L'obiettivo che ci poniamo con l'appuntamento odierno è quello di individuare le possibili forme di cooperazione e scambio tra Palestina ed Italia sul terreno dell'educazione e della formazione.
Le motivazioni sono ovvie. Non solo è il terreno che ci è congeniale, sul quale da più tempo stiamo lavorando, ma soprattutto è chiaro che nell'educazione e nella cultura sta il futuro di un popolo: per costruire una società che sia democratica, responsabile, ispirata ai principi di giustizia e di pace, il punto di partenza non può essere infatti che l'educazione.
- Una società complessa
- I giovani d'oggi
- Il disagio aumenta
- La paura dello sradicamento
- La spirale dell'odio e la sfiducia nei governi
- Segnali di speranza
Cultura e istruzione fra i giovani palestinesi
L'intesa con i palestinesi su questo terreno è agevole: sempre il popolo palestinese si è distinto per la sua cultura, per il suo alto grado di istruzione, che gli ha permesso di sopravvivere nonostante tutto, che lo ha collocato in un ruolo di élite all'interno del mondo arabo.
E' forse dai tempi della Nakba, dal 1948, che i palestinesi hanno investito fortemente nell'istruzione, un bene durevole e "mobile", che può essere usato ovunque la persona si trovi, per una buona reputazione sociale e per il benessere materiale. Pensiamo a cosa questo significa per i settori di popolazione privati della proprietà, della terra, della casa: l'istruzione diventa lo strumento più importante per migliorare il guadagno e lo status sociale.
Come in ogni altra realtà poi l'istruzione ha reso più porosi i confini delle comunità locali e attenuato il potere delle élites tradizionali. Le persone che hanno avuto più stimoli attraverso l'istruzione e il lavoro all'estero tendono anche a diventare canali di nuove idee, di nuovi orientamenti all'interno della comunità di origine. Tendono cioè a diventare agenti per il cambiamento, avanguardie per sfide nuove, per nuove pratiche.Nonostante questa attitudine generale tuttavia il livello di istruzione oggi in Palestina è tutt'altro che soddisfacente. Una parte dell'attuale popolazione palestinese non ha avuto la possibilità di accedere alla scuola: sono soprattutto coloro che erano in età scolare durante l'Intifada, e che quindi sono stati danneggiati dalle continue chiusure delle scuole e dalle innumerevoli sospensioni delle attività didattiche da parte dell'esercito israeliano occupante.
Oggi inoltre si è ancora più abbassata l'età al matrimonio, fatto che, unito all'aumento del tasso di natalità, significato per le ragazze una scolarizzazione insufficiente. Continua poi ad essere favorita l'istruzione maschile piuttosto che quella femminile. E i motivi sono tanti: le tradizionali aspettative nei confronti delle donne sono il matrimonio e i figli, non il successo personale; l'investimento per gli studi si traduce in un vantaggio in termini economici per il marito e non per la famiglia di appartenenza; infine un alto livello di istruzione è visto come impedimento al matrimonio. Sempre più frequente è anche l'abbandono scolastico, soprattutto per motivi economici, è ovvio.
Non va inoltre sottovalutato il fatto che, nei Territori occupati, istruzione non significa necessariamente mobilità sociale. A differenza delle società occidentali in cui l'aumento di istruzione è strettamente correlato con l'aumento del guadagno, a Gaza e in West Bank questa correlazione è debole: persistono infatti i tradizionali modelli di stratificazione in cui la posizione economica è determinata dallo status sociale della famiglia, in cui le istituzioni economiche continuano ad essere profondamente incastrate nelle strutture famigliari, in cui le connessioni famigliari permangono decisive per ottenere posti di lavoro, soprattutto quelli di tipo impiegatizio.
Ho voluto sottolineare questo aspetto perché è parte della complessità e anche della peculiarità della società palestinese, una società in cui coesistono aree di arretratezza atavica con punte estremamente avanzate di organizzazione sociale.
Altri esempi potrebbero aprire squarci su questa complessità: prendiamo ad esempio il diritto.
Ho provato a contare le fonti del diritto in Palestina e sono arrivata a nove, e in effetti i palestinesi hanno uno dei più complessi sistemi legali del mondo, che sono in parte il risultato delle diverse occupazioni.
