Recentemente a Bruxelles si è discusso sulla questione euro-mediterranea e da parte nostra si è preteso che si parlasse di tutte le dimensioni delle relazioni che l'Europa ha col mondo che la circonda. La dimensione euromediterranea è oggi fondamentale, non soltanto per i problemi oggetto del convegno ma, ad esempio, per il problema dell'immigrazione. Il problema dell'immigrazione non è un problema dell'Italia ma dell'Europa, e potrà essere risolto solo se l'Europa non lascerà l'Italia da sola. L'immigrazione si può governare solo se ci si impegna sui due fronti: quello dei paesi di arrivo e quello dei paesi di provenienza. E' un processo che va governato su entrambe le sponde del Mediterraneo, affrontando il problema alla radice e nelle sue cause strutturali: tamponare le emergenze serve a poco.
Queste cose sono ormai chiarissime a tutti e ciò mi consente di fare un passo in avanti nella mia riflessione. Dunque in questi rapporti esiste una dimensione europea; poi c'è l'altra dimensione che, secondo me, non è nazionale ma locale. Infatti se la dimensione europea deve tenere conto delle grandi relazioni, dei grandi nessi che ci collegano con le due sponde del Mediterraneo, la cooperazione internazionale può avere solo una dimensione locale. Le due facce della medaglia che ci riguardano sono quella continentale europea, per la gestione delle macro variabili dei problemi, e quella locale, perché è attraverso la dimensione locale che si stabiliscono le relazioni in questo villaggio globale che è diventato il mondo.
Se guardiamo alle esperienze significative e negative del nostro paese nel decennio passato, ci rendiamo conto del fallimento di una cooperazione internazionale gestita a livello delle nazioni. Ovviamente i problemi risolvere non sono pochi, anche perché quando si interagisce con uno stato nazionale, spesso rappresentato da oligarchie che poco hanno a che fare con le popolazioni locali, il rapporto è distorto.
I sindaci di tutto il mondo portano avanti questi discorsi da diversi anni. Ricordo in particolare una delle mie prime esperienze quando, nel 1995 a New York, nell'ambito delle Nazioni Unite ci fu uno dei periodici incontri delle città del mondo (quello era in preparazione del successivo grande appuntamento di Istanbul) sulle politiche dello sviluppo sostenibile delle nostre città. In quella riunione moltissimi sindaci europei, africani, sudamericani, nordamericani, riferirono parecchi casi di relazioni gestite a livello locale, cioè con rapporti diretti fra le comunità locali, che avevano ottenuto ottimi risultati. Credo che la nostra comunità torinese sia decisamente orientata in questa direzione. Si tratta di creare un sistema che coinvolga tutte le organizzazioni non governative, del volontariato, del privato sociale e che contempli una regia delle autorità locali. Noi abbiamo esperienze molto belle in questo campo, ad esempio con il Guatemala.
Un'ultima considerazione sul problema specifico dei rapporti con la città di Gaza, coi nostri amici Palestinesi: tra i tanti progetti messi in campo, tutti quanti significativi, vorrei sottolineare in particolare il progetto degli asili. Esso ha il grande pregio di occuparsi dell'aspetto formativo che credo sia il più rilevante; l'aspetto della crescita qualitativa del capitale umano è importante a tutti i livelli, ma io credo che lavorare sull'infanzia, al di là di ogni retorica, dia davvero la possibilità di intervenire, quasi a livello del codice genetico, sul meccanismo del conflitto. Costruire questo percorso lavorando con l'infanzia è una grande sfida; si tratta infatti di giocare tutta sul futuro conservando la piena la memoria di ciò che è stata la storia. Il futuro non è costruibile senza conservare la memoria della sofferenza e dei problemi: se si dimentica la storia si può ripetere: ne abbiamo avuto un tragico esempio con i Balcani. Nessuno di noi avrebbe mai pensato di vedere ancora una volta declinare paradigmi agghiaccianti come quelli della pulizia etnica. L'Europa aveva forse coltivato l'illusione che questo non potesse più avvenire, invece è avvenuto in maniera così tragica da ricordarci che la dimensione della memoria è fondamentale per costruire il futuro. A me pare che questo sia il terreno di sfida, di confronto, dove per davvero si costruisce quel patrimonio di valori che è anche la grande sfida delle nostre comunità locali. Non ho mai recepito con banalità e semplicità le affermazioni sulla bellezza e sulla poesia del diverso: la diversità è una ricchezza potenziale, ma costruire armonia sul diverso richiede fatica, sforzo, lavoro quotidiano perché c'è sempre il rischio di tornare indietro. Non amo la parola "integrazione", la trovo una forzatura della coesistenza dentro una comunità, credo che la sfida delle nostre comunità multietniche sia non integrare qualcuno perché è diverso, ma costruire insieme un patrimonio minimo di valori e di regole condivisi, attraverso i quali il dialogo e la convivenza della comunità sia possibile. Ciascuno di noi vuole conservare la propria identità dovunque vada, però oltre ad avere il diritto di preservare la sua identità, ha il dovere di sapersi inserire in una comunità alla cui crescita deve contribuire. Allora questa tensione, fra il diritto a conservare la propria identità e il dovere a entrare nella comunità in cui si vive, si allenta costruendo un patrimonio comune di valori e di regole condivise. Questo è difficilissimo ed è la grande sfida che abbiamo di fronte.
Il sindaco di Gaza, con estrema cortesia, ha detto che nel rapporto fra Torino e Gaza la sua città sarà quella che trarrà maggiori benefici, ma non è così. Noi portiamo le nostre esperienze, le nostre conoscenze tecnologiche, ma non si tratta di un rapporto a senso unico. Se così fosse, finiremmo di perpetuare in una forma più elegante un rapporto che ha connotato il colonialismo dell'Europa nei confronti del resto del mondo. Invece anche noi riceviamo qualcosa: riceviamo la lezione della convivenza in un mondo di diversi, della quale abbiamo un grande bisogno anche a Torino.
Valentino
Castellani
Sindaco di Torino