Rappresentanza e rappresentatività

Rappresentanza e rappresentatività

di Guido Barroero

Premessa
Il problema della legittimazione della rappresentanza si è posto pesantemente al movimento dei lavoratori ogni volta che l'esaurimento di un ciclo di lotte, il venir meno di una spinta propulsiva generalizzata al miglioramento delle condizioni di vita, accompagnati da un evidente palesarsi della burocratizzazione e dell'istituzionalizzazione delle grandi centrali sindacali tradizionali hanno contribuito a disegnare un quadro di sofferenza della classe lavoratrice, di microconflittualità accesa ma diseguale, di rabbia e insofferenza, misti a rassegnazione, nei confronti dei diktat e della linea concertazionista dei sindacati ufficiali. In altre fasi storiche di effervescenza e di avanzamento del movimento (fine anni '60, primi anni '70) il problema della rappresentanza (chi rappresenta chi e come?), ha avuto soluzione pressoché naturale come portato delle lotte stesse e dunque anche quello della sua legittimazione.
Oggi viviamo una fase acuta di crisi generale che si riflette sul movimento di classe in termini di ridotte capacità di difesa delle conquiste del passato e, a maggior ragione, di estrema difficoltà di ripresa d'iniziativa autonoma. L'unico fattore nuovo rispetto al passato - estremamente rilevante sul piano politico, rappresentato dalla diffusa consapevolezza dell'irrecuperabilità dei sindacati confederali ufficiali e dalle scelte organizzative alternative che molti lavoratori hanno fatto (sviluppo del sindacalismo di base) - non ha sostanzialmente modificato i termini del problema: il rapporto complesso cioè tra il movimento e le lotte, la rappresentatività reale, quella formale e la legittimazione istituzionale degli organismi rappresentativi dei lavoratori. In altre parole mentre è del tutto evidente il rapporto stretto fra questi momenti è altrettanto evidente che non si può stabilire una derivazione meccanica tra un certo livello di rapporti di forza e la sistemazione legislativa che li norma nel contesto dei rapporti istituzionali. E neppure, ovviamente, vale il viceversa. Da ciò consegue che anche la battaglia per la democrazia sindacale ingaggiata dai sindacati base non può non misurarsi che contraddittoriamente con questo contesto. Gli elementi di novità rispetto al passato (la scelta organizzativa extra-confederale, la contrapposizione agli organismi formali di rappresentanza di organismi democraticamente eletti e composti) coesistono con un'affannosa rincorsa alle garanzie istituzionali che i nuovi patti concertativi e consociativi tendono a riservare ai sindacati di Stato. Il rischio è che questa rincorsa - pur indispensabile e vitale - sbiadisca le spinte innovative e indebolisca le capacità di ricostruire un'iniziativa autonoma, almeno sul terreno sindacale. Ma di questo diremo più avanti.
Molte cose sono accadute negli ultimi tempi. Il risultato del referendum sull'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori e la recente sentenza della Corte Costituzionale che sancisce la costituzionalità dell'articolo emendato, hanno mutato il quadro complessivo in cui si inserisce il problema della rappresentanza ed hanno colpito duramente le già marginali possibilità da parte dei lavoratori di organizzarsi autonomamente e democraticamente. La crisi politica ha avuto tra i suoi risultati quello di posticipare indefinitamente la discussione parlamentare e il varo di una nuova legge (resa tra l'altro improcrastinabile proprio dal risultato del referendum stesso e dalla sentenza della Corte Costituzionale). Tuttavia non sono cambiati i termini del problema: per i lavoratori si tratta sempre di conquistare spazi di rappresentatività indipendente e democratica (magari attraverso le proprie organizzazioni sindacali di base), per la controparte (governo, imprenditori e sindacati di Stato) si tratta invece di conservare ed istituzionalizzare i propri rapporti reciproci innalzando gabbie e steccati contro le espressioni autonome di rappresentanza di classe dei lavoratori. Non a caso infatti l'attuale disegno di legge che continua ad essere palleggiato tra commissione parlamentare, Camera e Senato e che vede l'accordo della maggior parte delle forze politiche, non si discosta molto da una precedente proposta di legge della CGIL.
Quello che ci preme è far rilevare che è possibile leggere attraverso le alterne vicende della rappresentanza un pezzo cospicuo di storia del movimento dei lavoratori, i suoi successi, le sue difficoltà, le sue sconfitte e le sue prospettive di rilancio.