Le fonti del diritto, in effetti, includono:
La consuetudine (urf) che disciplina i conflitti al di fuori dei tribunali civili o religiosi sulla base della tradizione orale e delle norme che concernono i conflitti interni alla comunità, le mediazioni, l'onore della famiglia e del gruppo L'Islam (sharia). La religione è una componente identitaria importante nella comunità palestinese. E' un codice di comportamento che abbraccia sia la sfera pubblica sia quella privata. La legge islamica è amministrata da dei tribunali che giudicano in materia di status personale (matrimoni, divorzi, custodia dei bambini, alimenti) ed eredità fin dal XVIII secolo Le leggi ottomane sulla proprietà della terra, a seguito della grande riforma del 1858 Le norme di emergenza varate sotto il mandato britannico Le leggi civili israeliane per Gerusalemme est e per i coloni Le leggi civili giordane nella WB Le leggi civili egiziane in Gaza Le leggi militari israeliane Le nuove leggi della PNA (Palestinian National Authority)Tutti questi fonti sono un chiaro elemento di confusione e costituiscono un grave ostacolo al processo di democratizzazione.
Ma torniamo al terreno che più ci interessa, al futuro della società palestinese, e quindi ai giovani.
Oggi il 50% dei palestinesi è sotto i 18 anni, e il 70% sotto i 30… e si tratta di giovani in situazione di grave difficoltà:
- Secondo i dati UNRWA, tra il dicembre 1987 e l'aprile 1993 più di 22.000 bambini palestinesi sotto i 15 anni sono stati feriti e 360 sono morti
- Scuole chiuse, ospedali chiusi, vaccinazioni interrotte hanno causato effetti devastanti indiretti su coloro che oggi hanno da 10 a 25 anni
- L'85% delle famiglie sono state colpite dai raid dei soldati israeliani e la maggior parte di notte, e il 56% degli allora bambini sono stati testimoni delle violenze e delle umiliazioni dei loro padri. Inutile sottolineare cosa questo comporti in termini di insicurezza e confusione
- Il 3% dei giovani sotto i 15 anni è handicappato fisico (36.500) senza contare quelli con problemi mentali e molto avrebbero potuto essere evitato da una adeguata consapevolezza dei genitori
Gran parte di questa situazione è il risultato dell'Intifada. Studi fatti dal GCMHP - Gaza Community Mental Health Programme- su 108 bambini tra gli 11 e i 12 anni hanno dimostrato ad esempio che più intense e numerose sono state le esperienze traumatiche, più attiva è stata la partecipazione all'Intifada, e più problemi questi bambini hanno avuto di concentrazione, di attenzione, di memoria. Le esperienze traumatiche hanno aumentato la loro nevrosi, diminuito la loro autostima, mentre all'inizio si era pensato che la partecipazione attiva all'Intifada li avesse protetti nello sviluppare e gestire i problemi emozionali.
Ma il dato ancor più grave è il fatto che le situazioni di disagio, che hanno contribuito a suo tempo al loro coinvolgimento, nella maggior parte di casi non hanno ancora trovato oggi una soluzione.Nei campi profughi di Gaza, che è l'area che oggi più ci interessa, su cui la città di Torino sembra voler investire risorse e relazioni, la densità è altissima:
- a Jabalia 80.000 persone vivono su un kmq in condizioni di vita estremamente dure
- la povertà colpisce il 38% delle famiglie
- la disoccupazione (i dati sono al 1° semestre 1998) interessa il 30% della manodopera.
- né l'elettricità né l'approvvigionamento dell'acqua sono assicurati in permanenza.
- 5.000 coloni continuano a occupare il 40% della superficie e si accaparrano l'80% delle sue risorse idriche
- le famiglie sono tutte di tipo allargato, con 12 componenti e ognuno ha almeno 7 fratelli. Si vive tutti insieme, in due camere e la casa si rivela essere uno spazio sovraffollato dove la giornata tipica non è certo confortante: la madre combatte per sbarcare il lunario; il padre si alza ogni giorno alle 3 del mattino per andare a lavorare in Israele, sperando di essere tanto fortunato da poter attraversare il confine e trovare lavoro una volta là. Dopo questa giornata frustrante torna a casa così irritabile che ogni cosa lo fa arrabbiare, e spesso esprime le sue frustrazioni picchiando l'altrettanto esausta madre. E' evidente che i bambini trascorrono la maggior parte del tempo in strada, dove stanno con i loro amici
- le scuole sono su due turni: il primo inizia alle 7 del mattino. La media di bambini per classe è molto alta, e già solo questo pone problemi disciplinari, spesso risolti anche con punizioni corporali
In questa situazione i bambini assumono, spesso loro malgrado, un ruolo che non è quello della loro età.
