il documento finale che

sarà approvato dal Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione non sostituisce il parere

obbligatorio proceduralmente previsto sulle Indicazioni nazionali per i piani di studio

personalizzati, allegate al decreto.

I piani di studio, infatti, devono essere definiti - ai sensi dell’art. 8 del D.P.R. 275/99 -

solo dopo avere sentito il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione.

Si deve tenere, altresì, presente che un parere su questi c.d. “ Primi piani di studio”,

attivati come norma transitoria e non previsti dalla legge n. 53 del 2003, è ammissibile e può

essere reso solo dopo che sarà stata approvata e sarà divenuta operante la norma che li

legittima, nella fattispecie rappresentata dal decreto legislativo.

13

Si deve, inoltre, tenere presente che non è possibile, nel merito, un parere se non si

conoscono con certezza le quantità orarie da utilizzare per la realizzazione dei piani di studio

e, nel caso della scuola secondaria di primo grado, anche da quali insegnanti e con quali

titoli (classi di concorso) saranno realizzati

In premessa si fa notare inoltre che l'impianto del decreto legislativo ha una coerenza

solo parziale con la legge delega al punto che ne dilata l'intervento ad aspetti non contenuti

nella delega stessa e ad altri che dovrebbero trovare applicazione per via regolamentare.

Pur ribadendo piena condivisione circa l'esigenza di una riforma complessiva del

sistema di istruzione e formazione, anche alla luce di quanto previsto dalle legge

costituzionale 3/2001, il COSME fa notare che il percorso intrapreso non ha coinvolto la

scuola, e principalmente i soggetti che dovranno attuare la riforma; è sotto gli occhi di tutti,

ad esempio, che mancano dati oggettivi e pubblici sulla sperimentazione realizzata nell'anno

scolastico 2002/2003 in 251 scuole fra statali e paritarie e che sulla stessa sperimentazione

e sulle Indicazioni nazionali si registrano prese di posizione con elementi di forte criticità da

parte di insegnanti, di esperti, delle associazioni professionali degli insegnanti e dei dirigenti

scolastici, delle organizzazioni sindacali etc.

Un aspetto, quest'ultimo, non trascurabile se si considera che, attraverso questi

documenti, - peraltro elaborati da Commissioni di studio non costituite ufficialmente, e senza

alcuna pubblicizzazione - si introducono modifiche sostanziali nell'impianto culturale

(pedagogico e didattico) e organizzativo, oltre che strutturale, della scuola dell'infanzia e del

primo ciclo di istruzione.

Non si condivide la scelta del Ministero di mettere a disposizione della scuola

documenti transitori ("fino al prescritto regolamento di cui all'art. 8 del DPR 275/1999") che,

proprio per il loro carattere transitorio, potrebbero essere generatori, a giudizio del COSME,

di confusione e di disorientamento culturale, con ripercussioni negative sulla qualità

organizzativa e didattica del lavoro scolastico.

Si fa notare, a riguardo, che la legge delega non solo non prevede la possibilità di

attivare una fase transitoria illimitata alla quale dovrebbero far seguito, a regime, i

regolamenti emanati ai sensi dell'art. 8 del DPR 275/99 ma che i programmi, ovvero le

Indicazioni curricolari, discendono esclusivamente da detto articolo. Le Indicazioni nazionali

non hanno, dunque, alcun fondamento normativo, non essendo stato emanato il regolamento

previsto dall'art. 8 del DPR 275/99 in materia di curricoli.