La rappresentanza nel dopoguerra
Un sintetico excursus sulle forme di rappresentanza parte dai Consigli di Gestione (1) (C.d.G.) dell'immediato dopoguerra, prosegue con le Commissioni Interne (C.I.) degli anni 50/60, con i Consigli di Fabbrica (C.d.F.) espressione immediata dell'autunno caldo del '69 (poi disciplinati dallo Statuto dei Lavoratori (S.d.L.) nel 1970), con le Rappresentanze Sindacali Aziendali (R.S.A.) degli anni '80 (dopo lo scioglimento della F.L.M.), per arrivare alle attuali Rappresentanze Sindacali Unitarie (R.S.U.) e alle varie proposte di legge (CGIL, FORUM, SLAI) che si sono succedute nel tempo tese a regolamentare (o a liberalizzare) la materia delle rappresentanze dei lavoratori, per finire al disegno di legge di cui si è detto attualmente insabbiato nelle secche parlamentari.
Prescindendo da quanto esula dall'aspetto strettamente sindacale (C.d.G.), una breve analisi tecnico-politica (non tratteremo dunque delle forme reali spontanee e autogestite che i lavoratori hanno più volte dato alla propria rappresentanza, ma di come accordi, normative e leggi hanno regolamentato e istituzionalizzato questa) delle varie forme di rappresentanza non può che partire dalle Commissioni Interne.
Le Commissioni Interne nate all'inizio del '900 come rappresentanze operaie occasionali si consolidavano e si estendevano negli anni successivi (fino all'avvento del fascismo) configurandosi come organismi che avevano come compito quello di risolvere con la direzione di fabbrica "tutte le controversie e i conflitti di qualsiasi natura relativi all'interpretazione ed alla applicazione del contratto e dei regolamenti allegati" (2).
Ricostituite nel 1943 (3), le loro competenze cambiavano solo di poco nel tempo a seguito degli accordi del 1947, 1953 e 1966.
Le loro funzioni iniziali erano quelle di: assicurare rapporti "normali" nella fabbrica, collegare sindacato e lavoratori, tentare la conciliazione delle controversie individuali e, su autorizzazione dei sindacati, delle controversie collettive (dunque potere di contrattazione), ecc.
Le modifiche più importanti degli anni successivi (4) erano l'esclusione delle C.I. dalla contrattazione collettiva a favore delle strutture sindacali e il trasferimento a queste del controllo nel campo dei licenziamenti.
L'accordo interconfederale del '66 fissava l'assetto definitivo delle C.I. Nonostante formalmente esse si connotassero in senso "collaborazionista" si presentavano come rappresentanze realmente unitarie dei lavoratori, elette con il sistema proporzionale tra le diverse liste.
Alcuni punti dell'accordo del '66 relativi alla costituzione delle C.I. meritano nota: potevano essere elette C.I. in aziende o unità produttive in cui fossero occupati almeno 40 lavoratori; per le unità aziendali con un numero inferiore di lavoratori era prevista l'elezione di un Delegato d'impresa con gli stessi compiti delle C.I.; la C.I. restava in carica 2 anni salvo revoca decisa da almeno il 51% dei dipendenti dell'azienda; non era previsto un monte ore di permessi sindacali a disposizione dei membri delle C.I. ma questi potevano essere concessi in casi da valutare a discrezione dell'azienda; non erano previste assemblee e riunioni sindacali in orario di lavoro ma l'azienda era tenuta a concordare la concessione di locali quando esse si svolgevano fuori orario; le elezioni per il rinnovo potevano essere indette dalla C.I. uscente o in mancanza di ciò dalle Organizzazioni sindacali stipulanti (CGIL-CISL-UIL) o da associazioni o gruppi di lavoratori già presenti nella C.I. nel mese precedente la scadenza del mandato, qualora fosse decorso il ventiquattresimo mese senza che ciò avvenisse anche gruppi e associazioni di lavoratori, anche non presenti nella C.I., potevano indire elezioni purché intendessero presentare liste; potevano presentare liste CGIL-CISL-UIL e gruppi di lavoratori la cui lista fosse presentata da almeno il 3% degli aventi diritti al voto; erano eleggibili tutti i lavoratori; il voto avveniva per lista, con la possibilità di esprimere preferenze, i seggi erano ripartiti proporzionalmente ai voti ottenuti.
Non c'erano dunque condizioni particolari di privilegio a favore delle organizzazioni confederali, non esisteva la pariteticità tra queste e non cerano sono vincoli particolari sulla possibilità di presentare liste da parte di gruppi di lavoratori non-iscritti (non esisteva ancora il concetto di maggiore rappresentatività), ne sull'eleggibilità degli stessi.

