DIRITTI UMANI E DISABILI: DA ESCLUSI A PROTAGONISTI

di Giancarlo Posati

 

Grafeneck, Bernburg, Sonnenstein, Hartheim, Brandenburg, Hadamar.

In questi sei istituti, in Germania, erano stati predisposti delle camere a gas camuffate da sale docce e forni crematori per l'eliminazione dei cadaveri. Il Programma T4, tra il 1940 ed il 1941, pose fine alla vita di 70.273 persone, classificate come "indegne di vivere".

Ma erano semplicemente delle persone con disabilità.

 

L’ordine partiva da un bassotto germanico con i capelli neri, piuttosto bruttino, che indicava come esemplare unico ammesso quello della razza ariana: gente alta, bella, bionda. Tragiche contraddizioni della Storia!

Da questi martiri, sacrificati sull’altare dell’idiozia umana e dei conseguenti modelli sociali e politici, possiamo far iniziare la storia del riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità, primo fra tutti quello di vivere.

Almeno 80.000 esseri umani, secondo l’associazione UILDM, sono stati oggetto di una sistematica operazione di sterminio avviata da Adolf Hitler al fine di eliminare i «connazionali improduttivi».

 

Questo tema dell’improduttività, della dis-economicità, del costo economico, richiama subito eventi contemporanei, problematiche attuali, pericolosi piani odierni di riduzione della spesa che a volte somigliano a dismissione sociale di intere categorie di persone che ancora non trovano, di fatto, pieno diritto di cittadinanza.

E così come, nei Paesi “evoluti”, le guerre sul campo sono sostituite da quelle più sofisticate di tipo economico, anche la negazione di diritti fondamentali, al lavoro, alla casa, all’assistenza, alla dignità del vivere quotidiano, si realizza più modernamente con necessità di bilancio, razionalizzazione della spesa, riconfigurazioni funzionali e via discorrendo.

Tutti modi, belli e più o meno democratici, per dire sostanzialmente: caro disabile, o meglio caro “invalido” (come ufficialmente e significativamente li definisce ancora lo Stato Italiano) per te non c’è posto in questa costruzione sociale che ci siamo fatta.

Sei un’eccedenza, quindi prendi realisticamente atto che ti consideriamo un costo e non una risorsa, finiscila di pretendere risorse pubbliche sottraendole allo Sviluppo e alla Crescita e possibilmente vedi di “uscire di scena” prima possibile.

 

Questa è certamente una ricostruzione per lo meno irriverente se si considerano la mole imponente di Leggi, Decreti, Convenzioni, Progetti e quant’altro che a livello internazionale, nazionale e Locale in questi anni sono state pronunciate e proclamate sui disabili.

Ma se si considerano le ricadute concrete sulle condizioni di vita delle persone con disabilità in Italia e nel mondo possiamo ben dire che la montagna ha partorito il topolino.

                                                                                     

Ma chi sono e come vivono questi “disabili”?

Nel mondo le persone con disabilità, secondo l’ONU, sono circa 650 milioni e se a queste vengono aggiunte i loro familiari, il numero delle persone coinvolte dal tema disabilità arriva a circa 2 miliardi, un terzo della popolazione mondiale.

Sia nei Paesi poveri sia in quelli ricchi le persone con disabilità sono generalmente più povere e rappresentano un quinto delle persone che vivono sotto la soglia di un dollaro al giorno, prive di cibo, acqua pulita, vestiti, alloggio. Sempre secondo i dati riportati dall’ONU, le persone con disabilità rappresentano il 10 per cento della popolazione mondiale.

Su dieci persone con disabilità, 8 vivono nei Paesi del Sud del mondo, con possibilità ridotte o nulle di servizi di riabilitazione.

Dei 650 milioni di persone con disabilità nel mondo, 200 milioni sono bambini e l’Aifo riporta che un terzo dei 22 milioni di bambini che ancora non vanno a scuola sono disabili.

In entrambe le situazioni, paesi sviluppati e in via di sviluppo, l'evidenza suggerisce che le persone con disabilità rappresentano una quota sproporzionata tra i poveri del mondo e tendono ad essere più poveri rispetto ai loro omologhi senza disabilità. Si stima che tra i più poveri del mondo 1 su 5 è un disabile.

 

Nell’Unione Europea le persone con disabilità sono 80 milioni (il 16% della popolazione) e un cittadino europeo su quattro ha un familiare con disabilità

Inoltre, nel mondo del lavoro, fra le persone con disabilità vi è una disoccupazione due o tre volte maggiore e la probabilità di raggiungere un’istruzione di terzo livello scende a meno della metà rispetto al resto della popolazione.