Osservazioni generali di merito

Nel merito, si osserva che gli estensori del documento in esame non si muovono in

continuità con la storia e la cultura della scuola media. Si condivide il riconoscimento di un

percorso triennale per la fascia d'età 11 - 14 anni, ma si nutrono forti perplessità

sull’articolazione del triennio (2+1), affatto coerente con l’idea di continuità del “primo ciclo”,

che appartiene alla tradizione di lavoro della scuola di base. In particolare, si fa notare che la

scelta di un monoennio, che corrisponde all’attuale terza media, anche per le proposte

culturali contenute nelle Indicazioni nazionali, determina di fatto una canalizzazione precoce

con l’anticipazione di contenuti oggi propri del biennio della secondaria superiore e annulla

lo sforzo compiuto in questi anni, quello di non ritenere conclusa la formazione culturale di

base con la scuola media. A tal proposito, vogliamo ricordare che la legge 1859/62 istitutiva

della scuola media unica fu emanata "in attuazione dell'articolo 34 della Costituzione" e che

14

essa “concorre a promuovere la formazione dell'uomo e del cittadino secondo i principi della

Costituzione e favorisce l'orientamento dei giovani ai fini della scelta successiva", una scelta,

a parere del COSME, ancora oggi decisiva per far crescere la cultura della scuola italiana,

che purtroppo non ci sembra riconfermata nei documenti in esame.

Poco coerente appare, altresì, al COSME l'impianto culturale delle Indicazioni nazionali,

soprattutto se paragonato con le scelte compiute dagli estensori dei Programmi del '79. Il

loro aggiornamento culturale, reso necessario dall’evoluzione della ricerca in campo

disciplinare e didattico, va assicurato riconoscendo nei fatti la tradizione di lavoro della

scuola media impegnata come istituzione a garantire, attraverso l'istruzione obbligatoria,

l'uguaglianza dei cittadini (art. 3, 33, 34 della Costituzione). Nelle Indicazioni nazionali si è

proceduto, invece, a una frammentazione eccessiva - particolarmente evidente

nell'organizzazione delle singole discipline -, frammentazione lontana dall'operare condiviso

degli insegnanti, consolidatosi negli anni nella concretezza dell'agire didattico ed educativo

delle singole istituzioni scolastiche. Sono ignorate le recenti esperienze delle scuole

(documentate nel monitoraggio che ha seguito l’introduzione dell’autonomia), dalle quali

emerge una ricerca diffusa sul versante didattico e organizzativo, anche attraverso iniziative

di rete, a norma di quanto previsto dal DPR 275/99 agli art. 3, 4, 5, 6, 7.

In questo quadro non si comprende la ragione che ha indotto ad una ri-scrittura di

quella parte dei Programmi del ’79 in cui erano definite le premesse, le finalità, gli obiettivi

generali del processo educativo. Il testo, di difficile lettura, non chiarisce i livelli essenziali di

prestazione a cui tutte le scuole secondarie di 1° grado del Sistema nazionale sono tenute e

non essendovi chiarezza di caratteri e fini, si generano incongruenze, ambiguità e

sovrapposizioni.

Ci riferiamo ad esempio al modo in cui è presentato il tema "filosofico" del confronto

del preadolescente con il problema del modello e più in generale a tutte le questioni sollevate

nella descrizione dei tratti educativi della scuola secondaria di primo grado. In questo

ambito, vogliamo segnalare che, proprio per le caratteristiche dei preadolescenti, sarebbe

più opportuno non parlare di modello al singolare, ma compiere scelte culturali a vantaggio

della problematizzazione, affidando alla scuola e agli insegnanti il compito di promuovere,

attraverso l’utilizzo di più modelli, atteggiamenti di analisi critica e di pensiero libero, di

riflessione.

Il processo di costruzione della conoscenza in questa delicata fase dell’età evolutiva è

"plurale" e va accompagnato dagli adulti con cautela, avendo cura di evitare che esso sia

ancorato ad un unico modello.

Né convince la scelta di mantenere ferme solo alcune affermazioni di principio già

presenti nei Programmi del '79 (scuola che colloca nel mondo, scuola orientativa) e di

cassarne altre (scuola della formazione dell'uomo e del cittadino, scuola secondaria

nell'ambito dell'istruzione obbligatoria) esplicitamente riferite al testo costituzionale,

sostituendole con affermazioni solo apparentemente più vicine ai problemi di questa fascia

d'età e alle richieste della società o di una parte di essa (scuola dell'educazione integrale

della persona, dell'identità, della motivazione e del significato, della prevenzione dei disagi

e del recupero degli svantaggi, della relazione educativa).