I Consigli di Fabbrica e lo Statuto dei Lavoratori
Troppo note sono le vicende successive all'autunno caldo del '69 perché qui si debba ripercorrerle in dettaglio, sono necessarie tuttavia alcune considerazioni.
Le C.I. vengono spazzate via dalle lotte di quegli anni come strumento "collaborativo", datato e comunque incapace di dialettica con le nuove forme organizzative e le esigenze di democrazia sindacale che le lotte del periodo esprimono. I C.d.F., espressione delle lotte dei lavoratori, non esistono legalmente, non sono controparte ufficiale del padronato, ma conquistano di fatto il livello di contrattazione aziendale e altri importanti diritti sindacali.
Il tentativo di regolamentare la materia della rappresentanza e dei diritti sindacali, con lo S.d.L., va tuttavia nel senso opposto, nel senso cioè di istituzionalizzare la presenza confederale rendendola monopolistica ed esclusiva. La nuova normativa attribuisce tuttavia diritti e personalità alle R.S.A. che si configurano, all'inizio solo potenzialmente, come emanazioni dirette e paritetiche dei sindacati confederali.
La combattività di molti C.d.F., la stagione di lotte degli anni '70, l'unità dei metalmeccanici realizzata con la costituzione della F.L.M. (5) nasconde l'inghippo abbastanza a lungo.
L'imbroglio è però evidente non appena si consideri la normativa espressa dallo S.d.L.
-La titolarità della rappresentanza spetta alle R.S.A.;
-il famigerato art.19 riserva alle associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative (CGIL-CISL-UIL) o a quelle firmatarie di contratti collettivi (CGIL-CISL-UIL) la facoltà di costituire R.S.A.;
-le R.S.A. sono paritetiche, ogni sindacato aderente a una delle tre confederazioni può costituire la propria R.S.A., indipendentemente dal numero degli aderenti, con un numero di membri pari a quello delle altre;
-i diritti sindacali (permessi retribuiti e non, tutela dai trasferimenti, indizione delle assemblee retribuite, ecc.) sono riservati ai dirigenti delle R.S.A.
Questa è l'ossatura giuridica che ha favorito lo scadere di molti C.d.F., specialmente dopo lo scioglimento della F.L.M., a puri organismi burocratici o sparire anche formalmente a favore delle R.S.A., dirette emanazioni delle burocrazie confederali non rinnovate con elezioni da anni, i cui membri vengono sostituiti con cooptazioni da parte degli apparati sindacali e revocati d'autorità se sgraditi a questi.
Negli anni '80, complessivamente, il dibattito sulla natura del sindacato latita e le richieste di democrazia sindacale sono facilmente disattese dall'apparato delle confederazioni sempre più burocratico, staccato dai lavoratori, sulla strada della piena istituzionalizzazione e impegnato a "governare" le prime avvisaglie della crisi economica.
Agli inizi degli anni '90 molti nodi vengono al pettine: il progredire della crisi, l'attacco sempre più pesante all'occupazione, lo scadere ulteriore delle confederazioni dalla posizione storica di mediazione a quella consociativa e cogestionale che cerca legittimazione più dalla controparte (Governo e padronato) che dai lavoratori, l'emergere di un diffuso malcontento rispetto a cedimenti di ogni sorta (come gli accordi di luglio) da parte dei lavoratori, il nascere di organizzazioni sindacali di base e di momenti di autorganizzazione, mette le confederazioni alle corde e impone loro una linea d'azione avente un triplice intento: essere un cedimento, più formale che sostanziale, nei confronti delle istanze di democrazia dei lavoratori; riaffermare (sostanzialmente) il monopolio confederale, anche a livello istituzionale-legislativo, per una definitiva legittimazione nei confronti delle controparti, tesa a conservare poteri e privilegi; giustificare, con un'operazione formale, di base il processo di unificazione verticista patrocinato con forza dalla CISL.
Da qui l'esperimento delle R.S.U.

