Viaggiare in autonomia in città:

a Torino si può, altrove si deve!

a cura di Giancarlo Posati

(aggiornato al marzo del 2001)

 

La legislazione nazionale vigente in tema di barriere architettoniche prevede, fin dal lontano 1971 con la legge 118, che TUTTI i cittadini, quindi anche le persone con disabilità, siano messi in grado di potersi spostare agevolmente sul territorio e di usare qualsiasi porzione di spazio edificato o mezzo di trasporto senza incontrare ostacoli insuperabili, al massimo livello di autonomia individuale, indipendentemente dalla specifica condizione fisica, sensoriale o mentale.

In realtà, le cose stanno in maniera ben diversa, come tutti possono constatare.

L'Italia in questo settore è tuttora in una situazione di estrema arretratezza, sia rispetto a se stessa sull'applicazione della normativa interna, sia rispetto ad altri Paesi europei o di oltreoceano. In particolare per il settore del trasporto collettivo, la situazione, a parte qualche sporadico caso, è pressoché immobile.

L'attuale situazione, determinata da leggi poco chiare ed incomplete e da una non volontà politica e amministrativa di renderle efficaci, è aggravata dal fatto che non esistono sanzioni precise nei confronti degli Enti preposti e competenti alla loro attuazione. Non esistono, ad esempio, norme efficaci che blocchino i finanziamenti pubblici stanziati per l'acquisto di nuovi mezzi o attrezzature se questi non rispettano gli 'standard' di accessibilità. Tale procedura sarebbe la più semplice delle sanzioni applicabili in caso di inadempienza, così come avviene in altri Paesi europei, ma così non accade e solo ora qualche Amministrazione inizia a fare qualche timido passo in questa direzione.

Per avere comunque risultati tangibili occorre mettere in atto provvedimenti differenziati che abbiano come obbiettivo il rendere possibile alle persone disabili spostarsi agevolmente, mettendo a disposizione una pluralità di alternative.

In tale modo diventa possibile consentire la scelta del sistema di trasporto e le modalità delle operazioni di spostamento in rapporto alle caratteristiche della persona ed alla gravità della sua disabilità. Non esiste, infatti, un solo sistema di trasporto che sia in grado di rispondere bene ad ogni tipo di esigenza e valido per tutti i soggetti.

Detti provvedimenti debbono perciò interessare i vari tipi di sistemi di trasporto: urbano ed extraurbano, strutturale ed integrativo, collettivo ed individuale, pubblico, d'uso pubblico e/o privato.

Nella quasi totalità dei Comuni italiani, invece, non solo i tradizionali mezzi di trasporto su gomma, rotaia, ecc. e le rispettive infrastrutture sono del tutto inaccessibili, ma manca anche qualsiasi tipo di servizio alternativo che consenta una qualche possibilità di mobilità ai cittadini disabili, a parte qualche lodevole eccezione. Risulta scarso o per nulla soddisfatto il bisogno di spostamento all'interno di ogni singolo Comune, come pure è praticamente assente qualsiasi iniziativa organica in tal senso tra i Comuni stessi e nel resto del territorio nazionale, a parte un interessante ma ancora insufficiente sforzo delle FF.SS.

I disabili, quindi, nel migliore dei casi sono confinati e segregati all'interno del proprio comune, quando non del proprio isolato e della propria abitazione, non è loro permesso di spostarsi nei Comuni limitrofi, né tanto meno viaggiare nel territorio regionale, impedendo così ad essi di poter cogliere opportunità lavorative, abitative, turistiche, culturali, scolastiche, professionali, terapeutiche, ecc. che qualificano in modo essenziale l'appartenenza alla comunità di un dato territorio.

Come pure non può, né deve, essere invocata la scarsità di risorse economiche per procrastinare ancora nel tempo il rispetto di un diritto così fondamentale e che è propedeutico per l'esercizio di altri importanti diritti civili (il lavoro, la formazione, la partecipazione, ecc.), in quanto si tratta di dare concreta realizzazione al diritto d'uguaglianza tra tutti i cittadini e di operare conseguenti scelte politiche.

Basta posizionarsi, anche solo mentalmente, su di una carrozzella o all'interno della disabilità fisica e/o sensoriale per capire intuitivamente quali e quante necessità di spostamento, e con esse di vita, vengano drasticamente negate con l'attuale organizzazione del trasporto pubblico.

Barriere che invece potrebbero venire agevolmente superate utilizzando le risorse scientifiche, tecniche e organizzative già disponibili sul mercato e che porterebbero, in prospettiva, ad una riduzione della spesa assistenziale a tutto favore di interventi per un concreto effettivo inserimento sociale e produttivo, interventi essi stessi "produttivi" e in grado di promuovere nuova e qualificata occupazione, in un quadro generale di miglioramento della qualità della vita e dell'ambiente a favore di tutti i cittadini.

 

Dicevamo, più sopra, di lodevoli anche se sporadiche eccezioni a questo desolante quadro di riferimento nazionale, e tra queste eccezioni positive è sicuramente da annoverare la realtà di Torino.

Già dal 1979 in questa città, dietro una energica sollecitazione di un gruppo di base formato da un manipolo di disabili che non si rassegnavano all'immobilismo e all'indifferenza delle varie associazioni ufficiali che avrebbero dovuto tutelare i loro diritti, un'Amministrazione comunale intelligente e sensibile ai problemi espressi dai suoi cittadini più svantaggiati decise di attivare un servizio che consentisse la mobilità nella città dei disabili motori.

