La nuova legge sulla cooperazione e il ruolo delle comunità locali

Anzitutto devo fare una premessa, il quadro delineato dagli interventi degli amici palestinesi è quello di un paese dove c'è un conflitto ancora aperto, che pone dei problemi ancora molto grandi, in una situazione in evoluzione, con elementi positivi ed elementi negativi. Io vorrei sottolineare positivamente il fatto che a Torino si sia voluto dedicare un po' di attenzione alla situazione palestinese, perché purtroppo, su questo problema, anche l'interesse della società civile e delle istituzioni italiane, nonché delle forze politiche, tende a calare. Oggi è convinzione diffusa che non sia più il caso di preoccuparsi di quello che succede in Medio Oriente perché pur tra molte difficoltà le cose stanno procedendo. Purtroppo non è così e voi avete fatto benissimo a organizzare questo convegno perché non ci sono molte altre esperienze in questo senso, mentre ce ne sarebbe una grandissima necessità. Dico questo perché abbiamo delle grandi responsabilità; quando scoppia una guerra, come ad esempio quella del Kosovo, siamo sempre pronti a cercare di fare il possibile per portare aiuto, tutti ci rammarichiamo perché non si è intervenuti prima. Ma il "prima" del Medio Oriente è adesso, perché nonostante ci sia stato un cambiamento in Israele esistono molti problemi. E uno dei modi per non voltare le spalle a questa situazione è quello di assumerci delle responsabilità, ciascuno di noi a seconda del ruolo e degli strumenti che ha a disposizione. E questo convegno insieme alle altre iniziative portate avanti dal comune di Torino e dalle associazioni costituiscono una risorsa straordinaria. La cosa importante è inserire questo lavoro e queste risorse nell'ambito di ciò che la nostra comunità nazionale sta facendo o potrebbe fare. Per quanto riguarda la legge sulla cooperazione vorrei partire dal fatto che in realtà le forme di cooperazione e anche i soggetti della cooperazione con il popolo palestinese negli anni si sono moltiplicati.

Oggi noi abbiamo numerose realtà in Italia che hanno attivato dei progetti in tanti campi diversi. Quello educativo e formativo è forse il settore che riceve più attenzioni nel nostro paese, ma accanto a questo ci sono anche degli altri settori che stanno assumendo una rilevanza significativa: ad esempio quello dello sviluppo rurale, il sostegno allo sviluppo degli enti locali e quello del turismo, quello della formazione professionale. Io vorrei sottolineare quello che secondo me è l'elemento cruciale: noi dobbiamo essere consapevoli dell'importanza delle cose che facciamo anche se piccole, e dobbiamo chiedere alle istituzioni, regionali e nazionali, di dare il dovuto riconoscimento a questo nuovo tipo di progettualità. La nuova legge sulla cooperazione internazionale, da poco approvata dal Senato, già riconosce alcuni aspetti di questo discorso, cioè il fatto che gli attori della cooperazione internazionale, nell'era della globalizzazione e del ridimensionamento degli stati nazionali, comprendono anche la società civile e le comunità locali dei singoli stati e non più soltanto i governi e le diplomazie. Ma l'importanza di questo riconoscimento deve essere poi tradotta in qualcosa di concreto: il modo di dare rilevanza a queste affermazioni è quello di stanziare dei fondi per il sostegno delle iniziative.

Noi chiediamo, come coordinamento degli enti locali per la pace, che siano previsti all'interno del bilancio della cooperazione anche dei fondi per i progetti di cooperazione decentrata, vale a dire per i progetti che coinvolgono le comunità: ad esempio i gemellaggi avvenuti tra Torino e Gaza, tra Milano e Ramal, tra l'Umbria e Betlemme - per citare i casi più noti. Tutto questo è importante perché il valore aggiunto che noi portiamo con i nostri progetti non riesce a portarlo nessun altro se questi aiuti rimangono ai livelli di diplomazia internazionale, di Banca Mondiale, di rapporti tra ministeri degli esteri. Se non ci fossero queste cose la cooperazione rimarrebbe esclusivamente un puro e semplice trasferimento di denaro da un paese ad un altro; certo ce n'è un grande bisogno, ma non può essere solo questo perché compito nostro è quello non solo di promuovere sviluppo ma anche di promuovere ad esempio la partecipazione democratica, i diritti delle donne e delle fasce più indifese come l'infanzia e i disabili. Tutto questo non può essere fatto dai "megafunzionari" che pensano di conoscere il reale stato delle cose e che non riusciranno mai a capire quello che succede in realtà. Bisogna che ci sia qualcuno che si armi di buona volontà e decida di andare a vedere di persona, e qui vorrei sottolineare il valore del gemellaggio: gemellaggio è una parola molto svalutata, perché dietro al gemellaggio spesso si sono accumulate montagne di parole; invece quando viene portato avanti come si sta facendo qui da parte di vari soggetti, sotto forma di gemellaggi da scuola a scuola, da sindacato a sindacato, da centro a centro, vengono messe in campo delle risorse straordinarie che danno efficacia alle cose che facciamo. E' poi fondamentale conoscere di persona le situazioni. A questo proposito vorrei fare un invito presentando uno dei più grandi progetti in cui stiamo impegnando le nostre energie: l'invito non è mio bensì del presidente palestinese Arafat che ormai da due o tre anni sta girando il mondo chiedendo a tutti di andare almeno una volta in Palestina.

