PER UN CONTRATTO SOCIALE MONDIALE

di RICCARDO PETRELLA

(Trad. di Lilli Horvat),luglio 1994

 Siamo i primi esseri umani a vivere nel quotidiano la mondializzazione dell'economia, della finanza, dell'informazione, del traffico di droga e della disoccupazione. Siamo i primi a doverci occupare globalmente del modo di abitare e di governare il pianeta, di affrontare collettivamente la sicurezza nucleare, il degrado dell'ambiente ecc. (1).

Le nostre capacità creative sono ipotecate da due miopie: quella del breve termine - l'azione sull'emergenza e nell'emergenza, il profitto immediato per se stessi - e quella dell'anonimato: il pianeta è governato dalle anonime reti mondiali delle macro-imprese finanziare e industriali che non si assumono nessun tipo di responsabilità sociale e non devono rendere conto ad altri che ai loro azionisti, anch'essi anonimi.

Queste miopie hanno effetti particolarmente devastanti in quanto non consentono di individuare i reali bisogni economici e sociali del mondo, al di là di quelli dei mercati solvibili ai quali è confinata la "razionalità" dell'economicismo dominante. E inoltre non consentono di vedere fino a che punto sono saturate le capacità di "sostenibilità" e di rigenerazione ecologica del pianeta.

Obnubilati dalla corsa alla competitività su mercati già saturi e quindi incapaci di passare dalle parole agli atti per promuovere un'economia compatibile con le esigenze dell'ambiente, i paesi più ricchi e più potenti non riescono neppure ad evitare che si divarichi ancor più l'abisso delle disuguaglianze economiche e sociali. Non solo non hanno potuto frenare l'aumento del numero dei poveri (secondo la Banca Mondiale si contano ormai 1,4 miliardi di persone che "vivono" con un reddito inferiore a un dollaro al giorno), ma sono riusciti a fare in modo che i trasferimenti finanziari netti dei paesi poveri verso quelli ricchi arrivassero a superare l'entità dei trasferimenti in senso opposto in questi ultimi quindici anni.

Nel 2020 - tra una generazione - la popolazione mondiale toccherà gli 8 miliardi di persone. Se le tendenze resteranno immutate, la Terra conterrà allora circa 3 miliardi di poveri, oltre 2,5 miliardi di senzatetto, 2 miliardi di persone prive di accesso all'acqua potabile ecc.. L'Africa potrebbe scomparire dalla carta economica. Il soddisfacimento delle aspirazioni e dei bisogni fondamentali di questi 8 miliardi di persone diviene il solo vero obiettivo dello sviluppo sociale che dovrebbe essere raggiunto nel corso dei prossimi 26 anni.

Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e la Banca Mondiale compiranno cinquant'anni nel 1994 e l'accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (Gatt) ha press'a poco la stessa età. Queste istituzioni sono divenute evidentemente obsolete e incapaci di rispondere ai nuovi imperativi della società planetaria (2). Dovunque si elaborano proposte e si svolgono dibattiti per una completa riorganizzazione di queste strutture e delle politiche che hanno finora applicato. Considerato l'oblio nel quale si è lasciata sprofondare la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad), creata 25 anni fa per promuovere rapporti commerciali fondati sulla giustizia e l'equità in favore dei paesi più poveri, e nell'ipotesi che l'Fmi e la Banca Mondiale restino ciò che sono, si ha motivo di temere che l'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), destinata a sostituirsi al Gatt dal 1 gennaio 1995, rafforzi ancor più la tendenza a rinunciare a qualsiasi seria ed efficace ricerca di giustizia e di solidarietà nella regolamentazione del commercio e dei movimenti di capitali planetari del XXI secolo.

Per portare avanti questa ricerca, il complesso mondo in cui viviamo ha bisogno di dotarsi di nuove istituzioni: è venuto il momento di creare, tra l'altro, un'Organizzazione mondiale dello sviluppo sociale (Omss), come risultato di una fusione dell'Omc, dell'Fmi, della Banca Mondiale e dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil).

Nella sua fase di decollo, l'Omss dovrebbe avere tre compiti principali:

- attuare, sulla base di un partenariato da negoziare con reti mondiali di imprese multinazionali finanziarie e industriali disposte a svolgere un ruolo di "imprese di impegno civile", un programma di ricostruzione del patrimonio fondamentale della popolazione: alloggi, acqua potabile, reti energetiche, alimentazione, infrastrutture di trasporti, informazione, comunicazione, istruzione;

- organizzare il proprio funzionamento sulla base di dispositivi molteplici, decentrati e regionalizzati, con l'obiettivo di stimolare la creazione di reti interregionali di cosviluppo tra paesi, città e regioni ricche da un lato e paesi, città e regioni povere dall'altro;

- promuovere la redistribuzione delle risorse su scala mondiale a vantaggio delle popolazioni più sfavorite, in particolare per la promozione e il finanziamento di iniziative per l'occupazione giovanile, basate su microrealizzazioni, con possibilità di coinvolgere i giovani a livello locale.

