UN
TEMPO PIENO DI FUTURO
Relazione
introduttiva
di Fabrizio Dacrema
TEMPO PIENO E QUALITA’ DELLA SCUOLA
1969, quartiere Le Vallette di Torino.
Le famiglie operaie occupano le scuole elementari: chiedono il tempo pieno.
Hanno già il doposcuola comunale, quindi, hanno già risolto il problema di dove
lasciare i figli al pomeriggio mentre i genitori sono in fabbrica.
Tuttavia, insieme agli insegnanti, lottano per ottenere il tempo pieno, perché
sostengono che solo così i bambini non saranno divisi tra coloro che sono
costretti a fermarsi al doposcuola e quelli che, invece, possono permettersi di
tornare a casa.
Ritengono che solo con il tempo pieno ci sarà un percorso educativo unitario
per tutti.
Due anni dopo, nel settembre 1971, a seguito di questa e di molte altre lotte,
viene approvata la legge 820 che introduce il tempo pieno: due insegnanti
contitolari, 40 ore settimanali, le compresenze.
Autunno 2003, Italia.
La bozza di decreto attuativo della legge 53 nella scuola dell’infanzia e nel
primo ciclo di istruzione contiene l’abrogazione dell’art. 130 del Testo Unico
delle leggi sulla scuola, l’articolo che ha recepito le norme sul tempo pieno.
Un forte movimento di protesta di insegnanti e genitori si sviluppa in tutte le
realtà dove il tempo pieno è diffuso in modo consistente.
Il governo, a fine novembre, di fronte al crescere della protesta, accetta
alcuni emendamenti proposti dall’ANCI volti a rendere ancora possibile la
copertura di 40 ore settimanali di tempo scuola con personale statale.
Così facendo pensa di aver risolto il problema.
Invece, così non è. Il movimento in difesa del tempo pieno non solo continua,
ma addirittura si amplia e si diffonde, realizzando quattro manifestazioni
nazionali e una miriade di iniziative nei singoli territori.
Genitori e insegnanti che scendono in piazza vogliono il tempo pieno come
modello scolastico di qualità, non il tempo scuola frammentato della Moratti.
A 35 anni di distanza, il confronto tra
queste due vicende mette in luce come la lotta per il tempo pieno ha sempre
significato rivendicazione di una scuola pubblica di qualità.
Frutto di una stagione di lotte democratiche che ha cambiato il volto del
nostro paese, oltre che della passione civile e professionale di tanti
insegnanti, l’esperienza del tempo pieno non è mai stata riducibile alla
esigenza di una maggiore quantità di tempo scuola, ma ha sempre posto al centro
i temi della qualità della scuola.
Di
qui la sua forza e la sua persistente capacità di consenso, di cui abbiamo
avuto prova anche con il movimento che si è sviluppato in questo anno
scolastico: genitori e insegnanti, sindacati e partiti, soggetti sociali e enti
locali.
Il movimento è partito inizialmente per difendere il tempo pieno, ora pone il
problema dell’intero sistema formativo, dall’asilo nido all’università.
Il movimento che è partito dalla difesa del tempo pieno ha compreso che l’unica
possibilità per il nostro paese per evitare l’incombente declino economico,
sociale e civile è rappresentata dalla scelta di investire prioritariamente in
direzione dell’innovazione, della ricerca, dell’istruzione e della formazione.
È questa la scossa, auspicata dal Presidente della Repubblica, di cui ha
bisogno il nostro paese per riprendere la strada dello sviluppo.
Una prospettiva che la CGIL ha da tempo indicato in alternativa alle politiche
inique e fallimentari del governo di centrodestra e che ora incontra nuove
opportunità nella ritrovata intesa unitaria dei sindacati confederali e nel
nuovo corso della Confindustria.
Una prospettiva che deve concretizzarsi in programmi con scelte chiare e certe
di investimento prioritario nel sistema formativo per assicurare a tutti una
solida formazione culturale di base, risorsa essenziale per la democrazia e lo
sviluppo.
UN MODELLO DI SCUOLA E DI SOCIETA’
Partire dal tempo pieno significa per
pensare alla scuola del futuro significa inevitabilmente connettere un modello
di scuola a un modello di società.