 

In Italia le persone con disabilità – di sei anni e più – che vivono in famiglia sono 2 milioni e 600 mila, pari al 4,8% della popolazione italiana. (Fonte: Istat 2010, “La disabilità in Italia”)

La stima si basa su un criterio molto restrittivo di disabilità, quello secondo cui vengono considerate persone con disabilità unicamente quelle che nel corso dell'intervista hanno riferito una totale mancanza di autonomia per almeno una funzione essenziale della vita quotidiana.

Se consideriamo invece le persone che hanno manifestato una apprezzabile difficoltà nello svolgimento di queste funzioni la stima allora sale a 6milioni 606mila persone, pari al 12% della popolazione, che vive in famiglia, con età superiore ai 6 anni; un dato in linea con quello rilevato nei principali paesi industrializzati.

Risultano occupate meno del 18% delle persone con disabilità in età lavorativa, contro poco più del 54% delle persone non disabili. (Fonte: Istat 2010, “La disabilità in Italia”). Solamente il 3% delle persone con disabilità ha come fonte principale un reddito da lavoro.

L’80% delle famiglie in cui è presente una persona con disabilità, non riceve alcun aiuto o supporto pubblico (Istituzioni, Comuni, Asl). (Fonte: Istat, “Famiglia e soggetti sociali”)

 

All’interno di tale popolazione le donne sono discriminate due volte. Generalmente trascurate dall’associazionismo femminile e ancora marginali nelle associazioni dei disabili, le donne con disabilità denunciano discriminazioni nell’istruzione, nel lavoro e nella vita affettiva. 

Una discriminazione che parte dalla scuola. Nel mondo solo l'1% delle donne disabili sa leggere e scrivere, contro il 3%  degli uomini.

In Europa, secondo una ricerca commissionata dal Coe nel 2003, soltanto il 25% delle donne con disabilità lavorava contro il 35% degli uomini.

Una mancata inclusione che si riflette anche nella vita affettiva. Le donne con disabilità si sposano più tardi delle altre donne e più tardi dei maschi disabili, secondo dati del Dpi. E se l'handicap sopraggiunge  dopo il matrimonio, le donne sono lasciate più spesso degli uomini. La maternità, poi, è largamente sconsigliata dai medici e dai familiari, mentre sterilizzazioni e aborti colpiscono specialmente le donne con disabilità intellettiva.

 

Inoltre la disabilità non tocca soltanto un gruppo specifico di persone ma coinvolge TUTTE le persone, almeno PER UN PERIODO DELLA LORO VITA.

Infatti, essendo in aumento sia la crescita della popolazione che la durata della vita, grazie ai progressi della medicina, si può stimare che per una vita media di circa 70 anni ben 8 anni siano vissuti con disabilità, cioè l’11,5% della vita.

 

Va anche sottolineato come la disabilità non sia nella persona stessa, ma è invece il risultato dell’interazione fra il soggetto e l’ambiente in cui vive. “La disabilità risiede nella società non nella persona” - si legge sul sito delle Nazioni Unite dedicato al tema dei diritti e della dignità delle persone con disabilità. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica la disabilità come “un fenomeno complesso, che riflette una interazione fra caratteristiche del corpo di una persona e caratteristiche della società in cui egli o ella vive”.

 

La storia dei diritti delle persone con disabilità è lunga e costellata di numerose dichiarazioni e programmi, a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 fino ad arrivare, nel 2006, alla Convenzione dei diritti delle persone con disabilità, come viene magistralmente ricostruita nella “Scheda "Disabilità" di Unimondo”.

 

Con la Dichiarazione universale dei diritti umani, infatti, si incomincia ad affermare il diritto alla sicurezza anche per diverse condizioni di difficoltà, fra cui la disabilità. Ulteriori sottolineature sono poi state apportate quasi vent’anni dopo, nel 1966, con due convenzioni sui diritti politici e civili e su quelli economici, sociali e culturali che completavano il quadro dei diritti umani. Già qualche anno prima, nel 1950, sempre nell’ambito delle Nazioni Unite, vi erano stati due rapporti su disabilità e riabilitazione, a testimoniare un’attenzione crescente nei confronti delle persone con disabilità.

Con la dichiarazione del 1969 dell’Assemblea Generale sul progresso sociale e lo sviluppo si è voluto sottolineare l’aspetto di una riabilitazione che aiuti l’integrazione nella società a fronte di disabilità sia fisica sia mentale ed è del 1971 la Dichiarazione sui diritti delle persone con ritardo mentale.