Ma le conseguenze del conflitto sui giovani non si fermano qui.
Ci sono delle paure che hanno investito la comunità e4 da cui i giovani sono tutt'altro che immuni. Sono paure difficili da combattere, quella dell'espulsione ad esempio: "Noi palestinesi -ha sostenuto Eyad Sarraj in una recente intervista a "Le Monde diplomatique"- abbiamo una paura profonda dello sradicamento, dell'espulsione. La pace per me si riassume in un'esigenza. Che non mi si possa più espellere da casa mia".
E in effetti al nakba, la catastrofe, è una ferita non cicatrizzata nell'immaginario palestinese. "Nel 1948, la coscienza nazionale era in formazione -spiega sempre Eyad Sarraj- L'identità dei palestinesi, in maggioranza contadini, era legata alla terra. Perdere la propria terra, la propria casa era perdere il proprio onore, la propria identità".
Oggi una gran parte dei giovani vive nei campi e quello dei profughi (insieme a quello di Gerusalemme e dell'acqua) è uno dei nodi irrisolti dopo sei anni di negoziati. E, come ben chiarisce Mahmoud Darwish, non si può sottodimensionare il problema: "Una lotta si svolge in ciascuno di noi. Il cuore ci proibisce di rinunciare ai nostri beni, e il cervello ci dice che non è realista pensare che noi ritorneremo nelle nostre città e nei nostri villaggi, all'interno di Israele. Ma come abbandonare queste speranze? La nostra memoria è ancora fresca, noi non siamo stati esiliati 2000 anni fa. La nostra casa, le nostre terre sono così vicine".La spirale dell'odio e la sfiducia nei governi
Altrettanto subdola e pericolosa è poi la spirale dell'odio che si è innescata su questa terra, una spirale che noi potremo combattere solo partendo dai giovani. Un episodio raccontato da Eyad Sarraj mi ha colpito particolarmente, un episodio avvenuto nelle carceri palestinesi, nel 1996. Un sospettato veniva interrogato da un ufficiale di polizia, un giovane quadro palestinese dell'Intifada, che a suo tempo era stato nelle carceri israeliane. Questo ufficiale a un certo punto ha perso il controllo e si è messo a urlare contro l'arrestato… in ebraico!!! Strana identificazione dell'antica vittima con l'antico carceriere! Ed è automatico quanto semplicistico (ma nella semplicità spesso c'è verità) il riferimento agli ebrei sopravvissuti dai campi di sterminio e diventati a loro volta, in Israele, violatori dei diritti umani. Hanno mutuato comportamenti che oggi a loro volta mutuano i palestinesi….
Un altro elemento di preoccupazione è la sfiducia dei giovani nei governi e nel futuro. Ventisette anni di occupazione hanno ovviamente condotto i palestinesi alla diffidenza nelle autorità e i bambini che sono cresciuti durante l'Intifada rischiano di essere una generazione persa che non risponde a nessuno: la formazione di bande e di gruppi fondamentalisti religiosi non è che una delle dimostrazioni dell'incapacità di transitare verso la "normalità". A ciò si aggiunga il fatto che oggi presso i giovani palestinesi la PNA, a causa della sua debolezza di fronte agli Israeliani, delle difficoltà quotidiane, e della corruzione che ha preso molti dei suoi gangli vitali, non riscuote più fiducia: i giovani, così fieri durante l'Intifada, vogliono ora sfuggire dalla gabbia in cui sono rinchiusi, e non pensano che ad emigrare, o si arruolano nella fila dei fondamentalisti.
Anche a questo proposito, una breve, per quanto scontata, osservazione. La religione può essere favorevole alla democrazia, e se da un lato tranquillizzano analisi come quelle di Fanon -che vede nel fondamentalismo il riemergere di forme di identità strettamente correlate alle radici della cultura che precede la nascita di una consapevolezza nazionale- dall'altro non possiamo nasconderci il fatto che la crescita del fondamentalismo può essere uno delle maggiori attentati al processo di democratizzazione.