La sicurezza economica non può esistere senza due condizioni: da un lato, l'accesso al lavoro, dall'altro il governo dei processi di sviluppo e dell'uso della tecnologia, passaggio obbligato per governare gli altri fattori della produzione. L'Omss potrebbe sostenere e rafforzare le innumerevoli iniziative locali di sviluppo esistenti o potenziali, in forma innovativa per quanto attiene alle modalità di finanziamento e di remunerazione. Tra le formule da sperimentare: lavoro in cambio di beni alimentari; miglioramento delle condizioni di lavoro nei paesi poveri come contropartita del finanziamento dell'istruzione e formazione dei giovani mediante fondi provenienti dai paesi ricchi.

La mancanza di mercati solvibili non costituisce un ostacolo insormontabile. Grazie a un uso efficace della leva fiscale (tassazione dei redditi da capitale e dei loro movimenti speculativi, eliminazione dei paradisi fiscali, tasse ecologiche, scambi debito-natura, incentivi, fiscali o di altro tipo, in favore della razionalizzazione dei consumi energetici ecc.), è possibile drenare da enti e società le risorse necessarie all'attuazione di un vasto programma di sviluppo sociale.

Nessuna società, nessuno sviluppo è possibile se gli esseri umani non hanno un luogo in cui abitare e vivere in comunità. Più di 1,7 miliardi di persone sono oggi prive di un tetto. Se uno dei compiti prioritari della prima generazione planetaria è quello di abitare la terra, è necessario porsi immediatamente e con forza l'obiettivo di provvedere entro il 2020 a dare un alloggio a oltre un miliardo di persone.

Le risorse? Esistono: ad esempio, si potrebbero devolvere a un programma di costruzione di alloggi i 300 miliardi circa di Ecu che l'Europa, gli Usa e il Giappone prevedono di investire nelle "autostrade della comunicazione" (3).

Ogni giorno nel mondo 1762 bambini sotto i 15 anni muoiono per malattie dovute alla mancanza di acqua potabile. E contemporaneamente si mettono in preventivo investimenti per varie centinaia di miliardi di dollari per fornire alle famiglie dei paesi della Triade nuovi apparecchi multimediali che tra dieci anni consentiranno l'accesso a circa 250 canali TV: canali praticamente tutti destinati a proporre programmi di film, telefilm e giochi di vario tipo che rivaleggeranno in violenza. Tra l'acqua potabile per 1,4 miliardi di persone e questi 250 canali di rimbecillimento, c'è forse da esitare un solo attimo?

È in particolare nelle città che la sicurezza economica ed ecologica esige risposte e realizzazioni (4). Perché non costituire, su iniziativa dei movimenti associativi di, diciamo, 50 città, una rete mondiale con il compito di concepire e far sottoscrivere un Patto federale per i "cantieri urbani del XXI secolo"?

Il Patto avrebbe l'obiettivo di raccogliere i mezzi per realizzare, in cinquanta-cento città - preferibilmente megalopoli - grandi programmi di rinnovamento. Ogni "cantiere urbano del XXI secolo" dovrebbe fare prioritariamente appello alla manodopera locale, anche relativamente agli stessi quartieri nei quali saranno programmati gli interventi. Le imprese partecipanti in quanto partner finanziari ed industriali riceverebbero il "label" di imprese di interesse mondiale e beneficerebbero di diversi vantaggi, segnatamente fiscali.

Le idee non mancano. Ciò che fa difetto è la volontà di dar vita alle strutture che consentirebbero di identificare le soluzioni ai problemi che si pongono e di sperimentare e valutare quelle più innovative. È necessario superare le organizzazioni e i meccanismi esistenti, che ci imprigionano entro confini e ottiche del tutto inadeguati a favorire lo sviluppo di una società planetaria degna di questo nome.

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(1) Leggere Il rapporto del programma della Nazioni unite per lo sviluppo (Pnud). Rapport mondial sur le développement humain, 1994, Economica, Parigi, 1994, 240 pagg., 150 F.

(2) Leggere Stuart Holland, Towards a New Bretton Woods: Alternatives for the Global Economy, rapporto sul programma Fast, Commissione dell'Unione Europea, Bruxelles, maggio 1993.

(3) Leggere gli articoli di Asdrad Torres e Herbert I. Schiller in le Monde diplomatique, marzo 1994.

(4) La direzione generale dell'Ambiente della Commissione ha lanciato un "progetto di città ecologica" (Sustainable City Project) per il periodo 1993-1995. In occasione di un colloquio che ha avuto luogo recentemente su questo tema ad Aalborg (Danimarca) è stata approvata una Carta per la città ecologica.

RICCARDO PETRELLA

Professore all'università cattolica di Lovanio, autore di Le bien commun, Eloge de la solidarité, Labor, Bruxelles, 1996, presidente degli Amici de Le Monde diplomatique.