Le Rappresentanze Sindacali Unitarie
Il regolamento delle R.S.U. è particolarmente adatto ad esemplificare gli intenti elencati in precedenza. Analizziamone i punti "qualificanti":
Le R.S.U. svolgono attività negoziali a livello aziendale per delega di rappresentanza dei sindacati di categoria; esse restano in carica 3 anni, i calendari per la loro elezione o rielezione sono definiti da Comitati delle segreterie dei sindacati di categoria territoriali o nazionali; altri sindacati possono presentare liste purché: a) siano formalmente costituiti, b) raccolgano il 10% delle firme degli aventi diritto al voto per le aziende fino a 500 dipendenti e il 5% in quelle con più di 500 dipendenti, c) siano presenti in almeno 1/3 delle aziende del territorio; in ogni caso l'idoneità dei sindacati non-confederali alla partecipazione alle elezioni per le R.S.U. nelle grandi aziende è valutata dai sindacati confederali nazionali.
Tutti i lavoratori sono elettori, mentre sono eleggibili solo i lavoratori candidati nelle liste delle organizzazioni sindacali partecipanti.; il voto è espresso per lista, con possibilità di preferenza; un terzo dei seggi sono riservati ai confederali; il meccanismo di attribuzione dei seggi prevede che su una parte di quelli ottenuti dai confederali si attui una ridistribuzione paritetica che garantisce seggi anche se una di queste liste non riportasse voti; la formalizzazione dell'avvenuta elezione viene fatta congiuntamente da FIM-FIOM-UILM e solamente per i propri eletti; la revoca del mandato ai singoli membri della R.S.U. non è dei lavoratori ma dell'organizzazione sindacale che li ha candidati; l'assemblea dei lavoratori ha carattere informativo/consultivo ma non decisionale.
Quello che è immediatamente chiaro è che: i vincoli alla partecipazione di soggetti non-confederali sono tali e tanti da precluderla di fatto; è tassativamente escluso che un gruppo di lavoratori non organizzato in sindacato possa partecipare alle elezioni; la formalizzazione degli eletti espressa congiuntamente dai confederali solo per i propri mette la controparte aziendale nella condizione di poter rifiutare altri eletti non graditi; la R.S.U. è responsabile solo nei confronti delle OO.SS. e non nei confronti dei lavoratori dato che l'assemblea di questi ultimi non ha poteri, ecc. ecc. Tutto l'armamentario antidemocratico è sciorinato a difesa del monopolio confederale.