Nel 1975 vede la luce la Dichiarazione dei diritti delle persone disabili; l’anno successivo l’Assemblea Generale chiede a tutti gli Stati membri di attivarsi rispetto a quest’ultima dichiarazione nell’ambito di programmi e politiche e viene dichiarato il 1981 come ‘Anno internazionale delle persone disabili’, per la loro integrazione nella società, e affinché vengano svolti studi e ricerche per educare nei confronti dei diritti di queste persone.

E’ del 1982 il Programma di azione mondiale nei confronti delle persone disabili, che segna una nuova tappa e che suddivide il tema e le politiche nei confronti della disabilità in tre settori, la prevenzione, la riabilitazione e le uguali opportunità. Sempre nel 1982 viene poi deciso di dedicare i dieci anni seguenti alle persone con disabilità ed a conclusione del decennio viene deciso di indicare il 3 dicembre come ‘Giornata internazionale delle persone disabili’.

Il 1993 vede l’arrivo di un nuovo documento: Le regole sulle uguali opportunità delle persone con disabilità. Si tratta di norme in base alle quali verrebbe garantita la partecipazione di tutti in ugual maniera alla vita della società, anche alle persone con disabilità.

Nell’arco degli anni novanta viene ulteriormente sottolineata l’idea di una società che sia per tutti: nel 2001, con  l’ICF (Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute) approvata all’Assemblea Mondiale della Salute dagli Stati membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Who), viene portata l’attenzione sulla disabilità come riduzione di salute, che può essere provata da ogni uomo e che quindi non fa parte solo di una minoranza di persone. La classificazione considera “gli aspetti sociali della disabilità e non vede la disabilità solo come disfunzione ‘medica’ o ‘biologica’”, e diventa possibile “registrare l’impatto dell’ambiente sul funzionamento della persona”. Nel 2006 verrà poi pubblicata una Classificazione applicabile ai bambini e agli adolescenti.

L’Assemblea Mondiale della Salute è nuovamente tornata sul tema disabilità nel 2005, con un documento che richiama alla prevenzione, alla gestione e alla riabilitazione della disabilità: viene chiesto all’Organizzazione Mondiale della Sanità di assistere gli Stati che ne fanno parte perché vengano portate avanti politiche nei confronti della disabilità e della riabilitazione, perché si lavori per uguali opportunità e vengano promossi i diritti umani delle persone con disabilità, perché vi siano una identificazione e un trattamento precoci.

 

Il 13 dicembre 2006 si giunge alla Convenzione dei diritti delle persone con disabilità, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che rappresenta il primo vero strumento internazionale vincolante per gli Stati, se si escludono le Regole Standard risalenti al 1993.

Con la Convenzione, le persone con disabilità non vengono più viste come oggetto passivo che richiedono attenzione, cura, protezione, ma come soggetti attivi nella società, protagonisti nel prendere decisioni, nel richiedere diritti.

Ancora una volta viene riaffermato come i diritti umani e le libertà fondamentali debbano essere garantiti a tutte le persone con disabilità.

Il documento sottolinea anche i doveri da parte degli stati nei confronti delle persone con disabilità, perché i loro diritti vengano rispettati e promossi.

Inoltre, sono stati istituiti due meccanismi di controllo rispetto all’applicazione di quanto affermato dalla Convenzione, quali il Comitato sui diritti delle persone con disabilità e la Conferenza degli stati aderenti.

 

Scopo della Convenzione, che si compone di un Preambolo e di 50 articoli, ai quali si affianca un Protocollo opzionale composto da altri 18, “è quello di promuovere, proteggere e assicurare il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità”, come recita l’art.1.

L’art. 3 elenca i Principi generali che poi verranno declinati nella Convenzione:

(a) il rispetto per la dignità intrinseca, l’autonomia individuale, compresa la libertà di compiere le proprie scelte, e l’indipendenza delle persone;

(b) la non discriminazione;

(c) la piena ed effettiva partecipazione e inclusione nella società;

(d) il rispetto per la differenza e l’accettazione delle persone con disabilità come parte della diversità umana e dell’umanità stessa;

(e) la parità di opportunità;

(f) l’accessibilità;

(g) la parità tra uomini e donne;

(h) il rispetto dello sviluppo delle capacità dei minori con disabilità e il rispetto del diritto dei minori con disabilità a preservare la propria identità.

La ratifica da parte dell’Italia della Convenzione, già sottoscritta il 30 marzo 2007, avviene con la legge 3 marzo 2009, n. 18, che, all’art.3, istituisce anche l'Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, presieduto dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, il cui Regolamento è stato disciplinato con il Decreto Interministeriale del 6 luglio 2010 n. 167 e che durerà in carica tre anni, a partire dal 23 ottobre 2010.