Ora che si sono firmati i primi accordi di pace, ora che si è aperta una strada un po' più concreta verso la pace, nonostante tutti i problemi, è importante che ognuno di noi pensi, compatibilmente con le proprie possibilità economiche, di andare una volta in Palestina perché se non ci si va non ci si rende conto della situazione e di conseguenza non si viene spinti a fare qualcosa di utile e positivo che pure è nelle nostre possibilità. Allora noi, per esempio, come coordinamento degli enti locali per la pace, nel corso della nostra ultima missione, abbiamo concordato con l'autorità nazionale palestinese, con il comitato Betlemme 2000 di organizzare nel settembre del 2000 una settimana italiana a Betlemme e nei territori palestinesi. All'interno di quella settimana cercheremo di costruire vari eventi di vario genere, ma la cosa più importante è che si cercherà di invitare, oltre gli enti e le associazioni che intrattengono rapporti con la Palestina e i palestinesi (anche con gli israeliani, è importante ricordare il gemellaggio trilaterale fatto da Torino perché i muri sono ancora molti tra quei due popoli), anche a tutte le persone che intendano recarsi di persona in Palestina. Lo scorso anno ad esempio abbiamo organizzato in Umbria un viaggio per 30 studenti che sono andati in Palestina a fare una lezione di pace per una settimana. Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2000 anno internazionale per la cultura della pace; se vogliamo promuovere una cultura della pace dobbiamo da un lato vedere come la riforma della nostra scuola possa collegarsi con un progetto educativo di pace, e dall'altra parte sapere che la pace non è soltanto fatta di parole ma soprattutto di azioni: la solidarietà assunta in prima persona (ad esempio l'adozione a distanza), dove la solidarietà si trasforma in un legame, diventa una vera lezione di pace. Se qualcuno riuscirà a fare quello che si è fatto in Umbria e in altre parti d'Italia (ad esempio a Milano), cioè portare degli studenti e degli insegnanti laggiù, penso che si potrà davvero fare una lezione di pace di altissimo livello. Anche in questo si rileva una cosa importante: per esempio la possibilità di realizzare un progetto da soggetto a soggetto, da ente locale a ente locale.

Nel mondo della scuola abbiamo elaborato un progetto diverso da quelli delle organizzazioni internazionali, in cui i soggetti sono molti di più. Ad esempio nella scuola di un villaggio (in Palestina come da altre parti i luoghi più piccoli sono quelli che rischiano di essere dimenticati) abbiamo impostato un progetto in cui sono stati messi insieme il neonato ministero per l'Educazione palestinese, una organizzazione non governativa palestinese di insegnanti, la comunità e il consiglio del villaggio (la comunità locale); dalla nostra parte c'erano gli stessi soggetti della comunità italiana. I fondi per realizzare il progetto (si trattava di finire una scuola per la quale abbiamo poi creato dei gemellaggi, ecc.) non li abbiamo dati al ministero per l'educazione palestinese ma, d'accordo con lo stesso ministero, abbiamo dato i soldi all'associazione palestinese (ONG), perché il ministero dell'educazione doveva riconoscere il lavoro che l'ONG stava svolgendo in collaborazione con noi. L'organizzazione non governativa che aveva ricevuto i fondi sulla base del progetto non ha tenuto nulla per sé, anzi ha assunto il ruolo di controllore nei confronti del ministero monitorando i lavori e pretendendo dal ministero la documentazione relativa agli stessi. Alla fine del progetto, essendo ormai esauriti i fondi, abbiamo fatto intervenire il ministero degli Esteri e in un guizzo di disponibilità, grazie al rappresentante italiano a Gerusalemme, siamo riusciti a ottenere dalla cooperazione italiana (quella ufficiale) un'altra somma che ha permesso di concludere i lavori con la recinzione dello spazio circostante la scuola (era una zona pericolosa).

Ecco come con un piccolo progetto si possono mettere insieme tanti soggetti, con tante finalità diverse, conseguendo un valore aggiunto ben più importante e significativo del semplice invio dei fondi che hanno permesso la realizzazione del progetto. In questo è l'importanza di quello che state facendo o che avete in programma di fare. L'invito che faccio è proprio quello di coltivare questo terreno, con la consapevolezza che quello che noi facciamo è poca cosa rispetto ai grandi problemi della Palestina, ma anche che se non lo facciamo noi non lo farà nessun altro. La nuova legge sulla cooperazione internazionale forse tra qualche anno fornirà una sponda in più al nostro lavoro, ma certamente quando quella legge entrerà in vigore anche noi avremo più forza e saremo più legittimati a chiedere qualcosa se nel frattempo avremo agito senza limitarci soltanto a guardare. Pertanto il mio invito è a prendere davvero sul serio tutte le cose dette in questa sede; non è vero che siamo pochi: anche se siamo meno di quelli di cui ci sarebbe bisogno, siamo abbastanza per poter cominciare a far cambiare le cose.

Flavio Lotti
Coordinamento Enti Locali per la Pace

 

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