A parere del COSME è proprio l'orizzonte costituzionale in cui si muovevano le

formulazioni precedenti che assicurava la necessaria, dovuta attenzione ai problemi

identitari e di motivazione dei preadolescenti, ovvero tutte quelle azioni educative e

didattiche che possono consentire di "rimuovere gli ostacoli…" sul terreno della dispersione,

15

del disagio, dello svantaggio. garantendo il successo scolastico per tutti. Principi fondanti

della scuola media, così come si è venuta costruendo a partire dalla sua istituzione nel ’62,

incentrati sulla continuità educativa, sulla programmazione collegiale, sull’estensione del

tempo scuola, sul documento di valutazione personale in cui conoscenze e competenze sono

riconoscibili in un percorso individualizzato (la scuola di tutti e di ciascuno) rischiano di

essere cancellati, soppiantati da una logica piegata al mercato attraverso la riduzione del

tempo scuola collettivo e l’apertura alla domanda individuale delle famiglie.

Non convince, inoltre, la scelta di separare così nettamente (esaltando il valore

simbolico della rottura) la primarietà dalla secondarietà, poiché tale scelta non tiene in alcun

conto l'esperienza maturata, pur fra mille difficoltà, sul terreno della continuità educativa fra

scuola dell'infanzia, elementare e media, che negli istituti comprensivi è diventata sfida

culturale sul terreno innovativo del curricolo verticale e dell'organizzazione del lavoro.

E, proprio a proposito degli istituti comprensivi (il 43% delle istituzioni scolastiche

presenti nel Paese), si sottolinea che nel testo in esame (e quindi nella bozza di decreto

legislativo) non vi è alcuna riflessione al riguardo, mentre, a parere del COSME essi

rappresentano i luoghi in cui concretamente si sperimentano nuovi modelli organizzativi e

nuove proposte didattiche, nel segno della continuità educativa.

A proposito del Portfolio, si esprimono forti perplessità sul fatto che esso sia presentato

nelle Indicazioni nazionali come uno strumento di valutazione e, contemporaneamente, di

orientamento. L'esperienza più che decennale del documento/scheda di valutazione ha

evidenziato la necessità di tenere distinte le funzioni che attengono alla misurazione –

valutazione da quelle più propriamente pedagogiche e di documentazione dei percorsi.

Misurare, valutare prestazioni e/o competenze è, sul piano didattico, operazione assai

diversa dal riconoscere e dal valorizzare stili cognitivi e stili di apprendimento, anche per le

implicazioni connesse con le strategie didattiche messe in atto in autonomia dai singoli

docenti e dal consiglio di classe.

La valutazione dei processi di insegnamento-apprendimento comporta un delicato lavoro

di osservazione e descrizione (anche narrativa) dei percorsi formativi. Per come sono

formulate nelle Indicazioni nazionali la funzione e le caratteristiche del Portaolio vi è il rischio,

piuttosto evidente, che il medesimo si trasformi in un atto amministrativo e/o che esso segni

precocemente il percorso scolastico degli alunni, al punto di influenzare la valutazione e

condizionare le scelte di studio successive..

Né ci sembra utile determinare, e proprio sul terreno delicato della valutazione, conflitti fra

soggetti con responsabilità educative diverse, quali sono gli insegnanti e i genitori,

attribuendo a questi ultimi il compito di formulare osservazioni sui “metodi di apprendimento”

utilizzati dai loro figli. Oltre che inopportuni e discriminanti, interventi in tal senso si leggono

come gravi interferenze e su un terreno particolarmente delicato, qual è quello della

valutazione, che è di stretta competenza dei docenti.

Il coinvolgimento dell’allievo e della sua “famiglia” non avviene nella compilazione del

Portfolio, ma durante tutto il percorso educativo, nelle forme e nelle modalità che, in

autonomia, le singole istituzioni scolastiche riterranno di mettere a disposizione per

sostenere il dialogo educativo.