L’esperienza del tempo pieno è portatrice di un’idea di scuola pubblica
inclusiva, finalizzata a portare tutti ai più alti livelli possibile di
istruzione e di formazione.
È l’idea di scuola pubblica della Costituzione, cui è affidato un ruolo
essenziale nell’assolvimento del compito della Repubblicadi “rimuovere gli
ostacoli” che limitano la libertà e l’uguaglianza e impediscono il pieno
sviluppo della persona e la partecipazione dei cittadini.
È ’idea del modello sociale europeo che vuole tenere assieme diritti e sviluppo
economico, che scommette sulla società della conoscenza, ponendosi con la
conferenza di Lisbona nel 2000 l’obiettivo dell’85% dei diplomati entro il
2010.
Un modello di società opposto al neoliberismo populista dell’attuale governo
che, infatti, continua nell’opera di demolizione della scuola pubblica
attraverso l’attuazione della legge 53.
Arriva ora il decreto che abolisce l’obbligo scolastico.
Al suo posto un diritto - dovere che riesce a fare tornare indietro il paese
rispetto a una questione per la quale eravamo già il fanalino di coda dei paesi
sviluppati, l’obbligo scolastico ovvero la durata del percorso scolastico da
garantire ad ogni cittadino.
Altro che obbligo a 18 anni, come è stato affermato con una insopportabile
falsificazione della realtà, con il nuovo decreto si arretra anche rispetto al
timido innalzamento a 15 anni realizzato nella precedente legislatura.
L’attenuazione dell’obbligo scolastico, previsto dalla Costituzione, sostituito
con il diritto – dovere all’istruzione e alla formazione, ha l’unico
significato di permettere dopo la terza media di inserirsi in un canale di
formazione professionale o addirittura in un apprendistato senza vincoli di
formazione esterna al posto di lavoro.
Percorsi entrambi palesemente inadeguati all’obiettivo di garantire sufficienti
basi culturali sia per la cittadinanza attiva che per il lavoro qualificato.
Un diritto dovere in cui il diritto è sempre più indebolito dal progressivo
impoverimento della scuola pubblica e il dovere è sempre più scaricato sulle
famiglie, le quali vi faranno inevitabilmente fronte sulla base delle disuguali
appartenenze socio-culturali.
Il familismo della legge 53 non ha nulla a che fare con la valorizzazione
positiva del rapporto tra scuola e genitori, è, invece, il risultato della
scuola pubblica che si ritrae e che, di conseguenza, alimenta un familismo
privo di valori, in cui si riaffermano modelli adultistici e proprietari nel
rapporto genitori – figli.
La scuola della personalizzazione è una scuola che si rassegna davanti alle
disuguaglianze di partenza, che rinuncia a rimuovere quegli ostacoli di cui
parla l’art. 3 della Costituzione, è una scuola che si limita a rilevare i
diversi destini sociali, indirizzando e incanalando precocemente i più
“bisognosi”, così li ha definiti il Ministro, in un canale professionale
inferiore e subalterno, finalizzato a un precoce avviamento a quella
moltitudine di lavori precari prospettato dalla legge 30.
Una scelta iniqua socialmente e inadeguata alle esigenze di un’economia che, se
vuole tornare ad essere competitiva, deve puntare sull’intelligenza e le più
alte competenze di tutte le persone che lavorano.
Questa è la sfida che abbiamo di fronte: scommettere sull’intelligenza e il
sapere di tutti.
Il governo di centro destra ha già scelto di puntare solo su una parte, la più
forte e privilegiata: per questo indebolisce e impoverisce la scuola pubblica
Noi siamo convinti che questa scelta sia antidemocratica, iniqua socialmente e
perdente anche dal punto di vista dello sviluppo economico.
Spetta, quindi, a noi mettere in campo le idee per cambiare la scuola, in modo
da farla diventare effettivamente di tutti e di ognuno.
Per questo abbiamo scelto di partire dal tempo pieno, un modello scolastico che
ha dato prova di saper promuovere il successo scolastico di tutti e di saper
valorizzare le diverse intelligenze.
