FIAT: FAMILY LIFE

FIAT: FAMILY LIFE

di Massimo Novelli

"E i depredati staranno lì ad adorare chi li deruba?"
Wiliam Morris

Una guerra senza esclusione di colpi si sta combattendo ai piani alti della palazzina di Corso Marconi, a Torino, che ospita il quartier generale del potere Fiat. E' la guerra per il controllo della più grande multinazionale italiana, che vede contrapposti la famiglia Agnelli, apparentemente riunificata dall'Avvocato per questi tempi difficili, e Cesare Romiti il cui mandato di presidente del gruppo scade nel '98. Lo scontro tra padroni, peraltro cominciato da tempo, non risparmia gli ex salotti buoni del capitalismo italiano come Gemina, alle prese con un "buco" non indifferente, e Mediobanca dove sta tramontando, non solo per l'età, la tirannia di Enrico Cuccia.
Ai fini dell'esito della guerra non è ininfluente, poi, l'azione della magistratura. Inutile stare a discutere qui sugli eventuali burattinai dell'iniziativa delle Procure che possono essere più o meno autonome, più o meno compartecipi del ruolo di nuovo soggetto politico. Restiamo ai fatti. E' probabile che a settembre, a Torino, Romiti venga rinviato a giudizio per falso in bilancio, a meno che non arrivi un bel condono generosamente offerto dal governo dell'Ulivo. Ed è ipotizzabile che una tempesta autunnale, per decisione della Procura milanese, si abbatta su Gemina (e Mediobanca), con la possibilità di arresti eccellenti e la conseguente ridefinizione degli equilibri all'interno delle due banche d'affari.
Non va dimenticato, d'altra parte, che una discreta parte della battaglia che negli anni scorsi ha visto in campo gli "umbertiani", quelli legati a grandi linee a Umberto Agnelli, il fratello dell'Avvocato, contro il partito romitiano, si è disputata sul terreno giudiziario. Le principali accuse mosse a Romiti, infatti, sono venute da manager, in prevalenza "umbertiani", che dall'Uomo Forte di Corso Marconi erano stati fatti fuori: da Antonio Mosconi (Impresit, Toro) a Clemente Signoroni (Fiat Auto, GFT), passando per Vittorio Ghidella (Fiat Auto) e Giorgio Garuzzo (Iveco, direttore generale Fiat), singolarmente diventato vicepresidente dell'Olivetti dopo il siluramento patito da parte di Romiti, ma anche presidente della Fiat Teksid: il prezzo di un futuro silenzio?
Che sia dunque in atto una feroce guerra di successione Fiat è fatto notorio. Se ne sono accorti tutti, salvo i più importanti giornali italiani. (con poche eccezioni), del resto di proprietà di quei poteri forti - cioè Fiat, Olivetti, Gemina, Mediobanca e via incrociando - dei quali la sinistra di stato, in perfetta malafede, cerca di negare l'evidenza. Occorre pertanto rifarsi a quotidiani stranieri, come l'Herald Tribune e il Financial Times, per scoprire che c'è "aria di intrighi in casa Fiat". E che "anche se Gianni Agnelli rimane presidente onorario- scrivono gli inglesi - per la prima volta nei 97 anni di storia della Fiat nessuno dei ruoli di maggiore responsabilità nella società è nelle mani di esponenti della famiglia fondatrice. I cambiamenti di vertice non hanno risolto la questione su chi guiderà il maggiore gruppo industriale italiano nel ventunesimo secolo".
La data intorno alla quale si combatte la guerra Fiat è il 1998, quando Romiti dovrà lasciare per raggiunti limiti di età la presidenza Fiat. Molto difficilmente, tuttavia, il Licenziatore del 1980 accetterà di uscire di scena e di vestire i panni dell'anziano fiat extra-lusso. Potrebbe, è vero, aspirare a una poltronissima in Via Filodrammatici, sede di Mediobanca, o magari coniugare privato e politico con gli amici di Liberal, inseguendo cariche paragolliste. Intanto, però, Romiti si muove sul terreno prediletto, il controllo della Fiat, apprestando una rete interna ed esterna di topo manager, finanzieri, apparati a lui fedelissimi o contigui. Gente che, dopo il '98, gli potrebbe consentire di fatto di controllare il gruppo torinese, insieme a Mediobanca (fidando sul vecchio Cuccia e sul figlio Maurizio Romiti, in verità ora un po' appannato) e partner e soci esteri di peso. Il tutto con la benedizione dei ceti politici presidenzialisti e affini.