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Nelle Indicazioni nazionali è enfatizzato il passaggio dagli obiettivi specifici di

apprendimento agli obiettivi formativi sino alla personalizzazione dei piani di studio.

Questo aspetto induce il COSME a chiedere che sia posta la dovuta attenzione alle

prerogative della scuola come istituzione scolastica autonoma, al ruolo e alla funzione degli

Organi collegiali, alla libertà di insegnamento. Sul concetto di personalizzazione esprimiamo

convintamene la nostra scelta a vantaggio del principio di individualizzazione introdotto con la

legge 517/77, che corrisponde nella pratica al lavoro della scuola media sul terreno della

ricerca dei percorsi di apprendimento -insegnamento più idonei, e proprio in relazione alle

caratteristiche dei singoli alunni. Facciamo, inoltre, notare che il modello interpretativo

sotteso al concetto di personalizzazione adatta i traguardi dell’istruzione alla previsione di

successo dei singoli, una sorta di determinismo tra caratteristiche dei singoli e livello degli

apprendimenti. Una modalità tutt’altro che giocata sulla centralità del soggetto che apprende,

più volte richiamata nel documento in esame. Non ci sembra accettabile, in educazione, che i

risultati siano garantiti solo ad alcuni; soprattutto non condividiamo che si stabilisca a priori

chi debba raggiungerli e chi no.

Nel merito, infine, alcune osservazioni sul paragrafo Vincoli e risorse in ordine al tempo

scuola, al principio della scelta educativa delle famiglie, alla figura del docente tutor -

coordinatore e agli studenti in situazione di handicap.

Nel DPR 275/99 il Piano dell’offerta formativa implica la capacità di ogni scuola di

progettare e realizzare un proprio piano dell’offerta formativa, un impegno esplicitamente

richiamato all’articolo 3 di detto regolamento. Tanto si richiama in quanto si vuole sottolineare

che il POF non è un adempimento burocratico, ma piuttosto un atto di indirizzo che impegna

tutte le componenti scolastiche nei confronti di chi fruisce del servizio educativo e più

complessivamente della comunità sociale. In questo senso, pur ritenendo vincoli e risorse, tra

gli altri, il tempo scuola e l’organico d’istituto, non si condividono le scelte adottate, foriere di

un depotenziamento delle risorse culturali e professionali a disposizione delle scuole, in

ragione di una lettura restrittiva dei vincoli – risorse, come appare nel documento in esame,

una scelta lontana dalle quelle fatte nel DPR 275/99, e proprio in materia di vincoli – risorse.

Per queste motivazioni, non si condivide ad esempio la scelta di ridurre il tema del tempo

scuola a ragionamenti che ne evidenziano esclusivamente il carattere quantitativo, né si

condivide una scelta di collocare il tempo obbligatorio al di sotto della soglia delle 30 ore

settimanali, oggi garantite in tutte le istituzioni scolastiche, né il venir meno dell'opzione del

tempo prolungato e del tempo pieno, che ha rappresentato una risposta coerente a bisogni e

richieste provenienti dalle famiglie e dal territorio più in generale. Il tempo scuola ha sempre

rappresentato una delle principali risorse per garantire le competenze culturali necessarie.

Non si può sottacere, inoltre, la contraddizione tra l'ampliamento ipotetico delle discipline e

delle educazioni e la sottrazione di ore perfino agli ordinamenti attuali, ore ritenute

nettamente insufficienti dagli operatori scolastici e dalle stesse famiglie.

A tal proposito, appare come una forzatura e un ulteriore elemento di frammentazione

l'ipotesi di attribuire nell'ambito delle 891 ore, una quota oraria non quantificata ai curricoli da

definirsi da parte delle Regioni. Tale ipotesi riduce ulteriormente gli spazi di autonomia delle

scuole, ne impoverisce la capacità progettuale e di decisione, non tiene conto che proprio in

ragione della legge costituzionale 3/2001 le Regioni e gli Enti locali hanno il potere di

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proporre attività di formazione, ma possono intervenire esclusivamente, attraverso la

programmazione e l'offerta di elementi formativi aggiuntivi.