I PUNTI DI FORZA DELL’ESPERIENZA DEL TEMPO
PIENO
Vediamo insieme quali sono i suoi punti di
forza.
Innanzi tutto l’idea di obbligo scolastico come
garanzia di un percorso formativo comune a tutti finalizzato ad assicurare a
ogni cittadino un comune patrimonio culturale di base.
Per il professor Bertagna l’obbligo scolastico ha un significato reclusivo,
nell’esperienza del tempo pieno, invece,
il tempo scuola obbligatorio per tutti ha significato superare il modello del
doposcuola, fatto di una scuola minima per tutti, cui si aggiunge un tempo
facoltativo pomeridiano per i più “bisognosi”.
La superiorità del tempo pieno sul doposcuola nelle sue diverse varianti,
spezzatino della Moratti compreso, sta, infatti, nell’unitarietà della progettazione
di un tempo scolastico arricchito e diversificato per tutti.
Nell’esperienza del tempo pieno è forte la consapevolezza che educazione e
apprendimento sono fatti sociali, imparare assieme non è una necessità da
ridurre al minimo, ma una opportunità che arricchisce tutti, attraverso lo
scambio, il confronto e la valorizzazione dei diversi punti di vista.
La differenziazione dei percorsi nel tempo pieno è finalizzata a
individualizzarli affinché tutti possano raggiungere i più elevati traguardi
formativi.
Una logica ripresa e sviluppata dall’autonomia scolastica.
La tensione a superare la divisione e la
gerarchia tra i saperi è un altro degli aspetti che caratterizzano le migliori
esperienze di tempo pieno, non a caso definito inizialmente come “tempo
integrato”.
Saperi astratti e conoscenze operative sono intrecciate nella progettazione
unitaria e nella didattica dei laboratori.
A tutte le discipline viene attribuita pari dignità culturale e a tutti gli
insegnanti pari dignità professionale.
In questo quadro tutte le diverse intelligenze e motivazioni possono essere
valorizzate.
Il tempo pieno è poi la scuola dei tempi distesi, condizione indispensabile per
la qualità della didattica e dell’apprendimento.
Attenzione ai diversi stili di apprendimento, processi di
insegnamento-apprendimento interattivi, diversificati e ricchi di stimoli, in
una parola motivanti, sono possibili solo attraverso una equilibrata e distesa
successione dei diversi momenti e attività della giornata educativa.
Al contrario i tempi scolastici compressi impediscono le didattiche che
valorizzano la ricerca, l’operatività, la capacità di risolvere problemi,
favorendo le pratiche didattiche trasmissive e nozionistiche.
Per questo la scuola minima di 27 ore, non solo riduce il patrimonio di
conoscenze che la scuola può fare apprendere, inglese e informatica comprese,
ma è destinata ad aumentare i tassi di insuccesso scolastico, perché impone
didattiche meno motivanti e più selettive.
Il tempo pieno introduce la pluralità degli insegnanti, coppia o gruppo
docente, regolata dal principio della corresponsabilità.
Un principio essenziale per la progettazione unitaria di modelli di
organizzazione didattica in grado di garantire agli alunni:
La
scuola a tempo pieno si è poi caratterizzata come una scuola aperta al territorio,
proprio perché nasce come risposta di qualità ai bisogni sociali e formativi di
un determinato contesto.
Spesso le scuole a tempo pieno hanno sviluppato progetti educativi di
valorizzazione delle risorse del territorio e si sono aperte alla partecipazione
delle famiglie e della cittadinanza diventando luoghi di convivialità e
aggregazione.
Un rapporto positivo che ha favorito la scelta di molti enti locali di
investire nelle scuole a tempo pieno e che spiega la loro scesa in campo in
difesa di questa esperienza.
UN
MOVIMENTO PER LA QUALITA’ DELLA SCUOLA PUBBLICA
Per
queste ragioni il tempo pieno deve avere un futuro.
Tempi
distesi, integrazione dei saperi, unitarietà del progetto, flessibilità
dell’organizzazione didattica, cooperazione e corresponsabilità degli
insegnanti, apertura al territorio sono fattori di qualità sono linee guida di
un cambiamento positivo dell’intero sistema scolastico italiano, come è già
avvenuto con la riforma della scuola elementare del ’90 e in molti altri
processi di innovazione.
