Educazione e formazione come basi portanti dello sviluppo di un paese

Da quando, due anni fa, la CGIL nazionale ha deciso di costruire una federazione che si occupasse delle politiche educative e formative seguo queste tematiche molto da vicino.

Sono assolutamente convinto della giustezza del ragionamento del sindaco di Torino che, correggendo una affermazione del sindaco di Gaza, evidenziava il fatto che in un rapporto di cooperazione e di collaborazione su temi di carattere educativo e formativo non c'è mai un rapporto unilaterale in cui i vantaggi ricadono solo su uno dei soggetti. In particolare, tutti i momenti di collaborazione con una realtà così complessa come quella del popolo palestinese rappresentano per la nostra comunità un elemento di interscambio assolutamente importante, soprattutto rispetto alle nuove problematiche del nostro paese, ad esempio il fenomeno dell'immigrazione.

Vorrei fare alcune considerazioni preliminari. In Italia, non è stato facile convincere tutti i settori (governo, forze politiche, associazioni sindacali in generale, ecc.) ad acquisire fino in fondo il valore della formazione e dell'educazione come una condizione fondamentale per lo sviluppo del paese. Le difficoltà messe in evidenza rispetto ai problemi incontrati in Palestina per consolidare e costruire un sistema formativo, educativo, scolastico adeguato ai problemi dello sviluppo e della costruzione del nuovo stato palestinese, trovano in qualche modo una relazione con le difficoltà che anche noi abbiamo avuto per convincere la società italiana, nell'insieme delle sue articolazioni, a investire in educazione e formazione. La consapevolezza che lo sviluppo del paese si potesse regolare a partire da una formazione adeguata c'è sempre stata tra gli operatori del settore, ma spesso non è stata condivisa dal resto del paese. Veniamo da una fase in cui abbiamo dovuto affrontare il problema del risanamento economico e per molti anni il settore dell'educazione e della scuola è stato penalizzato da questo. Forse ora, anche per un'iniziativa del movimento sindacale, siamo in presenza di una inversione di tendenza, e, in questa fase, sarebbe utilissimo capire che cosa accade nei rispettivi paesi e quali possono essere gli interscambi delle esperienze. Partiamo, naturalmente, da contesti diversi, da situazioni di emergenza diverse; però spesso anche in questa diversità di situazioni si possono trovare degli elementi comuni di riflessione e di operatività.

L'Italia sta attraversando un processo di trasformazione del sistema formativo assai profondo e credo che scambiarsi delle opinioni proprio nel momento in cui la Palestina si sta ponendo il problema della costruzione di un sistema scolastico nazionale, che abbia alcune caratteristiche legate all'identità culturale, sia una cosa estremamente interessante. Da parte nostra, si sta cercando di sviluppare e trasformare il sistema formativo, adeguarlo alle nuove esigenze conservandone le parti migliori (per esempio il sistema delle scuole dell'infanzia e della scuola elementare). Mi riferisco soprattutto al riordino dei cicli, con il passaggio da un sistema costruito su tre cicli a uno costruito su due cicli; all'innalzamento dell'obbligo scolastico a 15 anni e all'innalzamento dell'obbligo formativo a 18 anni. Questo ultimo punto mi sembra fondamentale perché significa perché garantire la partecipazione al pianeta formativo sia a chi decide di proseguire la propria esperienza nel sistema scolastico, sia per chi invece decide di affacciarsi al mondo del lavoro prima dei 18. Mi sembra un buon inizio anche se non si può parlare di formazione solo nella prima parte della vita di un individuo, ma si deve sempre più ragionare in termini di educazione per tutto l'arco della vita; questo non solo perché la persona che lavora ha un bisogno continuo di aggiornamento rispetto ai nuovi scenari della propria attività lavorativa, ma perché in generale viene sempre più sentito il bisogno di elevamento del livello culturale, cosa che non necessariamente avviene nella prima parte della vita. Consci dell'importanza di un sistema educativo permanente, stiamo facendo un grande sforzo per costruire (e questa è forse la parte più faticosa) un sistema di educazione rivolto agli adulti, nell'ottica sia di un elevamento del livello culturale generale, sia di un sistema di formazione continuo che sia rivolto ai lavoratori e alle lavoratrici, in grado di accompagnare l'evoluzione professionale dell'attività lavorativa con momenti di formazione. C'è poi l'aspetto dell'educazione ai valori: l'educazione su alcuni valori, ad esempio la democrazia, la tolleranza, la convivenza, è secondo me fondamentale; si tratta di tematiche che devono costituire l'elemento centrale della prima parte del processo educativo, cioè vanno affrontate fin dall'infanzia perché formano la coscienza civile e la disponibilità al dialogo.