 

Quanti Diritti! Quanto Rispetto! Quante Tutele!

 

Tutto ciò sarebbe molto bello, se fosse anche vero.

Ma nella realtà della vita quotidiana la situazione è ben diversa e spesso le persone con disabilità e le loro famiglie sono costrette a misurarsi per strappare con le unghie e con i denti, a volte con autentici atti di disperazione, ancora i diritti minimi, quelli più basilari, come la sopravvivenza, il diritto alla vita, ad una vita minimamente dignitosa.

 

In Italia, in Europa e nel mondo ci sono ancora, per esempio, milioni di persone con disabilità rinchiusi, segregati, imprigionati negli istituti, che di “persone” non è rimasto loro altro che il nome.

Che si tratti di RSA e centri “riabilitativi” nostrani dove questi esseri sono depositati in attesa della morte, o luride stamberghe dell’Europa dell’Est dove VIVONO la morte, o ancora lussuosi residence del nord Europa dove si godono tranquilli la loro ESCLUSIONE sociale, questi esseri segregati non hanno mai avuto, non hanno e non avranno mai alcuna possibilità di scelta, forse nemmeno la percezione del significato della parola LIBERTA’.

 

Per questo le persone con disabilità in marcia a Strasburgo il 15 settembre 2011, nella V edizione della Freedom Drive, la marcia per la libertà organizzata ogni due anni da ENIL Europa, portavano al Parlamento Europeo precise richieste:

·       de-istituzionalizzazione e chiusura entro il 2020 di tutti gli istituti. Utilizzo dei fondi strutturali per altre forme di assistenza con divieto di utilizzo per sostenere gli istituti

·       includere le persone con disabilità nella società abbandonando soluzioni speciali segreganti 

·       l’assistenza personale come diritto umano fondamentale

·       i principi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità devono essere applicati nelle leggi e nelle iniziative politiche locali

·       coinvolgimento delle organizzazioni delle persone con disabilità in tutti gli ambiti decisionali delle politiche sulla disabilità. Nulla più su di noi, senza noi!

 

Ma la crisi economica e le conseguenze che i tagli alla spesa pubblica stanno provocando nelle politiche sulla disabilità (decurtazione delle ore di assistenza, tagli ai servizi sociali, sanitari, di trasporto, ecc.) per molti comporterà ancor meno opportunità di uguaglianza. Molti non potranno più uscire da casa, non potranno più lavorare, formarsi, molti finiranno negli istituti e paradossalmente i tagli per risparmiare si trasformeranno in un maggiore esborso futuro.

 

La penuria di Risorse, o meglio i Gruppi di Potere che la inducono e governano, pongono, ieri come oggi, lo stesso angosciante dilemma su chi può vivere e su chi deve essere eliminato, su chi può godere diritti esigibili e su chi è obbligato a interminabili ed estenuanti obblighi e limitazioni che di fatto ne determinano l’emarginazione e la morte sociale.

 

Eppure, se a livello locale e planetario si punterà all’implementazione dei diritti e della partecipazione democratica dei molti esclusi invece che al consolidamento dei privilegi dei pochi, se il motore dello sviluppo economico sarà centrato sul soddisfacimento dei bisogni degli esseri umani concreti, a partire dagli ultimi, l’affacciarsi alla storia delle persone con disabilità rappresenterà una sfida significativa per lo Sviluppo della comunità internazionale e queste persone avranno un enorme impatto sulla situazione sociale ed economica nei paesi in tutto il mondo, trasformandosi da problema a risorsa.

Come afferma la FISH in una sua recente petizione al Governo Monti “La spesa pubblica per il welfare è un investimento  per accrescere il benessere, la coesione sociale, l’occupazione, lo stesso PIL, indispensabile in tempo di crisi e necessario per la ripresa economica.”

 

In questa ottica, il tema della non discriminazione diverrà sempre più di enorme importanza.

Per rendersi conto dell'estremo rilievo della materia, oltre che alla vita quotidiana, si può pensare al fatto che l'eguaglianza è il supremo principio giuridico della Costituzione italiana, ed è anche il parametro maggiormente utilizzato dalla Corte costituzionale nelle proprie decisioni.

Si può anche fare mente locale sul fatto che l'Unione europea ha ritenuto così importante il tema della non discriminazione da dedicargli l'intero anno 2007.

