FORUM REGIONALE PER L’EDUCAZIONE E LA SCUOLA  PIEMONTE

 

PROGETTO “RIPRENDIAMOCI LA SCUOLA”

promosso con le associazioni professionali:

 

AEDE, AIMC, ANDIS, CIDI, FNISM,

LEGAMBIENTE/SCUOLA E FORMAZIONE,

MCE, PROTEO/FARE E SAPERE, UCIIM,

 

in collaborazione con ASAPI.

Ai Collegi docenti e ai Dirigenti

delle Istituzioni scolastiche

del Piemonte

Per un Piano dell’Offerta Formativa 2005/2006

che difenda le qualità irrinunciabili della nostra scuola.

 

Molti docenti  e dirigenti delle istituzioni scolastiche piemontesi, preoccupati per quanto potrebbe succedere il prossimo anno scolastico, ci hanno chiesto di porre al primo punto dell’iniziativa di auto e mutuo aiuto “RIPRENDIAMOCI LA SCUOLA”, la questione dei Piani dell’Offerta  Formativa 2005/2006.

Accogliamo la proposta inviando a tutti i collegi docenti questo breve documento in cui abbiamo cercato di raccogliere e sintetizzare le questioni su cui occorre confrontarsi all’interno delle singole scuole per difendere la qualità delle scelte pedagogiche e organizzative realizzate in questi anni.

E’ una traccia che segnala le questioni critiche e problematiche più rilevanti con cui l’offerta formativa delle singole scuole deve comunque confrontarsi.

 

L’importanza del Piano dell’Offerta Formativa

 

Il Piano dell’Offerta Formativa (POF) è il principale documento, giuridicamente definito, della autonomia didattica e progettuale di ciascuna scuola, attraverso cui il collegio docenti, insieme agli organi di direzione e amministrazione, definisce le scelte educative e didattiche necessarie in ciascun contesto per adempiere nel migliore dei modi ai compiti  istituzionali e costituzionali di una scuola pubblica che è di tutti e per tutti. 

 

Il POF non esprime le intenzioni di un possibile operare, ma esplicita la progettualità collegiale di ogni singola scuola, basata su dati certi (risorse finanziarie e umane, spazi, orari, ….).

 

Gli elementi fondamentali della progettualità formativa sono:

 

1.        una mappa rappresentativa di tutte le attività centrate su nuclei portanti, temi prioritari scelti dalla scuola in relazione alle problematiche e alle opportunità del contesto;

2.        un piano organico che rappresenti gli orientamenti cognitivi, le relazioni concettuali, i nodi di trasferibilità perché, anche attraverso la didattica dei laboratori, sia possibile salvaguardare l’unitarietà dell’apprendimento/ insegnamento;

3.        un’ipotesi di lavoro flessibile, in grado di accogliere espansioni e “interferenze” (per esempio discontinuità legate ai vissuti degli allievi) che in corso d’opera si presentino. Deve essere possibile cioè integrare e/o modificare il pof sulla base di “eventi” che si ritengano importanti e urgenti;

4.        un progetto sistemico capace di fare rete con altre scuole, con le istituzioni e le agenzie del territorio, con l’università e con realtà (anche straniere) che si occupino di formazione;

5.        un’organizzazione didattica trasparente e condivisa (orario settimanale di alunni e docenti, spazi e laboratori, compresenze /contemporaneità, uscite, incontri con le famiglie, con ASL ed enti …. , strumenti per il monitoraggio, l’autovalutazione e la valutazione);

6.        una formalizzazione intesa come discussione con i soggetti direttamente coinvolti e come sottoscrizione di un impegno congiunto. Il livello informativo è un atto necessario, ma non sufficiente perché tutti sostengano, nei termini indicati, il pof nella sua interezza.

 

I livelli di qualità a cui non dobbiamo rinunciare.

 

I presupposti della qualità educativa e organizzativa raggiunta in questi anni grazie all’impegno e al lavoro dei tantissimi che hanno operato nelle istituzioni scolastiche della regione, e a cui non dovremmo rinunciare nei prossimi anni sono:

 

·         L’omogeneità e la coerenza di un progetto formativo “essenziale”, condiviso, volto al perseguimento di livelli di competenza comuni a tutti gli alunni, pur nella necessaria individualizzazione dei percorsi;

·         La definizione di tempi scuola necessari e distesi (30 e 40 ore nella scuola primaria e 30 e 33 ore nella scuola secondaria di primo grado) per l’attuazione del progetto formativo organico, senza artificiose distinzioni  fra discipline e educazioni, fra attività curricolari ed extracurricolari, obbligatorie o facoltative.