Nel complesso delle iniziative intraprese dal movimento sindacale sul tema educazione e formazione, che vi ho schematicamente delineato, e che cominciano a trovare una risposta positiva anche a livello istituzionale, abbiamo individuato come strumento importante e fondamentale, per adeguare il nostro sistema educativo e formativo alle nuove esigenze, quello dell'autonomia scolastica, elemento che sta cominciando a produrre nelle nostre scuole i primi risultati. Anche se siamo ancora in una fase di sperimentazione, ritengo che questo elemento diventerà, nell'arco di un biennio, una modalità fondamentale del nostro sistema scolastico. In rapporto alle tematiche che si stanno affrontando in questa sede potrebbe essere molto utile un approfondimento in questo senso. L'autonomia scolastica è un processo che punta a unire da un lato l'esigenza di avere un sistema scolastico nazionale, cioè di avere standard educativi nazionali cui l'insieme delle strutture scolastiche debbano rispondere, e dall'altro lato a potenziare la capacità della singola scuola di adattarsi agli elementi di contesto. Gli elementi di contesto sono elementi di carattere territoriale legati al tipo di utenza, al tipo di soggetti presenti in una determinata scuola. Per esempio riteniamo che un primo problema da affrontare sia quello della dispersione scolastica. In questi ultimi 30 anni nel nostro paese sono stati fatti importanti passi in questo senso, però in alcune zone i tassi di dispersione sono ancora troppo elevati per un paese che si definisce sviluppato. Crediamo che l'autonomia delle singole scuole possa aumentare la capacità di affrontare il problema della dispersione nei singoli territori, nelle singole scuole, nelle città e nelle campagne del nostro paese. Per altri versi auspichiamo un'autonomia scolastica che sappia affrontare il problema dell'immigrazione: noi abbiamo scuole, elementari e medie soprattutto, in parecchie città del nostro paese, anche in centri medio- piccoli, nelle quali più del 50% degli alunni iscritti nelle singole classi sono figli di immigrati di varie etnie. Qui si pone il problema di affrontare questo aspetto in termini corretti di integrazione. Sono convinto, per esempio, che chi ha deciso di vivere nel nostro paese debba venire a contatto con la nostra identità culturale, ma questo non deve significare un tentativo di snaturamento: dobbiamo introdurre nella nostra scuola, di fronte a queste novità importanti che si stanno determinando, la capacità di aprirci a un confronto con identità culturali diverse. E questo diventa un arricchimento per tutti: per il figlio dell'immigrato, che viene a conoscere l'identità culturale del nostro paese, e per i nostri bambini che grazie al sistema educativo imparano a conoscere persone appartenenti ad etnie e culture diverse dalla loro e a rapportarsi con esse. A mio avviso questo tipo di ragionamento è uno dei terreni in cui il rapporto di cooperazione produce effetti da entrambe le parti.

Ho esposto sinteticamente alcuni punti, ma credo che ciascuno dei temi cui ho fatto riferimento può davvero essere oggetto di momenti specifici e molto concreti di grande collaborazione. Ho visto con grande interesse nel volumetto che riassume i progetti in atto nella città di Torino in rapporto con la città di Gaza, alcune cose molto interessanti: alcune fra l'altro riguardano materie di carattere squisitamente sindacale, molto bello il progetto che affronta il tema dei diritti delle lavoratrici palestinesi, attraverso il quale si può affrontare la tematica delle pari opportunità nella specificità della società palestinese. E' una questione che va ripresa anche qui perché molta strada va compiuta anche nel nostro paese in questo settore: sarebbe interessante, ad esempio, vedere come si può fare una reale politica di pari opportunità sul versante formativo e sul versante del lavoro; mi pare che sia una questione di non poco conto. L'Italia rispetto alla Palestina presenta tassi molto più elevati di presenza di donne sul lavoro, però se osserviamo le statistiche ci rendiamo conto che le donne difficilmente raggiungono livelli di responsabilità elevati, difficilmente hanno la possibilità di partecipare a processi formativi dopo l'ingresso nel mondo del lavoro. Come vedete c'è tutta una serie di elementi che possono essere spunto di una più stretta collaborazione. Confermo la disponibilità del sindacato italiano a partire dalla CGIL (ma su questo terreno penso che non ci siano problemi anche dal punto di vista unitario) a partecipare o a progetti già in atto o a nuovi progetti, sapendo che anche noi privilegiamo - soprattutto dopo una fase molto negativa di grandi progetti nazionali che non hanno prodotto i risultati sperati - un livello di cooperazione e collaborazione che parta da contesti territoriali più che nazionali. Ciò non significa che dentro questi progetti non ci possano essere confronti che coinvolgano anche i livelli nazionali (la nostra presenza qui è un esempio di come ci possa essere dialogo con strutture nazionali); ma il modo di operare delle realtà locali, per esempio il gemellaggio fra due città, cioè due realtà territoriali che magari hanno caratteristiche omogenee, è sicuramente diverso e più produttivo di quello delle realtà nazionali. Non per nulla in Europa, oggi, ci sono molte più riflessioni che riguardano i contesti territoriali più piccoli (le regioni, le città, le province) che non i confini nazionali. La riflessione sul diverso peso dei confini deve essere un punto di riflessione anche sul modo di portare avanti i progetti di cooperazione.

Guglielmo Festa
Segretario Nazionale Formazione e Ricerca CGIL

 

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