15° FESTIVAL INTERNAZIONALE CINEMA GIOVANI
Torino, 14 - 22 novembre 1997
INTRODUZIONE AL FESTIVAL 1997
Sostiene Edgar Reitz che, sotto l’effetto della diffusione dei multiplex (l’Italia come al solito è in ritardo, ma recupererà in fretta il tempo perduto), gli spettatori si stanno rapidamente e irreversibilmente trasformando in consumatori.
Non in baccelli (come nel film di Don Siegel), ma in mangiatori di pop-corn.
Il fatto è che i multiplex non vivono - cioè non traggono profitto - dalla vendita dei film, come avviene ancora nelle sale tradizionali, ma dalla vendita di bevande e di pop-corn.
Dunque, i film devono necessariamente rivolgersi a una clientela composta di consumatori di pop-corn, pena la riduzione progressiva della tenitura di un film, fino alla sua definitiva scomparsa.
Si arriva cioè al paradosso che, anche a sala piena di spettatori, un film non viene più proiettato, se è destinato a una clientela che non consuma pop-corn.
In questo modo, l’effetto positivo della diffusione dei multiplex - riaffermazione del principio di socialità dello spettacolo cinematografico, superamento e negazione della tendenza all’isolamento causata dai media elettronici, ritorno alla sfera pubblica del consumo di immagini - viene annullato dai suoi effetti negativi: riduzione totale del cinema all’aspetto di mercanzia, sussunzione del film in un sistema all’interno del quale l’opera di un autore non ha maggiore dignità del pop-corn venduto all’ingresso della sala.
Per questo motivo, sostiene ancora Reitz, i festival rappresentano l’ultimo bastione della cultura cinematografica, l’estrema linea di difesa contro la mercificazione totale del cinema, il solo luogo di salvaguardia dell’unicità e della diversità di ciascun film (all’opposto del principio dei grandi magazzini, dove la merce si trova ammassata sugli scaffali, secondo una logica puramente stagionale).
Il futuro del cinema d’autore sarebbe dunque legato alla capacità di diffondere e moltiplicare la cultura di cui i festival sono portatori.
Ma, anche, alla possibilità di inventare nuove forme di festival che, rinunciando al criterio del grande evento isolato (nel tempo e nello spazio), producano una successione di eventi continui, si trasformino in una sorta di festival permanente e diffuso.
Meglio di così, non si potrebbero definire i compiti e gli obbiettivi - in un parola, le ambizioni - di una manifestazione cinematografica.
Più di così, non si potrebbe investirla di oneri e di responsabilità.
Consapevole insieme dei propri limiti e dell’orizzonte problematico all’interno del quale è chiamato a operare, Cinema Giovani si ripresenta all’appuntamento annuale (che coincide con la sua quindicesima edizione) con un programma vario e articolato.
I tre concorsi che lo animano (anzi quattro, perché non va dimenticato l’interesse di una vetrina a dimensione regionale come Spazio Torino, fecondo di indicazioni e piccole, ma non insignificanti, "scoperte"), sempre meno si caratterizzano in senso anagrafico - il "cinema giovane" cui il nome fa ancora riferimento - per manifestare la vera vocazione di esplorazione delle dinamiche e delle tendenze del "nuovo cinema" in senso lato.
Le due sezioni Fuori concorso e Orizzonte Europa, in un certo modo speculari nelle loro coordinate, non fanno altro che allargare questa prospettiva, proponendo figure di autori e opere fuori formato (i cortometraggi proposti dal fondo copie creato dal Coordinamento Europeo dei Festival Cinematografici, le brevi riflessioni sull’avvenire produttivamente riunite sotto l’etichetta "Locarno demi-siècle"), che arricchiscono il panorama delle proposte del festival e il lavoro di indagine sulle nuove realtà cinematografiche.
L’approfondimento tematico è quest’anno invece affidato al programma speciale che, nelle prospettiva critica messa a fuoco e perseguita con rigore da Giulia D’Agnolo Vallan, si propone di verificare i nuovi assetti e le nuove emergenze nell’ambito di quel territorio tutt’altro che uniforme e monolitico che solo per comodità e inerzia si continua a definire "cinema indipendente americano".
L’altra grande direttrice di lavoro sviluppata lungo le ultime edizioni del Festival sono le "personali" di autori contemporanei, parzialmente o poco conosciuti e distribuiti in Italia: figure laterali soltanto nel senso del cinema mainstream, ma invece decisive per il loro contributo personalissimo e originale alla definizione di quell’idea di cinema moderno che guida tutte le nostre scelte, e con i quali bisogna - periodicamente e sistematicamente - fare i conti.
I conti li facciamo quest’anno con Robert Kramer, cineasta che più irregolare forse non si può (dal punto di vista, s’intende, delle contraddizioni feconde e molteplici che percorrono in profondità la sua inesausta ricerca), e con Arturo Ripstein, incredibilmente pressoché ignorato dalla critica e dal pubblico italiani, se non per l’ultimo suo film distribuito anche da noi grazie ad un premio veneziano, ma attivo da oltre trent’anni e figura tra le maggiori del cinema latino-americano dii questo scorcio di secolo.
Non manca, neppure quest’anno, un’ampia retrospettiva dedicata a una cinematografia nazionale.
Dopo le rivisitazioni critiche delle nouvelles vagues degli anni Sessanta, che costituiscono nel loro insieme (e nelle pubblicazioni che le hanno accompagnate) un corpus di rilevante consistenza critica, il Festival propone un diverso approccio: un viaggio temporalmente assai più impegnativo e inteso a ripercorrere trent’anni circa di cinema messicano classico.
Largamente ignorato - o apprezzato solo occasionalmente - miniera di scoperte al limite del sorprendente, lussureggiante e godibilissimo, ricco di generi e di personalità dalla forte caratterizzazione nazionale, benché spesso strabicamente incline al mimetismo estetico, esercitato nei confronti della coeva mitologia hollywoodiana.
Infine, le Proposte, contenitore per definizione eterogeneo e per vocazione multiforme e irriducibile all’unità dei formati e degli standard, finestra aperta sulla discontinuità delle esperienze che segnano i margini più "esterni" (non necessariamente più "estremi") della produzione audiovisiva, soprattutto italiana.
Con l’augurio, non solo di buona visione, ma di trovare stimoli e indicazioni anche al di là dei valori messi in campo, della pienezza dei risultati conseguiti da quello o quell’altro autore, degli esiti più o meno soddisfacenti di ogni singolo lavoro.
Perché se ci aspettassimo solo capolavori, non esisterebbero i festival.
Alberto Barbera
Direttore del 15° Festival Internazionale Cinema Giovani