·         I significativi spazi di compresenza/ contemporaneità dei docenti, programmati e sistematicamente verificati e valutati, esclusivamente ai fini della gestione condivisa e corresponsabile dei rapporti con gli alunni:

·         L’utilizzo di metodologie di insegnamento/apprendimento attive e laboratoriali, attente ai diversi aspetti della relazione educativa, e alla diversità degli stili cognitivi e dei tempi di apprendimento degli allievi; 

·         La pariteticità dei componenti il gruppo dei docenti, coinvolto collegialmente in ogni aspetto della attività docente: progettualità, didattica, documentazione, valutazione, orientamento e rapporti con le famiglie;

·         Le strategie della valutazione e dell’orientamento finalizzate alla promozione e non alla selezione precoce;

·         La collaborazione partecipata con le famiglie che non si riduca alla scelta di segmenti della offerta formativa, ma che veda il Collegio Docenti come mediatore delle garanzie di eguaglianza delle opportunità formative per tutti, anche attraverso l’interazione fattiva con il territorio e la società;

·         Lo concezione della scuola come comunità scolastica, avvalorata dal riconoscimento costituzionale dell’autonomia.

 

Alcune linee di indirizzo per il prossimo Piano dell’Offerta Formativa

 

Premesso che ci si muove  in una fase di totale transitorietà e incertezza normativa, cerchiamo di esplicitare le questioni essenziali su cui è fondamentale scegliere, per motivare e sostenere un POF che confermi gli attuali livelli di qualità raggiunti dalle nostre scuole. La ricerca e messa a punto delle soluzioni praticabili sia sul piano pedagogico che organizzativo non potrà che essere oggetto di ulteriori fasi di approfondimento comuni e dovrà necessariamente essere frutto dell’autonoma elaborazione di ogni scuola, tenendo conto della sua storia, delle sue risorse e potenzialità, della realtà del territorio in cui opera.

 

Ø       Un progetto culturale e pedagogico unitario e integrato

 

E’ la questione centrale da affrontare, il vero nodo culturale e pedagogico, oltre che politico e sociale, con cui dobbiamo confrontarci. Dobbiamo proporre un progetto  in cui le discipline, le educazioni e le attività di ricerca siano strettamente intrecciate in un unico processo formativo che agisce per offrire a tutti gli allievi un possibile successo. Diversificare le attività aggiuntive, facoltative, opzionali ad personam significherebbe sancire, tornando indietro di 30 anni, la separatezza tra le attività di istruzione e quelle riservate ai “talenti” individuali. Significherebbe avere attività di lusso per gruppi di allievi più abbienti, e di poco conto per altri gruppi di allievi (e sono tantissimi) i cui genitori non sarebbero in grado di contrattare il meglio per i propri figli.

Il progetto formativo offerto dalla scuola di base deve puntare sull’unitarietà degli obiettivi di istruzione ed educazione, proponendo livelli di conoscenza e di competenze da perseguire per tutti gli allievi. Preventivare, come qualcuno sta pensando di fare, piani di studio “personalizzati” con obiettivi e percorsi diversi per gruppi di allievi diversi, significherebbe stravolgere le finalità di istruzione e formazione che la Costituzione italiana assegna al sistema scolastico.

 

Ø       L’individualizzazione del processo di apprendimento e insegnamento

 

Ben diverso è, invece, riuscire ad indicare attraverso il POF le soluzioni organizzative e metodologiche per dare al percorso degli studi una flessibilità funzionale all’integrazione, all’inclusione, alla crescita di ciascuno, cercando di garantire a tutti gli allievi il maggior agio possibile nel certamente faticoso processo dell’apprendere. 

 I termini pedagogicamente più corretti a cui abbiamo cercato sempre di riferirci nel progettare dal punto di vista metodologico le attività sia in aula che nei laboratori, sono quelli di “cooperazione”  e di “individualizzazione”, ben sapendo che i ragazzi apprendono tutti di più e più efficacemente se gli insegnanti riescono a rispettare i loro diversi stili cognitivi e i loro ritmi di apprendimento, cosi come a garantire ad ognuno spazi e tempi per discutere e lavorare in gruppo, per confrontare le diverse ipotesi, per esplorare problemi e poter porre domande e ricercare risposte.

La flessibilità organizzativa e didattica (soprattutto nella scuola secondaria di primo grado) non significa quindi sommare progetti diversi, scollegati fra loro e dai percorsi disciplinari di base. Anche i laboratori devono poter essere gestiti attraverso compresenze e/o contemporaneità ed essere quindi organici al percorso formativo di base.

 

 

Ø       Un modello orario unitario.

 

E’ la scelta coerente con un progetto formativo unitario per tutti.