Era quindi inevitabile che contro la volontà del governo di abolire il tempo
pieno scendesse in campo la “meglio scuola”, insegnanti che non potevano
accettare che si chiamasse riforma la cancellazione delle migliori esperienze
professionali, genitori che non si sono fatti ingannare dal supermarket
scolastico promesso da Berlusconi, una società civile preoccupata per il futuro
di un paese il cui governo demolisce la scuola pubblica.
Una madre nel corso di una delle tante manifestazioni contro il decreto Moratti
ha lucidamente posto la questione che più ha rappresentato la spinta e la forza
di aggregazione del movimento.
Alla
domanda di un giornalista che le chiedeva perché era scesa in piazza ha
risposto: “Fino ad oggi ci hanno spiegato che i nostri figli saranno più
precari di noi e forse anche più poveri e questo ci preoccupa, ora, con la
controriforma della Moratti, apprendiamo che saranno anche più ignoranti e
questo lo consideriamo inaccettabile!”.
Questo nesso tra diritto alla conoscenza e futuro del paese è la ragione che ha
permesso al movimento di andare oltre il mondo della scuola e di ampliare le
alleanze, realizzando un vasto e articolato schieramento unitario per il ritiro
del decreto, che ha ottenuto importanti risultati e che continuerà la
mobilitazione fino al raggiungimento dell’obiettivo.
Il governo non ha intenzione di modificare il suo progetto, né potrebbe farlo,
visto che la riduzione della spesa nella scuola è un aspetto strategico del suo
programma in cui la riduzione delle risorse per il welfare è un passaggio
obbligato per la realizzare una consistente riduzione fiscale a favore dei ceti
medio alti.
Tuttavia la forza del movimento ha messo in difficoltà il governo, ha dovuto
cedere su diversi punti, non mancano finte aperture al dialogo, cui
corrispondono reali tentativi di forzare la situazione per imporre la
controriforma.
Il Ministro, oltre l’ottimismo di facciata, non è tranquillo, come dimostrano
alcuni scatti di nervi sotto forma si note ministeriali (si veda l’ultima sull’adozione
dei libri di testo), il cui unico scopo è quello di intimidire le scuole che
intendono legittimamente avvalersi delle prerogative dell’autonomia scolastica
e della libertà di insegnamento.
Il Ministro ha ragione di preoccuparsi, nelle scuole c’è un deficit di consenso
diffuso che non può essere recuperato in modo autoritario, a colpi di decreti,
note e minacce.
Non solo, i risultati ottenuti dalle lotte di questi mesi, in merito a organici
e spazi nella normativa applicativa, permettono alle scuole per il prossimo
anno scolastico di non arretrare nel fare scuola quotidiano.
Inoltre, le riforme che abbiamo sostenuto e voluto negli anni scorsi, autonomia
scolastica e contrattualizzazione del rapporto di lavoro, offrono a tutte le
scuole la possibilità di difendere la qualità dell’offerta formativa, non
realizzando nel fare scuola concreto le trasformazioni negative previste dalla
controriforma.
IN
DIFESA DELL’AUTONOMIA E DELLA CONTRATTAZIONE
Il
governo, infatti, per realizzare il suo progetto regressivo sta compiendo
numerose illegittimità, ha forzato la stessa legge delega introducendo nel
decreto delegato aspetti non previsti dalla legge 53/03, ha invaso le
prerogative dell’autonomia scolastica tutelate dalla Costituzione, ha violato
gli spazi di competenza della contrattazione.
Per questo, insieme a CISL e UIL scuola, abbiamo presentato ricorso, in via
incidentale, alla Corte Costituzionale e abbiamo
diffidato il Ministro dall’attuare le numerose parti del decreto in contrasto
con il contratto nazionale di lavoro.
Occorre fare molta attenzione, questa è una fase molto delicata, il governo
spera di far leva sulla disinformazione per imporre il suo disegno, facendo
passare come obbligatorio anche quello che, già oggi, anche in assenza delle
sentenze della Corte Costituzionale, obbligatorio non è.