Anche qui il migliore antidoto è, senza alcun dubbio, l'istruzione. Quell'istruzione che accresce anche la tolleranza intellettuale: è noto che un sistema educativo, che assicuri ad una vasta maggioranza di popolazione il raggiungimento di un alto livello di istruzione, costruisce i propri controlli intellettuali e bilancia il possibile dominio di piccole intransigenti minoranze.Tante paure, ma anche segnali di speranza, ed è su questi che vorrei concludere. Nonostante tutti limiti mai abbastanza sottolineati, gli accordi di Oslo hanno creato una realtà nuova e in parte irreversibile. La Palestina è un'entità riconosciuta, anche da Israele e dagli Stati Uniti. Il sostegno diplomatico internazionale si è rinforzato. A dispetto delle tendenze autoritarie della PNA, numerose istituzioni si sono sviluppate: si sta definendo un apparato statale, c'è un consiglio legislativo eletto (gennaio 1966), ma soprattutto c'è un'attività intensa delle organizzazioni di base e del mondo dell'associazionismo.
In Palestina non esistono ONG, organizzazioni non governative, nel senso in cui il concetto è stato utilizzato nel Nord e nel Sud del mondo, e cioè come organizzazioni che emergono all'ombra del loro indipendente stato: l'esperienza palestinese si è sviluppata in assenza dello stato. E questa assenza dello stato deve essere connessa all'assenza di una autorità nazionale legittima, alle condizioni di occupazione, oppressione e colonialismo fin dall'inizio di questo secolo.
E' dall'inizio del Sionismo, infatti, che la società palestinese ha iniziato una lotta, politica e diplomatica, volta innanzitutto ad arrestare questa forma di colonialismo. Durante la seconda metà del XIX secolo, furono numerosi i club e le società letterarie, caratterizzate soprattutto da una natura religiosa e confessionale.
Alla fine della prima guerra mondiale iniziò la registrazione delle Islamic-cristian societies, secondo le leggi ottomane: pioniera fu quella di Giaffa nel 1918. Queste organizzazioni sono state la prima manifestazione di consapevolezza politica organizzata in Palestina. I loro obiettivi erano "la conservazione dei diritti morali e materiali della patria, il miglioramento dell'agricoltura, dell'economia e del commercio, la diffusione delle scienze, l'incremento dell'educazione giovanile", come ci spiega lo storico Bayan Nweihed al-Hout.
Durante il mandato britannico ci fu una grande discrepanza nello sviluppo delle infrastrutture economiche, educative e sanitarie fra la popolazione araba e quella ebraica, di qui l'importanza del ruolo delle associazioni di base per ridurre le differenze. E la loro attività, continuò anche sotto l'occupazione giordana ed egiziana, quando la maggior parte delle loro attività si concentrava in servizi nel campo sociale (orfani, anziani, ritardati, handicappati, famiglie dei prigionieri, martiri e feriti): spesso si rivolgevano alle madri con corsi di formazione per le attività domestiche, corsi di alfabetizzazione per donne, attività prescolari per bambini, e così via.
Dopo l'occupazione israeliana fino all'Intifada, alcune di queste società divennero più attive, e in aggiunta alle loro attività usuali, presero iniziative per stabilire basi durevoli atte a soddisfare i bisogni della comunità sul lungo periodo. L'interesse si focalizzò sulla formazione professionale, sullo sviluppo di programmi di cura per gli handicappati, nello stabilire attività culturali e artistiche, fondare centri di ricerca, biblioteche pubbliche e università, sviluppare centri di psicologia e di educazione per la prima infanzia.
Il cambiamento radicale avvenne con l'Intifada, quando molte di queste società mostrarono un serio interesse nelle attività produttive, come risultato di numerose pressioni tra cui i bisogni locali, la volontà di aumentare l'indipendenza dall'economia israeliana, creando un mercato locale.
Oggi le ONG stanno vivendo un momento difficile, e tentano di contrastare un processo che le vorrebbe ingabbiare e addomesticare. Tuttavia il fermento esiste, ed è su questo fermento della società civile, su questi elementi di speranza che vorrei fermarmi, ribadendo quella che è stata una delle scelte importanti che molti di noi hanno fatto -e la giornata di oggi non fa eccezione- nel costruire progetti di sostegno e relazioni con la Palestina: individuare come partners preferenziali proprio le Organizzazioni di base, che, meglio di qualunque altra entità, sanno conoscere e interpretare le esigenze e i bisogni di tutta la società palestinese, e quindi anche della sua componente giovanile.