La presenza di un progetto formativo unitario e integrato per tutti gli allievi, si accompagna necessariamente alla scelta di un modello di tempo/ scuola compatto, e considerato necessario per tutti gli allievi, di almeno 30 ore.

 

Nella scuola primaria ciò significa la riaffermazione della validità del modello a  40 ore (comprensive dell’orario mensa) del Tempo Pieno e di quello a 30 ore (con alcuni ritorni pomeridiani) su cui era basato il funzionamento modulare.  Per la scuola secondaria di primo grado sarebbe necessario una distensione del tempo scuola necessario e uguale per tutti ad almeno 30 ore settimanali nelle prime classi e di almeno 33 ore nelle successive.

Ma l’elemento che meglio contraddistingue una scuola che ricerca e difende le qualità educative su cui si fonda la sua offerta formativa, è l’assenza di artificiose articolazioni interne del tempo scuola  (con tempi obbligatori, tempi aggiuntivi, tempi facoltativi o opzionali e quant’altro). La disarticolazione del tempo scuola in modelli diversificati e facoltativi renderebbe inoltre del tutto naturale e quasi indolore una riduzione degli organici dei docenti.

 

Ø       Pariteticità  e collegialità nel lavoro docente

 

Il Piano dell’Offerta Formativa dovrebbe dare delle informazioni anche su come, in quella scuola, si lavora. E’ importante far conoscere ai genitori e agli stessi allievi e alle altre agenzie socio educative del territorio, quali siano le modalità attraverso cui, in quella scuola, si intendono prendere le decisioni,  discutere dei casi, costruire occasioni formative,  formulare progetti interdisciplinari, lavorare per gruppi interdisciplinari, ecc. La rappresentazione che i  docenti e la dirigenza (ma anche gli uffici o il personale ATA) hanno del modo in cui si lavora o si dovrebbe lavorare nella scuola non è elemento estraneo al giudizio sulla qualità della offerta formativa che quella scuola propone.

Una scuola che dichiara la centralità del metodo cooperativo e collaborativo nel lavoro dei docenti e l’importanza (ma anche il tempo e la fatica che costa) del perseguire una collegialità autentica nelle decisioni è certamente diversa da una scuola che preferisca valorizzare la differenzazione gerarchica e amministrativa delle competenze e delle funzioni, perseguendo strategie organizzative di efficienza e efficacia di tipo aziendale.

Noi preferiamo la prima proprio perché riteniamo che una delle finalità di una scuola sia quella di promuovere prima di tutto lo “star bene insieme”, come condizione per una crescita democratica all’interno delle singole scuole autonome, e per imparare a sviluppare relazioni equilibrate con il mondo esterno alla scuola.

 

Ø       Criteri e strumenti di verifica e di valutazione finalizzati a favorire lo sviluppo delle potenzialità e delle competenze di tutti gli allievi

 

Il Piano dell’offerta formativa deve offrire chiarimenti anche sugli scopi e il senso da attribuire  alle attività di verifica e di valutazione dei processi e degli esiti del lavoro educativo e degli apprendimenti. 

Coerentemente con gli altri indirizzi dell’offerta, le attività di valutazione vanno finalizzate al miglioramento della qualità dell’azione formativa, utilizzando modalità e strumenti che incentivino motivazioni ed interessi negli allievi, dando ad essi le necessarie consapevolezze dei traguardi di apprendimento raggiunti. Anche la proposta di utilizzare i cosiddetti “portfoli” va riferita (con tutti gli approfondimenti del caso) a questi scopi e a questi significati.

La valutazione è formativa se verifica l’andamento del processo di insegnamento e di apprendimento, consente di correggere gli errori, di migliorare le strategie e le metodologie utilizzate per perseguire i livelli di competenza e di conoscenza attesi. 

E questo è l’esatto contrario di strategie valutative che abbiano come unico scopo la selezione degli allievi, che sanzionino le differenze nei livelli di competenza raggiunti, ufficializzando condanne o assoluzioni. Simili concezioni della valutazione sono purtroppo presenti e operanti  già nella scuola primaria. Nella scuola secondaria di primo grado l’uso selettivo della documentazione valutativa diventa quasi inevitabilmente la modalità o lo strumento per predeterminare l’orientamento del futuro di ciascun ragazzo.

Accettando la personalizzazione preventiva degli obiettivi e dei piani di studio (o delle scelte), insieme ad un uso selettivo della documentazione valutativa (portfolio mal inteso), è evidente che ci si immette sulla strada di una preventiva selezione sociale e culturale dei giovani cittadini, una strada che stravolge anche le finalità di istruzione e educazione che la Costituzione italiana affida al sistema scolastico pubblico, e in particolare al segmento d’obbligo.