Le scuole devono avere ben chiaro gli spazi in cui si possono muovere, nel
pieno rispetto della legalità, senza ricorrere all’obiezione di coscienza o
alla disobbedienza civile.
Le istituzioni scolastiche autonome possono deliberare di:
Le
scuole che assumono queste decisioni compiono scelte legittime, nell’ambito
delle prerogative loro attribuite dall’autonomia scolastica e nel rispetto del
contratto nazionale di lavoro.
Inoltre, il Ministro deve avere chiaro che l’assegnazione della funzione
tutoriale ad una parte degli insegnanti si configura in ogni caso come
violazione del contratto nazionale di lavoro, in relazione a quanto in esso
previsto in materia di profilo professionale del docente, orario di lavoro,
riconoscimenti professionali e retributivi.
Ora, come abbiamo già detto, il Ministro sta muovendosi in modo piuttosto
confuso.
Allora è il caso di dire con chiarezza al Ministro che, se intende procedere
unilateralmente, se vuole la prova di forza, non ci tireremo indietro, ovunque
si verificheranno prevaricazioni dell’autonomia scolastica, della libertà di
insegnamento e del contratto di lavoro, la CGIL Scuola interverrà.
Per questo chiediamo al Ministro di fermarsi, di evitare forzature e
prevaricazioni, per evitare confitti, ricorsi e contenziosi scuola per scuola.
LA
PARTITA E’ APERTA
Il
prossimo sarà un anno scolastico decisivo per l’attuazione della legge 53 e
quanto avverrà nelle scuole avrà un ruolo di grande rilevanza.
La mobilitazione politica generale per fermare la Moratti continuerà, la
partita, quindi, rimane aperta.
Però, se le scuole non utilizzeranno gli spazi decisionali esistenti per
difendere gli aspetti qualitativi del fare scuola quotidiano, la partita
comincerà a chiudersi a favore del governo e il movimento comincerà a
indebolirsi.
Per questa ragione sosterremo a tutti i livelli le scuole impegnate in difesa
dell’autonomia scolastica e l’attività delle RSU per una contrattazione di
scuola rispettosa del contratto nazionale di lavoro.
Alla fine dell’anno scolastico 2004/05 si dovrà effettuare la verifica della
prima attuazione del decreto legislativo per apportare eventuali modifiche,
come lo stesso decreto prevede entro 18 mesi dalla sua approvazione.
L’orientamento che esprimeranno le scuole attraverso l’uso responsabile e
professionale delle prerogative dell’autonomia scolastica sarà un test
fondamentale per decretare il fallimento della controriforma.
Sulle questioni dell’unitarietà dell’offerta formativa contro i modelli
frammentati previsti dal decreto, della corresponsabilità del gruppo docente
contro la figura del tutor, la partita può e deve essere vinta sul campo.
È, inoltre, inaccettabile il tentativo di far passare come obbligatorie le
Indicazioni Nazionali, un documento che è stato elaborato da commissioni
segrete e non pluraliste, di dubbio fondamento scientifico e culturale (si veda
il parere espresso CUN), invasivo delle prerogative dell’autonomia didattica
delle scuole e della libertà di insegnamento, non privo di aspetti decisamente
oscurantisti, come il caso Darwin ha messo in luce, aperto a tentazioni
integraliste, come è emerso in occasione dell’accordo per i nuovi programmi di
religione cattolica nella secondaria di primo grado.
Non dimentichiamo, a questo proposito, che la legge 53 sostiene che la scuola
pubblica deve promuovere la formazione spirituale e morale, “anche ispirata ai
principi della Costituzione”.
Tutto questo ci allarma, come persone di scuola e come cittadini.
L’autonomia culturale della scuola pubblica è un bene fondamentale della
Repubblica, indispensabile per l’accoglienza, l’integrazione e il dialogo tra
le diverse culture.
La scuola pubblica deve ispirarsi ai valori comuni che sono alla base del patto
costituzionale e nei valori sottesi ai suoi programmi di studio devono potersi
riconoscere tutti i cittadini.
Per questo consideriamo queste Indicazioni Nazionali inaccettabili.