In azienda, del resto, il presidente della Fiat può contare su amici di vecchia data come l'amministratore delegato Paolo Cantarella, il responsabile dell'area finanza Francesco Paolo Mattioli (proveniente, con lui, dall'industria di stato, che però potrebbe cadere per mano dei giudici) e persino su un figlio: Piergiorgio Romiti che guida la Fiat Auto. In questo scenario è chiaro che gli Agnelli avrebbero, in futuro, un ruolo di semplici fruitori dei dividendi. Romiti ha persino teorizzato i suoi intenti sulle colonne dell'amato Liberal, diretto dal "sinistro" Ferdinando Adornato, passato dai boy scout della FGCI-PCI alle virtù del neoliberismo selvaggio e del presidenzialismo pseudo-gollista. Per farla breve, il presidente della Fiat ha detto senza mezzi termini che è finito il tempo del capitalismo delle grandi famiglie, alla faccia della Famiglia per eccellenza.
Gli Agnelli, naturalmente, non sono rimasti a guardare. A livello palese, cioè di mass-media, l'Avvocato, in un'intervista a un periodico estero, ha mandato a dire a Romiti di occuparsi meno di "politica" e più di Fiat. Sebbene il solerte ufficio stampa di Corso Marconi si sia premurato di far sapere, sui giornali della casa madre (La Stampa ed Il Corriere della Sera), che Agnelli non aveva pronunciato proprio quelle parole, l'avvertimento è giunto al bersaglio. Il messaggio a Romiti (e a Cuccia, perché no?), ancorché in forma soft, è inequivocabile: ovvero come dire "non ci faremo soffiare il bastone del commando, siamo all'erta, non siamo fessi...". Qualche settimana prima d'altro canto, era stato Giovanni Alberto Agnelli, il figlio di Umberto, designato dalla Famiglia ad assumere il potere quando sarà l'ora, a criticare il capitalismo che si regge internamente sui patti di sindacato. In Fiat il patto risale al '93 e vede la partecipazione, oltre agli Agnelli, di Mediobanca (Cuccia è stato sostituito recentemente nella carica da Vincenzo Maranghi), Generali e Deutsche Bank. Ed è un patto che limita il campo d'azione delle finanziarie-cassaforti di casa Agnelli, vale a dire IFI e IFIL.
Ma il vero lavoro di Gianni Agnelli che, vista la posta in palio, sembra aver messo da parte i dissapori con Umberto e le altre beghe parentali, consiste nel ricucire l'unità della Famiglia attorno a un piano di riconquista dell'impero. A fianco del rampollo Giovanni junior, l'Avvocato vuole sistemare manager di provata fede, da lanciare in pista in previsione delle possibili manovre di Romiti. Uno di questi è Paolo Fresco, nuovo consigliere d'amministrazione Fiat, fedelissimo di Gianni Agnelli, attualmente vice presidente di General Electric. Nel '98 avrà 65 anni, l'età giusta per succedere a Romiti, che, allora, potrebbe giocare a sua volta carte giudiziarie per chiamare in causa la proprietà su falsi in bilancio e cosette del genere.
E' indubbio che i war games nel regno Fiat non possono cambiare, chiunque sarà il vincitore, la vita degli operai, dei licenziati, dei cassaintegrati, dei dominati. Né pare che le ultime dichiarazioni di Agnelli Jr su di un capitalismo un po' più umano possano contare più di tanto. Parole, buttate anch'esse in campo solo per marcare la differenza tra la Famiglia e il Romiti-pensiero. "Il padrone- come scrive il romanziere libertario messicano Paco Ignacio Taibo II - molto più lontano ancora da noi, dorme in un letto senza riconoscerci come la fonte del suo benessere e del suo potere, senza pensare a noi nemmeno di sfuggita, noi che siamo come le formiche che spingono verso l'alto a forza di spalle le azioni della borsa di New York".
Ma un conto è illudersi sulla bontà di questo o quel padrone, un altro conto è sapere con chi si ha a che fare e non per aspettare come i cinesi sulla riva del fiume bensì per giocare, in qualche modo, la propria partita.



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