Sul tempo scuola è del tutto evidente che, anche in presenza dell'utilizzo di tutte le 198 ore

a disposizione della scuola, esso rimane al di sotto dell'attuale modello di tempo prolungato.

Inoltre si fa notare che, dal momento che non sono quantificate né la quota spettante

alle Regioni, né quella spettante alle istituzioni scolastiche autonome, tenendo conto

dell'orario attribuito alle singole discipline, il modello proposto si attesta su un monte ore

assolutamente insufficiente a garantire un’offerta formativa adeguata.

Non si comprende il mancato riconoscimento del tempo mensa nell'orario annuale; la

scelta contrasta sia con quanto negoziato nel recente contratto di lavoro sia con quanto si

sostiene in ambito pedagogico in merito alla valenza educativa di questo spazio,

particolarmente nel settore della scuola dell'infanzia e nel primo ciclo dell'istruzione.

Vengono meno, a parere del COSME, e proprio sul tempo scuola (nella proposta in

esame al tempo obbligatorio di circa 27 ore a settimana si aggiunge un tempo opzionale e

facoltativo di 6 ore), le garanzie a tutela della pluralità dell'offerta, attualmente garantita sul

territorio nazionale dalla compresenza di modelli orari diversi ( 30 - 33 - 36 - 40 ore) e di

conseguenza tutte quelle opzioni culturali che sono presenti in quei modelli orari (fra gli altri

ad esempio l’insegnamento della seconda lingua, le attività integrative etc.).

Inoltre, in merito alle richieste delle famiglie, mentre si condivide che la scuola debba

aderire ai bisogni formativi che provengono dalla società predisponendo le necessarie

proposte, suscita parecchie perplessità l'idea che ciascuna famiglia possa formulare le

proprie richieste all’atto dell’iscrizione.

L’offerta formativa della scuola non può essere soddisfatta rispondendo a domande

formulate a livello individuale. C’è il rischio, infatti, che una tale visione sia fonte di richieste

legate più alle mode transitorie che a un progetto di scuola capace di rispondere ai bisogni

di ogni individuo e della collettività.

Il ruolo delle famiglie nella scelta è centrale, ma esso va esaltato a partire dalla riforma

degli organi collegiali e degli organi di partecipazione democratica, i soli che possono

ricondurre a sintesi e mediare tutte le esigenze, anche attraverso un filtro che, superando le

mode momentanee, punti invece all’attuazione di insegnamenti in grado di determinare

crescita culturale individuale e collettiva.

Non è da sottovalutare, infine, fermi restando il ruolo e le prerogative della contrattazione

sindacale, che si creerebbero le condizioni per una mobilità coatta territoriale e professionale

eccessiva ed una precarizzazione del personale della scuola, particolarmente grave in

rapporto alla qualità degli esiti formativi. Peraltro la scelta di opzioni o offerte facoltative non

può che avvenire che contestualmente all’atto dell’iscrizione, dal momento che il Piano

dell’Offerta Formativa non può essere vincolato a scelte successive alla sua adozione da

parte degli organi collegiali della scuola (il collegio docenti, il consiglio di istituto).

Non è chiaro se l'organico di istituto comprenda le 198 ore annue a disposizione delle

famiglie e, ove non le comprenda, come si risolve il problema del personale in esubero. Se la

previsione di organico fosse legata alla scelta delle attività opzionali e facoltative delle

famiglie, non ci sarebbero condizioni di stabilità per il personale a

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tempo indeterminato, con il rischio del tutto evidente di introdurre forme di lavoro a tempo,

con un incremento dei contratti a prestazione d'opera, fortemente negative sul piano della

qualità.