Si tratta però anche di un argomento molto difficile da capire in maniera approfondita, e spesso ci sono consistenti difficoltà, e opinabilità, nella sua applicazione pratica. E' stato sostenuto che si tratta dell'argomento più difficile di tutto il diritto pubblico.

 

Per quanto riguarda la non discriminazione dei disabili, in Italia c'è una legge recente molto importante, la n. 67, del 1 marzo 2006, - Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilita' vittime di discriminazioni.

Questa legge mette a disposizione degli strumenti notevoli per rimediare, e quindi anche per contrastare, i fenomeni di discriminazione.

All’art. 2 la Legge precisa la Nozione di discriminazione come

-“diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in situazione analoga.

-indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone.

Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti.”

All’art. 3 viene poi stabilito che “Con il provvedimento che accoglie il ricorso il giudice, oltre a provvedere, se richiesto, al risarcimento del danno, anche non patrimoniale, ordina la cessazione del comportamento, della condotta o dell'atto discriminatorio, ove ancora sussistente, e adotta ogni altro provvedimento idoneo, secondo le circostanze, a rimuovere gli effetti della discriminazione, compresa l'adozione, entro il termine fissato nel provvedimento stesso, di un piano di rimozione delle discriminazioni accertate.”

 

Una chiarezza ed efficacia pratica inusitata per la complessa e ferraginosa legislazione italiana, che lascia ben sperare sulla sua possibilità di utilizzo a favore di concrete, seppur specifiche, situazioni discriminatorie.

Tuttavia la legge 67 è ancora poco applicata e se ne parla scarsamente. Forse perché si tratta di un testo relativamente sintetico, la cui vastità di contenuti può sfuggire. O forse perché, sul tema della disabilità, la consapevolezza è più concentrata, soprattutto da parte dell’associazionismo, sulle prestazioni sociali che sull'eguaglianza.

 

Uno dei problemi fondamentali è la capacità/possibilità di utilizzarla da parte delle persone con disabilità: a tale scopo sarebbe molto utile avere un pool di associazioni e di avvocati, formati e preparati ad hoc, che sappiano attivarsi immediatamente sulle violazioni segnalate dalle persone con disabilità, abbiano la capacità di vagliarle ed eventualmente di darne seguito a livello legale, sapendo anche utilizzarle come eventi mediatici per “fare cultura”, per creare nuova sensibilizzazione sulla problematica della discriminazione e dei diritti.

Già qualcosa a Torino si sta muovendo e dalla collaborazione tra alcune associazioni (Comitato Paratetraplegici, Handicap e Sviluppo, Fish Piemonte) e l’Avvocato Petrini, da tempo interessato al problema, stanno nascendo interessanti iniziative che però forse avrebbero bisogno di una organizzazione più strutturata, condivisa ed efficiente.

 

I periodi di crisi, proprio come quando capita un’improvvisa disabilità, possono essere occasioni importanti per ripensare la vita, i valori personali e collettivi sui quali basiamo il benessere, la convivenza, lo sviluppo economico e culturale, per scoprire ed intraprendere nuove vie e soluzioni anche a problemi vecchi e apparentemente irrisolvibili.

Auguriamoci che anche in questa pesante congiuntura e davanti a sfide nuove e gigantesche, quali la globalizzazione, la ridistribuzione delle risorse, la questione energetica e quella ambientale, l’umanità sappia fare un nuovo passo avanti, con la presa di coscienza che il Bene e il Bello sono anche Convenienti e che Condividere è Produttivo più dell’accaparrare.

 

Altrimenti i sei istituti tedeschi del 1940 non saranno altro che pallide metafore di un ecatombe più generale che non vedrà soccombere solo i disabili, in un quadro sconcertante di complessiva “Umanità Mancata”.

Almeno fino alla prossima “risurrezione”!

Perché comunque le chiavi della Vita, di questa meravigliosa Vita che, nonostante tutto, teneramente ci accarezza in ogni situazione esistenziale, non sono mai definitivamente nelle mani dell’Uomo e per quanti disastri sappia egli combinare non riuscirà mai a distruggerne l’intrinseca Forza e Bellezza!

Che ritorna, ritornerà sempre, fino a che vi sia qualcuno che sappia nuovamente coglierla.

 

Oppure può darsi che anche questo augurio sia solo un altro “Sogno Mancato” di una delle tante persona con disabilità che vogliono tenere acceso il faro della Speranza nonostante tutto!

Ma è un sogno che rivendico con forza, cercando ogni giorno di declinarlo nella concretezza dei rapporti, dei progetti e dei servizi.

 

Perché, in fondo, ognuno, è anche,

o forse soprattutto,

i propri Sogni.