La battaglia per la democrazia: Referendum e proposte di legge sulla rappresentanza
La firma di protocolli d'intesa sul costo del lavoro del luglio '91, la contestazione forte alle dirigenze confederali da parte degli stessi iscritti a CGIL-CISL-UIL (l'estate dei bulloni) aprono, con la caduta verticale della credibilità della triplice, una fase relativamente nuova. Da un lato il sindacalismo di base diventa, in alcuni settori e alcune categorie, abbastanza forte da utilizzare, almeno apparentemente, a proprio favore le regole truccate del gioco. SLAI e COMU partecipano, con buoni risultati, alle elezioni per le RSU, conquistandone spesso la maggioranza. La CUB propone e, in molti casi attua, elezioni alternative sulla base della semplice regola tutti elettori, tutti eleggibili. Il comma dell'art.19 che attribuisce diritti sindacali alle organizzazioni dotate di maggior rappresentatività permette - dopo dure battaglie sul terreno sindacale e su quello legale, vinte queste ultime con una serie di giudizi pretorili favorevoli - il riconoscimento di molti di questi organismi. Una consistente parte del sindacalismo di base e dell'autorganizzazione valuta opportuno il momento di un attacco alle clausole restrittive dell'art.19 e raccoglie firme per un referendum abrogativo totale. Forte elemento di disturbo di questa iniziativa è la concomitante raccolta di firme per l'abrogazione parziale (cioè solo il comma relativo alla maggiore rappresentatività): sinistra CGIL e di RC non fanno altro, oggettivamente, che intorbidare le acque. La CUB, e anche lo SLAI, optano per proposte di legge d'iniziativa popolare tese alla liberalizzazione completa della materia della rappresentanza dei lavoratori.
Questa effervescenza d'iniziative mostra tutti i suoi limiti negli anni successivi a causa di alcuni fattori principali: lo smorzarsi di un primo ciclo di lotte difensive, il deficit di strategia comune e specifica del sindacalismo di base, la tenuta sostanziale dei sindacati confederali, le alterne vicende politiche, l'ambiguità della sinistra sindacale della CGIL. La grande manifestazione di Roma contro la riforma berlusconiana delle pensioni è lo spartiacque ideale che marca l'inizio della stasi, se non del riflusso, del sindacalismo di base. Il recupero del sindacato confederale è forte, favorito anche dal rovesciamento della maggioranza di governo. Con quest'ultimo si instaura un percorso di integrazione organica che sostituisce le vecchie alchimie concertative. L'accordo sulle pensioni nella parte sulla previdenza integrativa e il sostanziale accoglimento della proposta CGIL nel disegno di legge parlamentare ne sono la piena dimostrazione.
In questa fase la battaglia per la democrazia sindacale, in latitanza di forti lotte, segna il passo e tende a trasferirsi sul piano della difesa garantista e dell'interpretazione migliorista dell'esistente. La sconfitta del referendum per l'abrogazione totale dei commi dell'art.19, avvenuta per soli 13.000 voti è comunque un dignitoso risultato politico che al sindacalismo di base manca la forza di capitalizzare proprio quando sarebbe più necessario. La concomitante vittoria del referendum per l'abrogazione parziale infatti permette alle controparti di scegliersi i propri interlocutori (diventano infatti titolari dei diritti sindacali solo le organizzazioni firmatarie di contratti). Si apre dunque una fase delicata in cui prevale all'interno di gran parte del sindacalismo di base la difesa dell'esistente. All'interno della CUB si divaricano le strategie, mentre ad esempio la FLMU e altre organizzazioni si attestano sulla difesa legale delle rappresentanze liberamente elette e ottengono in un paio di casi il rinvio alla Corte Costituzionale dei propri ricorsi (sotto giudizio è la costituzionalità dell'articolo 19 emendato), RdB accetta come inevitabile la firma tecnica dei contratti di lavoro come spregiudicato escamotage per conservare i diritti sindacali.
La recente sentenza della Corte Costituzionale chiarisce in qualche modo il contesto in cui si dovrà svolgere la battaglia per il riconoscimento dei diritti e per la democrazia sindacale. Essa ribadisce in primo luogo la costituzionalità dell'art.19 emendato e, a scanso d'ogni dubbio, precisa la dimensione contrattuale delle organizzazioni sindacali non può essere fittizia ma risultato di una reale capacità di impegnare la controparte. Possiamo agevolmente leggere in questa sentenza un intento semplificatorio del panorama sindacale italiano di cui dovrebbero fare le spese non solamente i sindacati di base ma tutta la pletora di sindacatini autonomi e corporativi che spesso, specialmente nel settore pubblico, hanno costruito le loro fortune a rimorchio dei confederali. Non era certamente nell'intenzione della Corte richiamare le organizzazioni sindacali ad una maggior combattività - semmai si trattava di ribadire il ruolo monopolistico di CGIL-CISL-UIL, interlocutori ufficiali e istituzionali di governo e padronato (vedi accordi sul costo del lavoro) - ma, per il sindacalismo di base, il messaggio dovrebbe suonare pressappoco così: metro e misura della rappresentatività è solo ed esclusivamente la capacità di costringere la controparte a trattare. Una lezione magari non gradita e proveniente da una parte non titolata ad ammannire insegnamenti sulla lotta di classe, ma che tuttavia contiene un forte richiamo alla necessità di non sostituire macchiavelli legali alla ricostruzione dei rapporti di forza. Se una nuova normativa verrà, sarà un punto di mediazione tra poteri e iniziativa di classe. Su questo terreno si potrà anche intervenire affinché essa non costituisca un quadro legislativo rigido ad hoc per attagliarsi alle strutture sindacali, vecchie o nuove, già esistenti, ma il più possibile aperto a tutela di tutte quelle forme organizzative che il protagonismo cosciente e partecipato dei lavoratori indicherà come prospettive concrete di pratica di democrazia sindacale.

Note
(1) I Consigli di Gestione sono organismi paritetici dell'immediato dopoguerra destinati a garantire un simulacro di controllo operaio sulla condizioni della produzione.
(2) Accordo Itala-FIOM del 1906.
(3) Accordo Buozzi-Mazzini.
(4) La divisione sindacale in atto (nel 1950 nascono la CISL e la UIL) gioca il suo ruolo nella perdita di potere delle C.I., dove la CGIL detiene l'assoluta maggioranza.
(5) La F.L.M. nasce nel 1972.


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