Viene meno la tenuta e l'unitarietà del progetto educativo, compromessa anche dalla

proposta di laboratori facoltativi di rete, affidati anch'essi a esperti con contratti d'opera, a

domanda individuale e a pagamento per chi può permetterseli. Il mancato inserimento di tutto

l’orario nell’organico di diritto vanifica anche le legittime attese di chi da anni aspetta di

trasformare il proprio rapporto di lavoro in incarico stabile.

La mobilità volontaria, garantita dagli attuali contratti e ordinanze, non può andare

incontro alle restrizioni previste dal comma 1 del paragrafo Vincoli e risorse. L’applicazione

di tale comma penalizzerebbe il personale costringendolo a delle scelte. Ad esempio

diventerebbe particolarmente grave il caso di chi, avendo più classi (1 – 2 – 3) non potrebbe

di fatto mai spostarsi.Si potrebbe eventualmente rendere volontaria la permanenza con

opportune forme di incentivazione (attraverso punteggi aggiuntivi e/o adeguati riconoscimenti

economici), come già riconosciuto per chi insegna in istituzioni scolastiche collocate in aree a

rischio.

Sull’individuazione di un docente con funzioni di coordinatore – tutor, il COSME

esprime forti preoccupazioni: non sono chiari il profilo, i carichi di lavoro, le competenze

richieste, i meccanismi di designazione.

Qualora si tratti di interventi a sostegno degli studenti o di lavoro di compilazione e

aggiornamento del Portfolio si chiede di chiarire qual è, nel primo caso, il rapporto con le

funzioni strumentali con analogo incarico e, nel secondo caso, quali sono i rapporti con gli

organismi collegiali (in primo luogo il consiglio di classe, peraltro mai nominato) e con i

soggetti a vario titolo coinvolti nel processo educativo. O forse l’équipe pedagogica è

candidata a sostituire l’attuale consiglio di classe?

Non si capisce nella formulazione del testo cosa si debba intendere con la scelta di un tutor

“ per ogni gruppo di allievi”; non è chiaro, infatti, se ci si riferisca alla classe per intero, a un

gruppo di essa, a gruppi provenienti da classi diverse. Inoltre, il docente con funzione di tutor

evidenzia un nuovo profilo professionale non contemplato nei contratti di lavoro, in aperto

contrasto con le prerogative proprie del singolo insegnante e con il ruolo del consiglio di

classe per quanto attiene al processo di insegnamento – apprendimento e al principio della

corresponsabilità educativa. Si affida ad un insegnante, senza alcuna chiarezza di procedure,

di individuare e intercettare l’organizzazione della domanda delle famiglie sul territorio, un

compito assai delicato, che potrebbe orientare oltre misura i destini degli studenti.

Infine, certamente non per importanza, si segnala l’assenza del tema dell’ handicap e

delle problematiche ad esso collegate. Al di là del dichiarato (scuola della prevenzione del

disagio e recupero degli svantaggi), non si coglie la dimensione del problema e si fanno

scelte nettamente al di sotto di quanto la scuola media ha realizzato fin dalle prime

esperienze di integrazione scolastica e successivamente nello spirito della legge 104/92 e

della normativa di riferimento.

Si fa notare, in particolare, l’ambiguità di quanto previsto all’art. 16, comma 1 della

bozza di decreto legislativo per gli studenti in situazione di handicap. Non si comprende,

infatti, se ci si richiami allo spirito originario della legge 104/92 con gli investimenti in risorse

umane e formazione per la “vera” integrazione scolastica e l’inclusione sociale degli studenti

in situazione di handicap oppure se ci si riferisca, per sancirla come scelta definitiva, ai tagli

del personale realizzati nelle recenti finanziarie.

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CONCLUSIONE

Il CNPI chiede al Ministro dell’Istruzione Università e Ricerca di considerare,

congiuntamente alle proposte degli organismi istituzionali, anche i contenuti della presente

pronuncia ai fini della definizione finale del decreto legislativo.