Questo documento, introdotto illegittimamente come allegato, in via transitoria
e in attesa di un nuovo documento approvato secondo la procedura legittima, non
ha mai abrogato i programmi, né può avere la pretesa di sostituirsi ad essi in
modo obbligatorio.
Tutto ciò ora è ancora più evidente, dopo che il Ministro, istituendo la
Commissione presieduta da Rita Levi Montalcini, ha già dato avvio al
cambiamento delle Indicazioni Nazionali.
Aperta la breccia su Darwin, ora l’obiettivo è l’istituzione di commissioni
pubbliche e pluraliste che elaborino proposte riguardanti tutti i curricoli
nazionali su cui realizzare una vasta consultazione democratica nella scuola e
nel paese.
Per questo assume grande rilievo il fatto che molte scuole stanno assumendo
l’orientamento di continuare a fare riferimento ai Programmi vigenti e di non
adottare i libri di testo conformi alle Indicazioni.
PER
UNA PROPOSTA ALTERNATIVA
Queste
scelte delle scuole rappresentano un passaggio essenziale per arrivare alla
cancellazione della controriforma Moratti e per mettere in campo una
alternativa alla politica scolastica del governo.
È ormai tempo, di fronte al fallimento delle politiche del governo, di avviare
un percorso politico che ci porti a definire la scuola che vogliamo al posto di
quella della Moratti.
Le forze politiche impegnate a costruire un’alternativa di governo per il
paese, in merito alla scuola, devono partire dall’ascolto del movimento che si
è espresso in questi mesi.
Nuove proposte di riforma non possono più venire dall’alto, questo è stato un
limite che ha segnato anche i processi di riforma della precedente legislatura
e che li ha indeboliti.
Occorre, quindi, promuovere riforme che valorizzino e sviluppino le migliori
esperienze orientate in senso inclusivo, sostenendo l’iniziativa delle scuole
autonome.
Occorre un ampio processo di confronto e di consultazione delle scuole e del
paese al fine di arrivare a proposte di riforma dotate del consenso necessario
per essere attuate.
Tuttavia vi sono alcune scelte che devono essere realizzate al più presto
possibile e sostenute da adeguati investimenti per evitare il prevalere di un
immobilismo altrettanto rischioso per le sorti della nostra scuola pubblica.
Ne indichiamo alcune che possono immediatamente migliorare in senso inclusivo
il nostro sistema scolastico:
È
poi necessario approfondire le tematiche connesse alla qualità del fare scuola
che sono stati messi in campo dalla mobilitazione partita in difesa del tempo
pieno.
Questo convegno, insieme a quello che si è recentemente tenuto a Paestum sulla
scuola media, si pone l’obiettivo mettere a fuoco e sviluppare orientamenti,
indirizzi, prime proposte per la definizione di un disegno alternativo al
decreto Moratti per il percorso di base, partendo dalla consapevolezza che si
tratta di diffondere, generalizzare e sviluppare esperienze di qualità già oggi
diffuse nell’attuale scuola dell’infanzia, elementare e media.
Per queste ragioni oggi saranno approfondite le tematiche relative ai saperi e
al curricolo, al tempo scuola, alla continuità verticale e orizzontale, ai
modelli di organizzazione didattica e professionale, alla collegialità e
corresponsabilità del gruppo docente, alla professionalità docente.
La giornata di oggi segna naturalmente un inizio che vedrà una continuità di
elaborazione sulle tematiche specifiche affrontate dal convegno attraverso
gruppi di lavoro territoriali per arrivare ad una maggiore precisazione delle
proposte che saranno alla base di un successivo appuntamento da collocare nella
prima metà del prossimo anno scolastico.
Non possiamo più limitarci a dire ciò che non vogliamo, se abbiamo proposte
alternative siamo più forti oggi nella critica e saremo pronti domani a
cancellare la controriforma per costruire la scuola che noi vogliamo.
Anche i ragazzi di Barbiana, in “Lettere a una professoressa” hanno unito a
quella critica radicale alla scuola la loro proposta. Scrivono: “Vi proponiamo
tre riforme: 1) non bocciare; 2) agli svogliati basta dargli uno scopo; 3) a
quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno”.