Fu così che, come recita quella prima delibera, "in attesa che i servizi pubblici di trasporto vengano adeguati alle nuove disposizioni e quindi resi accessibili ai soggetti fisicamente impediti sia con la ristrutturazione degli attuali mezzi, sia con la modificazione delle strutture a terra, in accordo anche con i gruppi ed i movimenti di base che si occupano dei problemi degli handicappati, si ritiene di dover assicurare comunque il trasporto ai soggetti gravemente impediti sul piano motorio, ricorrendo all’impiego di taxi.".

Da allora il Comune di Torino stipula una convenzione con le organizzazioni dei taxisti che consente ai disabili riconosciuti in diritto del servizio da un'apposita commissione medica locale, di utilizzare i tradizionali taxi per i loro spostamenti in città, corrispondendo il pagamento di un ticket equivalente al costo di una corsa urbana dei tradizionali mezzi di trasporto pubblico.

Successivamente, nel 1990 il servizio venne esteso anche ai non vedenti, ed attualmente oltre 2500 disabili utilizzano questo servizio che si è dimostrato un indispensabile volano per favorire la loro integrazione e partecipazione ad ogni aspetto della vita cittadina.

Non solo, fin dal 1979 si garantì la possibilità dello spostamento in città anche a quei disabili gravemente impediti non in grado di posizionarsi autonomamente dalla carrozzella al sedile dell'automobile o che comunque necessitano delle carrozzelle elettroniche, attraverso la predisposizione di pulmini attrezzati di elevatore, pulmini che oggi permettono una mobilità più che dignitosa a circa trecento persone con disabilità motoria grave divenute così praticamente indipendenti nei loro spostamenti.

Ovviamente non sono tutte rose e fiori, la concessione delle corse è soggetta ad alcune limitazioni, diversi amministratori hanno nel tempo tentato di stravolgere e congelare il servizio, ma un indomito gruppo di disabili ed alcune associazioni locali costituitisi in un Comitato Utenti dei mezzi di Trasporto Accessibile vigila per difendere con le unghie e con i denti quanto già conquistato e, ove possibile, migliorarlo ed ampliarlo.

Inoltre nel 1993, in seguito a precise e ripetute richieste dei disabili, con un apposita delibera veniva data indicazione di attivare un processo teso a trasferire il servizio di trasporto a mezzo di taxi ed a mezzo di pulmini attrezzati dal Settore Assistenza Sociale al Settore Viabilità e Trasporti , in quanto competente per la gestione del Trasporto Pubblico nel suo complesso rivolto all'insieme dei cittadini, siano essi disabili o meno. In questo modo si otteneva di far uscire il servizio del trasporto accessibile da un ottica assistenzialistica di nicchia per farlo divenire a pieno diritto un comparto del tradizionale trasporto collettivo, riconoscendo alle persone disabili la piena dignità di cittadini, con eguali diritti e doveri. 

Con successiva deliberazione del 1995 veniva dato avvio alla prima fase del trasferimento delle competenze, veniva approvato l'affidamento della gestione del servizio di trasporto mediante pulmini attrezzati all'Azienda Tranvie Municipali quale Ente strumentale del Comune di Torino nel settore dei trasporti, e nel 1997 veniva affidata all'A.T.M. anche la gestione del servizio taxi, al fine di realizzare una gestione integrata dei servizi di trasposto destinato a disabili motori e ciechi assoluti, in un ottica di integrazione tra e con i diversi sistemi di trasporto collettivo pubblico che man mano diverranno fruibili anche ai disabili (tram e pulman a pianale ribassato, metropolitana, taxi collettivo, ecc.).

Quello che solo vent'anni fa sembrava un sogno a cui nemmeno le associazioni storiche credevano, è oggi diventato a Torino una realtà quotidiana. Una realtà che dimostra come la tenace rivendicazione di un diritto inalienabile da parte degli esclusi e una classe politica attenta al bene comune possano migliorare significativamente la qualità della mobilità per tutti in una città e quindi, conseguentemente, la più generale qualità di vita e di partecipazione attiva dei suoi abitanti.

Il prossimo obiettivo del C.U.M.T.A. è, oltre che consolidare e dare qualità alla mobilità dei disabili a Torino, di agire nei confronti della Regione Piemonte la quale, ad oltre cinque anni dall'entrata in vigore della Legge 104 che impegnava le Regioni ad elaborare entro sei mesi piani di mobilità delle persone handicappate, si dimostra totalmente inadempiente (insieme a molte altre!) a rispondere a questo ormai improcastinabile bisogno-diritto.

Per questo verrà richiesto un piano organico a livello regionale sulla mobilità delle persone disabili che promuova, normi, finanzi l'accessibilità dei vari sistemi di trasporto pubblico (su gomma, rotaia, acqua, ecc.) e i sistemi di mobilità integrativa (taxi, pulmini attrezzati, ecc.), che coordini ed integri sinergicamente le singole e diverse iniziative, che definisca responsabilità e sanzioni, dando indicazioni chiare e complete su chi, in quali modi e con quali tempi ha il dovere di intervenire.

 

Torino non deve, infatti, rimanere un'isola, ma piuttosto essere un punto significativo e qualificato di una rete che a livello regionale e nazionale garantisca anche ai cittadini disabili le loro pari opportunità nello spostamento e nell'uso del territorio, in autonomia ed indipendenza, come autonoma ed indipendente può e deve diventare tutta la loro vita.